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lavoro pubblicato martedì 27 luglio 2010
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Gifts And Curses: Solstizio D'Inverno /// Prologo

di Resha. Letto 743 volte. Dallo scaffale Fantasia

In un mondo fantastico, intriso di magia e mistero, alcune vite si intrecciano come unite da un destino comune fino a creare una trama ricca di intrighi e colpi di scena. Tutto ha inizio a Goth, cittadina fiorente e importante rotta mercantile del centro-

Sentii scricchiolare i cardini della vecchia porta che separava la mia piccola stanza dal corridoio principale dell'istituto. L'antica anta in legno scuro si spalancò, facendo sì che le due figure varcassero la soglia trascinandosi dietro una barella dalle lenzuola candide. Accanto al mio letto, la fiamma del lume ad olio tremolò per lo spostamento d'aria ed io scattai a sedere buttando il pesante libro di storia che stavo leggendo sulle coperte sfatte. Era rimasto aperto alla pagina illustrativa del Nord, ma nessuno ci fece caso. Come ben sapevo, non era la mia lettura il soggetto del loro interesse.
Osservai intimorita la vecchia donna mentre indossava il camice di lino bianco ed invitava l'uomo accanto a lei a fare altrettanto. Non erano medici, non che io sapessi, eppure si ostinavano a comportarsi come tali, sebbene il loro ruolo nell'orfanotrofio fosse limitato al Consiglio degli Anziani. Mi lanciarono entrambi una rapida occhiata, alla quale risposi semplicemente abbassando la testa, dopodiché presero ad armeggiare con gli strumenti del mestiere. L'umana, piccola e gracile, si raccolse i lunghi capelli argentei in una coda composta, poi mostrò un'ampolla colma di un liquido azzurro al suo collega, il quale annuì e prese una siringa dalla tasca del camice. Il volto dell'uomo era scavato dal tempo, la barba grigia ed incolta copriva gran parte della pelle cadente del viso, ma i suoi occhi erano ancora svegli e severi. Il suo fisico stesso era ancora forte e scattante nonostante la sua età, io lo sapevo bene. E sapevo anche che quel signore era tanto forte quanto gelido. Non era certo la prima notte che mi facevano visita, e di sicuro non sarebbe stata neanche l'ultima.
L'oscurità era calata da un pezzo, l'intero secolare edificio era precipitato in un profondo silenzio e un senso di pace e tranquillità aleggiava nell'aria. Quella calma, però, non era riservata a tutti. Non quella notte. Non a me.
-Andiamo, tesoro, è il momento della terapia- esordì l'anziana signora, mentre mi mostrava un riluttante falso sorriso che lasciava intravedere i denti storti.
Sussultai. Sapevo che cosa mi aspettava: dolore. Erano trascorse due settimane dall'ultima visita, e sebbene fossi consapevole che presto avrei dovuto affrontarne un'altra, come succedeva regolarmente da qualche anno, una parte di me continuava a sperare che quell'agonia trovasse fine. Speranze vane.
L'uomo di mezza età si avvicinò senza garbo, mi prese violentemente per il braccio e mi sollevò ammonendomi con uno strattone. -Non fare storie.- Non potevo ribellarmi, né opporre resistenza, così mi trascinai e mi lasciai cadere sulla barella senza proferire parola. Avevo paura. Avevo sempre paura, quando si trattava di affrontare la terapia. Dentro di me sapevo già a che cosa stavo andando incontro: mi avrebbero addormentata con un'iniezione e mi sarei risvegliata due giorni dopo con un fortissimo mal di testa che sarebbe perdurato per diverse ore. Ma nonostante i sentori fisici, ignoravo ancora che cosa accadesse in quelle quarantotto ore. Il mio corpo e la mia testa non avevano mai risentito degli effetti dei test, tuttavia c'era ancora qualcosa che non mi convinceva appieno. Ero più che certa che sotto quelle innocenti visite si celasse qualcosa di tremendamente losco, purtroppo però non mi era concesso di fare domande al riguardo. Potevo solo subire. Come una bambola di pezza, come un giocattolo in mano ad un bambino.
L'uomo mi avvolse il braccio con il laccio emostatico e dopo pochi istanti sentii i muscoli formicolare. Presa dalla fastidiosa sensazione, chiusi il pugno alla disperata ricerca della sensibilità che stavo perdendo e vidi le vene gonfiarsi sulla mia pelle pallida, come uno strano e preciso disegno blu su tela bianca. Poi la siringa. Il pizzicorino della puntura. E tutto fu nero.

Un sospiro spezzato e un sobbalzo mi fecero destare all'improvviso. Stavo di nuovo sognando, il mio solito incubo, e per un istante ringraziai gli dèi di essermi svegliata.
Aprii gli occhi e cercai di abituarli all'oscurità. La mia stanza era avvolta dalle tenebre della notte del primo giorno d'inverno ed era difficile riuscire a distinguerne i contorni, sebbene un leggero raggio di luna stesse filtrando dalle tende di seta rossa. Scostai ancora intontita le coperte per tentare di alzarmi dal letto, quando la mia attenzione fu catturata da un movimento fluido e aggraziato all'interno della mia stessa camera. Qualcosa che non riuscii a vedere si era spostato da dietro la tenda provocandone un fruscio quasi impercettibile, e dalla finestra aperta un soffio d'aria gelida entrò nella stanza fino ad accarezzarmi il viso.
Trattenni il respiro per qualche attimo e il cuore mi balzò in gola, in preda al panico. Ero immobilizzata, paralizzata, e sebbene ci provassi, non riuscivo più a muovere un singolo muscolo del mio corpo. Tentai di assottigliare gli occhi e guardarmi intorno, ma la visibilità non era ancora sufficiente a rendermi chiara la situazione. Riuscii a malapena a distinguere i contorni dello scrittoio di fronte ai piedi del letto, l'armadio accanto ad esso, spostai lo sguardo sulla porta chiusa. Chiusa. Nessuno era entrato nella mia stanza, eppure ero certa di aver avvertito una presenza, poco prima. Nemmeno il tempo di formulare un pensiero e percepii subito un altro movimento, un passo leggero e felpato vicino a me, davanti alla finestra, ma ciò non fu l'unica cosa a catturare la mia attenzione. Questa volta potei sentire anche un respiro. Regolare, calmo. Per un momento provai terrore, tuttavia indirizzai lo sguardo verso il rumore come se una forza esterna mi stesse costringendo a farlo. E riuscii a vederla. Un'ombra si stagliava alta davanti alla tenda, scura e misteriosa a contrasto con la luce candida della luna che si infrangeva alle sue spalle. Fu come se il tempo si fosse fermato. Le tenebre iniziarono a dissiparsi alla mia vista e i miei occhi rimasero fissi sulla figura che adesso riuscivo a delineare con un misto di stupore e disagio.
Il ragazzo se ne stava in piedi davanti alla finestra, avvolto da un lungo mantello nero che portava drappeggiato sul collo da una stella in argento. I lisci capelli neri, scompigliati dalla brezza, gli scendevano sul viso diafano in ciocche più lunghe. Restava immobile. E mi fissava... mi fissava incerto e freddo. L'atmosfera di mistero che si era creata intorno a lui gli faceva assumere un aspetto minaccioso, ma qualcosa in me avvampò. Non di paura... non di insicurezza. Era magnetismo. Puro e assoluto magnetismo.
Non riuscivo a staccare lo sguardo dai suoi occhi, tanto che non so precisare quanti istanti passammo a guardarci in silenzio, prima che un rumore di passi nel corridoio mi facesse tornare alla realtà. Un vociare agitato mi fece rizzare le orecchie a punta nel tentativo di capire a che cosa fosse dovuto tale subbuglio ma, da quel che vidi, fu il giovane a comprendere anche per me. Guardò verso la porta e sobbalzò, poi si mosse verso di me con grazia e rapidità. Il tempo di un battito di ciglia, e mi ritrovai col suo viso a pochi centimetri dal mio. Potei sentire il suo respiro caldo sul mio volto mentre mi poggiava un dito sulle labbra, il che provocò ancora un sussulto nel mio petto. Mi intimò il silenzio con un lieve sibilo: -Sssshhhht...-
"Vuole farmi del male... come tutti gli umani. No... non lui." Ero persa nei suoi occhi profondi e luminosi, di un viola così acceso da stregare chiunque li guardasse. Non c'era malvagità in essi. Volevo, potevo fidarmi. In qualche modo lo sentivo.
