ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 28 luglio 2010
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'era delle cavallette, cap.II, parte 3

di Saccinto. Letto 794 volte. Dallo scaffale Pulp

Sono fuori. I miei gomiti puntano entrambi verso la piste degli aerei ben visibili da questa parte della strada, poggiano sulla capotta della Mercedes...

Sono fuori. I miei gomiti puntano entrambi verso la piste degli aerei ben visibili da questa parte della strada, poggiano sulla capotta della Mercedes nera parcheggiata un po’ come il cazzo. Sui miei polsi incrociati fa pressione il mio mento.
Mastico del chewingum che Tommy ha lasciato nel cruscotto. Apro la bocca, la richiudo, sento la menta emergere dalla mia gola fondendosi con l’aria della sera che si fa piuttosto fresca e luminosa di indicatori per l’atterraggio, di stelle, di luci lontane di città.
Lena siede ancora sul sedile posteriore dell’auto, non abbiamo più parlato da che le ho proposto quella specie di battuta mal riuscita. Non me ne curo. Non ho interessi nei suoi confronti e non mi importa di stabilire nessun rapporto con lei, ma mi sento lo stesso stupido, nel mio completo gessato messo su un paio di scarpe da ginnastica chiare.
Ravvio i miei capelli, osservo le porte di ingresso dell’aeroporto spalancarsi, mentre una figura rotonda avanza, quasi trascinando una gamba. Ha una borsetta ad un braccio, i capelli corti e crespi, marroni con tentativi di colpi di sole che hanno il colore della sciolta chiara. Dietro di lei qualcuno le porta i bagagli.
Lena chiede di uscire, le apro lo sportello, senza smettere di guardare sua madre avanzare, avevo appena pensato di accendere una sigaretta: dovrò rinunciarci a causa della scrofa.
Le due donne si incontrano, si abbracciano, bacetti di benritrovata, come stai? E quella bestia di tuo marito che cazzo fa? Si parlano per qualche secondo, sorridono, io mi avvicino ai bagagli, apro il cofano della Mercedes, gli Uzi sono scomparsi, quelli sono miei personali, quando non servono li custodisco a casa, sotto il mio letto.
Carico i bagagli, sembra ci siano cadaveri dentro e puzzano anche di vecchio, forse ce l’avrei fatta a fumare la mia sigaretta. L’accendo mentre isso l’ultimo borsone.
Lena e sua madre si avvicinano all’auto, apro lo sportello posteriore, invitandole ad entrare.
“No…” Lena mi osserva dietro il suo velo “…mia madre siede avanti, per lei è più comodo” annuisco, socchiudendo gli occhi, abbandono delicatamente lo sportello, apro quello di avanti, aiuto la donna a salire, richiudo dopo che l’ultima gamba è stata tirata dentro dalle mani stesse della signora, prendendola per la enorme coscia.
Lena è ferma alle mie spalle, quando mi volto. Faccio per aprire lo sportello, ma lei si avvicina rompendo le barriere di sicurezza per la mia rilassatezza sessuale. Il suo fianco è quasi sul mio, le sue dita sfiorano il collo della mia camicia, si abbassano velocemente ma in maniera vellutata, le sento filtrare attraverso il tessuto fluente del mio abito, le sento direttamente sulla pelle, raggiungono la mia pancia in un attimo, poi se ne distaccano.
Mi ha toccato! Questo non si discute. Oppure l’ho solo immaginato, maledetto pervertito di ultima classe! No, no! Mi ha toccato… l’ho vista farlo, l’ho sentita, attraverso il tessuto fluen… non l’ha fatto, a me è parso che lo facesse.
