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lavoro pubblicato giovedì 1 luglio 2010
ultima lettura sabato 26 settembre 2020

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Blade Runner

di mostriciattolo. Letto 726 volte. Dallo scaffale Amore

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Blade Runner

In memoria di Cristina

Cinque anni. Erano già trascorsi cinque anni. Il pensiero, la memoria dell’origine della catastrofe, nonostante si sentisse totalmente assorbito dal suo folle progetto, gli tornava alla mente come un’oscura premonizione. Cinque anni ormai, che rivisitava quotidianamente l’accaduto: una non meglio identificata missione sul radiotelescopio orbitante androide Jupiter IV, proprio in concomitanza con l’atto finale d’una terribile terza guerra mondiale. Quasi avessero voluto risparmiargli l’ultimo olocausto e preservarlo dalla orribile fine toccata a miliardi di persone, quasi avessero voluto farne un sopravvissuto. O chissà, il sopravvissuto.

Al ritorno sulla Terra, il sistema di nuclear rescue - da lui ideato qualche anno prima - aveva guidato il rientro della navicella, schermandola dalle radiazioni sino al bunker sotterraneo del suo superlaboratorio, salvandogli la vita e consentendogli di ripararsi in un sito a prova d'esplosione atomica. Harry s’era salvato, era vivo. Ma da cinque anni anche tragicamente, perdutamente solo.

Non era più stato in grado d'interagire con alcuna realtà esterna al bunker, né d'accedere ad alcuna rete di comunicazione: al di fuori del suo ricovero sotterraneo, ogni antenna o paraboloide o ripetitore di segnale terrestri erano andati distrutti, e doveva esser successo qualcosa anche ai satelliti geostazionari, che non davano più segni di vita. Per non parlare del WEB poi… ormai solo un lontano ricordo. Potendo contare unicamente sulla smisurata potenza di calcolo e sulle informazioni memorizzate nel colossale mainframe del suo laboratorio sperimentale, gli mancava qualunque tipo di scambio d'informazioni con quello che un tempo era stato il mondo esterno.

In un paio di circostanze era riuscito a concedersi delle ricognizioni esplorative, fuori del rifugio; ma la navicella che lo aveva ricondotto sulla Terra dall’ultimo viaggio su Jupiter IV non era attrezzata per voli a lungo raggio nell’atmosfera terrestre. I suoi motori erano infatti previsti esclusivamente per spinte in assenza di gravità ed atterraggi successivi all’ingresso in atmosfera, ed il solo propellente residuo era quello ancora presente nei serbatoi. Il panorama che s’era presentato ai suoi occhi durante le perlustrazioni era stato desolante e terribile: nessuna forma di vita animale o vegetale era sopravvissuta allo spaventoso conflitto, almeno sin dove s’era potuto spingere col velivolo; ma le sue conoscenze ed i suoi calcoli sull’impatto radioattivo l’avevano drammaticamente convinto d’essere uno dei pochi, se non l’unico superstite, almeno a quelle latitudini del pianeta. La contaminazione ambientale e la presenza di numerosi focolai nucleari ancora attivi rendevano dunque impossibile qualunque forma esteriore di vita conosciuta… macerie e devastazioni non gli permettevano il reperimento d'alcuna materia prima, informazione alternativa, o genere di prima necessità. Il suo universo, o meglio, quel che restava del suo universo, era tutto concentrato in quel rifugio/laboratorio sotterraneo di qualche centinaio di metri quadri.

Harry era stato quel che si dice un enfant prodige. Sin dall’età della ragione il suo QI aveva superato la soglia dei 250, s’era laureato in matematica e fisica con 110 e lode a sedici anni appena compiuti; era poi venuta la laurea in medicina con specializzazione in chirurgia plastico-ricostruttiva a venti, ed in successione prima la laurea in astrofisica a ventitré, poi quella in ingegneria elettronica a venticinque e per ultima quella in ingegneria genetica, alla soglia dei ventotto anni: tutte col massimo dei voti e lode. La sua straordinaria capacità e rapidità d'apprendimento e la stupefacente inclinazione all’analisi, alla sintesi ed alla risoluzione dei problemi, facevano di Harry una mente decisamente fuori dal comune, un genio multiforme di portata assoluta, anche se la sua naturale predisposizione era indiscutibilmente per la robotica. Come massimo esperto conosciuto nel campo, e sebbene lavorasse al servizio del Governo, non gl'interessava tanto la costruzione di macchine industriali o militari – sino ai trent’anni aveva progettato e consegnato prototipi alle industrie del settore sino alla nausea – quanto quella di veri e propri replicanti.

Non per niente il suo cult movie era un film di grande successo d'una settantina di anni prima, Blade Runner, che parlava d’un gruppo di replicanti ribelli da eliminare e di alcuni talmente perfetti da ignorare d’esserlo; ma ai Servizi Segreti del suo Governo, la realizzazione di umanoidi proprio non interessava. Era stato sfruttato per anni unicamente in funzione del progetto ARW (Android Robot Warrior, ovvero robot androidi guerrieri) che prevedeva la realizzazione d'eserciti di automi, insensibili al dolore, alla fatica ed alle armi chimiche, in grado di combattere autonomamente secondo programmazioni avanzate, e addirittura di autorigenerarsi. Harry aveva atteso al suo compito con diligenza, per amore del suo paese; ma la sua reale inclinazione era ben altra.