Mi sollevò con delicatezza e mi prese in braccio. Non ero mai stata così a stretto contatto con qualcuno, e sebbene quel gesto avesse provocato in me uno strano senso di imbarazzo e stupore, mi lasciai trasportare. Riuscivo a sentire il calore del suo corpo che trapelava dalla stoffa, e potevo sentire il suo cuore, dalle pulsazioni accelerate quanto il mio. Era un estraneo, ma quel contatto mi piaceva, e in qualche modo mi dava un senso di protezione.
Il movimento che susseguì fu così veloce che non capii che cosa stesse succedendo. I passi e le voci si fecero più vicini, la porta si aprì, ma poi sentii il gelo sulla pelle. Freddo e umidità e vento. Quando toccammo terra, mi resi conto che eravamo usciti dall'istituto saltando dalla mia finestra, il giardino dell'orfanotrofio era deserto.
Il ragazzo iniziò a correre. Rapido, silenzioso. Mi aggrappai al suo mantello e poggiai il capo sul suo petto nel tentativo di resistere alla velocità e al freddo. Stavo iniziando a tremare.
Saltò il muro di cinta che proteggeva l'edificio e corse in direzione sud. Le luci delle fiaccole notturne della città di Goth balenavano ai lati della strada, superammo case e botteghe senza mai fermarci. Alle nostre spalle, le grida delle guardie e degli Anziani riecheggiavano nel silenzio, rotto soltanto dal rumore degli stivali sulla strada in pietra e dal tintinnio delle cotte di maglia delle sentinelle che ci stavano inseguendo. Ma il nostro vantaggio era troppo perché qualcuno potesse raggiungerci. Il giovane era veloce. Molto veloce.
Era accaduto tutto così velocemente, così improvvisamente, che la mia mente fu tempestata da domande, ma nessuna parola trovò uscita dalle mie labbra.
"Che cosa sta succedendo?"
"Dove mi stai portando?"
Ma, soprattutto: "Chi sei?"
A quel pensiero, alzai il viso e lo scrutai. Il suo sguardo era concentrato su ciò che ci circondava, attento e arguto. E sotto la luce delle lanterne della via che stavamo percorrendo, mi parve straordinariamente bello. Non doveva avere più di vent'anni. I suoi capelli corvini seguivano la direzione del vento provocato dalla corsa, facendo svolazzare dei ciuffi più lunghi davanti agli occhi. Quegli occhi viola... perfetti sul viso liscio e pallido dai lineamenti gentili. Eppure c'era qualcosa di misterioso in lui. Qualcosa di dannatamente magnetico.
Non aveva ancora pronunciato una parola ma, nell'ammirarlo, a me la voce uscì spontanea, quasi in un sussurro: -...Chi sei?-
Lui abbassò per un attimo lo sguardo su di me. -Mi chiamo Phoenix.-
Rivolsi la testa verso il basso, quasi come intimidita da quella rapida e gelida occhiata. -Io... mi chiamo Resha.-
Vidi l'angolo della sua bocca incresparsi in un sorrisino, i suoi occhi assottigliarsi mentre reclinava la testa di lato. -Mpf! Lo so...-



Commenti

pubblicato il 28/07/2010 12.59.30
Alaire94, ha scritto: ciao, molto intrigante l'inizio di questa storia ... così come questo giovane :) per quanto riguarda la scrittura non ho osservazioni da farti, scrivi in modo chiaro e scorrevole. p.s. che bello! Un'altra di efp che scrive anche qui come me! :)
pubblicato il 28/07/2010 16.19.37
Resha, ha scritto: Alaire, anche tu di EFP? *.* Che bello!!!! Mi cerco qualche tuo lavoro, sì, sì! ;) Grazie per il commento!!!
pubblicato il 28/07/2010 17.24.46
fiordiloto, ha scritto: Mi ispira un sacco!!! Continua!!!!!!!
pubblicato il 28/07/2010 18.37.11
Resha, ha scritto: Grazie.. *.* Continuo, continuo! Stasera pubblico un altro paio di capitoli! ;)

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