ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 30 luglio 2010
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Gifts And Curses: Solstizio D'Inverno /// Capitolo 4 - Resha

di Resha. Letto 629 volte. Dallo scaffale Fantasia

La mezzelfa Resha, ormai prigioniera delle guardie del Regno, viene condotta a Falls, dove vengono radunati tutti i marchiati a servizio del Nord. La ragazza, nonostante la rabbia, non può far altro che eseguire gli ordini e scontare la propria condanna..

CAPITOLO 4

Resha

-Dannazione!- Serrai la mascella mentre tentavo di allentare le catene che mi stringevano i polsi. Sulla pelle si erano formate piaghe gonfie di siero, ferite che continuavano a sanguinare da ormai due settimane. A lungo andare il dolore era diventato insopportabile. Trattenni un gemito quando sentii il metallo gelido premere sulla carne martoriata. Era tutto inutile: quegli anelli di ferro non volevano darmi pace.
-Piantala, ragazzina. Più ti tocchi le ferite, più ti farai male.- Fulminai la guardia con sguardo carico d'odio. -E allora toglimi queste fottute catene!-
-Te le stringerò ancora di più, se non chiudi quella bocca da bastarda che ti ritrovi!-
Imprecai e mi riappoggiai violentemente con la schiena al muro esterno della prigione di Falls, portandomi le ginocchia al petto. Dalla folta barba nera e ispida dell'anziana guardia intravidi un sorriso soddisfatto. "Ridi pure, dannato imbecille" gli lanciai un'occhiata intrisa d'astio, mentre si rigirava ad osservare gli altri prigionieri. "Vedremo come riderò io quando sarò finalmente libera."
Il punto era quando sarei stata libera. E, soprattutto, come.
Non mi conveniva tentare di ribellarmi finché fossi stata sotto sorveglianza, avrei solo conquistato qualche livido e, nel peggiore dei casi, qualche arto rotto.
A Sam Carezza Di Fata era andata anche peggio. Lo osservai mentre sedeva accanto a me, schiacciando un pisolino a ridosso del muro. Due settimane e mezzo prima, mentre percorrevamo la strada da Goth a Falls, Sam aveva tentato di fuggire nel bel mezzo della notte. Non aveva considerato, però, che il nostro accampamento di fortuna era sorvegliato anche nelle ore notturne, così l'avevano immediatamente scoperto. Ma lui era stato tanto grande e grosso quanto scemo, e non aveva esitato a lanciare una pietra massiccia contro una delle guardie. Morale della favola? Ci aveva rimesso la mano sinistra, la stessa con la quale aveva lanciato il sasso. Il capo della scorta gliel'aveva mozzata con un colpo secco di spada -E non provarci di nuovo, se non vuoi perdere anche l'altra- gli aveva detto. Quel gesto, a detta dei soldati, era servito a far capire a noi altri prigionieri a che cosa saremmo andati incontro se avessimo osato ribellarci al volere del Regno. Lo aveva capito anche Sam... Quell'azione gli era costata non solo la mano, ma anche l'imbarazzante soprannome di Sam Carezza Di Fata. Il suo braccio terminava all'altezza del polso, il moncone era fasciato con bende grezze intrise di sangue e pus che non venivano cambiate da giorni. Non osai immaginare quale orrore ne sarebbe uscito una volta che gliele avessero tolte.
No, non era proprio il caso di rivoltarsi adesso. Ci tenevo a mantenere integri tutti i miei arti, soprattutto le mani. Senza di esse non avrei più potuto utilizzare la magia e avevo come l'impressione che prima o poi avrei dovuto usarla sul serio.
Tentai di stiracchiarmi allungando le gambe e le braccia, ma queste ultime mi fecero male sentendo la morsa delle catene a contatto con le piaghe. Il sole picchiava forte nella piazza principale di Falls e fui costretta a chiudere gli occhi quando cercai di alzare lo sguardo al cielo, tanta era la luce. Ce ne stavamo in disparte, a ridosso delle mura della prigione, esposti in catene come fossimo merce, ma la luce a quell'ora del giorno illuminava ogni angolo e di ombra non ce n'era traccia. L'aria, però, era fredda e pungente. Ci trovavamo a due giorni di viaggio a nord di Goth, dove Falls sorgeva in una pianura nella piccola penisola che dava sul Mare Del Ghiaccio. Lì il clima era molto più rigido, soprattutto per il fatto che non c'erano catene montuose o colline a fronteggiare i venti freddi provenienti dal mare. E Falls aveva il mare su tre versanti. Era una città piccola, saldamente protetta da imponenti mura, seppure fosse una semplice rotta di passaggio che doveva servire come sosta tra il porto di Whisper e Goth, la principale rotta mercantile del centro-nord. Sicuramente un punto strategico per radunare i prigionieri sia provenienti da sud che dal mare. E i prigionieri eravamo noi... tutti coloro che portavano l'Anatema.
Non eravamo in molti. La mia squadra era composta da cinque individui, me compresa, più tre guardie a sorvegliarci. Eravamo stati tutti pescati a Goth, insieme ad altri personaggi che però erano stati mandati altrove; personaggi che erano stati etichettati come "potenzialmente pericolosi". La compagnia a cui ero stata affidata io racchiudeva soltanto delinquenti da quattro soldi; ladri, stupratori e affini. E già le figure che mi circondavano erano abbastanza inquietanti, non volevo immaginare che razza di vandali fossero gli altri.