Il brand ARW ltd aveva sfornato centinaia di migliaia di androidi meticolosamente pianificati al combattimento, in sterminate fabbriche a pochi chilometri dal suo laboratorio bunker, andate peraltro totalmente distrutte nel conflitto. Ma ai vari modelli di robot guerrieri mancava l’anelito di vita ed autodeterminazione che Harry aveva sempre sognato d'infondere nelle proprie creature: gli ARW seguivano un copione, valutavano eventi e prevedevano contromisure, ma erano incapaci d'azioni autonome assolutamente originali. Svolgevano insomma un compito preciso e finalizzato, considerando una miriade di variabili e determinando le condotte conseguenti in frazioni di secondo. Ma avevano un aspetto esteriore assai rudimentale, ed assomigliavano più ad un veicolo con braccia e gambe che ad un essere umano. E dell'uomo mancava loro il soffio leggero della vita.

Harry s’era specializzato in biotecnologie applicate alla robotica sulle orme del pioniere prof. Hiroshi Ishiguro, ricercatore all'IRC (Intelligent Robotics and Communication Laboratories ATR) di Kyoto, primo realizzatore – con Geminoid HI-1 prima, a sua immagine e somiglianza, e con Geminoid F dopo – di un androide dalle precise sembianze umane. Harry aveva collaborato con Ishiguro negli ultimi anni di vita dello scienziato giapponese, che provava per lui una sorta di venerazione, ed insieme avevano realizzato il primo umanoide replicante non controllato a distanza, Geminoid K, in grado di muoversi ed interagire autonomamente, sia pur solo in alcuni limitati scenari. Tuttavia, agli occhi dei suoi superiori, tanto sforzo faceva soltanto folklore, ed all’atto pratico le pressioni governative ed il potere dell’industria bellica avevano sempre e comunque prevalso.

Il sogno di Harry, quello di replicare un essere umano rendendo praticamente impossibile distinguere l’androide dal suo modello vivente, s'era parzialmente infranto contro le rigide leggi della Difesa nazionale prima, e della guerra preventiva poi; ma le basi per la realizzazione d'un umanoide ibrido, ovvero un cyborg (dalla contrazione di cybernetic organism), quasi perfetto erano state già lanciate. Nel 2059, potendo contare sulla straordinaria miniaturizzazione raggiunta dalle memorie allo stato solido, e sulla messa a punto d’una geniale metodologia atta a trasferire la memoria umana su una memoria di massa esterna, Harry s’era servito come cavia dell’amatissima moglie Rachael (forse non era un caso avesse il nome dell’inconsapevole replicante di Blade Runner), realizzando il primo backup conosciuto della memoria umana. Ricordava il sorriso imbarazzato di lei, durante le operazioni di memory upload: nonostante fosse a sua volta un’addetta ai lavori in quanto assistente di Ishiguro, in quel momento sembrava assorbita solo dei festeggiamenti per il trentacinquesimo compleanno di Harry. La prematura scomparsa della donna durante un viaggio in Africa, solo un anno dopo, aveva trasformato il risultato di quell’esperimento in una preziosa reliquia ad memoriam.

Harry aveva un sogno. I have a dream, ripeteva spesso agli androidi che lo circondavano, pur conscio che non potessero comprenderlo. Ora che si ritrovava solo, senza must esterni e con gli attrezzatissimi laboratori della AWC ltd a sua disposizione; ora che la solitudine lo aveva reso un novello, solitario Robinson Crusoe e la sua spaventosa cultura (che spaziava praticamente attraverso l’intero scibile umano) poteva essere finalizzata ed incanalata in un’unica direzione, inseguiva un progetto ambizioso, meraviglioso e terribile allo stesso tempo: costruire un organismo bionico dalle sembianze perfettamente umane, dotato di sensazioni e comportamenti umani, ma soprattutto di capacità di pensiero autonoma. Blade Runner insomma non sarebbe più rimasto solo un film di fantascienza bello ma inverosimile, e la figura fantastica espressa da Rachael, quella del cyborg replicante talmente perfetto da non esserne consapevole, sarebbe divenuta realtà. Una realtà cui avrebbe dato proprio il nome Rachael, in onore ed in memoria della sua amatissima Rachael, la donna con cui aveva sofferto il solo cruccio di non diventare padre.

La fase più impegnativa del suo temerario progetto consisteva nell’insegnare a pensare a Rachael: trasferire il backup della sua mente di qualche anno prima in un organismo pensante autonomo, capace di attingere alla memoria, articolando pensieri e ricordi; ma anche ad una serie infinita di subroutines comportamentali, che affrontassero la maggiore quantità di situazioni possibili, per “costruire” la reazione emotiva, le azioni e le reazioni con cui la vera Rachael avrebbe interagito. In altri termini, erano necessarie una memoria pregressa, una memoria di lettura/scrittura in tempo reale ed una serie di routines on-line che emulassero il modo d’agire della donna; e questo sempre attingendo alla sua indole ed alle sue tendenze emozionali, sollevate dall’angolo più profondo e nascosto della mente durante il backup. Harry aveva finito col chiamare proprio innesto mentale la ricreazione d’un ambiente intellettivo originale in un cervello sintetico, che una volta completamente configurato decise di ribattezzare MB, master brain.

