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lavoro pubblicato mercoledì 28 luglio 2010
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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Gifts And Curses: Solstizio D'Inverno /// Capitolo 2 - Resha

di Resha. Letto 677 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un altro anno e mezzo è trascorso. Phoenix è sparito lasciando Resha senza risposte e la ragazza continua imperterrita a sprofondare nei pensieri e nei ricordi. Tutto sembra ormai perso, quando una sorpresa inaspettata sconvolge di nuovo la mezzelfa. IL s..

CAPITOLO 2

Resha

Quando riaprii gli occhi, un lieve raggio di sole stava filtrando dalle finestre impedendomi di riuscire a tenere aperte le palpebre. La schiena mi doleva, quasi come se avessi dormito in una posizione anomala. E in effetti lo avevo fatto. Anziché giacere comodamente sul mio letto, me ne stavo seduta sul divano della sala, leggermente scostata verso destra, con la testa poggiata sul torace di qualcuno e il braccio avvolto attorno a quella stessa figura. Voltai il viso, ancora assonnata, e notai la stretta di un altro braccio, ma questa volta non mio, che mi cingeva le spalle. Per un momento non seppi se stavo ancora sognando, o se gli incensi di Phoenix mi avevano dato alla testa.
La mia perplessità durò poco, quando ricordai ciò che era successo la sera prima.
Phoenix si era addormentato sul divano; avevo da subito percepito una profonda stanchezza in lui, quel giorno. Come al solito, doveva sentirsi stremato dopo aver affrontato uno dei nostri battibecchi, ma questa volta non ero tanto sicura di aver vinto la discussione. Tra noi era un punzecchiarsi continuo, non passava giorno in cui non ci tirassimo frecciatine o ci facessimo battutine. A volte ci comportavamo come due bambini viziati che non ammettono sconfitte; una sfida continua. Eppure, nonostante il fastidio che riusciva a provocarmi ogni maledetto giorno, abilmente perlopiù, non ero capace di odiarlo.
Ci era voluto del tempo prima che si aprisse con me. Era sempre stato tendenzialmente molto chiuso, scorbutico e, a tratti, quasi timido. Per diversi mesi dal mio rapimento si era limitato a parlare poco, rispondere a monosillabi, sebbene io avessi tentato un qualsiasi tipo di approccio con più tatto e gentilezza possibili. Tuttavia, non mi ero mai permessa di invadere troppo i suoi spazi, non avrei mai voluto che mi considerasse una fastidiosa impicciona. Poi, una sera, decise lui stesso di parlarmi di sé senza che io domandassi.

Era una notte di primavera, ed entrambi ce ne stavamo nel giardino sul retro della villetta ad osservare il cielo. Il firmamento era cosparso di stelle, e nessuna luna nascondeva la luce di quelle anche più piccole e lontane. Sdraiati sul prato umido, litigavamo sull'età di Drakonian, la stella grande e rossa che spiccava incandescente ad ovest, sull'ala della costellazione del Drago. Essendo tutti e due amanti dell'astronomia, la discussione tra noi si era fatta piuttosto accesa, e nessuno mostrava la benché minima intenzione di cedere alle convinzioni dell'altro. Alla fine, avevamo lasciato perdere con uno sbuffo reciproco. Fu lì che dopo qualche minuto cominciò a raccontare. -La mia vita non è mai stata molto rosea. Mpf! Quante volte ho desiderato essere lontano come una di quelle stelle lassù...- La sua voce ara calma, impassibile, ma i suoi occhi si erano persi nell'infinità del cielo come se stessero rivedendo delle scene già vissute in passato. Mi parlò della sua infanzia ad Ethernal, la tetra capitale del Regno delle Ombre, di quando suo padre gli aveva insegnato a controllare l'energia necessaria a scagliare il primo dardo. Parlava di lui con riluttanza, con un pizzico di cinismo, e ne compresi il motivo non appena sentii la sua voce spezzarsi per un attimo nel raccontare della notte in cui...
Lo capii. Capii ogni lato del suo carattere e ogni suo atteggiamento. Seppure cercasse di non darlo a vedere, nel più profondo del suo cuore di ghiaccio si sentiva profondamente solo... proprio come me. E come biasimarlo? Con un padre del genere nessuno sarebbe cresciuto felice. Non potei fare a meno di constatare che eravamo molto simili, ma nella mia disgrazia mi ritenni più fortunata di lui. Io, almeno, i miei non li avevo neanche mai conosciuti.
Restai per molto tempo ad ascoltarlo. E il mio sguardo, quella sera su quel divano, era esattamente identico a quello di quella volta sotto le stelle.