Sam Carezza Di Fata era stato arrestato per diversi furtarelli. Era un uomo sulla trentina dall'aspetto di un barbaro, piuttosto scemo, ma altrettanto forte fisicamente. Se si fosse arrabbiato sul serio e avesse perso il controllo, non ci avrebbe messo molto a schiacciarci tutti. Ma fortunatamente non era mai successo.
Fast e Last erano due gemelli sedicenni, stupratori spietati, da quanto si diceva. All'apparenza sembravano due innocenti ragazzini dai boccoli d'oro, ma la loro mente era così depravata e perversa da far rivoltare lo stomaco. Si divertivano ad abbindolare ingenue fanciulle, per poi stuprarle insieme utilizzando modi e mezzi indicibili. Era stato difficile per me dormire la notte con quei due in agguato. Più di una volta avevo captato le loro occhiate affamate.
Poi c'era Jack La Montagna. Un uomo imponente di mezza età, silente e inquietante, dagli occhi freddi come il ghiaccio. Non parlava mai, né con noi prigionieri né con le guardie, si limitava a gesti e sguardi. Non sapevo molto di lui, ma Last mi aveva detto che era artefice di un duplice omicidio. Aveva ucciso suo figlio di quattro anni, e aveva sgozzato la moglie da orecchio a orecchio quando aveva tentato di fermarlo.
Infine, c'ero io... l'unica che non aveva mai commesso alcun reato. Eppure anch'io portavo in viso lo stesso marchio degli altri. Quell'Anatema, quel dannato simbolo che ricordava una pianta rampicante. Lo stesso che aveva Phoenix l'ultima volta che lo avevo visto...
Quando il battaglione di guerrieri a servizio del Regno era venuto a prelevarmi, avevo immediatamente avuto il timore che si trattasse di una spedizione da parte degli anziani del mio vecchio istituto. Dal momento in cui ero stata rapita, infatti, nessuno aveva più avuto mie notizie. Ero stata nascosta nella villetta in periferia fino a quando l'orfanotrofio non era andato misteriosamente a fuoco, uccidendo tutti coloro che si trovavano al suo interno. "Misteriosamente" per modo di dire. Ero più che certa che qualcuno fosse venuto a conoscenza dei terribili esperimenti che venivano effettuati su alcuni di noi in quel posto maledetto, e avesse deciso di porre fine a tale agonia. Io, a quanto ne so, ero una delle cavie preferite. Tuttavia ero ancora all'oscuro di quale motivazione spingesse quegli esseri spregevoli a compiere determinate azioni su di me e su altre persone, e di quali fossero le conseguenze. Certo, era ovvio pensare che io fossi un'indagata di prim'ordine, visto che ero stata l'unica disertrice. Eppure ignoravo che cosa fosse accaduto.
Ma "per fortuna" il mio prelievo non era dovuto a quell'episodio e i mandanti non ne sapevano nulla dell'istituto.
Mi strinsi nel mantello di velluto nero e osservai la piazza circolare. Le persone che passavano stavano alla larga da noi e ci lanciavano sguardi colmi di disprezzo. Le signore si indignavano alla nostra vista. Di tanto in tanto, qualche elemento coraggioso e arrogante si fermava a scambiare due parole con le guardie o a guardarci sogghignando. C'era anche chi ci rivolgeva la parola, ma erano soltanto insulti. Venivamo trattati come feccia. Perché questo erano gli individui con l'Anatema: feccia. Sapevo che presto sarebbero giunti altri prigionieri dal porto di Whisper, e non vidi l'ora che quel momento arrivasse. Non ne potevo più di essere guardata e scrutata come se fossi un demonio. Era una storia che andava avanti da più di una settimana, da quando eravamo arrivati a Falls. Passavamo tutto il santo giorno in quella piazza, esposti al pubblico come frutta su una bancarella del mercato. E in effetti eravamo merce. Alcuni signori di alto lignaggio si dilettavano a comprare prigionieri da schiavizzare e utilizzare a loro piacimento. Nessuno comprò me. E ringraziai gli dèi per questo.
Serrai nuovamente gli occhi per proteggermi dalla luce. Baka si agitò nel mio cappuccio.
-Dà fastidio anche a te questo sole, eh?- Il pipistrello si appigliò ai miei capelli, come per proteggersi ulteriormente. -Cerchiamo di resistere.-
Portavo sempre Baka con me. Con lui riuscivo a vedere e sentire dove i miei occhi e le mie orecchie non arrivavano. Eravamo in perfetta sintonia. Lo tenevo con me da quasi tre anni, da quando Phoenix me l'aveva portato durante un allenamento. Ricordo che lo trovai terribilmente carino, con quegli occhietti neri e profondi e quelle grosse orecchie. Riuscivo a tenerlo in una mano, tanto era piccolo.
-Come mai questo pensiero, Phoenix?- rammento che gli dissi, sorridendo ambiguamente. -Mpf! Non farti strane idee. Ti aiuterà con la magia -
-Ah, davvero?- Continuavo a sorridere, mentre grattavo Baka dietro le orecchie. Phoenix incrociò le braccia al petto e assunse un'aria di sufficienza. -Sì. Ho pensato che una capra come te avesse bisogno di aiuto esterno.-
-Cosa? Guarda che me la cavo benissimo anche senza l'assistenza di un pipistrello!-
-Mpf! Non dire scempiaggini!- aveva concluso sarcasticamente.