Ma andava anche prevista la realizzazione d’un secondo livello d’intelligenza bionica, in grado d’attendere alla parte non meno complessa della conduzione degli organi interni, dei movimenti, dell’espressività, della mimica facciale e soprattutto della parola. Forse Rachael sarebbe risultata un clone imperfetto, assai più androide che persona, ma era un rischio che andava corso.

Harry realizzò il complesso sistema muscolo-scheletrico di Rachael in lega di titanio, alluminio e magnesio per la parte ossea, onde consentire al telaio portante leggerezza e duttilità e riuscire a rimanere in una fascia di peso finale accettabile; e per quella muscolare, si servì di attuatori ibridi semiorganici SHA (da Semiorganic Hybrid Actuators), gli stessi utilizzati dalla più recente chirurgia ortopedica ricostruttiva per ricomporre lesioni o carenze ossee e muscolari. I tempi di Geminoid, in grado di simulare le sole espressioni del viso con cinquanta attuatori di mimica, erano ormai totalmente superati; la tecnologia e la miniaturizzazione degli SHA avrebbe consentito, con circa un migliaio di attuatori per la sola parte facciale e dei micromovimenti, ed altrettanti per i macromovimenti (quelli propri dei muscoli più estesi), di riprodurre praticamente alla perfezione i gesti, le espressioni e le mosse d’una donna vera.

La termoregolazione e la simulazione della respirazione sarebbero stati affidati ad un complesso e ramificato sistema polmonare artificiale, capace d’ossigenare il fluido che avrebbe emulato il sangue ed inspirare l’umidità presente nell’aria, aggiungendola a quella ingerita con l’alimentazione, per trasferirla poi - sotto forma di traspirazione virtuale - ai micropori della pelle, ed alle mucose.

Già, la pelle. Niente silicone, niente composti vinilici; nulla di sintetico, in breve. Rachael non avrebbe avuto una pelle artificiale: la tecnologia più avanzata della chirurgia plastica consentiva da anni una vera e propria coltura di pelle naturale, partendo da piccoli campioni e dalla ricostruzione di parte del DNA della vera Rachael; e la replicante avrebbe avuto un rivestimento esteriore non troppo dissimile dalla vera pelle umana. Era stata resa possibile persino la crescita delle unghie, innestando matrici ungueali in prossimità dell’ultima falange delle dita. Ma la più straordinaria realizzazione di Harry consisteva in un vero e proprio apparato digerente sintetico, in grado di rigenerare l’unica pila atomica (ad impatto radioattivo praticamente nullo) di cui l’organismo sarebbe stato dotato, tramite la medesima reazione elettrochimica prodotta dalla digestione e dall’assimilazione intestinale. Niente sistemi esterni dunque, niente pericolose reazioni a catena da innescare: tutto era drammaticamente finalizzato a produrre un’umanoide incapace – come la Rachael del film – di riconoscersi tale. Questo, era il suo sogno. Questa, da cinque anni, la sua unica ambizione.

Al contrario, un cyborg consapevole d’essere tale, ma dotato di memoria ed emozioni umane, avrebbe inevitabilmente teso all’autodistruzione.

Ma un umanoide mancante d’apparato cardiocircolatorio avrebbe preso coscienza della propria reale natura assai in fretta. D’altronde era comunque necessario che la pelle e gli altri organi ibridi, a metà tra organico e sintetico, venissero vascolarizzati ed ossigenati da un liquido assimilabile al sangue umano, capace anche di cedere scorie ed anidride carbonica durante l’espirazione. In questo gli venne incontro la chirurgia polmonare e cardiovascolare, unita alla capacità delle cellule staminali di riprodurre vasi e tessuti. Il ciclo respiratorio venne minuziosamente modificato ed adeguato alla circolazione sanguigna attraverso una pompa artificiale semiorganica, la stessa che veniva trapiantata nei cardiopatici gravi; la pelle – che rappresentava la parte più estesa e più in vista del cyborg – sarebbe stata dotata di una vascolarizzazione talmente simile a quella reale, che la donna avrebbe potuto persino arrossire. Pelle ed HSA vennero poi disseminati di recettori di dolore: non poteva proprio risparmiarglielo, o Rachael avrebbe finito col sospettare qualcosa.

Insomma, ad Harry non mancavano il tempo, il talento, né il genio necessario a risolvere i mille problemi di cui una realizzazione tanto ardua risultasse disseminata e ad attendere alle mille attività che essa comportasse. In questo era assistito da uno stuolo di micro e macrorobot, che lo sollevavano dalle azioni più delicate e miniaturizzate in sede di messa a punto: collegare, suturare, stendere terminazioni, collocare SHA, collaudare. Le interconnessioni tra il cervello virtuale, la cui capacità in terabytes era praticamente smisurata, gli attuatori e gli organi artificiali vennero realizzati emulando l’attività neuronale. I suoi studi sulle sinapsi lo avevano indotto a servirsi di vere e proprie terminazioni sintetiche per condurre gli stimoli dalla periferia al cervello e viceversa; il vantaggio consisteva soprattutto nella loro autonoma rigenerazione.

Al momento di realizzare il seno, i glutei ed il ventre di Rachael, Harry fu turbato da un serio conflitto interiore. Per qualche giorno, e per la prima volta dall’inizio di quell’impresa disperata, si chiese con insistenza se il suo obiettivo finale fosse realmente ed eticamente giusto. Se fosse legittimo, realizzare la copia quasi perfetta d’una donna tanto amata, o non si trattasse del gesto egoista d’un uomo esaltato e megalomane.

E se Rachael si fosse rivelata un fallimento? Se al momento di regalarle la vita qualcosa fosse andato storto, o le reazioni del suo organismo bionico fossero risultate incontrollabili? Ricordò con un sorriso amaro le tre leggi della robotica dello scrittore Isaac Asimov, tutte sostanzialmente tendenti a privare il robot di qualunque autonomia comportamentale, impedendogli di recare danno all’uomo con atteggiamenti od omissioni. No… non era un replicante addomesticato, ciò a cui aspirava davvero. Per un attimo e per l’ennesima volta lo sconvolse l’idea mai abbandonata di desiderare in realtà semplicemente un’altra Rachael. Una donna che si comportasse come lei, si muovesse come lei, parlasse come lei, avesse la sua voce ed il suo sguardo, il suo seno, il suo sorriso, il suo odore, il suo modo di guardare e parlare. Ma nessun perfetto sintetizzatore vocale, pur basato su campioni registrati della sua voce di velluto, e rigenerati da vere corde vocali sintetiche; nessuna coppia d’occhi protesici dotati addirittura di lacrimazione, sotto stress emotivo, e nessun comportamento od emulazione del suo modo più intimo d'essere, gli avrebbero restituito la donna che aveva amato e perduto.

Per contro, la realizzazione era ormai talmente avanzata, che decise di correre in ogni caso il rischio. Nessuna delusione, nessun errore, nessuna reazione imprevista avrebbero potuto in ogni caso peggiorare la qualità della sua vita, seppure una seconda schiera di androidi meno evoluti lo sollevasse da mille incombenze quotidiane, dalla pulizia dei locali alla rigenerazione dell’ossigeno nel bunker, dalla formazione di carne e pesce partendo dal genoma modificato degli animali, alla produzione d'acqua potabile, sino alla coltivazione di frutta e verdura nelle serre, illuminate dalla vera luce del vero sole, filtrata attraverso lastre trasparenti in metakryl da 1800mm, che avrebbero sopportato un’esplosione nucleare.

Ricostruire le espressioni del viso e la mimica facciale di Rachael fu impresa altrettanto ardua. Aveva frequentato a lungo i laboratori della Industrial Light & Magic del pioniere George Lucas, tanto che avevano tentato di coinvolgerlo persino nella realizzazione di effetti speciali per il cinema; ma il suo talento, come visto, aveva poi percorso altre strade. Da quella esperienza acquisì però le nozioni necessarie allo studio della ricostruzione delle espressioni.

Partendo dai numerosi video del volto di sua moglie, registrati prima della sua scomparsa, un software dedicato tracciò - tramite un complesso sistema a metà tra il morphing ed il rendering – le espressioni facciali della donna, mappandole per punti, e convertendole poi in dati che il cervello avrebbe inviato agli SHA del viso, per ricrearne la mimica originale.

Dedicò più d'un mese a quello che sarebbe diventato l’apparato sessuale di Rachael (gli fece uno strano effetto chiamarlo con questo nome), ma mise una cura infinita nel tentativo di ricostruire il più minuziosamente possibile le reazioni e le alterazioni del corpo, della mente e delle sensazioni dell’umanoide, arrivando al punto di concepire un generatore di ferormoni del tutto assimilabile a quello umano: e se Rachael avesse sudato, per eccessivo calore ambientale o per eccitazione, non si sarebbe trattato solo d'acqua distillata. Per ricreare le curve morbide dei fianchi e del seno, si servì d’un composto lipidico a base organica in grado di emulare adipe e masse grasse (senza esagerare… o anche la finta Rachael ne avrebbe fatto un dramma...).

Non poteva invece in ogni caso violare il mistero dell'origine della vita, azzardando l’impossibile realizzazione d’un apparato riproduttore, anche se l’idea sconvolgente lo aveva addirittura sfiorato; dovette limitarsi a realizzare i tratti sessuali esterni, curando che fossero in tutto e per tutto identici a quelli umani. Si sorprese a domandarsi se tanta cura fosse più un gesto d’amore verso la creatura che nasceva giorno dopo giorno fra le sue mani (e quelle di almeno altri quindici robot specializzati in microinterazioni), onde evitarle di non sentirsi appieno “donna”, o un gesto d'autocompiacimento verso se stesso, plasmando un organismo che non si limitasse solo ad interagire con lui, ma anche ad avere una vera e propria attività emozionale. Preferì non rispondersi.

Sentirsi donna, poi… ne sorrise, scuotendo la testa. Ma cosa poteva mai saperne lui, di cosa significasse “sentirsi donna”? Nessuna routine software, anche se avanzata e minuziosa, per di più manipolata da un uomo, avrebbe mai potuto emulare compiutamente la femminilità; e nessun suo ingegno, intelligenza od intuizione avrebbero potuto superare il muro invalicabile tra la consapevolezza d’esser maschio e quella d’esser femmina.