Ero rimasta un po' a guardarlo mentre dormiva. Il suo respiro era regolare, ma il suo volto era contratto in un'espressione di preoccupazione. Poggiai il capo sullo schienale sempre con gli occhi fissi su di lui, e sospirai profondamente. Ancora una volta non ci ero riuscita... mi maledissi. Erano ormai tre anni che vivevamo insieme, e da sempre avevo capito di provare qualcosa di speciale per lui. Non so quante volte avevo tentato di parlargli di ciò che sentivo, ma era stato tutto inutile. Mi era sempre mancato il coraggio. Certo, anche Phoenix non mi aiutava. Il suo modo di fare, così dannatamente ambiguo, era sempre riuscito a mandarmi in confusione, tanto che non ho mai capito che cosa provasse realmente nei miei confronti.
"Che gli dèi ti maledicano, Phoenix!" pensai.
Poi anch'io chiusi gli occhi. E scivolai nell'onirico mondo dei sogni.

Dovevo essermi accostata a lui nel sonno, o forse lo aveva fatto Phoenix. Il suo petto si muoveva regolare e lentamente. Stava ancora dormendo.
Senza farmi sentire, alzai la testa verso il suo viso. Sarei stata ore ad osservarlo mentre veniva cullato da Morfeo. Sarei stata ore così, abbracciata a lui.
Tuttavia, fui fulminata da un lampo di lucidità... o di imbarazzo. Sentii le guance avvampare e il cuore balzarmi violento in gola. Probabilmente avevo assunto un acceso color porpora, cosa che accadeva ogni qualvolta mi trovassi troppo vicina a lui. Mi liberai cauta dalla sua presa e mi alzai dal divano. Non si svegliò, lo vidi semplicemente girarsi di poco e assumere un'altra posizione, chiaramente più comoda della precedente.
Chissà che cosa stava sognando... non doveva essere un bel sogno, a giudicare dalla sua espressione: era accigliato, preoccupato e malinconico. Morfeo non doveva essere stato molto gentile con lui, quella notte.
Rimasi a scrutarlo per qualche istante. Poi il mio corpo si mosse da solo. Mi avvicinai a lui, sempre più vicina, fino ad abbassarmi all'altezza del suo viso sognante. Senza volerlo, i miei occhi si posarono sulle sue labbra. Erano delicate e morbide, lievemente socchiuse... ed erano dannatamente vicine alle mie.
Mi morsi il labbro inferiore, mentre abbassavo lo sguardo ed emettevo una leggera risatina: "Ma che stai facendo?" mi dissi. Così, rassegnata, scossi la testa e mi allontanai, continuando a fissarlo mentre facevo dei lenti passi indietro. Voltai le spalle e mi diressi nella mia stanza, al piano superiore.
Se solo avessi saputo che quella sarebbe stata l'ultima volta che l'avrei visto...