Ma aveva avuto ragione. Baka si era rivelato utile in più di una situazione. Riusciva a captare suoni e presenze che io non ero capace di avvertire. Inoltre, mi era di compagnia. Per contro, soffriva molto durante le giornate di pieno sole, e questa era di quelle. Aveva piovuto ininterrottamente fino a quattro giorni prima, la pioggia aveva scrosciato come se gli dèi avessero voluto mandarci addosso un diluvio purificatore. E la sfortuna aveva voluto che le piogge iniziassero proprio quando noi eravamo partiti da Goth. Il viaggio era stato difficile e più lungo del previsto, quattro giorni anziché due, come sarebbe dovuto essere. Il carro arrancava sui sentieri fangosi lungo le foreste della strada mercantile, grosse pozze ci costringevano a fermarci e a spingere il mezzo per non farlo impantanare, pietre nascoste tra i cumuli di fango spaccavano le ruote come fossero di burro. E ne avevamo perse parecchie di ruote, tanto che a metà viaggio eravamo stati costretti a fabbricarne di nuove. Il legno bagnato è difficile da lavorare, ma in qualche modo ci eravamo riusciti. A volte, l'acqua scendeva così violentemente che ci dovevamo accampare perché la strada non era più proseguibile. Erano stati quattro giorni pesanti, stancanti... e umidi. La pioggia mi era penetrata quasi fino al midollo delle ossa. I miei vestiti, la mia veste da stregona e il mantello, un paio delle poche cose che mi avevano lasciato prendere prima di lasciare la città, erano completamente fradici. Gli stivali pieni d'acqua. E l'aria era talmente carica di umidità che neanche nella tenda riuscivo ad asciugarmi. Nell'accampamento tremavamo tutti, infreddoliti com'eravamo. Alcuni avevano preso la febbre e si addormentavano ogni qualvolta fosse possibile; gli altri evitavano di dormire, chi per sorveglianza, chi per cercare un momento per scappare; io non dormivo, un po' per la troppa rabbia che covavo, un po' per la paura di essere assalita da uno degli altri.
Una notte, la prima notte, Last e Fast avevano cercato di iniziare una conversazione per passare il tempo. Ci chiesero quale fosse il motivo per il quale eravamo stati marchiati con l'Anatema e si vantarono del loro. Idioti. Quando arrivò il mio turno di parlare, non seppi che cosa rispondere. Che cosa avevo fatto, infondo? Fu la guardia più giovane a illuminarmi: avevo soccorso un disertore. Phoenix. Mi spiegò che la legge imponeva l'assoluto divieto di aiuto a qualsiasi prigioniero, e io l'avevo infranto. Inutile dire che mi opposi a quell'affermazione. Non era giusto punire una persona solo perché aveva tentato di aiutare qualcuno che amava. Ma la legge era la legge... e anch'io dovevo pagare. Ovviamente gli altri scoppiarono a ridere, dandomi della "tenera" e della "romanticona". C'era anche chi aveva accennato a delle offese nei confronti della mia razza, dicendo che i mezzelfi, i bastardi, non sono altro che degli storpi che hanno preso il peggio sia dagli umani che dagli elfi. E tutti avevano riso. Tutti tranne Jack La Montagna, che si era limitato a scrutarmi con quei suoi occhi di ghiaccio. Non aveva risposto alla domanda; quando toccò a lui parlare, si alzò ed uscì dalla tenda. Quell'uomo mi metteva i brividi.

Le chiacchiere delle tre guardie a nostra sorveglianza mi fecero distogliere dai miei pensieri. Non ci degnarono nemmeno di uno sguardo e presero a muoversi verso un gruppo di persone che stava entrando dal lato nord della piazza. Da quello che potevo vedere, la folla era formata da circa cinquanta elementi, forse sessanta. Portai una mano alla fronte, a schernire gli occhi per scrutare meglio. Riconobbi alcuni soldati, marinai a giudicare dalle loro divise. Osservando più accuratamente, mi accorsi che qualcuno in quella folla aveva l'Anatema sul volto. "Sono arrivati gli altri prigionieri" pensai. E non mi sbagliavo.
Gente di tutte le razze veniva divisa in gruppi e indirizzata in ogni dove. Guardie conducevano elementi marchiati in diverse direzioni, alcuni venivano incatenati, come noi, altri venivano lasciati liberi.
La guardia più giovane del nostro gruppo si incamminò verso di noi e ci impose di alzarci in piedi. Dietro di lui intravidi una schiera di persone, sei o sette, che lentamente si avvicinava a studiarci. Obbedimmo. Sam lo fece con qualche lamentela.
"Bene... ecco che cominciano i trattati per l'acquisto." Quel pensiero mi amareggiava. Non mi andava di essere venduta al miglior offerente. Tutto ciò che volevo era essere liberata da quelle fottute catene e tornarmene a Goth, a casa mia... con Phoenix, possibilmente.
Mi tirai su il cappuccio fino a coprirmi gli occhi e avvertii Baka salire su per una ciocca dei miei capelli.
-Lei, sì... quella è una stregona. Se avete bisogno di un'incantatrice possiamo cedervela.- La voce era chiaramente quella del nostro giovane soldato. Alzai gli occhi; mi stava indicando. "Maledizione!" Non volevo essere venduta... no!
Neanche il tempo di realizzare, e gli altri due soldati fecero dei passi verso di me. Indietreggiai, spalle al muro. Uno, il barbuto, mi prese per un braccio, l'altro mi sciolse le catene.