Ma mi ha guardato negli occhi ed è stata in silenzio, aveva voglia di toccarmi, ha cercato un pretesto, l’ha trovato. Lena aveva voglia di toccarmi e così l’ha fatto, niente di più banale. Questo non mi garantisce che abbia desideri sessuali nei miei confronti. Certo, se si è concessa a Don Curatolo… ma che cazzo sto pensando? Poi, perché dovrebbe aver avuto voglia di toccare proprio me? Forse fa così con tutti, forse è un suo vizio o magari ogni tanto si lascia andare, non è facile mantenere la sua compostezza senza concedersi attimi di libertà d’istinto.
Ma lei non si è concessa proprio niente, e non con me, non sia mai! Don Curatolo… osservo la mia mano sinistra… non sia mai!
“Ascolta, mia madre non sopporta molto l’auto… cerca di guidare piano, di non fare manovre brusche…” non riesce a trovare più argomenti e così conclude con un cenno dello sguardo “D’accordo?”
Il mio volto è impassibile, il mio sguardo non trema e nemmeno le mie labbra, non osservo le sue, anche se vorrei farlo, non le osservo perché potrei mettermi seriamente nei casini. Deglutisco, annuisco.
Lena sorride ed il suo sguardo si trattiene per qualche attimo sul mio volto. Poi si sposta sulle mie labbra, Lena si volta, le apro lo sportello, va dentro ed il vento mi scompone i capelli.
Poi si sposta sulle mie labbra? Non l’ha fatto! Io non ho guardato le sue labbra, lei non ha guardato le mie! Questo è chiaro come il cielo di questa sera, come ho fatto ad avere un’impressione così distorta di quello che è accaduto? Suggestione: Lena è la splendida donna che un po’ tutti abbiamo desiderato senza confessarlo mai. Rendere pubblico questo desiderio potrebbe voler dire scavarsi da soli la fossa, Don Curatolo la tiene come il più caro dei soprammobili e sarebbero cazzi, se uno di noi bambini curiosi finisse per romperlo. Di certo io, dopo averlo visto così da vicino, ne starò alla larga il più possibile, anche se è così delicato, così luccicante… sarebbe così facile allungare le mani, tenerlo, solo per un attimo, per poi lasciarlo scivolare verso il pavimento… la fossa!
Aspiro l’ultima boccata di fumo dalla sigaretta, la lancio via, con dispiacere: c’erano ancora una decina di tiri da poter fare. Riprendo il mio posto all’interno dell’auto e sento l’ingombrante presenza della madre di Lena accanto a me.
Mi avvio.
Odore di fresco, di carne fresca accanto a me, odore della carne di qualcuno che ha fatto una corsa, che è affaticato, odore di macelleria, odore bovino, mi impregna le narici. Vorrei tirare uno schiaffo di palmo sullo sterno del bidone seduto accanto a me, ma dovrò convincere il mio braccio a non muoversi. Dovrò convincermi a guidare nella direzione della villa di questa bestia senza emettere un solo mormorio, senza fare un solo gesto inopportuno e la mia forzata paralisi mi disturba interiormente.
Per di più la signora volta il capo verso di me, ha un’espressione accigliata, la osservo torcendo di quel tanto che basta il mio collo, serio, sembrava stesse per chiedermi qualcosa, ma torna a guardare in avanti. Lena, nello specchietto retrovisore, pare divertita. Si prende gioco di me, crede che la faccenda mi imbarazzi.
Mi ha toccato, ha osservato le mie labbra! Con gusto, con desiderio, con perversione, ha immaginato le mie labbra sotto il velo, sotto il vestito, sotto la sua gonna, ed io ho immaginato il suo sapore, dolce come il miele di quel maledetto fumetto erotico…
Sua madre si volta ancora verso di me ed io verso di lei, ha il collo di un toro sudaticcio, ha l’odore di un elefante, ha il viso accartocciato, gli occhi piccoli e malvagi, la sua voce è senz’altro rauca ed il suo mento sporge in avanti. Da dove l’avrà tirata fuori, la bellezza con cui ha plasmato sua figlia?
“Lei… è l’autista di mio genero?” la voce è come l’immaginavo, anche se non speravo che l’essere fosse anche parlante.
