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lavoro pubblicato sabato 10 luglio 2010
ultima lettura lunedì 13 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LA RESA

di Miguel. Letto 603 volte. Dallo scaffale Pulp

Sono l’eterna delusione di me stesso. Trascino le giornate rincorrendo idee troppo lontane, frantumando i miei propositi in mani troppo serrate. Il mio cervello è un cancro che mi porto appresso. La mia mente è una puttana aggrovigl...

Sono l’eterna delusione di me stesso. Trascino le giornate rincorrendo idee troppo lontane, frantumando i miei propositi in mani troppo serrate. Il mio cervello è un cancro che mi porto appresso. La mia mente è una puttana aggrovigliata a una carcassa.

Ho lavorato sodo con i denti stretti e le braccia tese. Ho combattuto a lungo nella polvere tra le sciocche pretese sfumate nei miei guai. Ho corso a perdifiato per le strade desolate, cavalcando le illusioni con sorrisi biechi, protendendo mani verso il nulla. Ma puntuale arriva il buio, ad avvolgere freddamente le mie viscere. La pioggia trascina via ogni immagine impura. La pioggia scioglie lo sconforto e, così come un lungo pianto, aleggia solo un desiderio di niente. Nessuna sciocca pretesa. Camminare nel grigio a rincorrere le foglie cadute. Potrò mai fare un sorriso più sincero? Potrò mai riscuotere il mio tanto agognato compenso? Tutto ciò che mieto con cura va perentoriamente a puttane, divorato dai pochi parassiti lasciati distrattamente crogiolarsi in mezzo al fango. Costruire è un inganno necessario per poter distruggere, l’unico autentico atto libertario mai possibile. Alzo le mani al cielo e vedo le mie unghie rotte, stanche di scavare alla ricerca di un tesoro inesistente.

Ora posso rinunciare alla lotta, poiché non è libertà il desiderare. Qualche volta un dono inaspettato rivela l’inutilità della pretesa, ma troppo spesso un desiderio fecondo si trasforma in sorda delusione. “Non è pretendendo che si ottiene” mi disse una vecchia amica un giorno. Solo molto più tardi ho scoperto che avevo già tutto ciò che mi serviva.

Ora tutto è perduto e nel vuoto trovo spazio per guardarmi. Un ritratto orrendo riflesso in una pozza stagnante. Il mio viso tumefatto, le piaghe mi invadono il corpo. Le ferite mi solcano il torace. E tutt’intorno il vuoto di un’esistenza spesa a cercar di viver di speranze, senza mai godermi l’onestà dell’attimo.

La sconfitta può avere un gusto più sincero di tante subdole vittorie, come il sapore del sangue, o di un vecchio whiskey; come le mie lacrime, che fanno luccicare il mondo più di mille sorrisi convenevoli.

Da qualche parte forse un dio mi ammira e confeziona il mio sbaraglio.

La partita è persa. Una lezione troppo dura d’apprendere. Lascerò affondare le mie labbra sull‘asfalto, un ultimo sguardo al mondo lercio, ironizzando sui miei vani tentativi di rialzarmi, sulle mie false pretese, sulle cose mai dette che ora scivolano col sangue giù per la gola. E forse in tutta la mia misera esistenza mi riuscirà di sorridere sincero, per una volta almeno.



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