Quando il metallo mi lasciò i polsi, provai una sensazione così piacevole che quasi mi venne da piangere. Venduta o meno, almeno quegli stupidi anelli mi erano stati tolti. Sospirai profondamente, un sospiro di sollievo, e seguii obbediente le guardie. -Sono... libera?-
-Non sperarci troppo. Ti affidiamo solo a qualcun altro.-
Che intendeva dire? Mi fermai di fronte al gruppo e mi abbassai il cappuccio in segno di rispetto. Altre due guardie mi stavano davanti, dietro di esse c'erano cinque figure. "Accozzamento strano!" dissi tra me e me. Una mezzorca si stagliava imponente con i suoi due metri di altezza, la pelle verde coperta solo da una veste da combattimento scolorita, sul suo volto quel dannato marchio. Le stavano davanti tre umani, uno mi parve un ranger, l'altro un monaco, forse. Il più piccolo, invece, lo identificai come un guerriero, e anche lui aveva il viso marchiato. Infine, un nanerottolo inferiore a un metro scrutava ambiguamente la piazza. Anche sulla sua guancia era stato impresso l'Anatema. Dai lunghi capelli scuri spuntavano due orecchie a punta. Un halfling... ladro, ci avrei scommesso. Tutti ragazzi giovani. Se non altro, ero circondata da coetanei.
-Da ora in poi seguirai questo gruppo- mi informò la guardia che mi teneva per il braccio, lasciandomelo. Rimasi in silenzio ed osservai, studiai.
Uno dei due soldati appena arrivati mi lanciò uno sguardo privo di interesse e iniziò a parlare.
-Verrai portata fino a Chasewitch, dove poi sconterai la tua condanna servendo il Nord.- Accennò col capo agli individui dietro di lui. -Loro saranno i tuoi compagni di squadra, compirete missioni insieme, quindi ritengo opportuno consigliarti di comportarti in modo saggio finché sarai con loro. Se vi azzufferete, o creerete problemi, dovrete risponderne a noi... e ti assicuro che non sarà piacevole.- Fece una breve pausa, poi assottigliò gli occhi, penetrando come una lama i miei. -Sono stato chiaro?-
Fui tentata di socchiudere le palpebre come aveva fatto lui, in maniera quasi minacciosa, ma mi morsi il labbro e tirai un sospiro. -Sì.-
-Bene- si voltò di profilo, reclinando la testa una volta verso di me una volta verso gli altri prigionieri -Allora fatevi trovare domattina alla porta sud della città, dove partiremo per raggiungere il tempio di Goth. La locanda è a vostra disposizione. Potete girovagare per il villaggio, basta che non abbandoniate le mura. E comunque, anche se ci provaste, non ci riuscireste. Le possibili uscite sono strettamente...-
Fu interrotto da un grido rauco, a pochi passi da noi. -Ma guarda! C'è una stupida bastarda!- Un ragazzetto prigioniero, dai capelli lunghi e bisunti, mi indicò con un ghigno divertito. -Quelli come te sono merda! Inutili mezzelfi!- Scoppiò in una fragorosa risata, pareva molto soddisfatto di ciò che aveva appena lasciato uscire da quell'orribile bocca mezza sdentata che si ritrovava. Rideva talmente di gusto che si piegò in avanti, tenendosi la pancia flaccida.
Per tutta risposta, piegai l'angolo delle labbra in un sorriso derisorio, le sopracciglia inarcate con fare di sufficienza e, con voce profonda e gelidamente calma, sibilai. -Ti conviene tacere, sporco umano...-
Lui si ritirò su, l'espressione piacevolmente sorpresa. -Oh! La gattina bastarda graffia!-
Sogghignai. -E i miei artigli sono ben affilati.-
-Avete sentito?- esclamò mentre allargava le braccia e si girava verso la folla di persone intorno a lui -La ragazzina storpio è pericolosa... Vediamo se saprà difendersi anche da questo...- Scrocchiò le ossa del collo e si incamminò nella mia direzione con passi molli e strascicati, mentre faceva schioccare le nocche dei pugni le une contro le altre in segno di sfida. Automaticamente, le mie mani si congiunsero ed iniziarono a comporre gesti nel contempo in cui le mie labbra si misero a pronunciare silenziosamente parole nella lingua antica. Una flebile luce cominciò ad apparire davanti al mio volto. Il dardo incantato stava assumendo una forma sempre più nitida. Il ragazzo ridacchiò.
-Adesso basta!- intimò la guardia.
Stavo per lanciare il dardo, quando sul viso dell'umano si dipinse un ghigno carico di terrore.
Alle mie spalle, un rumore di catene che sbatacchiavano con forza mi fecero distogliere l'attenzione, e una spinta mi portò a perdere l'equilibrio. Non caddi per un soffio.
Jack La montagna si avventò con violenza sul ragazzo. Gli anelli della catena non resistettero alla forza e si spezzarono, lasciando che possenti pugni si infrangessero sulla faccia dell'avversario. Lo aveva atterrato con poche e abili mosse, eppure continuava ad infierire con calci nello sterno mentre quel poveraccio implorava pietà. Fu il caos.
Guardie cercavano di dividere i due; altri prigionieri si univano alla causa del giovane umano e tentavano di aggredire La Montagna, sebbene con scarsi risultati; donne e bambini scappavano ovunque, lanciando grida di paura.
Rimasi immobile a fissare la scena. Jack... mi stava proteggendo? Che diamine gli era saltato in mente?
Ad un certo punto, mi girò la testa. Le urla e le persone ammassate erano così tante che non capì più che cosa stesse accadendo. Vedevo uscire dalla folla uomini con la faccia insanguinata, altri con ossa rotte, altri ancora si dileguavano presi dal panico.
Il secondo soldato a guardia del mio nuovo gruppo ci radunò in fretta e furia e ci fece allontanare velocemente. Per un momento temetti che mi sarei beccata una sonora lavata di capo... infondo mi avevano detto solo pochi istanti prima di mantenere un comportamento saggio. Cosa che io, in effetti, non avevo fatto. Mi avrebbero tagliato la lingua? "Hai appena fatto una scempiaggine, Resha" mi rimproverai.
Baka si agitò nel mio cappuccio, impaurito.
Una volta che fummo abbastanza lontani dalla piazza del mercato, la guardia ci fece fermare e ci lanciò una lunga occhiata accusatoria. -Questo non dovrà ripetersi mai più. Adesso incamminatevi verso la locanda, non voglio più vedervi fino a domattina- fece una pausa e guardò me -Specialmente tu.-

Quando prendemmo a camminare alla volta della locanda, il sole aveva iniziato a calare. Per le strade di Falls regnava il subbuglio più totale, le Guardie Cittadine stavano provvedendo a radunare i prigionieri e a spargerli in gruppi l'uno lontano dall'altro, onde evitare nuove risse. Dopo l'accaduto, gli abitanti si erano barricati in casa, col timore che qualche delinquente potesse compiere atti spregevoli. Ci avevano lasciato liberi di vagare a nostro piacimento all'interno della cinta muraria, ma cominciai a pensare che molti elementi fossero stati portati nelle prigioni. Di persone marchiate con l'Anatema se ne vedevano meno, rispetto a poco prima. Probabilmente gli individui più aggressivi erano stati confinati. Meglio per tutti.
Restai in silenzio, mentre mi muovevo a passi lenti dietro ai miei nuovi compagni. Il ranger ci faceva strada, si muoveva per le vie con tranquillità e pacatezza. D'altronde lui non aveva niente da temere; il suo volto era pulito, così come quello del monaco. Mi domandai cosa diavolo ci facessero in mezzo a quattro prigionieri. Non sembravano né guardie né delinquenti. A dispetto dell'halfling che, da come si guardava intorno, poteva risultare sospetto. Si infiltrava tra la gente senza farsi minimamente sentire, buttando gli occhietti castani sulle bisacce appese alle cinture di chi gli capitava sotto tiro. Ci avevo visto giusto: era un ladro. Non ne avevo il benché minimo dubbio. Da quanto vedevo, il marchio non era servito a togliergli il vizio del furto. La mezzorca, invece, camminava goffamente seguendo a ruota tutti gli altri. Il suo sguardo era vacuo e ingenuo, non dava affatto l'idea di un essere un pericolo nonostante la sua mole. Forse anche a lei era toccata una punizione ingiusta, o probabilmente era abile a celare il suo vero animo. Ma quell'ipotesi mi parve fin troppo assurda. Il ragazzo più giovane, il guerriero, rallentò il passo fino ad accostarsi al mio fianco. -Ancora non ci hai rivelato il tuo nome. Io sono Ted.-
La sua espressione assunse un'aria stranamente amichevole, le labbra piegate in un sorriso gentile. Doveva avere qualche anno meno di me, il suo viso era liscio e i suoi lineamenti tradivano un aspetto da ragazzino. Credo non arrivasse ai vent'anni, eppure sembrava molto più maturo. Fissai lo sguardo nei suoi occhi azzurri e gli risposi al sorriso. -Mi chiamo Resha.-
Ben presto, gli altri udirono la nostra conversazione e si aggiunsero alle presentazioni. La mezzorca parlava la lingua comune con uno strano accento, sicuramente derivato dalle sue origini orchesche. Il suo nome era Ghiozzah. Il ranger, il ragazzo sui venticinque anni senza l'Anatema, si chiamava Himo. Il monaco, che a giudicare dal volto più adulto doveva avere qualche anno in più di Himo, Krexen. Infine, l'halfling dichiarò di chiamarsi Nor. Lui, in particolare, aveva una vocina leggera e un tantino petulante.
Nessuno di noi osò chiedere per quale motivo portassimo il marchio, ma la mia curiosità mi portò a domandare cosa ci facessero Himo e Krexen in mezzo a dei prigionieri. "Missioni" avevano risposto. Poco importava, tanto ci trovavamo tutti sulla stessa barca. Prigionieri o meno, eravamo comunque al servizio del Nord. Nessuno di noi escluso.
Le vie di Falls erano strette, le strade pietrose si contorcevano in diramazioni che conducevano ai diversi versanti della cinta muraria che circondava la città. Tutte si ricongiungevano poi nella piazza del mercato, il luogo principale del villaggio, quello in cui era scoppiato il caos poco prima. Ai lati delle vie si stagliavano armerie, drogherie, negozi di vario tipo e abitazioni costruite in legno e pietra. Dalle finestre si iniziavano ad intravedere i lumi delle prime fiaccole che venivano accese in vista della sera; odori di cibo sul fuoco stavano cominciando a diffondersi in ogni dove. Il mio stomaco brontolò. Da giorni mi nutrivo soltanto di pane duro come i sassi e cipolle sott'olio. Finché ero stata prigioniera delle guardie cittadine, non mi era stato concesso di muovermi dalle prigioni e dalla piazza, neanche per mangiare qualcosa che fosse diverso dal solito cibo che mi era stato propinato da due settimane a quella parte. L'idea di poter finalmente mettere un po' di carne sotto i denti e di poter dormire su un vero letto mi compiacque. Ero stanca di dormire su giacigli duri come il marmo, cosa che era accaduta sia durante il viaggio, che nel carcere di Falls. Le ossa mi dolevano terribilmente.