Non gli rimaneva che sperare. Sì, augurarsi che gli oltre novecento miliardi di yottabytes (uno yottabyte equivaleva a 1024 bytes, ovvero un milione di miliardi di gigabytes) componenti la memoria di Rachael ed il contenuto più profondo ed inconscio della sua mente, recassero anche l’impronta indelebile della sua indole femminile. Di più non avrebbe potuto pretendere da sé stesso né dal suo lavoro, visto che non aveva il conforto di alcuna sperimentazione precedente.

Allo scadere del quinto anno di solitudine, le componenti di Rachael erano ormai pronte all’assemblaggio definitivo. E di fronte all’impegno sovrumano necessario a quella realizzazione, ed alla già vissuta impotenza di fronte all’emulazione dell’apparato riproduttore, Harry - che non aveva mai nascosto il proprio scetticismo religioso – cominciò a sentirsi assurdamente turbato. Era sconvolto dal mistero della vita e da una serie di questioni sulla sua origine: anni ed anni di calcoli, supporti informatici superveloci, schiere di robot a pieno servizio ed il suo ingegno cristallino sfruttato sino all’ultimo neurone, erano stati appena in grado d'azzardare non già la creazione d’una persona vera, ma d’un semplice, imperfetto umanoide. Tanto impegno, tempo e risorse solo per un tentativo d'emulazione, nemmeno così scontato, là dove sarebbe bastato il gesto d’amore d’un uomo ed una donna, seguito dal ciclo straordinario che conduce dal concepimento al parto passando per la gravidanza, a generare un essere infinitamente più complesso, praticamente perfetto.

All’idea di volersi sostituire a meccanismi biologici collaudati ed inspiegabili da milioni di anni, si senti sciocco e stupido. Una causa iniziale, un ingegnere - divino e non divino che fosse - del progetto vita doveva necessariamente esistere. Ma i suoi turbamenti vennero superati dall’inaccettabilità di concedersi delle pause od arrendersi, vista la vicinanza della meta. La sua opera, per quanto presentasse notevoli rischi di fallimento, doveva essere conclusa.

Mentre una schiera sincronizzata di androidi era intenta al cablaggio finale del corpo di Rachael, svolgendo le milioni di operazioni di stesura, collocazione e microsutura di organi emulati, parti motorie, HSA e masse adipose, celandoli sotto un armonico rivestimento in pelle costantemente idratata, Harry concentrò la sua attenzione sul capo di Rachael.

Somiglianza e naturalezza nell’espressione del viso erano talmente straordinari che più volte fu costretto a fermarsi per riprendere fiato, lucidità e vincere la commozione. Nella parte superiore a ridosso della calotta cranica l’innesto di capelli le aveva regalato una chioma folta ed assolutamente naturale; la crescita era risultata sorprendente, negli ultimi quattro mesi. In quel periodo l’impianto a singole unità follicolari s’era correttamente sviluppato sulla superficie dermica che rivestiva il capo, artificialmente idratata ed alimentata da una strumentazione che ne impediva la necrosi cutanea. I capelli erano dunque cresciuti regolarmente, quasi Rachael fosse già viva.

Le orecchie erano molto naturali: la cartilagine del padiglione, ricostruita con componenti siliconici semirigidi, convogliava i suoni ad un sistema di rilevamento biaurale in grado non solo di ricevere i suoni e convertirli in impulsi elettrici, ma anche di ricavarne provenienza e spazialità, servendosi d’opportuni algoritmi. Gli occhi di Rachael erano una straordinaria sintesi di tecnologia ed anatomia; i globi erano d'origine naturale, geneticamente ricostruiti partendo da alcune cellule staminali della vera Rachael, ma alla retina si sostituivano sensori CCD d'ultima generazione, collegati al MB da terminazioni nervose sintetiche. La dentatura era perfetta, il naso piccolo e regolare, le labbra talmente naturali e morbide da sembrare vere.

Già. Sembrare vere. Il verbo sembrare, se tutto fosse andato per il giusto verso, lo avrebbe di sicuro angosciato, nei mesi successivi; ed Harry avrebbe dovuto porre gran cura nel saper distinguere tra ciò che fosse stato reale, e ciò che lo fosse solo sembrato. Il desiderio di riavere accanto Rachael non gli avrebbe mai dovuto far perdere di vista che quella, per quanto simile, non era né sarebbe mai stata la sua Rachael. Anche questo turbamento fu però superato dagli eventi, che ormai si susseguivano senza sosta. Non c’era più tempo, nemmeno per riflettere sul poi.

Prima che la testa del cyborg venisse definitivamente collocata, occorreva testarne integralmente le funzioni. Tutti gli SHA interessanti la mimica facciale, il movimento delle labbra e degli occhi, vennero collaudati anzitutto in sequenza, poi secondo complesse routine espressive e direzionali. Aveva fatto davvero un buon lavoro, i movimenti erano fluidi ed armoniosi sebbene un po’ troppo meccanici, in quanto la mancanza di connessione primaria al MB toglieva ancora loro naturalezza e vita.

Il sorriso poi… lo fece rabbrividire. Era il sorriso che aveva tanto amato, che aveva imparato a riconoscere ed apprezzare, che tante volte lo aveva consolato e sollevato nelle lunghe notti di studio e di lavoro. E per evitarsi ulteriori colpi al cuore, decise d'affidare ad un androide il collaudo del generatore vocale: in quel momento, non era ancora pronto all’idea d'ascoltare la voce di Rachael provenire da quelle labbra. Harry si sentiva per queste limitazioni un genio a metà, contro ogni apparenza: e la fetta mancante a rendere assoluto il suo ingegno, era rappresentata proprio da una straordinaria ipersensibilità. Ma aveva talmente imparato a convivere con questa parte sentimentale di sé, che non si sarebbe mai potuto immaginare diverso.

Era l’alba del 26 agosto 2067. Rachael, la sua Rachael quel giorno avrebbe compiuto 40 anni, e fu proprio quello il giorno prescelto per dar nuovamente vita alla sua replicante. Harry si sentiva emozionato e preoccupato. Il lavoro e l’impegno di cinque anni, a cui andavano ad aggiungersi i lunghi periodi di studio e sperimentazione colmati con il memory upload del 2059, quel giorno avrebbero trovato compimento. S'impose di non pensar troppo al modo in cui sarebbe andata, né a cosa sarebbe potuto accadere. Tutti i dati esaminati e rielaborati sino alla nausea dal mainframe e dalle simulazioni non lasciavano spazio a dubbi: quell’essere avrebbe avuto vita, una vita dannatamente simile a quella umana; ed avrebbe interagito autonomamente col mondo esterno. Semplicemente, ignorava come ciò sarebbe avvenuto.

Le fasi di connessione finale del capo di Rachael al resto del corpo avvennero in un silenzio irreale, interrotto solo dal ronzio cadenzato degli stepper motors: oltre 20 microbracci di precisione spostavano, suturavano e connettevano secondo una ferrea ed immodificabile sequenza le parti residue. Il capo necessitava di tre connessioni rilevanti: la sinartrosi delle vertebre cervicali sulla colonna, per dare stabilità e sostegno al capo; la congiunzione del condotto esofageo e della trachea; infine, quella del multifascio nervoso che connetteva tutti gli SHA, il generatore di fonemi, i nervi ottici ed acustici e le terminazioni del capo al master brain MB. Migliaia di infinitesime connessioni di vasi - eseguite direttamente ed autonomamente dentro la struttura corporea da microandroidi teleguidati - completarono l’opera di vascolarizzazione ed idratazione della pelle, dei muscoli simulati dagli SHA e delle mucose. Infine, un unico androide specializzato eseguì un lavoro praticamente perfetto ed invisibile di sutura, lungo la circonferenza che univa la pelle del collo a quella del tronco.

Il flusso sanguigno, in assenza d’un regolare ritmo cardiaco, era ancora gestito da una macchina CEC per circolazione extracorporea, come comunemente avveniva negli interventi a cuore aperto; circa cinque litri d'un composto organico assimilabile al sangue e denominato hyblood provvedevano già alla vascolarizzazione dei tessuti ed allo scambio ossigeno-anidride carbonica. L’innesco della pila atomica - successivo al disinserimento del CEC - che avrebbe dato vita a Rachael, sarebbe avvenuto tramite chiave criptata di prossimità. Tutto era dunque pronto.

Il corpo nudo di Rachael era splendido, ma fu comunque coperto con un lenzuolo di lino bianco sino alle spalle: Harry voleva concentrarsi soprattutto sulla risposta globale della creatura ai mille stimoli che le sarebbero provenuti dall’esterno, prima di lasciarsi emozionare da qualunque altro dettaglio esteriore. In quel momento, colse in ogni sua sfumatura e significato la frase del libro della Genesi, che per curiosità aveva letto tanti anni prima: Dio, il Signore, formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.

In quel momento non aveva ambizioni divine, ma avverti crescergli dentro la possibilità, e non il potere, di dare la vita. L’organismo ibrido-bionico-umanoide immobile innanzi a sé, sdraiato in quel giaciglio contenitivo e tenuto in una vita-non-ancora-vita dalle macchine, non sarebbe mai stata un’anima vivente, e nessuno sarebbe stato in condizione di regalargli quasi magicamente l’esistenza, soffiandogli nelle narici. Lui aveva solo la possibilità d'innescare un processo elettrochimico-nucleare che si sarebbe intimamente interconnesso alla fase biologica, composta da organi ed apparati, simulando dunque la vita. Il termine gli apparve grottesco ed impegnativo, quasi terribile: simulare la vita. Ma non c’era più tempo per ripensamenti. Il momento era arrivato… e ne aveva ancora una paura smisurata.

Come da tempo aveva già deciso, fece rientrare tutti gli androidi mobili e disattivò quelli fissi, tranne uno per eventuali emergenze, compresa l’eventuale terminazione di Rachael: in quel momento, voleva dunque essere solo.

Non era nemmeno emozione quella che lo attanagliava, ormai. Temeva tanto l’insuccesso, quanto le incognite derivanti dal successo; temeva che la sua fatica non sarebbe stata premiata, che qualche dettaglio gli fosse comunque sfuggito, o che Rachael potesse avere delle reazioni incontrollabili. Il momento di collocare sul punto stabilito la proximity key s’avvicinava, quando Harry sentì la necessità impellente di pregare, lui che era sempre stato ateo… ma non avrebbe saputo da dove cominciare, né esisteva il tempo per domandarsene le ragioni. Continuando ad interrogarsi sul perché di quell'impulso, biascicò allora un Pater Noster, e la cosa sorprendentemente sembrò sollevarlo.

Poi spense la CEC, e mentre il MB di Rachael cominciava a gestire autonomamente la circolazione interna, suturò a sua volta in modo invisibile le zone d'ingresso dei tubi che sino a poco prima avevano tenuto in vita la replicante. Nell’attimo in cui la chiave ad induzione si posò sul luogo destinato, gli tornò in mente una frase di Blade Runner, pronunciata in punto di morte dal replicante Roy Batty, che in quei cinque anni era divenuta per lui quasi un incubo:

Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Invece, per Rachael era tempo di vivere. O di tornare a vivere.

Dapprima, fu solo un silenzio angosciante, interrotto esclusivamente dal ritmo cardiaco, sommesso ma visibile nelle brevi contrazioni del petto. Poi alcuni muscoli di Rachael cominciarono a ricevere impulsi random, causa in un primo momento di gesti impercettibili e disordinati, e successivamente di un fremito irregolare e scomposto, frazionato a scatti, che ne interessò l’intero corpo. Harry col cuore in gola temette fossero i prodromi d'una cocente sconfitta, ma dovette ricredersi quando quei movimenti improvvisamente cessarono.

Percepì l’impulso incontrollabile di sfiorare Rachael, quasi a volerle trasmettere presenza e conforto. La sua pelle era calda. Calda! Ed il contatto era naturale, quasi toccasse un corpo vivo e palpitante. Provò un’emozione sconfinata, impensabile perché mai provata, e non riuscì – come pure s'era imposto – a comportarsi da scienziato sino in fondo. Prevalsero le emozioni. Prevalse l’uomo. Scoppiò in un pianto irrefrenabile, e privo d'un reale motivo; o forse in realtà i motivi erano tanti, troppi, e tutti ugualmente importanti. Le lacrime gl’impedirono di mettere per bene a fuoco il primo movimento spontaneo di Rachael, che sollevava lentamente una mano verso di luì.

Harry la vide a mezz’aria, insinuarsi nello spazio tra lei ed il suo viso. Istintivamente la prese dolcemente, intrecciandovi le dita, poi la strinse, singhiozzando disperatamente, vinto da un’emozione mai provata. Ma non poteva ancora immaginare quante emozioni ancora l’attendessero. A cominciare da quelle prime parole stentate, precedute da alcuni movimenti disarticolati della mimica di Rachael, che Harry non colse nemmeno:

Harry, perché piangi amore mio? Intanto, auguri di buon compleanno…

Quel suono. Il suono della sua voce. Un suono amato, mai dimenticato, che gli piombò nel cervello, conficcatovi a velocità ipersonica. Sembrava impossibile provenisse dalle sue labbra, da un viso che pure non mostrava segni di dolore né sofferenza. Aveva ancora gli occhi chiusi, la fronte imperlata da piccole stille di sudore, ma respirava regolarmente. Harry si sentì un cretino. Un cretino emozionato ed incredulo, quando le rispose con un filino di voce:

Ho tante cose da raccontarti. Tante che nemmeno immagini. Sei stata in coma per sei anni, dal giorno del mio trentacinquesimo compleanno. Ti risvegli soltanto oggi… ed io ne sono felice. E ti amo. Ti amo, Rachael.

E ti amo. Aveva detto e ti amo. Sembrava una farsa, anche se aveva sentito di farlo per apparire più credibile. Ma l’aveva davvero detto solo per quello? E chi avrebbe amato, in realtà? Un'icona? Un corpo senz'anima? Un cyborg evoluto? O solo un ricordo improvvisamente materializzatosi? Perché aveva sentito il bisogno di comunicarglielo? Quella non era Rachael. Parlava come Rachael, era identica a Rachael, aveva persino l’odore di Rachael, si muoveva come Rachael, ma non era lei. Si sentì nuovamente sciocco, contorto e grottesco. Non sapeva nemmeno convincersi di quanto il suo esperimento fosse così dannatamente riuscito, ma un barlume d'intelletto aveva ancora necessità di conferme. Le domandò:

Tesoro, hai dolore agli occhi? Non riesci ad aprirli? A guardarmi?

In un istante che parve eterno, Rachael socchiuse lentamente le palpebre e fissò dritto negli occhi Harry. Non era uno sguardo spento, il suo. Non aveva nulla di innaturale od artificiale, nessun movimento o postura che lasciasse presagire la verità, nessun sentore avvertibile di falso o clonato, soprattutto... quegli occhi languidi parlavano, erano espressivi quanto i veri occhi della vera Rachael, ed erano d'un castano intenso ed acquoso di tenerezza:

Ti amo anch’io, Harry. Ma mi sento così strana e svuotata… anche se non ho dolori, non ho fastidi particolari, né ho ricordi del coma, tutto questo mi prende talmente alla sprovvista... ma bisogna festeggiare, no? E’ il tuo compleanno…

Harry le sfiorò leggermente le labbra con le dita, come a zittirla. Il contatto fu irreale, morbido, umido. Come fossero le labbra d’una donna vera. Fu nuovamente colto dalla consapevolezza d’aver fatto le cose addirittura troppo per bene, ma… non si trattava d'immodestia, semmai di qualcosa di profondamente diverso ed assai più sconvolgente. Anche se era sciocco addirittura pensarlo.

Non dirlo nemmeno per scherzo, Rachael, semmai festeggeremo il tuo risveglio! dopo sei anni di coma, anche se t’ho mantenuta sempre ben idratata ed ho provveduto e conservare tonico il tuo tono muscolare, devi prima riprenderti per bene, e poi son successe talmente tante cose… a partire da quel che t'è capitato, e da quel che è capitato all’umanità, fuori di qui… ma avremo tanto tempo, per parlarne…

Rachael trasalì per un istante:

All'umanità? Cosa è mai capitato, all'umanità?

Alla reazione di Harry, che mimò un comprensibile ne riparleremo, Rachael annuì, mostrando di condividere il suo pensiero ed accettando l’idea di doversi prendere del tempo. Ma fu nello stesso momento che realizzò d'esser coperta solo di un lenzuolo, ed avvertì il bisogno puramente istintivo di controllare se dopo tanti anni fosse tutto a posto. Si mise a sedere con un'agilità sorprendente, tanto che il lenzuolo le scivolò sulle gambe, lasciando il tronco ed il seno scoperto.

Nei mesi precedenti Harry aveva visto tante volte nudo quell’involucro senza vita, ma gli era sempre sembrato un corpo statico, inanimato. Vederlo muoversi, osservarlo nell’armonia dell’esistenza che cominciava a scorrergli dentro, fu totalmente diverso. Non seppe nemmeno perché, forse seguì solo l’istinto, ma mentre Rachael si osservava le gambe a capo chino, avvertì il bisogno di ricoprirla:

Rimettiti sdraiata, penso io a te, e sta’ tranquilla, è tutto al suo posto e sei ancora bellissima…

...concluse, schioccandole un piccolo bacio sulla punta delle labbra.

Tornò con la mente al significato del verbo sembrare, che lo aveva tanto tormentato nei mesi precedenti. Scoprì con stupore che in quel momento non gl'importava più di tanto, se quanto accadeva fosse reale, od irreale; un sogno, una follia, o semplicemente sembrasse qualcosa, e non lo fosse realmente. Accolse nel cuore come un dono prezioso la riscoperta della sua presenza, delle sue labbra, del suo sguardo, della sua voce mai dimenticata, a chiunque essi appartenessero, fosse stato pure ad un organismo bionico evoluto ed a prima vista senz’anima.

Rachael osservò intensamente il suo compagno. Le appariva appena più maturo dall'ultimo ricordo, con qualche capello grigio a schiarirgli le tempie, ma era sempre la persona dolce ed innamorata che aveva amato da subito, e senza esitazione. Senza alcun tipo di remora. Lo aveva amato tanto incondizionatamente da esser riuscita a superare persino la terribile verità, di cui in punto di morte il dottor Ishiguro l'aveva messa al corrente:

Mia cara – le aveva svelato lo scienziato, oramai prossimo alla fine – come donna e come fedele collaboratrice, tu hai il diritto di sapere. Harry, il tuo Harry, l’uomo che ami, che t'ha conquistato ed a cui non sei riuscita a regalare un figlio, è in realtà la forma più evoluta di vita semiartificiale mai concepita sul pianeta, frutto di studi e ricerche decennali che mi hanno visto coinvolto in prima persona. Rappresenta il cyborg perfetto: il suo corpo è una struttura ibrida, assolutamente compatibile con la morfologia e l’anatomia umane, può persino invecchiare e provare dolore. Ma il suo intelletto, la sua mente, persino la sensibilità di cui è stato volutamente dotato, non sono organici. Lui non ne è a conoscenza né mai dovrà esserlo, ma tu dovevi sapere, per decidere serenamente se nonostante questa rivelazione, sentirai ancora di volergli vivere accanto. Il figlio mai generato non è stata una tua responsabilità.

Il ricordo si stemperò silenziosamente e dolcemente nello sguardo di Harry, uno sguardo innamorato come quello del primo giorno, di quell'amore e di quella tenerezza che lui non le aveva mai fatto mancare. Le tornò vertiginosamente alla memoria il lacerante conflitto interiore seguito a quella rivelazione, la sua condizione di donna innamorata contrapposta alla certezza che Harry fosse sì un evoluto umanoide, ma non un uomo in senso assoluto... mai amore era dunque stato letteralmente più incondizionato ed universale del suo. Sì, nonostante quella rivelazione sconvolgente e nonostante non sarebbe mai potuta diventare madre, aveva sentito di volergli vivere accanto. Il suo posto era accanto a lui.

Ti lascio riposare, tesoro, ora pensa a riprenderti – sussurrò Harry, allontanandosi lentamente verso le serre. Forse era solo una replicante col guscio umano, forse quel verbo maledetto, sembrare, lo avrebbe sconvolto ancora per anni, ma ora… non si sentiva più solo.

Non sarebbe mai più stato solo.

E per quanto assurdo potesse apparire, l’amava. Amava Rachael, o forse amava l’immagine di Rachael, o chissà, l'umanoide con le fattezze di Rachael, o qualunque accidenti di cosa fosse o rappresentasse quel corpo che aveva sentito, vivo, sotto le dita.

La volta celeste, appena attenuata dalla lastra in metakryl, gli restituiva l'immagine rasserenante della luna piena. Una visione che gli ricordò altri momenti felici, consapevoli e rilassati della sua vita. In quel momento avvertì nitidamente di starne vivendo uno: nuovo, straordinario, splendido ed imprevisto.

E sorrise.



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