lavoro pubblicato giovedì 29 luglio 2010
ultima lettura martedì 7 settembre 2010
Questo lavoro puo' essere letto da tuttiPRESENZE
E’ proprio vero che in certi casi il mondo reale riserva sorprese inaspettate. L’uomo, in realtà, possiede risorse al di là della sua immaginazione, ma esse sono per larga parte inutilizzate. In certi casi preferisco pensare che sia meglio così, soprattutto dopo aver saputo… E tra poco capirete anche voi. Ero solo un ragazzo quando venni a conoscenza dei fatti che qui di seguito riporterò, ancora ingenuamente attaccato alla mia esile razionalità che sarebbe crollata di fronte ad altri eventi che mai, quella sera, mi sarei aspettato di provare sulla mia pelle. Quando mio cugino mi racconto i fatti qui riportati non volli credergli subito. Come poteva essere dopotutto! Io, che credevo fermamente nel potere della scienza, in un infantile tripudio di positivismo. A distanza di anni posso affermare non solo di essermi ricreduto. E’ ora mia ferma convinzione che certi fatti inspiegabili debbano restare a conoscenza di pochi iniziati. E anche se potrebbe sembrare un racconto scadente di terrore, vi assicuro che tutto quello che narrerò è la pura e semplice verità. E’ tutto vero! Ho cercato di renderle il valore di testimonianza, anche se mi rendo conto ormai che assomiglia più ad un pezzo di narrativa che ad una vera e propria intervista. In questo senso temo che il mio ego di scrittore sia incorreggibile…
Immaginatevi di essere in Liguria, d’estate. Sera di luna piena (o gobba), un carruggio largo pochi metri, cinque al massimo, gente che ha appena lasciato il lungomare per soddisfare lo sfizio di mangiare del buon gelato artigianale. Il carruggio è illuminato da qualche lampione fissato ai muri degli edifici con lampadine di luce giallognola. Sotto uno di questi una cartomante.
Solo all’idea ti verrebbe da ridere, con tutti i ciarlatani che si vedono in TV.
L’aria non è per niente ventilata, anzi è umida e se si sta fermi si può avvertire una sensazione di freddo. Il cielo è terso, rischiarato dal bagliore lunare.
L’ambiente era questo: una sera d’estate come tante, lunga e noiosa, ravvivata soltanto da qualche chiacchiera.
Mio cugino era venuto da noi per qualche giorno, chissà poi perché, lui così giramondo e attivo in un buco di vecchi in compagnia del cuginetto di quattro anni più giovane. Vallo a sapere.
Parlavamo del più e del meno, come le altre sere, camminando attraverso il carruggio.
Passammo di fronte a una gelateria, una delle tante, deserta rispetto a quella che avevamo visto poche decine di metri più in là (quello che ti sorprende di quelle viuzze è che pochi metri ti sembrano chilometri). C’era una cartomante, dietro al suo banchetto, davanti al muro, all’inizio del vicolo.
“Quasi mi faccio fare le carte.” disse mio cugino con mio stupore. Con la mia solita freddezza scettica gli dissi: “Non crederai mica a quelle panzane, gira a sinistra.” Eravamo arrivati all’inizio del carruggio e ci si presentavano tre possibilità: andare verso il centro, verso la periferia o verso il mare. Volevo andare sul lungomare.
“Sai, potranno esserci dei ciarlatani, ma con quello che mi è successo io non mi affretto a giudicarli male.”
“In che senso?”
“Non ti ho ancora raccontato niente? Beh, credo che lo farò ora, tanto abbiamo tempo.” Erano le nove e mezza. Il nostro passo è lungo per cui avevamo già attraversato la via che portava verso il lungomare.
La cittadina non ha molti bagni, ma è una delle poche avente lidi sabbiosi di tutta la costa di levante della riviera ligure e sicuramente l’unica in tutto il Tigullio con queste caratteristiche.
Tra il ponte che passa sopra il fiumiciattolo della zona, che sfocia proprio in quel punto, e un vecchio albergo, direi abbastanza lugubre, ma non vorrei esagerare, ora in restauro si estende un minuscolo giardinetto di circa dieci metri per trenta attraversati da dei viottoli ricoperti di ghiaia che delimitano delle aiuole costellate di pini (che d’estate rilasciano una miriade di aghi secchi) e palme da datteri (che però non danno frutti) che talvolta sconfinano nel selciato.
Ci sedemmo su una panchina di un viottolo, sotto un pino, vicini a un lampione dalla luce così fioca che era la luna ad illuminarci.
Iniziò il racconto. Potrei tralasciare anche dei particolari che mi sono dimenticato.
“Era la fine di luglio del ’97 quando, come sai, andai negli Stati Uniti, a Miami, per la vacanza studio insieme a un mio amico.” Mi raccontò che aveva conosciuto tale amico in Sardegna dove era andato poco prima di partire per l’America e che questo gli aveva offerto di fare il viaggio insieme a lui. Mio cugino, naturalmente, accettò. Io aggiungo che durante le altre sere mi raccontò quasi tutto di quel viaggio e di quello dell’anno seguente, ma non mi aveva raccontato ancora questo particolare: piccolo e importantissimo.
All’imbarco in Italia avevano visto un ragazzo che era esplicitamente riconoscibile come gay: fuseaux, camicetta… Il modo di parlare confermava questa tesi. Inoltre fu proprio lui a dichiararsi tale. Veniva chiaramente canzonato per questo motivo, ma egli affermò che sapeva benissimo che il suo atteggiamento portava a questo, d’altronde non poteva farci nulla: era così.
Il simpatico (nel senso che faceva ridere) ragazzo era compagno di stanza di mio cugino e non pensate subito male! Era una specie di appartamento per quattro, cinque persone.
Un ruolo nella storia il gay non lo ebbe fino a una sera in cui…
“Entrai nella stanza” disse mentre si accese una sigaretta e incominciò a fumarla “e il mio amico, insieme a una ragazza, mi venne incontro dicendomi: “Guarda, volevamo farti uno scherzo facendoti credere che lui sarebbe stato sospeso a mezz’aria. Ma è proprio così!” Ci dirigemmo nell’altra stanza e lui galleggiava a mezz’aria con gli occhi gialli che emetteva dei versi stranissimi.
Rimanemmo immobili.”
Mi venne da ridere, ma non ci riuscivo, anzi mi venne una specie di sorrisetto nervoso. Un brivido mi risalì la schiena. Se me l’avesse raccontata qualcun altro sarei scoppiato dalle risate, ma era mio cugino! Non mi stava mentendo. Troppa serietà nel volto e io capisco quando qualcuno mi racconta una bufala.
Scientifico come sempre chiesi a me stesso una spiegazione convincente: era ovvio che non esisteva.
Continuò a raccontare dicendo che molto spesso il ragazzo cadeva in una specie di trance, sempre emettendo degli strani versi.
Una folata di brezza marina spirò, l’aria si faceva più gelida o ero io che sentivo freddo?
“La sua famiglia era una famiglia di maghi da generazioni. Poteva e doveva sostenere lotte contro gli spiriti maligni dei luoghi che frequentava e anche lì al campus ce n’era uno.”
Il ragazzo informò gli altri che nel bosco adiacente al campus percepiva lo spirito di una bambina che secondo lui era stata seppellita in quel luogo. Lo spirito malvagio si voleva impossessare dell’anima della bambina. Da qui la necessità di fronteggiarlo da una parte e dall’altra individuare lo spirito della bambina e liberarla con dell’acqua santa.
“Venimmo a sapere che la storia della bambina era vera da uno degli istruttori del campus. Lui tentò di penetrare nel bosco ma non vi riuscì. Doveva affrontare lo spirito a viso aperto.”
Strani eventi legati al giovane mago accadevano se era nelle vicinanze.
“Per esempio una volta mi chiamò fuori dalla stanza un compagno di viaggio mentre lui stava riposando. Ora metti che lui era qui” disse indicando il nostro posto “e noi a parlare là dove c’è il cestino” disse indicando un cestino a circa cinque metri da noi “quando tornai in stanza lui si svegliò e mi riferì quello che avevamo appena detto.
“Un giorno apparvero delle orme fatte d’acqua al centro dell’appartamento.”
Erano le orme dello spirito e da quel momento il mago vietò le lunghe permanenze nelle stanze da letto. Per cui tutti i compagni di stanza dormivano nel salotto centrale.
“Con questo non voglio dire che non si poteva mettere assolutamente piede nelle stanze: se uno doveva farsi una doccia, poteva.”
Le orme non scomparvero e una volta un istruttore avrebbe scoperto tutto se non fosse stato per qualcuno che vi si sedette sopra per nasconderle. Per tutto il perimetro della stanza e intorno alle orme venivano disposte quotidianamente candele accese.
Cosa impossibile secondo ogni legge scientifica, le orme non potevano essere assorbite o tolte in nessun modo.
“Una sera eravamo raccolti in una stanza con lui e incominciò a informarci della presenza dello spirito e i suoi spostamenti: “Sta attraversando il corridoio, è nell’altra stanza. Quando passerà sentirete un brivido sulla schiena.” Sentimmo il brivido.”
Si arrivò, il giorno prima della partenza, dopo tre settimane di vacanza, alla soluzione finale: una seduta spiritica.
“Oltre a lui eravamo in tre. Doveva partecipare un altro, ma rinunciò.” Sentendo del rinunciatario mi immedesimai e capii: la paura dell’ignoto è sempre grande in noi. Io al suo posto sarei stato davvero in dubbio su che partito prendere.
“Chiudemmo la porta a chiave. Poi ci sedemmo in cerchio con lui in mezzo: aveva una maglietta bianca con disegnata sopra una croce e una specie di corona di spine, quasi a emulare Cristo.
Si raccomandò che non lasciassimo le mani gli uni degli altri e che non aprissimo mai gli occhi.
La seduta incominciò e lui emise i suoi strani versi, mentre noi sentivamo strane energie intorno e dentro di noi, sensazioni di freddo e di caldo. Succedeva qualcosa di incredibile. Ma non aprii gli occhi. Chissà cosa sarebbe successo altrimenti. Alla fine ci disse di riaprire gli occhi. Lo spirito era stato sconfitto e la bambina era salva.
“Con noi c’era la ragazza della prima sera e il mago le disse che egli le aveva aperto dei canali, delle capacità. C’erano altri spiriti e il suo compito era quello di batterli.”
Alla fine del racconto la sensazione di freddo divenne caldo. Quel racconto mi aveva tenuto sulle spine in una maniera incredibile.
E nella notte sempre più fredda non potei fare a meno che voltarmi nervosamente, verso i folti cespugli alle mie spalle, angosciato da una sensazione inspiegabile.
Sapevo che ciò mi aveva raccontato era semplicemente vero….