-Siamo arrivati. Questa è la locanda.- Himo ci indicò una grande struttura in pietra grigia adornata da travi di legno di frassino, a ridosso del lato est delle mura. Dalle finestre del piano inferiore si vedevano passare cameriere in abiti umili che portavano vassoi pieni di boccali di birra e di piatti invitanti. Qualche uomo mezzo ubriaco imprimeva il suo sguardo sui fondoschiena delle fanciulle, qualche volta allungando una mano per toccare. Per tutta risposta, queste ultime si limitavano a ridacchiare.
Ci accingemmo ad entrare dal grosso portone aperto in segno di benvenuto. Man mano che ci avvicinavamo potevamo udire un frastuono di voci e risate che si sovrapponevano ad una melodia allegra. Doveva esserci un bardo, all'interno.
La sala comune era calda e accogliente, seppure affollatissima. I tavoli erano ordinatamente disposti in file, alcuni si erano uniti a formare banchetti unici, ai quali sedevano guardie in compagnia di giovani donne e prigionieri. Un grosso focolare scoppiettava a nord della stanza. Di certo, l'atmosfera era piacevole.
In un angolo della sala riuscii ad intravedere la figura di un cantastorie. Imbracciava un'arpa e suonava un canto narrante le gesta di un giovane e valoroso guerriero del Sud. Avevo già sentito quella sonata da qualche parte, era una canzone popolare, molto conosciuta in tutti i Regni. La voce del menestrello intonò le prime strofe, attirando a sé l'attenzione di molti presenti, soprattutto ragazze. Mentre gli altri si avvicinavano al bancone, io rimasi in ascolto osservando il musicista. Era molto giovane, un ragazzo di circa la mia età, con lunghi capelli rossi e lisci che gli ricadevano morbidi sulle spalle delicate. I suoi occhi erano chiusi, mentre le dita si muovevano con maestria a pizzicare le corde del suo strumento, una bella arpa in metallo nero con brillanti corde in argento, credo. Cantava con voce delicata e soave, il suo timbro era molto bello.
Più la canzone andava avanti, più le ragazze della locanda si ammassavano di fronte al bardo con sguardi carichi di ammirazione. Ridacchiai, divertita. I musicisti avevano sempre un sacco di donne al loro seguito.
Mi ricongiunsi agli altri, davanti al bancone.
Krexen ed Himo, i gomiti poggiati sulla superficie di legno del banco, stavano parlando con il locandiere riguardo ad un incidente accaduto il giorno stesso al porto di Whisper.
Dal porto di Damonhar, una città nel Regno del nord-est, erano salpate tre navi cariche di prigionieri dirette a Whisper, ma solo una era giunta a destinazione.
Aggrottai le sopracciglia. Effettivamente mi aspettavo molti più arrivi.
Solo la Aerynn era riuscita ad attraccare. Navigando nel Mare Del Ghiaccio, le tre navi mercantili cariche di reclute erano state attaccate da bestie marine, permettendo la liberazione dalle catene e facendo sprofondare l'equipaggio nel panico più assoluto. I misteriosi esseri erano stati prontamente combattuti e scacciati ma, come se ciò non fosse bastato, una mareggiata era giunta a peggiorare ulteriormente la situazione. In realtà non si era affatto trattato di una mareggiata, ma bensì di un Leviatano, un mostro marino apparso all'improvviso. La Aerynn era riuscita a salvarsi, ma le altre due navi erano state affondate. Soldati, prigionieri... tutti dispersi in mare. E nel Mare Del Ghiaccio la speranza di sopravvivenza era pari a zero.
A Nor la conversazione non interessava un granché. Si guardava intorno con fare circospetto, forse in cerca di individui da derubare. Stessa cosa per Ghiozzah, la quale osservava distratta e affamata le grosse portate di cibo che uscivano dalla cucina.
La musica cessò. Una serie di applausi e gridolini acclamarono il giovane menestrello, che però si limitò a sorridere gentilmente al pubblico e a congedarsi da esso, venendosi a sedere su uno sgabello davanti al bancone. Dalle lunghe ciocche rosse, vidi spuntare la sagoma di due deliziose orecchie a punta che riconobbi con un certo piacere: si trattava di un mezzelfo. Ordinò un boccale di birra e si perse nelle increspature del liquido con sguardo vago, preoccupato. Bevve una lunga sorsata, prima di rivolgersi al locandiere: -Novità sull'arrivo delle navi a Whisper?-
Il proprietario ci lanciò un'occhiata e rispose al ragazzo. -Questi giovani stavano giusto raccontandomi la vicenda...-
Gli narrò tutta la storia. Mano a mano che il racconto proseguiva, lo sguardo del giovane divenne sempre più cupo. Alla fine abbassò la testa, facendo intrecciare le dita nella lunga chioma.
Ci fu un interminabile momento di silenzio. Himo squadrò il bardo per poi tentare un approccio. -Stavi aspettando qualcuno?-
Non si voltò, ma le sue labbra si mossero in risposta. -Sì... una persona. Un amico.-
-Qual'è il suo nome? Magari è nella lista dei superstiti.- Il mezzelfo sospirò, mandò giù un altro sorso e si girò a guardare il ranger. -Phoenix.-
Fui scossa da un violento sussulto. Quel nome...
Himo abbassò lo sguardo, scosse la testa. -Mi dispiace- sussurrò -Credo che si trovasse su una delle due navi affondate. Ho sentito gridare il suo nome più volte, durante l'attacco.- Sbiancai. Anche il rosso sbiancò.
No, non poteva essere... I miei occhi si sbarrarono in un'espressione sconvolta. Era una coincidenza, una pura coincidenza. Non era il mio Phoenix. Era dannatamente impossibile. Eravamo stati prelevati insieme a Goth, e Damonhar distava settimane di viaggio dalla nostra città. Non era possibile che si fosse imbarcato. Doveva per forza trattarsi di un omonimo.
Il ragazzo sorrise sconfitto. Voltò di nuovo il capo e tornò ad abbassare lo sguardo sul boccale di birra tenendosi la testa tra le mani.
-Tutto bene?- mi chiese Ted, probabilmente accortosi della mia espressione . -Sì... sì, tutto bene.-

Dopo poco, gli altri si dileguarono; chi si ritirò nella propria stanza, chi uscì a fare due passi, chi si lasciò perdere tra la folla della sala comune della locanda. Rimasi in piedi, alle spalle del ragazzo rosso, per qualche istante. Continuava a fissare con sguardo vacuo il boccale di birra di fronte a lui, facendo scorrere nella sua mente chissà quale pensiero. Forse, come me, pensava alla storia delle due navi affondate e magari si chiedeva se quel Phoenix fosse la persona che stava aspettando. Le stesse condizioni in cui ero io, insomma.
Mi avvicinai al bancone e mi sedetti sullo sgabello accanto a lui. -Una birra, grazie.-
Il locandiere provvide immediatamente a versare un'intera pinta in un grosso boccale di vetro e mi porse il tutto in cambio di cinque monete di rame, che gli passai sulla superficie del bancone. Non appena portai il boccale alle labbra, notai con la coda dell'occhio che il ragazzo mi aveva lanciato una rapida occhiata, per poi rimandare immediatamente l'attenzione alla sua bevuta. Mandai giù una breve sorsata e lasciai cadere il braccio sul banco, voltando lievemente la testa verso di lui. -Mpf... E' bello non essere l'unica bastarda.-
Ebbe un leggero sobbalzo. Dalle ciocche di capelli rossi che gli nascondevano il profilo del viso, intravidi qualche rapido sguardo nella mia direzione. Bevve un altro sorso di birra, prima di rispondermi. -Ah... sì... In effetti è difficile trovare dei mezzelfi da queste parti.-
Mi sembrò a disagio. La sua voce pulita e cristallina aveva parlato con una velocità più accentuata del normale. Forse lo infastidivo. -Già.-
Abbassai gli occhi sulla mia birra. Certo che lo infastidivo, il suo morale non era dei migliori in quel momento. E lo capivo... per gli dèi, se lo capivo.
Dopo qualche attimo, si schiarì la voce e si voltò verso di me. Per la prima volta gli vidi il viso: aveva gli occhi verdi, così verdi da sembrare un prato in primavera. Il suo occhio sinistro portava il dannato marchio.
Increspò le labbra un sorriso gentile e mi porse la mano. -Comunque, io mi chiamo Lorien.-
Puntai gli occhi sul suo polso, le sue dita, li feci risalire fino ad incrociare i suoi. Istintivamente, risposi al suo sorriso. -Resha. Piacere.-
La sua stretta fu leggera, rispettosa. La presa si sciolse e portai la mano a ravviare un ciuffo di capelli dietro l'orecchio, volgendo lo sguardo verso il basso. Lui mi gettò un'occhiata, fece un cenno con la testa verso le guardie e ritornò a posare l'attenzione su di me. -Così sei caduta anche tu nelle loro grinfie.-
Mi lasciai sfuggire una lieve risatina. -Se ti riferisci a questo- indicai il mio Anatema -sì, hanno preso anche me.-
Si girò sullo sgabello e poggiò la schiena al bancone, il gomito puntellato su di esso. Un gruppo di ragazze se ne stava a pochi metri di distanza da noi. Le vidi chiaramente arrossire alla vista di Lorien e mettersi a spettegolare tra loro a bassa voce. Sembravano oche giulive in preda all'ammirazione nei confronti di un gallo cedrone. Ma Lorien non se ne curò. Doveva esserci abituato, ormai.
-Da dove vieni?- mi chiese.
-Da Goth. Tu?-
Esitò. Il suo sguardo si indirizzò verso il basso, lasciando che i capelli gli scivolassero lungo il volto. -Io... sono sempre stato qui.-
-Capisco.-
Ci fu silenzio. Avevo toccato un tasto dolente? Feci voltare il busto nella sua direzione e lo scrutai. Era davvero carino, lo dovetti riconoscere. I lineamenti del suo viso erano dolci, proprio come quelli degli elfi, le orecchie a punta gli donavano quel non so che di delicatezza. Era longilineo e aggraziato, ma il suo corpo mi sembrò comunque forte.
Percepì il mio movimento e mi rivolse un'occhiata, per poi buttare lo sguardo intorno a noi. -Conosci qualcuno?-
-No, non conosco nessuno qui. Mi hanno messa in una compagnia di sconosciuti per affrontare delle missioni, hanno detto. So che dobbiamo andare a Chasewitch.-
Rise, sarcastico.
-Missioni, certo. Credimi, quelli come noi vengono mandati nelle gelide terre del Nord a morire.-
-Che intendi dire?-
-Che le missioni che ci vengono affidate sono pressoché impossibili da portare a termine.-
Scossi la testa e ridacchiai. -Ah, bene! Beh... morire per morire... tanto vale perire nel tentativo di fare qualcosa di buono per il Regno.-
Baka salì su per i miei capelli e si posò sulla mia spalla. La punta delle sue ali spiegate mi provocò solletico alla guancia, tanto che fui costretta a voltare la testa per poi riprenderlo e rimetterlo nel cappuccio del mantello.