Quel ricordo continuava ad attanagliarmi. Era l'unico pensiero che non moriva mai, che rimaneva fisso nella mia mente ogni singolo giorno.
Sebbene fosse passato un anno e mezzo.
In quella tiepida giornata primaverile, era semplicemente uscito di casa e non aveva più fatto ritorno. Non una lettera, una parola. Mi sarebbero bastate anche solo due righe. O una manciata di secondi, il tempo per salutarlo... e forse riuscire a dargli quel bacio che tanto desideravo. Invece, fu il nulla.
Avevo passato due intere settimane davanti alla finestra della sala a sbirciare dalla tenda, con la speranza di vederlo tornare, di vederlo varcare il cancello della villetta e percorrere il vialetto che conduceva al portone con Ryu che gli trotterellava al fianco, e con un sorrisino sghembo dipinto sul volto, come faceva sempre quando mi sorprendeva ad aspettarlo dietro al vetro.
Ma lui non tornò.
Cominciai a temere che gli fosse accaduto qualcosa. Era un bravo stregone, indubbiamente, ma peccava di presunzione. E la troppa sicurezza è una lama a doppio taglio. Impeccabile negli incantesimi e nella teoria magica, ma scarso di esperienza. E prima o poi avrebbe trovato qualcuno più furbo di lui. Speravo solo di sbagliarmi.
Magari si era semplicemente stancato di me... infondo, mi aveva tenuta tra i piedi per tre lunghi anni, seppure l'ordine che aveva ricevuto non lo prevedeva.
Quando gli avevo chiesto perché avesse deciso di portarmi via dall'istituto, lui mi aveva risposto soltanto: -Perché qualcuno mi ha chiesto di farlo.- Ma quel qualcuno, di cui io non sapevo neanche il nome, non gli aveva ordinato anche di portarmi a casa sua, nella periferia di Goth. Questo lo aveva fatto di sua spontanea volontà, prendendosi la responsabilità di vegliare su di me e di istruirmi nelle arti magiche quando aveva scoperto che ero portata per la magia.
Perché andarsene via, se lui stesso aveva deciso di tenermi al suo fianco? No, doveva esserci qualcos'altro. Non vedevo un motivo valido per il quale avrebbe dovuto allontanarsi senza dirmi una parola.
Alla fine però mi rassegnai: mi aveva abbandonata... anche lui. Così come avevano già fatto vent'anni prima i miei genitori, quando mi avevano lasciata in fasce davanti alle porte dell'istituto con un solo biglietto addosso riportante il nome "Resha". Avevo vissuto in quell'inferno per diciassette anni, ed erano stati anni colmi di insulti, maltrattamenti e sofferenze, solo per via delle mie orecchie a punta, solo perché ero una bastarda, né umana, né elfa... l'unica in quell'orfanotrofio, covo di adulti e bambini umani.
Non avevo mai ricevuto un briciolo di amore o d'affetto, non prima di incontrare lui. E non l'avevo nemmeno mai provato. Phoenix era stato il primo, l'unico che non mi aveva guardata con disprezzo. Mi aveva insegnato ad avere fiducia in me stessa e negli altri. Mi aveva fatto scoprire il piacere della compagnia, sia con risate, che con conversazioni accese. Mi aveva dato il calore di una vita che mai avevo pensato di poter vivere. E mi aveva fatto conoscere l'amore... quel sentimento così strano e forte che ti nasce improvviso ed impetuoso nel più profondo dell'anima.
Mi mancava. Mi mancava terribilmente.
Passai davanti alla porta di camera sua, mentre mi dirigevo nella mia stanza. Era chiusa, sempre nelle stesse condizioni in cui l'aveva lasciata: caotica e disordinata. Avevo dato ordine ai domestici di non toccare nulla, ma soltanto di tenerla pulita. Neanch'io osavo mettere mano nelle sue cose.
Mi fermai per un istante. Avrei voluto entrare e respirare a pieni polmoni il suo odore, così piacevole al mio olfatto, ma poi ripresi il passo ed entrai nella mia camera. Ormai non c'era più traccia neanche del suo profumo.
La notte era scesa da un pezzo e le stelle brillavano fuori dalla mia finestra, tuttavia non avevo voglia di osservarle. Ero stanca... ero spenta.
Mentre indossavo la mia lunga sottoveste nera da notte, ripensai all'addestramento magico in cui mi ero cimentata da sola durante il pomeriggio. Lo facevo ogni giorno ed ero sicuramente migliorata, ma sentivo il bisogno di essere seguita da un vero maestro, prima di poter affermare di non essere più una dilettante.
Già... peccato che il mio maestro se ne fosse andato un anno e mezzo prima.
Mi sedetti davanti allo specchio e iniziai a pettinare i mossi capelli corvini che mi scendevano lunghi fino a fondo schiena; poi il mio sguardo fu catturato dalla figura riflessa nello specchio. "Dèi misericordiosi... come mi sono ridotta..." I miei occhi blu erano vuoti, spenti, inespressivi. Esattamente come erano ai tempi dell'istituto. "Reagisci, Resha" mi rimproverai. "Reagisci."
Ma l'unica reazione che potei notare fu un sottile velo di lacrime che mi annebbiava la vista.
Lasciai cadere a terra la spazzola e strinsi le mani a pugno, dapprima ordinatamente raccolte in grembo. Non potevo continuare così, dovevo fare qualcosa. Andarmene, viaggiare, conoscere persone nuove. Non potevo lasciare che la mia esistenza sprofondasse nei ricordi. Non volevo.
Mi alzai rumorosamente ed uscii dalla camera a passi spediti.
I ciocchi nel camino della sala non scoppiettavano più, il fuoco si era quasi spento, lasciando soltanto qualche piccola scintilla arancione disperdersi nell'aria, ma io mi lasciai ugualmente cadere a terra di fronte ad esso. Raccolsi le ginocchia al petto e mi accesi una sigaretta.
C'erano troppe domande nella mia vita che necessitavano di risposte. Chi erano i miei genitori e perché mi avevano abbandonata? Dov'era Phoenix? Chi era stato a comandare il mio salvataggio? E la mia strada... qual'era?
Certo, standomene ferma a Goth non avrei risolto nulla. Cominciai a pensare di dover radunare le mie cose e partire, non importa dove sarei andata. Dovevo sapere. Dovevo vivere.
C'erano molti luoghi che desideravo vedere, come Chasewitch, la gelida e affascinante città nordica che avevo visto solo in alcune illustrazioni sui libri. O Painwood, il villaggio elfico un poco più a sud, immerso nel verde. Si diceva che fosse un luogo bellissimo.
La mia mente rimase immobile su quei pensieri confusi, quando la mia attenzione fu distolta da un rumore metallico proveniente da fuori: il cancello della villetta era stato aperto.
Scattai come un fulmine verso il portone principale. Lo aprii. E la visione che mi si presentò davanti mi fece perdere un battito.