Scuoto debolmente la testa, faccio scivolare la lingua dietro i denti, prima di schiudere le labbra “No! Diciamo che quando lui è impegnato, mi occupo io di alcune delle sue cose personali” sto zitto per qualche secondo “Purtroppo non ha ancora il dono dell’ubiquità” sorrido con la parte di bocca che la donna riesce a vedere, non mi va di smuovere anche l’altra, tanto non è esposta. Il volto della signora resta impassibile, forse non conosce il senso della parola ubiquità.
“Allora è amico di mio genero?” amico di Don Curatolo? Mi viene l’orrore solo a pensarci. Io non ho amici. Tommy lo è, da lui in poi non c’è più stato spazio per gli amici, nella mia vita.
“No! Lavoro per lui” mi infastidisce spiegare il mio rapporto con Don Curatolo, mi infastidisce parlare di lui, ricordare che devo dargli conto, ricordare che devo necessariamente interessarmi a ciò che principalmente interessa lui. Come se io non avessi l’indipendenza necessaria per occuparmi di altro.
“Ah… e che lavoro fa?” questa vecchia bastarda ha rotto il cazzo. Quasi quasi gli spiego che incontro contrabbandieri e valuto se hanno roba buona per acquistarla a nome di suo genero, che vado in giro con due Uzi nel cofano dell’auto per intimare i commercianti locali a pagarci il pizzo, che ammazzo gente per conto di Don Curatolo, che compio vendette trasversali organizzando stupri delle mogli dei traditori o dei nemici ed omicidi di fratelli, genitori, amici, quasi quasi le racconto di tutto il bel mondo colorato che orbita intorno a suo genero così vediamo se si spaventa a fare domande del cazzo.
“Mi occupo… di pubbliche relazioni” mi gratto un orecchio, delicatamente, senza smettere di osservare la strada. Lena non è più divertita, sente il peso della nostra conversazione sulla sua coscienza. Se sua madre sapesse come ha fatto suo genero ad acquistarle una villa e come fa ad essere il padrone di tutto ciò che anche sua figlia possiede, credo schiatterebbe in questo istante. E credo che io non mi fermerei nemmeno e che continuerei fino alla villa per poi scaricarla e fumarmi una sigaretta decentemente, senza sprecare tiri.
“Penso che è un lavoro impegnato” impegnato in cosa? Forse voleva dire impegnativo.
“Molto più di quanto lei possa immaginare” la donna si sistema meglio, tenendosi alla maniglia proprio sopra il suo sportello “Ogni giorno mi tocca contattare delle persone, fissare appuntamenti, ricavarmi degli spazi di tempo per avere degli incontri, parlare con loro… senza contare il fatto che qualche…” figlio di puttana di un Albanese bastardo appena ti agguanto, ti spremo “…qualcuno a volte nemmeno ci si presenta, a quegli incontri”
“Ma quello che io non capisco…” la donna si pone delle domande, così è anche un essere pensante! Non finirà più di stupirmi… “…è: di che cosa si può parlare, con tutta questa gente?” bella domanda. La signora è una che sa farsi molto bene i cazzi degli altri.
“Si parla di tante cose, si parla. A volte si fa anche lite, scappa qualche…” colpo d’Uzi sulle pareti e sui tavoli, gli ho distrutto mezzo locale a quel pezzo di merda che si ingrossa sul lavoro dei poveri coglioni compaesani suoi “…parola grossa, si parla di affari, ognuno vorrebbe la massima convenienza da un accordo”
“E… che cosa riguardano, questi affari che voi fate?” sembra sia venuta dal suo paese direttamente ad investigare sulla vita di Don Curatolo, sembra si sia svegliata con il pensiero e giusto a me si doveva attaccare.
