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lavoro pubblicato mercoledì 14 luglio 2010
ultima lettura domenica 10 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Un Calvario a passo ridotto

di trap56. Letto 725 volte. Dallo scaffale Pulp

Gocce. Le sente picchiettare sul goretex dei suoi calzoni. Li ha fatti ridere tutti, i suoi compagni di squadra, quando si è presentato a colazione con la salopette semi-invernale, quella foderata di daino. Be', non gli è dispiaciuto mett...

Gocce. Le sente picchiettare sul goretex dei suoi calzoni. Li ha fatti ridere tutti, i suoi compagni di squadra, quando si è presentato a colazione con la salopette semi-invernale, quella foderata di daino. Be', non gli è dispiaciuto metterli di buonumore. A lui, però, poco interessa dei loro lazzi: le previsioni del tempo minacciano pioggia. E lassù, chissà. Una volta terminata la discesa mollerà tutto, ma fino ad allora preferisce lo scherno degli umani alle randellate del freddo. Lui, Jakaya Basil Msongo, è nato e cresciuto nel ventre caldo dell'Africa: i brividi che accapponano la pelle glieli fece conoscere il padre, una sola volta, sui pendii del Kilimangiaro. Oggi nemmeno capisce se è la pioggia o il sudore a rigargli i calzoni.
Pedala solo in fondo al gruppo, dopo appena ottanta chilometri dalla partenza da Bolzano: salita dolce, diluita, ma lui non riesce a scaldarsi, a carburare. Vede il cartello: Prato dello Stelvio - Prad am Stilfserjoch, m. 913. L'inferno, lo sa, è appena dietro l'angolo, ma adesso è l'inverno che viene ad arrotarsi le zanne sulla sua pelle d'oca.
Cerca di ridare vigore al sangue con il calore dei ricordi, volando fra i colori caldi della sua Kigoma, sulle sponde del Lago Tanganica.
Papà Mrisho aveva traslocato lì il suo orgoglio di pastore masai in fuga dalla miseria: le unghie dei piedi gli erano rimaste conficcate nella terra di Turkana fin quando aveva visto i figli ridotti a pelleossa per la fame. La città parve un miraggio capace di riempire almeno lo stomaco.
La pioggia che aumenta (pioggia o sudore, che conta?) lo schiaffa nell'oggi: già da un po' ha lasciato Prato allo Stelvio; per fortuna la strada continua a salire con pendenze piuttosto pedalabili (5% - 6%) e lui riesce ancora a cadenzare il respiro. Supera Ponte allo Stelvio (m. 1117), poi quel paesello dal nome quasi famigliare: Gomagoi.
Ed eccole, perfide come mostri della notte, le prime rampe lancinanti. Non vuol vederle, sentirle, annusarle.
Sprofonda nuovamente a Kigoma, quel giorno che il padre, invecchiato come un'acacia secolare, comunicò alla famiglia: "Ci trasferiremo in Italia". Glielo fece vedere sopra l'atlante, dove si trovava il Veneto. Jakaya Basil la prese bene, curioso com'era nell'alba dei suoi nove anni. Sul documento d'identità per l'espatrio lese: nato il 9 novembre 1989. Una data che la Storia non avrebbe mai associato al suo nome.
Non furono facili i primi anni in quella terra così diversa, così fredda, a tratti ostile. Il papà perdeva colpi e il giovane impala nero dovette abbandonare la scuola e mettersi al servizio della famiglia. Nel tempo libero gli piaceva molto correre nella campagna, lo faceva sentire libero come sulle sponde del suo lago.
Tiene gli occhi così bassi (lui, discendente di masai) che quasi gli sfugge il cartello con quel numero: 48. Un genio sconosciuto ebbe la folgorazione di numerare i tornanti a scalare, in modo che allo scalatore suicida fosse sempre presente la dose di sofferenza che ancora gli spettava. Jakaya Basil lo sa: da qui inizia la salita al calvario. Padre Ilario, l'anziano missionario della sua parrocchia africana, gliel'aveva illustrata bene la Via Crucis: si era stampata indelebile nella sua fresca memoria di bambino senza televisione.
Mentre Cristo saliva incontro alla sua sorte, però, non pioveva e non faceva freddo. Oggi, anche se è il 1° giugno 2012 e lui ha solo ventitre anni, sente i brividi che gli entrano nella pelle con la pioggia che si accanisce contro la sua armatura di stoffa.
Sale la strada, la temperatura scende. Fuori e dentro.
E' proprio il clima che lo distrae, gli fa tornare a galla il ricordo del primo giorno del suo nuovo lavoro, quasi otto anni fa: portalettere. Postino, come lo chiamavano i suoi compaesani. Una pesante bicicletta con massicci borsoni di cuoio gonfi di posta - e un cielo grigio e carico di pioggia che gli fece spuntare le lacrime, quasi un anticipo della doccia che lo attendeva. Fortuna che il paese si sviluppava quasi tutto in pianura, tolto una frazione in collina. Imparò a pedalare con lena, per sbrigare prima il lavoro e potersi dedicare alla sua passione: la corsa campestre. Ce l'aveva nel sangue, lui, come tutti i suoi fratelli neri: correvano per sfuggire alla fame e per acchiappare qualche animaletto meno lesto di loro. Quando scaricava dalla bici i borsoni ormai vuoti gli piaceva anche pedalare, perché riusciva a sfrecciare più veloce che sulle gambe.
Non come ora, no, che gli pare d'essere alle prime consegne del mattino, quando lettere, giornali, pacchetti occupavano il suo orizzonte sia anteriore che posteriore e lo trasformavano in un lumacone strisciante. Dov'è? Legge a fatica il cartello Trafoi (m.1534), senza scorgere il fantasma di Thoeni che lo incita muto a non mollare; senza poter ammirare l'altera bellezza dell'Ortles, schermato dall'invidia di nubi senza storia. Supera il cartello del tornante 46, appena fuori dal paese, dove la strada comincia a lanciare la sua sfida al cielo, impennandosi a zig zag come un animale impazzito. Si è studiato il percorso, sa che lo aspettano pendenze medie intorno al 9%, strappi improvvisi, per quasi nove chilometri. Le uniche possibilità di respiro saranno proprio i tornanti, da lì in avanti così ravvicinati che si potranno riscaldare a vicenda.
Si trova quasi subito davanti agli occhi quel 45 che gli testimonia come stia bruciando solo il quarto tornante.
"Pedala, negro, che sei l'ultimo!". Queste parole, pronunciate con scherno, gli graffiano i timpani, fino a farglieli sanguinare. Ha un riflusso quasi fisico di memoria... gli insulti dei primi tempi, le botte, le sue immancabili vittorie (l'astuzia e la forza della savana), le amicizie conquistate e mantenute con le unghie. Vorrebbe reagire, adesso, se solo sapesse dove trovare la forza. Non ha il tempo di smaltire la rabbia, perché sulla schiena gli piovono manate rudi che forse aspirano a ridargli slancio ma che lui vive come colpi sul groppone di uno schiavo in difficoltà. Si sente perso, come se di colpo l'intera Africa fosse ripiombata nel baratro della schiavitù.
Stringe i denti, sputa a terra, si alza sui pedali per prendere fiato e rilanciare l'azione. Entra nel bosco e i tornanti cominciano a farsi più ravvicinati: per fortuna, perché in quelle strette curve la strada un po' spiana, quasi a rifiatare lei stessa.
Si è fatto montare, stamattina, una moltiplica 30-42-52 e un pacco di pignoni dall'11 al 32. Il meccanico della squadra si era quasi offeso, quando, agli inizi del Giro, gli aveva chiesto di procurargli quel 32: "Come chiedere a un porno-attore di andare in farmacia a comperarti il viagra!" gli aveva ringhiato in faccia. Poi, però, si era lasciato impietosire e aveva mandato un nipote presso un grosso rivenditore: la usavano sì e no i cicloturisti, quella porcheria. Infatti, a Jakaya Basil quel rotellone l'avevano fatto conoscere alcuni amici appassionati di mountain-bike: gli avevano suggerito di provare quella mostruosa due-ruote per ripercorrere pedalando quei fuoristrada che tanto lo esaltavano nelle campestri. Si era fatto prendere fin dall'inizio, ma le impennate improvvise e secche gli tagliavano le gambe senza scampo. E allora ecco la salvezza in quei numeri magici. Anche grazie a questo espediente si era messo in luce durante alcune competizioni, soprattutto quelle più lunghe e massacranti: lui e la fatica si rispettavano a vicenda e proprio per questo erano così in sintonia. Tranne sulle salite.
Il 41° tornante gli si para davanti come un veto, sembra volergli cadere addosso. Quaranta ancora ne mancano e il giovane alfiere nero di botto si sente gravare sulle spalle la croce che dovrà portare fin lassù. I polmoni sono lì lì per accartocciarsi intorno al cuore fino a soffocarlo. Non ha scampo: 30 davanti e 32 dietro, in piedi sui pedali, per inalare voglia di vivere. Di sopravvivere.
Ancora una volta riesce a fuggire nel ricordo, quando gli offrirono di entrare come gregario in una squadretta di dilettanti. Al Direttore Sportivo era stato segnalato per le sue doti di fondo, con questa motivazione: "Il Msongo non sarà mai un campione, ma potrà essere un'ottima spalla per il suo Capitano, capace com'è di grande spirito di sacrificio e di abnegazione". Appena seppe che avrebbe guadagnato di più che a fare il muratore (sua attuale professione) offrì da bere a tutti gli amici, ignaro del suo futuro da magutt. I duri allenamenti quotidiani, la brutalità del Mister, , la spocchia del Capitano e dei ‘suoi', tutto contribuiva a fargli masticare amaro, a ingoiare rospi su rospi. Ma era lavoro, ben pagato, per giunta. E all'aria aperta, anche se lui mal tollerava il freddo.
Come adesso, che, superata ormai quota 1.500, la pioggia si è fatta quasi gelata e lui ha l'impressione di pedalare nudo. Il fondo stradale bagnato, la fatica accumulata, forse l'altitudine: sta di fatto che nell'affrontare il 37° tornante la bicicletta scarta, vacilla e lui finisce a terra. Lo aiutano alcuni cicloamatori a rialzarsi, rimettersi sui pedali e ripartire. Non si è fatto nemmeno un graffio, almeno gli pare; ma riprendere il ritmo è terribile, proprio su quelle rampe. Ci son volute le generazioni di grandi, fieri camminatori che si porta nel sangue, per convincerlo a non mollare.
Gli è di grande aiuto anche il ricordo di una delle sue poche vittorie da dilettante, ottenuta proprio perché la sua capacità di soffrire, di masticare la fatica, l'avevano portato a stroncare i compagni di una folle fuga durante un Giro d'Italia. Il giorno dopo quasi arrivava fuori tempo massimo, ma la soddisfazione, per lui, umile portatore d'acqua, era stata troppo grande, perché potesse provare alcun fastidio. Gli si scioglieva ancora nelle orecchie l'esultanza tribale della madre, quando lui le aveva telefonato per comunicarle la vittoria. Sua madre, bellissima donna masai...
E quasi gli pare di vederla, con quelle sue curve rese formose dagli anni e dalle gravidanze. Miraggio: sta varcando il cartello che indica il 33° tornante, con quelle cifre così sensuali. Ogni tanto, quando sente il respiro farsi meno astioso e le gambe danno l'impressione di essersi ringalluzzite, ci prova, a far scendere la catena dal 32 su numeri più dignitosi. Ma appena uscito dalla tregua di una curva più dolce sente di nuovo il piombo circolargli nelle vene e nei polmoni. Ormai gli è chiaro: il suo sarà un calvario alla moviola.
Ultimo del gruppo: riesce anche a sorridere un attimo, pensando a un nero con la maglia nera. Ultimo; nero ma non mollerà. Proprio mentre gli rimbomba in testa questa determinazione, si accorge che al suo fianco pedala qualcuno: gira lentamente la testa, per non cadere di nuovo e vede un cicloamatore in mountain-bike, messo decisamente meglio di lui: "Mi hanno chiesto di starti vicino, perché da solo sarebbe peggio." Lo ringrazia con lo sguardo e nel riportare gli occhi in linea retta focalizza il cartello del 29° tornante.
A quella memorabile vittoria ne seguirono ancora un paio, meno eclatanti, ma che convinsero il patron di una piccola squadra professionistica a sborsare un po' di quattrini per lui. Non gli era parso vero, quando gli avevano fatto firmare il contratto per tre anni: con quei soldi poteva cominciare a sognare una casa sua e una sua famiglia e magari, più in là, un'attività tutta sua. Più in là... adesso era solo fatica, ancora più fatica e Direttore Sportivo ancora più aggressivo e Capitano ancora più insolente e prepotente. Vita dura, ma Jakaya Basil una sola cosa temeva: le grandi salite. Come un tempo tremava nella notte della savana, che lui immaginava popolata di mostri assetati della sua voglia di vivere.
Fatica, sofferenza, dolore; come adesso. No: ora come non mai.
Quando si accorge della giovane donna che gli corre al fianco, sta percorrendo un lungo rettilineo con una pendenza intorno al 10%: arranca sbandando, sudando come una spugna sotto una pressa. Lei gli grida qualcosa che lui non capisce, non può capire, perché lo sforzo gli riempie anche le orecchie. Fa in tempo a leggere il numero 25 sul solito cartello, poi la donna gli passa sul volto, sul capo un asciugamano, per assorbire almeno un po' di quel groviglio di pioggia e sudore che gli impedisce di vedere la strada. Fa uno sforzo tremendo per non perdere l'equilibrio, ma riesce anche a soffiare un "Grazie" che sembra esalare dal sottosuolo.
La respirazione si è fatta quasi il problema principale: a ogni inspirazione gli pare di dover tirar su l'aria da un profondo pozzo con una carrucola arrugginita. Pedala ormai oltre i duemila metri di quota, lo sa: qui termina il tratto nel bosco e con il cielo sereno potrebbe scorgere, lassù, la vetta del Passo. Meglio non vederla, lontana com'è.
I tornanti adesso si sono diradati, fra l'uno e l'altro corrono lunghi rettilinei: rasoiate nel fianco della montagna, non lasciano un attimo di tregua, con pendenze costantemente tra l'8% e il 10%.
Complici l'accumulo di fatica, l'asfalto bagnato, la noia ottusa e ottenebrante dei rettilinei, nell'affrontare il tornante 21° la ruota posteriore gli va via, si trova a terra per la seconda volta. Non è stato facile raccattare le forze, rialzarsi, rialzare la bici, risalirvi, imporsi di ripartire.
Ce la fa. Quello che non gli riesce, invece, è di non chiedersi chi gliel'ha fatto fare. Il primo anno da professionista aveva sgobbato come un negro (ci rideva sopra anche lui, ormai) senza portare a casa nemmeno una piccola soddisfazione personale. Giusto la paga, ecco. Però gli erano stati risparmiati i grandi giri a tappe. Quest'anno invece il patron in persona aveva stabilito che era giunto il momento del battesimo del fuoco. Non poteva certo rifiutare, fare la figura del lavativo. Sarebbe stata dura, lo sapeva: ma era un masai, Jakaya Basil Msongo.
Ora, però, si trascina come mai in vita sua e mancano ancora 18 tornanti alla fine.
La fine.
Sente alcune donne, ferme sul ciglio della strada, dire parole di commiserazione nei suoi confronti: il tempo poco africano, la salita così infernale, lui così nero. Si gira per gridargli il suo orgoglio, ma la voce torna indietro con quel poco di aria che riesce ad ingurgitare. Si accorge (la fierezza non è sopravvissuta a quota duemila) che al sudore e alla pioggia si sono aggiunte le lacrime. Fortuna che è lontanissimo da tutti e anche i tifosi stanno correndo al riparo. Scroscia.
E' sulle sue stesse lacrime che scivola nell'affrontare il tornante 15°? Si trova a terra, sacco di patate informe e senza vita. Non sa come, non è stato il suo cervello a dare l'ordine: assiste passivo alla scena del suo corpo che si risolleva, monta in bicicletta e riparte. Un automa, niente più.
Non riesce nemmeno ad alzarsi sui pedali, non vede altro che i pochi metri di strada davanti a lui, quasi una fessura dove infilare le ruote. Di botto, però, sente le stilettate del gelo affondare ancora più crudeli in alcuni punti del corpo. Sono i brividi della febbre? Sta congelando? Guarda il cartello che gli scorre di lato e gli ricorda impietoso che mancano ancora 12 tornanti. E' lo sconforto a fargli scivolare lo sguardo sul suo corpo: la salopette, lacerata in più punti, lascia scoperte ampie porzioni di coscia e di polpaccio. Non se n'è nemmeno accorto, subito dopo le cadute. Ogni tanto una folata di vento fa svolazzare quei brandelli di stoffa, un paio glieli strappa addirittura. Ormai non percepisce più il freddo, la pioggia gelata quasi rimbalza sulla sua carne rigida e intorpidita. La spossatezza infinita ha tolto ogni energia ai suoi sensi. Le mani sono incollate al manubrio, in un impasto di liquidi organici e pioggia. I piedi non riuscirebbe più a sganciarli dai pedali; sella e soprasella fanno corpo unico. E' come inchiodato sopra uno strumento di tortura. Gli occhi, due fanali fissi, inquadrarono per un attimo il cartello del 9° tornante.
Si sono scordati di lui, tutti. Lo pensano ritirato, al riparo in uno degli alberghi o dei bar lungo la strada. Il buio incombente, il freddo e la pioggia hanno convinto anche i più incalliti tifosi e cicloamatori a lasciare deserte le rampe finali. Solo lui (o il suo fantasma?) prosegue la cieca e sorda lotta fuori da ogni logica. Da ogni logica sportiva, perché ormai è l'Africa derelitta che pedala con lui, che lo sospinge verso il Passo, gli chiede di riscattare secoli di fame, miseria, umiliazioni. Anche ultimo, ma DEVE arrivare. Ci sono i pastori masai che intorno a lui saltano a piedi uniti, ritti, fieri, le lunghe lance parallele al corpo. I tamburi, le urla della savana, il vento, gli incitamenti dei compagni di gioco, la fame di libertà che gli esplodeva dentro e lo spingeva a divorare chilometri e chilometri di piste e sentieri.
Non s'accorge, Jakaya Basil Msongo, classe 1989, che sta morendo, ultimo eroe tragico e solitario, lontano dalla folla e dalle telecamere. Sorride, quando cade a terra privo di vita, proprio all'altezza del 6° tornante. Si abbatte di schianto sull'asfalto malandato, uomo e bicicletta già fusi in un monumento funebre.
Lo trova poco dopo una pattuglia della Stradale che chiude la gara proprio in funzione di controllo. E dura schiodarlo dalla bicicletta, trasformato dal rigor mortis e dal gelo in un autentico Centauro. Avvolto in una coperta, lo trasportano al Passo dello Stelvio: finalmente, raggiunge la fatidica quota 2.758.
"E aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso".


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