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lavoro pubblicato domenica 18 luglio 2010
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il ladro del tempo

di francescoghezzi. Letto 711 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Il ladro del tempo

Di Francesco Ghezzi

Il laboratorio dell'orologiaio si trovava, quasi nascosto, nell'angolo di un piccolo cortile interno, in un palazzo di periferia con i muri grigi e fatiscenti. Qualcuno però mi aveva assicurato che lì avrei trovato un vero esperto, un artista nella riparazione di tutti i meccanismi delle macchine che misurano il tempo.

Faticai non poco a trovare il laboratorio, a un certo punto ebbi la sensazione di trovarmi in un labirinto, di essermi smarrito, o di avere ricevuto informazioni sbagliate. Dal portone principale si entrava in quella che una volta doveva essere la portineria, poi uno stretto corridoio conduceva al primo cortile, e un secondo stretto passaggio tra i muri adiacenti di due palazzi dava accesso al secondo cortile. Girando a destra, in un angolo, ecco finalmente il laboratorio.

C'era una vetrata che da chissà quanti anni non era pulita, una saracinesca arrugginita che evidentemente era abbassata la sera, e sopra una scritta bianca, sul nudo muro di mattoni, quasi fosse un graffito: “ L'orologiaio”, e basta.

Avevo con me un orologio da taschino, antico, in argento, ricevuto in eredità dalla zia morta il mese prima. Il retro della cassa era però finemente inciso, con scritte e disegni indecifrabili. M’interessava conoscerne il valore, e farlo riparare, visto che non funzionava.

Entrai, e mi ritrovai in una piccola stanza in penombra, l'orologiaio era girato di schiena, immerso nel suo lavoro, solo una fioca luce appena sopra alla sua testa illuminava le sue mani.

· Buongiorno- gli dissi, ma lui non si girò subito, credo che non potesse fermarsi, in quel momento. Attesi qualche minuto, lo vidi togliersi dall'occhio lo strumento per ingrandire, si voltò e mi salutò con un sorriso molto cordiale.

· Buongiorno a Lei, Signore, in cosa posso esserle utile?- rispose con la classica frase.

Aveva, secondo me, circa sessant'anni, circa la mia età, e un viso che trasmetteva serenità e fiducia.

· Sono venuto per quest’orologio, vorrei sapere se vale la pena di ripararlo- dissi.

Lui lo prese lentamente dalle mie mani, lo soppesò, lo rigirò, si rimise il monocolo e guardò attentamente le scritte, o geroglifici che fossero, sul retro della cassa d'argento.

· Da chi l'ha avuto? - chiese con voce che percepii come più severa di prima.

· Eredità di una zia, secondo lei si può riparare?

· Scusi, chi ha dato quest’orologio a sua zia?

· Questo non lo so, ma è . è di valore?

· Credo di sì, ma questo dovrebbe chiederlo a un esperto, ed io non lo sono, io gli orologi, o, mi perdoni, macchine del tempo come preferisco chiamarle, le so solo riparare, ma questo, mi creda, lo so fare molto bene, molto, molto bene.

Allargò le braccia come per abbracciare il laboratorio, invitandomi a guardare vecchie pendole, orologi a cucù, ripiani con ogni tipo di orologi, persino metronomi, clessidre e altri strumenti per me sconosciuti.

Gli occhi gli s’illuminavano e proseguì:

Il tempo, il tempo , tutto viene da lui. Il tempo, padrone di tutto, nostro eterno nemico, signore della vita...

Vidi nei suoi occhi una scintilla di orgoglio , come se si sentisse in dovere di spiegarmi cose che io non conoscevo. Si alzo' in piedi avvicinandosi a un vecchio pendolo. Con voce sempre piu' alterata prosegui' – Lo sente? TIC, TAC. TIC, TAC . Ogni tic e ogni tac e' detratto dalla nostra vita, ogni tic e ogni tac ci ruba la vita. E' il tempo, il tempo la merce piu' preziosa. Per questo sono qui, io lavoro per conoscere la merce piu' preziosa, piu' dell'oro, piu' dei diamanti. Mi scusi lo sfogo, signore, a lei interessa che io ripari il suo orologio d'argento. Tornerai domani, farò il possibile, arrivederci.

Tornò al suo tavolo di lavoro girandomi nuovamente la schiena ed io gli chiesi:

-Domani avrò un impegno, lei a che ora apre al pomeriggio?

Continuando il suo lavoro, senza che io potessi vederlo in volto mi rispose alzando la voce:

-Aprire? Io non chiudo mai, io sono qui, sempre, a servire il tempo che mi divora.

Tornai il giorno seguente nel primo pomeriggio e trovai l'orologiaio di buon umore.

-Lei è fortunata, mi disse, porgendomi l'orologio, si era soltanto bloccata la rotella per ricaricare la molla, non mi dia nulla, controlli che funzioni perfettamente, e, nel caso passi a ritrovarmi.

-Ma no, la voglio pagare adesso

-Non c'e' fretta, mi fido di lei, io conosco le persone, so che tornerà.

Tornai a casa e appoggiai l'orologio sul comodino, dimenticandomene.

Quella notte dormii malissimo, sognai cose strane tutte proiettate nel futuro, come vivendo cose che dovevano ancora accadere, rigirandomi continuamente nel letto. Quando mi risvegliai, vidi l'orologio sul comodino, lo presi, e, con sorpresa, mi accorsi che tutte le lancette gravavano al contrario, cioè andavano tutte a rovescio. Non mi restava che tornare dall'orologiaio. Mi vestii in fretta e, memore del fatto che mi aveva detto che non chiudeva mai, andai subito da lui.

Non aveva mentito, erano solo le sette del mattino, ma lui era lì chinato al solito tavolo a riparare orologi.

Anche stavolta non si girò.

-Buongiorno- mi disse- l'aspettavo signore.

-Mi scusi, ma l'orologio funziona a rovescio, cioe' mi scusi, secondo l'orologio il tempo scorre all'indietro- e mi venne istintiva una risatina ironica.

La risata dell'orologiaio, invece, grassa e cattiva rimbombò nella stanza.

-A rovescio, signore? Allora lei non ha capito, non ha capito ancora che il tempo e' la cosa piu' preziosa. Si ruba l'oro, si rubano i diamanti, si può rubare anche il tempo. Certo non è facile, io non ci sono mai riuscito, ma secoli fa qualcuno piu' bravo di me, un alchimista del settecento, c'era riuscito, almeno così dicevano le leggende. Fino a che lei non mi ha portato la prova: il suo orologio. Per avere l'oro bisogna rubarlo a qualcuno, e anche per avere il tempo. Ed io, il tempo, mi perdoni, non per cattiveria, sono stato costretto a rubarlo a lei.

Finalmente l'orologiaio si girò ed io rimasi come impietrito: adesso non aveva piu' di quarant'anni, e, baldanzoso, avvicinandosi a me porse uno specchio, per farmi capire che adesso io di anni ne avevo almeno ottanta.

Mentre io gridavo tutto il mio dolore e tutta la mia pena, uscì tranquillamente dal suo laboratorio, che ormai non gli serviva piu’



Commenti

pubblicato il 20/07/2010 14.24.25
Alaire94, ha scritto: carina questa storia ... forse un po' inquietante. Certe frasi a mio avviso si potrebbero migliorare, comunque mi รจ piaciuta :)

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