Una figura, una figura che teneva la testa bassa, si stava trascinando sul vialetto faticosamente. Il suo respiro era pesante, i capelli neri che gli nascondevano il viso intrisi di sangue, così come la sua tunica, strappata in vari punti. Si teneva il petto con un braccio, anch'esso rigato da linee rosse che terminavano in dense gocce purpuree.
Cadde con un ginocchio a terra e sollevò lo sguardo verso di me. I suoi sofferenti occhi viola mi implorarono. Un flebile sussurro uscì dalla sua bocca. -Resha... aiutami...-
Tremando, mi portai una mano sulle labbra e aggrottai le sopracciglia in un'espressione di dolore. -Phoenix...-
Lui buttò giù il capo e tossì violentemente. A terra apparve una chiazza di sangue fresco.
Corsi nella sua direzione e lo aiutai a rialzarsi facendolo sorreggere a me. Era ridotto piuttosto male, questo era chiaro. Aveva bisogno di cure... e urgentemente.
Riuscii a portarlo in casa, ma non con pochi sforzi. Sebbene fosse alto e longilineo, il suo corpo aveva una buona massa muscolare, il che poteva rappresentare un problema per uno scricciolo di un metro e sessantacinque come me. Ma il desiderio di aiutarlo era talmente grande che non mi curai della fatica.
Lo feci stendere sul divano e chiamai a gran voce i domestici, i quali giunsero prontamente dopo pochi istanti. Non permisi loro di parlare o emettere esclamazioni, ma ordinai subito di ravvivare le fiamme del fuoco e di portare erbe medicinali e acqua calda e bendaggi.
Mentre attendevo, gli scostai con una carezza una ciocca di capelli dagli occhi... e lo vidi: un simbolo nero, simile ad una pianta rampicante, che gli partiva dalla coda dell'occhio sinistro, fino ad arrivargli sulla guancia.
Esitai. -Phoenix... che ti hanno fatto?- La mia voce era spezzata dalla sofferenza e dalle lacrime che intimavano di uscire. -L'Anatema...- rispose lui, dolorante. -A-anatema?- Quella parola non mi diceva nulla. -Io... ho ucciso...- Sobbalzai, il respiro mi si mozzò in gola.
I domestici tornarono con l'occorrente e mi fecero allontanare.

Dopo più di un'ora passata a camminare avanti e indietro per il corridoio del piano superiore, in preda all'angoscia, la domestica più anziana mi venne a chiamare.
-Gli abbiamo dato dell'infuso di papavero per calmargli il dolore e farlo addormentare. Adesso sta riposando sul divano.- Mi sorrise debolmente e questo mi servii a capire che era fuori pericolo. -Grazie- mormorai, traendo un sospiro di sollievo. Lei accennò un inchino e si congedò.
Lo trovai steso sul divano di pelle, quello sul quale sedevamo sempre a parlare, coperto fino al collo da un lenzuolo pulito. Gli avevano ripulito il viso dal sangue incrostato, ma riuscii lo stesso a vedere le ferite che gli avevano inflitto. E quel simbolo. Lo sfiorai con la punta dell'indice seguendone i contorni. Lui non si mosse, dormiva profondamente. L'infuso di papavero aveva contribuito ad alleviargli il dolore e a calmargli l'animo, a giudicare dalla regolarità del suo respiro. Sorrisi, esausta. Alla fine, era tornato.
Mi accasciai sulla poltrona vicino al camino acceso e scoppiettante e mi lasciai andare al dolce cullare del sonno. Adesso che era vicino a me, potevo dormire tranquilla.
Ma la tranquillità non è che un'utopia... e il mio risveglio ne fu la prova.

Un ciarlare di voci ad alto tono e uno strattone mi fecero aprire gli occhi. Era giorno inoltrato, lo potevo affermare dalla luce intensa che entrava dalla finestra.
Mi voltai intontita verso la persona che mi stava stringendo il braccio. Mi dette un altro strattone e mi fece alzare con forza. -Muoviti, ragazza!- La sua voce era sicura e fredda come il ghiaccio. -Ma che...- La lucidità mi investì come un dardo in pieno volto. Era un guerriero... no, erano più d'uno. Uomini imponenti e massicci in cotta di maglia ed elmo, con spade lunghe appese ai cinturoni attorno alla vita. In casa... intorno a me.
Istintivamente, il mio viso si girò in direzione del divano. Phoenix non c'era. Spalancai gli occhi, preda della disperazione più assoluta. Il guerriero che mi teneva ridacchiò. -Il tuo amico lo abbiamo già preso!- Al suono di quelle parole, impressi il mio sguardo in quello di lui, digrignando i denti e assumendo un'aria minacciosa. -Adesso è il tuo turno, piccola.-
-Che diavolo volete da me?- sibilai. Mi schiaffeggiò con una violenza tale che la mia testa fu scaraventata di lato. Liquido dal sapore metallico mi scivolò sulle labbra. Lentamente, con una calma sovrumana, mi rigirai verso di lui. -E adesso obbedisci, se non vuoi che la prossima carezza ti venga donata dalla lama della mia spada.- Assottigliai lo sguardo. Sogghignai. -Che cosa ho fatto?- Mi sorpresi nel sentire la mia voce dall'inquietante tono calmo e gelido. -Mai soccorrere un disertore... mai.-
Un altro uomo si avvicinò. Mi pose una mano sul viso, mentre pronunciava parole incomprensibili. Un incantesimo... un incantesimo che io non conoscevo.
Avvertii un bruciore lancinante sulla pelle, la guancia e l'occhio sinistro mi parvero prendere fuoco. Non reagii. Non ci riuscivo.
Poi mi strattonarono di nuovo, le mie mani furono legate con una catena.
E provai rabbia.



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