“Riguardano… affari sull’edilizia…” qualche volta abbiamo murato alcuni stronzi, sì, ho detto bene “medicinali alternativi” genere oppio e oppiacei, morfina e derivati, anfetamine, allucinogeni, foglie di coca trattate “…abbiamo una catena di ristoranti affidati in gestione, gestiamo un’associazione di guardie del corpo e trattiamo anche di politica. Anche alta, non necessariamente locale. Come vede abbiamo vari interessi e ci occupiamo un po’ di tutto, suo genero è un uomo pieno di risorse che ogni tanto si inventa qualcosa di nuovo…” tipo far crollare palazzi simulando cedimenti o fughe di gas per far prendere i nuovi appalti ad una della ditte a noi affiliate.
“Nico…” la voce di Lena proviene da dietro, si allunga verso di me, poggia una mano sulla mia spalla, quasi sul collo.
Ancora un contatto, ancora un gesto prolungato oltre la linea del non ritorno, questa volta mi congelo volontariamente, decido di frenare la mia sensibilità, di estraniarmi e trasmigrare al di fuori di me: non mi piace avere dei dubbi su cui non potrò mai indagare “…Nico, siamo arrivati, la casa è quella sulla destra… quella col cancello rosso” quella col cancello rosso.
E queste non sono le sue dita sottili, come polvere di delicatezza estrema, corpuscolare, nelle calde vie create da un fascio di luce solare che mi accarezzano richiamandomi alla fonte, questo non è il suo profumo che sfiora la mia guancia per raggiungere le mie narici, per risalirne i canali fino alla radice del mio olfatto, impregnandolo, questa non è la sua voce, musica mielata che attraversa i miei condotti solleticandomi e mandandomi in una dolce apnea di sensazioni tutte vibranti sulla mia pelle. Ho gli occhi spalancati in questo mare e vedo… le sue nudità che mi fanno gola, chiudo gli occhi, li riapro e la sua figura c’è ancora, il suo corpo dai contorni sfumati e languidi, nello sfondo blu, i suoi capezzoli rosa, l’incurvatura del ventre che converge nell’ombelico, le mie mani si muovono, la mia mente le blocca, le ritrae e la mia anima si accartoccia come un foglio di carta.
Sto scendendo dall’auto, sistemo il collo della mia camicia, tiro da dietro la giacca, perché le spalline aderiscano meglio alle spalle, allungo le braccia per stendere le maniche, mi avvicino allo sportello accanto al posto guida, lo apro, aiuto il bisonte a scendere dall’auto osservando uno dei suoi enormi avambracci aggrapparsi al mio gomito. Le tengo la borsetta. Gliela restituisco appena scesa, mi toccherà portare le valigie, adesso.
Raggiungo il portabagagli, lo apro, penso di accendermi una sigaretta, ci rinuncio, ma mentre già immaginavo di dover percorrere un bel tratto di giardino e casa da facchino, mi accorgo di un paio di uomini che si avvicinano a noi, provenendo dal viale al di là del cancello rosso. La servitù, a quanto pare, è pagata per restare anche quando il barile di merda non c’è.
I due mi si avvicinano, raccolgono le valigie, tanto meglio. Non mi andava proprio di spaccarmi le braccia per far contento il Don.
Richiudo il portabagagli, vado verso lo sportello… sigaretta o no? Niente sigaretta, Lena, che era scesa dall’auto, sta già baciando sua madre sulle guance, le accarezza per un attimo i capelli color sciolta, le dice qualcos’altro, si avvicina all’auto.
Sale. Salgo. Attendo che lei abbassi il finestrino, dietro, poi inizio a fare manovre, mi posiziono, mi fermo ancora.
La madre di Lena non va via, ma resta immobile a guardarci, dall’angolo anteriore destro dell’auto, sembra si sia affezionata a quel pezzo di asfalto, non va via neanche quando Lena la saluta ancora, invitandola ad andare a farsi una bella dormita per riposare.
C’è qualcosa di strano nella sua espressione. Scendo dall’auto, mi avvicino alla donna e non va a finire che le tenevo un piede piantato a terra per mezzo di un pneumatico?
Lena sorride.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: