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lavoro pubblicato martedì 22 giugno 2010
ultima lettura venerdì 25 settembre 2020

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La coscia

di Akshar. Letto 1059 volte. Dallo scaffale Storia

La cosciaMentre stavo guidando per andare a lezione apparentemente non avvertivo alcun dolore. La coscia si era ingrossata e la ferita sanguinava, ma avevo cambiato il cerotto e stavo meglio. Ero convinto che in due giorni tutto fosse passato. Parche.....

La coscia


Mentre stavo guidando per andare a lezione apparentemente non avvertivo alcun dolore. La coscia si era ingrossata e la ferita sanguinava, ma avevo cambiato il cerotto e stavo meglio. Ero convinto che in due giorni tutto fosse passato. Parcheggiai la macchina davanti alla scuola dove tutti i martedì e giovedì sera andavo a lezione di inglese. Volevo imparare le lingue per girare il mondo. Appena misi il piede fuori dalla macchina sentii alla coscia un dolore accecante, come se qualcuno mi avesse scagliato addosso una lancia appuntita. Fu una sensazione tanto forte quanto breve, dopo qualche secondo non sentivo già nulla e camminai verso l’atrio della scuola illuminato dai neon. Come solito salutai la bidella all’ingresso e presi a salire le scale. Arrivato in cima sentii i pantaloni leggermente umidi e mi guardai le gambe. Nel punto dove c’era la ferita, una chiazza di sangue grossa come il palmo della mia mano aveva macchiato i jeans. Tornai subito al parcheggio e gettai la borsa dentro la mia auto e ripresi la via di casa. Mentre guidavo la gamba mi faceva molto male e cercai di non pensarci, accessi lo stereo e ascoltai un disco di George Harrison. Quando arrivai a casa corsi subito in bagno evitando di farmi vedere da mia madre e da mia sorella e controllai la coscia. La ferita era diventata un vero e proprio buco sanguinante e infetto profondo circa un centimetro, la coscia si era gonfiata sempre di più. Andai in camera e cercai di disinfettarmi con l’acqua ossigenata ma mi resi conto che non potevo più curarmi da solo. Chiamai mia madre e le chiesi di accompagnarmi al pronto soccorso perché non ce la facevo a guidare. Mia madre è molto apprensiva ma in quell’occasione non si preoccupò molto nonostante la mia gamba fosse veramente molto brutta. Mi aiutò a mettere una garza pulita sulla ferita e indossai una tuta. Quando arrivai all’Ospedale l’infermiere vide che tutto sommato potevo camminare e mi assegnò il livello di urgenza più basso, così dovetti aspettare quattro ore nella sala d’attesa. Forse era giusto così, altre persone arrivavano con infortuni più gravi, però il dolore che sentivo era tanto. Quando entrai nella medicheria c’erano un medico e due giovani infermieri , un ragazzo ed una ragazza. Stavo per togliermi i pantaloni quando il medico mi disse “non serve, li tiri solo un po’ giù e si stenda sul lettino”. Lo feci e quando fui sul lettino il medico si avvicinò. Rimosse la garza che aveva messo mia madre e cominciò a premere sulla ferita per far venire fuori il sangue infetto. Spinse molto forte ed io dal dolore stringevo gli occhi e sudavo. Il peggio fu quando con delle pinze mi scavò nella carne viva per staccare qualcosa, non so che cosa. Durante tutto questo il medico e gli infermieri scherzavano sul più e sul meno, ridevano contenti. L’infermiera ad un certo punto venne sopra la mia testa e mi chiese “fa male eh?”, “beh, non è che mi stia divertendo..” fu la mia risposta a denti stretti. Forse ci rimase un po’ male. Alla fine disinfettarono e misero una nuova garza. Il medico poi si mise a sedere dietro alla scrivania per prescrivermi un antibiotico e mi disse “ vada a fare le medicazioni al distretto sanitario per un mese, la prossima volta stia più attento, si disinfetti meglio e prenda un antibiotico se vede che si infiamma”. Così mi congedarono e tornai a casa. In macchina dissi scherzando a mia madre che avevo capito quello che intendeva Buddha quando diceva che bisogna cercare di non reincarnarsi perché la vita è sofferenza (in quel periodo stavo leggendo un libro sul buddhismo) e mia madre disse che i maschi non sanno sopportare il dolore… forse è vero, chissà. Quando arrivai a casa andai in camera e mi spogliai lentamente, mi infilai nel letto supino, perché se mi fossi sdraiato sul fianco il peso avrebbe premuto sulla ferita. Il portatile sul comodino era ancora acceso dal pomeriggio ed era aperto sulla pagina di Facebook. Nella finestra di chat c’era un messaggio vecchio di qualche minuto. Mi aveva contattato Marta, una mia compagna al corso serale di inglese. “ciao… come mai oggi non sei venuto a lezione? Tutto ok?” era ancora in linea così risposi “sì tutto ok… solo un giorno di riposo, tutto qua” dopo qualche secondo la nuvoletta coi puntini indicava che stava rispondendo… “eh, tu puoi che sei bravo, senti ma quand’è che parti? Mi piacerebbe cenare insieme prima che te ne vai, per salutarti” non me lo aspettavo e mi fece piacere. Avevo sempre avuto un buon rapporto con Marta ma non c’eravamo mai conosciuti a fondo. “parto Martedì prossimo, si potrebbe uscire questo venerdì”
“meglio giovedì, venerdì ho da fare”
“perché, che impegno hai?”
“ho un incontro con Don Mario, ho deciso di intraprendere il cammino”
“che cammino?”
“ho deciso di battezzarmi”
“wow… allora adesso sono il solo non battezzato del corso…”
“Ah! Non sapevo che anche tu lo fossi…”
“ebbene sì…. Genitori comunisti e preti non vanno d’accordo, comunque sono contento per te, se lo fai con il cuore è una cosa importante.”
“Sì.... tu credi in Dio?”
Io non parlo tanto nella chat di Facebook e tantomeno parlo di Dio… però quella domanda me la facevo tutti i giorni. Credo non solo io ma tutti gli uomini, magari anche inconsciamente, se lo domandano di continuo, ogni giorno di vita.
“Ne sono innamorato, ma non so come amarlo. Sei fortunata tu ad aver trovato il tuo modo. Io non ne ho alcuno.”
segui un messaggio con dei punti interrogativi “?????” e poi scrisse “sei un tipo interessante tu :) … bene vado a dormire, ciao”
“ciao e buonanotte” spensi il computer e chiusi gli occhi. La discussione con Marta mi stava facendo pensare a Dio e di come dovrebbe essere infinito e sorgente di ogni luce. Poi piano piano mi addormentai… sempre supino, ovviamente.



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