-Che cosa hai fatto per meritarti quel marchio?- Lorien si rivolse a me con più disinvoltura. Il suo sguardo rimaneva fisso sul mio viso senza più quel velo di imbarazzo di poco prima. Il ghiaccio era stato sciolto.
-Io...- abbassai lo sguardo ed esitai per un istante -Ho aiutato un disertore.-
Mi sorrise, quasi con compassione. Tagliai corto. -Tu, invece?-
-Furtarelli- asserì, facendo spallucce.
"Strano" pensai. A giudicare dal suo abbigliamento, non mi parve un elemento bisognoso di darsi al furto. Indossava abiti in pelle, lino e velluto, anche di una certa qualità, per altro. O era un cleptomane, o mi stava mentendo. Ma non indagai oltre.
Mi schiarii la voce. La tentazione di chiedergli di quella persona che stava aspettando era così tanta da crearmi ansia.
-Mi dispiace per quel tuo amico...- gli dissi.
-Oh- rispose lui, con una certa calma -E' stato meglio così.-
Non capii il senso di quelle sue parole. Meglio per cosa? Non riuscii a trattenermi. -Sai, anch'io stavo cercando un certo Phoenix.-
Sgranò gli occhi, sorpreso. -Davvero?-
Annuii.
-Deve trattarsi di una coincidenza- dichiarò poi con fare serio.
-Può darsi...-
Iniziai ad agitarmi, i miei occhi vagavano per la sala comune quasi come in cerca di un appiglio che mi distogliesse dagli strani pensieri che mi stavano nascendo nella testa. Il bardo si limitò a scrutarmi per diversi istanti, ma il suo atteggiamento rimase pacato. Infine, riprese la conversazione. -Questa persona che stai cercando- mi chiese cauto -che ruolo aveva?-
-Stregone- risposi senza la minima esitazione.
Lui fece un cenno di assenso con la testa e sorrise. -Non stiamo cercando la stessa persona.-
Lo guardai negli occhi, incuriosita.
-L'uomo che sto cercando io è un Arcimago.-

Finimmo le nostre birre mentre chiacchieravamo del più e del meno, poi chiesi una stanza e mi diressi al piano superiore, congedandomi da Lorien. La mia camera era piccola ma accogliente, l'arredamento strettamente funzionale. Oltre al letto, vi era solo un comodino, un piccolo armadio e uno scrittoio al lato della finestra che dava sul versante sud del villaggio. Per mia fortuna, c'era anche un bagno annesso. Avevo chiesto poco prima un bacile di acqua calda, avevo assolutamente bisogno di togliermi di dosso le polveri delle giornate trascorse e i miei vestiti necessitavano di essere lavati. Mentre aspettavo, accesi il lume ad olio sullo scrittoio e aprii la finestra, perdendomi nel profondo cielo notturno. Baka avvertì la brezza della notte e svolazzò per la stanza fino ad uscire in cerca di cibo.
Mi persi nel blu scuro del cielo. Cercai di rammentare tutte le costellazioni visibili, e mi ripassai nella testa la conversazione avuta fino a poco tempo prima con il ragazzo dai capelli rossi. Aveva ragione lui: non stavamo cercando la stessa persona. Da quello che avevo intuito, lui e l'Arcimago erano amici. Oltre al fatto che Phoenix era uno stregone, se avesse avuto un conoscente di nome Lorien me lo sarei ricordato, invece non mi aveva mai parlato di un amico con quell'appellativo. Il che fu un'ulteriore conferma che il mezzelfo non cercava il mio stesso Phoenix.
Sospirai, osservando il paesaggio. Oltre le mura di Falls, riuscivo a intravedere la strada mercantile che avevo percorso per arrivare al villaggio. I boschi si stagliavano ai lati di essa, scuri e tetri come le cripte di un castello. Il vento leggero faceva muovere le foglie provocandone una danza affascinante e ipnotica. L'inverno era ormai alle porte e gli alberi si stavano lentamente spogliando, lasciando solo rami scheletrici dalle forme bizzarre.
La mattina seguente sarei tornata a Goth, ma non per restare, bensì per essere teletrasportata a Chasewitch tramite il portale del Tempio. A piedi ci sarebbero volute due o tre settimane ed era troppo tempo. Quel pensiero mi incupì. Chissà quando sarei tornata a casa... chissà se ci sarei tornata.
Qualcuno bussò alla porta. La cameriera entrò portandosi dietro il bacile pieno d'acqua fumante che versò prontamente nella vasca da bagno. Mi liberai dai vestiti e mi immersi fino al collo, sentendo i muscoli rilassarsi a contatto col calore.
Rimasi per molto tempo nell'acqua, mentre mi rilassavo e liberavo la mente dai troppi pensieri. Con qualche sforzo ci riuscii e la stanchezza non tardò a sopraggiungere insieme al sonno. L'acqua si era ormai freddata.
Indossai la mia sottoveste da notte, e pettinai a lungo i miei capelli prima di lasciarmi cadere sul letto morbido. Mi raggomitolai sul fianco.
Ben presto i miei occhi si chiusero. I sogni si impossessarono di me.
L'ultima cosa che vidi fu una sagoma sdraiata su un letto in una stanza buia, le coperte tirate fino al collo lasciando solo una massa di capelli neri ricadere su un cuscino. Dalle sue labbra piegate in un sorriso uscì un sussurro: -Buonanotte, Resha...-
Ma era soltanto un sogno.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: