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lavoro pubblicato sabato 19 giugno 2010
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

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Viva l'apartheid

di elzzza. Letto 834 volte. Dallo scaffale Viaggi

Viva l’apartheid Introduzione Conosco questo mio pazzo amico avvocato da anni. Credo che non sia un cattivo avvocato, ma penso che avrebbe fatto meglio a fare il giornalista, il reporter dall’estero, conoscendo il suo spirito di avventura, il .......

Viva l'apartheid


Introduzione

Conosco questo mio pazzo amico avvocato da anni. Credo che non sia un cattivo avvocato, ma penso che avrebbe fatto meglio a fare il giornalista, il reporter dall’estero, conoscendo il suo spirito di avventura, il suo grande desiderio di viaggiare. Spesso mi racconta che preferisce avere incarichi professionali all’estero, magari anche non ben remunerati, pur di soddisfare il suo desiderio di continuare a viaggiare. Mi ha sempre raccontato delle sue avventure, di viaggi esotici e qualche mese fa mi ha detto che, finalmente, era riuscito a scrivere qualcosa su i viaggi fatti in gioventù. Gli ho chiesto subito di farmi leggere quello che aveva scritto e appena ho aperto il manoscritto mi ha sorpreso immediatamente il titolo: “Viva l'apartheid”: ho pensato subito che trattasse qualcosa di pesante visto il titolo. E invece è un vero e proprio libro di viaggi, avventure, di amore ed il dramma dell'apartheid è trattato con leggerezza, è il romanzo di avventura di cui tutti noi sentiamo tanta nostalgia. Ho incominciato a leggere il libro e sono andata avanti velocemente: parla proprio della sua vita, con candore, con semplicità e con entusiasmo. L’avventura, la scoperta del nuovo, il piacere di viaggiare, l’incontro con la gente, le loro miserie, le ingiustizie sociali dei popoli più sfortunati, soprattutto quelli dell’Africa, Africa del sud dove l’autore è vissuto proprio nel momento in cui le tensioni sociali, causate dall'apartheid, erano più forti. Tutto questo ha fortemente segnato la sua sensibilità e il suo spirito di solidarietà sociale, tipica delle persone del sud, che hanno una solidarietà istintiva nei confronti di tutti popoli che soffrono, e soprattutto accettano tutti, e, le loro diversità, essendo essi stessi figli di tutte le razze del mondo che hanno occupato la loro terra.

Barbara Madro



Capitolo I

La prua della nave solcava decisa le acque limacciose dell'oceano Atlantico. La rotta era verso le isole Canarie. Appena usciti dal Mediterraneo il colore del mare era cambiato decisamente: acque plumbee, tristi, di colore indefinito.
Avevo già nostalgia del bel colore del mare nostro, del Mediterraneo, e pensavo alla partenza della nave dal porto di Genova col gran pavese issato. Una cascata di coriandoli dal ponte passeggiata teneva legati i passeggeri che salutavano gli amici e parenti che li avevano accompagnati alla nave; l’orchestra delle isole Barbados suonava il Calipso in costume tradizionale, e la mia gioia, quella di sempre, ritornava briosa: ero felice di lavorare su quella nave, dove gli altri venivano per divertirsi, godevo della loro gioia e del loro entusiasmo. Quella era la vita che preferivo, anche se il mio sogno era quello di essere marinaio semplice su una nave da carico.
Prima tappa Cannes. Prestigiosa Cannes. La città famosa per gli incontri del cinema.
La nave nostra, piccola, bella, ben fatta, “femmina” come dicevo io, una bella femmina, aveva buttato l’ancora al largo di Cannes, perché a Cannes non si poteva attraccare, e le scialuppe della nave venivano utilizzate per portare i passeggeri a terra. Io avevo tanto desiderio di vedere la Crouasette della prestigiosa Cannes. Era la prima volta che avevo la possibilità di visitare Cannes e passeggiare sul lungomare. Avevo un forte desiderio di scendere a terra, ma tutte le scialuppe erano già andate ed io ero rimasto sulla nave, e non sapevo come fare per arrivare a terra. Però la fortuna, il fato, anche in questa occasione fu benevolo con me: si avvicinò alla nave una barca, a bordo della quale vi era una intera famiglia francese, una bella barca, su cui vi era anche una bella ragazza. E io con la divisa da ufficiale ero sulla scaletta vicino a grande portellone da cui erano partiti i passeggeri sulle scialuppe, e in modo spontaneo feci segno alla barca col dito, chiedendo un passaggio, come di solito si fa l’autostop, e loro, immediatamente si avvicinarono alla nave e mi fecero salire a bordo. Facemmo subito amicizia, mi offrirono da bere e mi accompagnarono a terra, e così finalmente arrivai pure io sulla tanto famosa Crouasette, dove apprezzai non solo la bellezza del posto ma anche le belle donne che prendevano il sole in topless sulla spiaggia.
Ho apprezzato molto il modo in cui venivano curati i giardini e la pulizia di quella passeggiata lungo il mare, i bei negozi, il mondo chic di Cannes. Ed è stato per me uno meraviglioso touch dell'Europa, bella ed elegante.
Ho gustato delle ottime pommes frites con viande e vin rouge in un tipico bistro.
Siamo ritornato a bordo, siamo ripartiti per Barcellona.
Avrei ricordato con nostalgia la mia sosta a Cannes, perché dopo Barcellona e le isole Canarie vi erano circa 15 giorni di navigazione senza toccare terra.
Durante questa navigazione monotona quando il cielo non era nuvoloso e si vedevano le stelle, spesso ero steso a bere una birra a prua della nave, e in quel momento magico pensavo davvero di essere felice: ero io, il mare e le stelle. Pensavo agli amici, alla mia terra, pensavo all'ultimo episodio che mi aveva affascinato, emozionato, l'occupazione del liceo. Erano gli anni della grande rivoluzione culturale, e anche noi nel profondo sud, alunni del severo liceo della mia città, avevamo osato occupare l’impenetrabile, l'inviolabile liceo, che era gestito da una preside terribile.
Quel movimento così affascinante, così nuovo, così ricco di idee, aveva appena sfiorato la nostra città, il nostro sud. Solo con questo piccolo episodio, l’occupazione del liceo, avevamo dato il nostro contributo a quella grande contestazione che stava rivoluzionando la società. Appena iscritto alla facoltà di giurisprudenza, dopo il diploma, mi è venuto un irresistibile desiderio di viaggiare, l’Ulisse che era in me mi ha spinto a lasciare tutto e tutti e a prendere la via del mare.
Sognavo di imbarcarmi su una nave petroliera o una nave da carico e fare qualsiasi lavoro, ma avere la possibilità di visitare i posti esotici, dove, da sempre, sognavo di andare. Ma la sorte volle che mi imbarcassi su una nave da crociera quale ufficiale commissario. E così quel mio desiderio di libertà era costretto a convivere con il mio ruolo di ufficiale, che mi imponeva di essere formale, sempre in divisa, di essere sempre rasato e ordinato, di essere praticamente impeccabile. Questo era il piccolo imbarazzo che provavo.
La nave da crociera è un mondo di sogni, e anche gli addetti ai lavori devono adeguarsi a quel sogno che passeggeri paganti vogliono vivere per 7 o 15 giorni.
Allora ogni tanto, prima di andare a fare la doccia, e indossare la divisa di gala prima di andare a cena, sognavo di essere un marinaio semplice su una nave da carico, e andavo a prua della nave a bere una birra, senza curarmi che mi sporcavo, e sognavo di quei posti straordinari, descritti dagli autori dei libri, letti in gioventù, che tanto mi avevano affascinato, sognavo le avventure degli eroi e dei grandi esploratori, che io speravo di rivivere, ora che avevo, davvero, la possibilità di visitare posti esotici. E invece la nave su cui ero imbarcato mi imponeva dei ritmi di lavoro frenetici che mi tenevano impegnato tutta la giornata, in maniera che io non avevo alcuna libertà, ero sempre costretto dagli eventi a fare quello che era nel programma, e soprattutto dovevo essere sempre sorridente, sempre allegro, sempre pronto a divertire gli altri perché era una nave da crociera, e io ero uno dello staff, addetto a tanto. E a volte questo mi pesava moltissimo; altre volte cercavo di prendermela allegramente, capivo però che i miei sogni di avventura su quella nave venivano ridimensionati, però facevo del mio meglio, per cercare di non far venire meno quello che era stato lo scopo di questa mia avventura in mare.
E così cercavo, appena arrivato in un porto, di non tradire questo mio sogno di avventura, di vivere non da turista l’approccio con il paese che visitavo e con la gente che incontravo.
Ogni tanto guardavo la scia dell'elica dal ponte cavi; non ho mai capito come riuscisse quasi ad ipnotizzarmi quella scia di mare che sembrava diventare marmo.
Così sembrava a me quella scia dell'elica, il cui colore e forma cambiava sempre, e mi ipnotizzava, mi faceva pensare a quando, poco tempo prima, avevo lasciato la mia terra, il mio sud; pensavo ai miei amici che non credevano che avessi avuto il coraggio di lasciare tutto e andare per mare; dicevano: “E adesso te ne vai per mare, non giocherai più con noi la partita di calcio del sabato, non farai più le lunghe passeggiate per il lungomare nella speranza di incontrare la donna amata, nè più la partita a tressette”.
Il loro ideale, invece, era quello di avere un posto fisso, magari al comune della nostra città, per non fare neanche lo sforzo, la mattina, di fare qualche chilometro per andare a lavoro; pensavano al pane sicuro. Io sembravo un alieno, il mio desiderio di avventure, il mio desiderio di vedere il mondo, di conoscere altra gente, sembrava di essere di altri tempi; eppure stavamo appena vivendo una grande rivoluzione, quella del 68-69, dove sembrava che il mondo cambiasse a ritmo frenetico: tutti vecchi schemi venivano demoliti da questi giovani così pieni di vita, così intraprendenti, con la voglia di cambiare tutto.
Io pensavo all'entusiasmo dei giovani che avevano dissacrato tutti i vecchi miti ed ero contento per me, che ero su quella bella nave, in giro per il mondo e avevo quindi la possibilità di cogliere la portata di quei fermenti di novità, dovunque.
Quella scia di marmo dell’elica della nave lasciava dietro di se le esotiche isole Comore, eravamo diretti verso la misteriosa India.
Solo l'oceano indiano con i suoi colori e il suo fascino fa diventare la scia dell’elica marmo prezioso .
Comunque, quella notte la scia del mare mi faceva pensare a tante cose, mi faceva pensare ai miei miti, mi faceva pensare a tutto quello che avevo sognato, e appena sveglio, tutto si dissolveva in quell'ambiente scintillante in cui ero andato a lavorare, una nave da crociera, che portava gente ricca, gente abituata ad essere riverita, servita e a trattare tutti gli altri come schiavi.
E anch'io, anche se ero ufficiale, mi sentivo un poco servile, avrei preferito una bella nave da carico.
E così mi accontentavo di quell'ora che dedicavo a me stesso, ai miei sogni, senza formalità, e cercavo di scambiare qualche parola con qualche marinaio che come me forse pensava alla famiglia, alla sua terra e alle cose più vere.
Molte volte era bello incontrarsi con i marinai, che erano dalle parti mie, uomini che sembravano rudi, senza sentimenti, invece avevano tanta sensibilità, tanto amore per la famiglia. Ricordo un marinaio con le mani dure, alto 2 metri, forte, il quale mi chiedeva con grande delicatezza se potevo leggergli la lettera che la figlia gli aveva scritto, e poi mi chiedeva di rispondere. Lui mi diceva le cose che dovevo scrivere e che mi facevano quasi commuovere, cose tanto tenere, che sembrava assurdo, che un uomo così forte e rude potesse pensare. Parlava di un figlio che non aveva mai visto, che era nato durante uno dei nostri viaggi, che duravano a volte un anno, e che lui non aveva potuto godere di quei primi momenti di tenerezza che una creatura appena nata riesce a dare a un genitore.
Questi marinai erano sempre pronti ad essere solidali, gentili con me. Ero l'ufficiale della loro zona, forse l'unico che poteva aiutarli. Quando arrivavamo nei porti loro pescavano mentre la nave era in rada, e dopo la pesca ero praticamente obbligato ad andare a mangiare il pesce, cucinato alla maniera nostrana, giù nella loro mensa equipaggio. Ricordo che c’erano dei tavoli unti, con tante pietanze, e, dal loro caloroso invito a mangiare e a bere, si capiva il loro entusiasmo per la mia presenza, e dalla loro semplicità traspariva tanta umanità: si beveva birra a fiumi, e dopo poco erano quasi tutti ubriachi e incominciavano a litigare; però era quella la vera vita da marinaio. Non era certo da marinaio vero la mia vita e quella di tutti gli altri ufficiali, che la sera, come autentici pinguini, con i pantaloni da smoking, la giacca bianca con papillon, eravamo costretti a fare i damerini per le signore che volevano divertirsi. Loro erano i veri marinai, erano quelli che facevano camminare la nave, facevano i lavori più importanti. E quando avevo questo contatto con loro, finalmente, non mi sembrava più una vita falsa, inutile.
La vita del marinaio è una vita dura in cui conta solo il mare, che a volte è rude, cattivo, e mette a dura prova tutti, sia marinai, che ufficiali e passeggeri, rendendoci tutti più solidali e più autentici.






Capitolo 2

Bombay. Città fantastica, città dove le malattie veneree sono endemiche: ogni donna le trasmette. Ed anche io ebbi modo di verificare questa dura realtà, nonostante avessi scelto una principessa, a dire il vero non molto bella, conosciuta nell’occasione in cui mi ha depositato un preziosissimo cofanetto, zeppo di gioielli all'ufficio commissario, da mettere in cassetta di sicurezza; cofanetto aperto proprio davanti ai miei occhi, forse per farmi vedere la ricchezza del contenuto e per diventare più interessante ai miei occhi.
Ero certo che con la principessa non avrei avuto problemi, come succedeva a tutto il resto dell'equipaggio, quando arrivava in India. Erano perlomeno in 200 i marinai che marcavano visita dopo una puntatina ai casini indiani. E certo non mi aspettavo che io, dopo essere stato con la principessa, avrei avuto anche io lo stesso problema.
Era scura, di pelle creola, non molto alta, non aveva niente di principessa, tranne forse un diadema incastonato nella fronte, e un preziosissimo abito, quella specie di sari che indossano le donne indiane. Tanto è vero che ho scoperto che per svestirla, lei doveva girare su se stessa, e io dovevo mantenere rigido questo sari. Così è uscita dal sari questa principessa che non mi faceva proprio impazzire: era anche un poco pelosa, il solo merito che aveva era quello di essere una principessa. Il mio compito di commissario, a bordo, era quello di accontentare i passeggeri, ed io, pur di accontentare la principessa, le ho tolto il sari. Non avrei immaginato che per questo mio regale intervento avrei beccato, anche se in maniera lieve, anche io quella malattia venerea, che mi ha costretto a 15-20 giorni di astinenza e penicillina, che l’affettuosissimo medico di bordo mi ha prescritto. Costretto ad una astinenza forzata e imbottito di antibiotici, ho maledetto la principessa, quando abbiamo lasciato Bombay.
La nostra nave in crociera nel oceano Indiano spesso si fermava a Bombay e Caraci.
Caraci era estremamente interessante: avevamo una ricchissima clientela che voleva necessariamente fare escursioni favolose in questa terra così affascinante per gli europei di allora. E una volta il responsabile del turismo del governo pakistano ha ritenuto, visto la moltitudine di persone, che noi portavamo a visitare il loro paese, e gli affari che gli stessi facevano con il nostro turismo, di invitare un responsabile della nave, uno dei commissari e cioè io, ad un pranzo di gala, offerto appunto dal politico preposto.
Ricordo di aver mangiato delle cose che non avrei mai immaginato, in vita mia, di poter mangiare. Tra le tante, anche un serpente. Ed era l’idea di averlo mangiato che mi faceva stare male, non il sapore in se stesso, perché, a dire il vero, non era male: poteva essere anche un capitone, e, per me che sono partenopeo, il capitone è una pietanza tradizionale della nostra cucina, molto apprezzata. Quando poi il responsabile del turismo ci ha invitato a fare una grande corsa, sul dromedario, sulla spiaggia, corsa che avevano organizzato proprio in nostro onore, il pensiero di aver mangiato un serpente ed il movimento del dromedario, alla fine, mi hanno fatto sentire molto male e, così, ho lasciato sulla spiaggia pachistana i residui di quel pranzo esotico.
Poi la nave attraccava a Bombay. Straordinaria città dalle contraddizioni stridenti, molto contrastanti, povertà infinita e magnificenza infinita: io ero letteralmente affascinato di questa città.
Non tutti gli europei, però, sembravano apprezzare le bellezze di Caraci e Bombay. Soprattutto il popolo indiano non sembrava essere amato da tutti. Tornando sempre al tema del razzismo e apartheid, che hanno avuto un ruolo importante nelle mie valutazioni dei popoli, che nei diversi viaggi avevo avuto modo di conoscere, la cosa che ricordo con stupore, è, che, una splendida ragazza, figlia di un responsabile del Foreign Office inglese, costretta ad abitare a Bombay, per più di un anno, assieme al padre che ivi lavorava, mi disse, con candore: “Gli indiani mi fanno schifo”; io le chiesi come mai, e lei rispose: “E’ un anno che sto qui, a Bombay con mia mamma e mio padre, e non riesco a fare sesso con nessuno, perché tutti quelli che frequento sono indiani, e gli indiani mi fanno schifo. Tu sei il primo bianco che mi capita”.
Era appena salita al bordo con il padre e la madre. L’avevo appena conosciuta, Pamela, una splendida fanciulla diciassettenne di Manchester. Proprio in mia presenza all’ufficio commissario sua madre, che mi guardava con grande simpatia, diceva alla figlia: “Guarda che bel ufficiale, ha i denti bianchissimi, deve essere di buona salute”. Lei non pensava che io avessi capito quello che lei stava dicendo, ma io non capivo perché lo diceva. Poi, quando siamo diventati più intimi, Pamela me l’ha spiegato: voleva dire che ero adatto per fare sesso per la figliola che era in cerca di un uomo bianco ed era in astinenza da un anno. Per me, meridionale, era assurdo pensare che una mamma indicasse alla figlia con chi soddisfare i suoi appetiti sessuali, era una cosa molto strana; una mamma del sud, delle parti mie, a quei tempi, non avrebbe mai, neanche, pensato che una figlia, così giovane, potesse avere desideri sessuali da soddisfare con urgenza. Invece quella affettuosa madre, inglese, consigliava alla figlia un giovane ufficiale italiano, dai denti bianchi, quasi fossi un cavallo, di buona salute, per un salutare rapporto di sesso.
Appena imbarcati a Bombay, lei e la sua famiglia, Pamela venne all'ufficio commissario, a chiedermi, che cosa si facesse di buono sulla nave la sera.
Loro occupavano le cabine più prestigiose sulla nave, proprio vicino al mio ufficio: erano appartamenti suit. Lei aveva una grande cabina che occupava da sola, e la mamma e il padre un’altra, poco distante.
E allora io, per essere spiritoso, per tentarci, naturalmente, visto che era carina ed aveva un modo di fare molto suadente, le dissi che a bordo c’erano molte attività ricreative: si ballava nella sala feste, c'era poi la discoteca per i più giovani, c'era il cinema e c'erano giochi, però la cosa più interessante, che le proposi, era, magari, di venire nella mia cabina a sentire un po' di musica, dopo mezzanotte. E così lei disse subito: “Ok, allora ci vediamo a mezzanotte”, con un inglese così consonantico, come quello che parlano i cittadini che abitano in quella parte d'Inghilterra, nei pressi di Manchester. E così io le risposi: “Ci vediamo a mezzanotte nei pressi della piscina, sopra al ponte dove sono gli alloggi ufficiali”. Lei disse “OK” e andò via.
Io non contavo molto che lei sarebbe venuta, anzi avevo quasi dimenticato l’appuntamento; quella serata ero impegnato, come al solito, nelle attività ricreative di bordo. Decisi, proprio poco dopo la mezzanotte, di andare a cambiare la camicia, perché avevo ballato molto ed ero sudato, e così mi avviai al mio alloggio, che si trovava proprio dove era la piscina.
Con mia grande sorpresa trovai Pamela che aspettava proprio lì, vicino alla piscina, che, infastidita, mi disse: “Finalmente, sei arrivato”. Io ero in ritardo, e avevo assolutamente dimenticato l'appuntamento. Allora le dissi: “Scusami”. E così ci siamo avviati verso la mia cabina, una cabina, che era un invito a fare follie: era bellissima, aveva di tutto, un arredamento esotico, con tintinnio di campanelli da tutte le parti, tutte le cose più belle che si potevano comprare nei paesi che visitavo, erano nella mia cabina, o attaccati al muro, o al soffitto, praticamente dappertutto. Era così accogliente, così profumata, con fiori orientali: c'era da bere tutto quello che uno potesse desiderare, e c'era della buona musica. Pamela rimase sorpresa, naturalmente, dall'ambiente così accogliente, e mi fece, come tutti del resto, i complimenti per la bellezza del mio alloggio, dicendo che non aveva mai visto niente di simile, e che era affascinante ed esotico.
Allora io le chiesi che cosa volesse bere, e lei mi disse: “Una coca-cola”. Io rimasi un pochino sorpreso, dissi: “Va bene”. Pensai allora che l'alcol in quell’occasione non poteva essere di aiuto, una coca-cola certamente non l’avrebbe fatto diventare più disponibile. E così chiamai il mio fido Max, il cameriere addetto alla mia cabina, al quale dovetti dire con grande rammarico: “Max, invece dello champagne, la signorina vuole una coca”. E Max sorrise, comunque, portò la coca-cola e una rosa, come era solito fare, quando c’era una bella ragazza; io invece bevvi il solito whisky.
Eravamo seduti sul divano e avevo messo un po' di musica; io ero alquanto imbarazzato, non sapevo che cosa fare, ma lei mi aiutò moltissimo. Indossava un vestito di seta verde, allora si usavano le minigonne, e aveva praticamente tutte le cosce da fuori, si vedevano quasi le mutande.
Io le guardavo le cosce, lei guardava me, guardava le sue cosce, e sorrideva. Mi fece capire subito, con quel sorriso malizioso, pareva volesse dire: “Che cosa aspetti?”. Io, giustamente, avevo esitato fino ad allora perché la vedevo così giovane e bella, figlia del diplomatico di bordo, una delle persone più importanti, diciassettenne per di più, non è che io fossi molto più grande, ma comunque, avevo un certo imbarazzo. A un certo punto tutto avvenne in maniera spontanea: appena incominciai a baciarla, a toccarla, lei mi mostrò subito la sua disponibilità totale, immediata, e così dal divano passammo a letto. Lei desiderava moltissimo fare all’amore e manifestò senza pudore la sua soddisfazione sospirando e sussurrando: “Ah, finalmente.” E così capii che era una cosa che voleva moltissimo.
Mentre io ero imbarazzato, perché non durai molto per l'ardore con cui lei mi voleva, lei, invece, mi disse che era felicissima e mi raccontò, in quell’occasione, che la mamma aveva indicato me, giovane ufficiale italiano, come l’amante ideale per quel suo bisogno di sesso, perché la mamma le diceva che io avevo i denti bianchi, ed ero, quindi, di buona salute. In quell’occasione lei mi raccontava che la facevano schifo gli indiani, e che era più di un anno, che non faceva sesso. Io le risposi: “Ma tu sei così giovane! Hai veramente così tanto bisogno di fare sesso?” E tra me pensavo, che le ragazze del mio paese, a quei tempi, ti permettevano di fare sesso solo dopo il matrimonio, e non erano per niente così disinvolte, anche in quegli anni 70, che avevano visto grandi rivoluzioni di pensiero. Lei disse: “Si, sono abituata a fare sesso”, allora non dissi più niente per non sembrare provinciale, come del resto ero. E lei mi raccontò di questo suo papà, che era diplomatico, e portava con se, lei e la mamma, per tutto il mondo; che il suo papà amava il golf, e giocava con lei spesso, e che lei era molto brava; mi diceva ancora che studiava sempre con insegnanti privati, perché era costretta a spostarsi continuamente a causa del lavoro di suo padre.
Di tanto in tanto il nostro desiderio reciproco interrompeva i suoi racconti che, a malapena, comprendevo a causa del suo inglese consonantico. Naturalmente, in quella notte, più volte i suoi racconti furono interrotti, e lei era abbastanza entusiasta, felice di avere finalmente avuto questo momento di evasione. Quando, il giorno dopo, ci incontrammo, lei mi salutò come se mi conoscesse da sempre, e fu molto affettuosa e spontanea, e mi disse: “Vieni tu da me questa notte, perché io ho bisogno delle mie cose”, e io, naturalmente, la notte andai da lei.
Con mia grande sorpresa, ad una certa ora della la notte, sentii bussare alla porta, e così pensai: “Questa volta per me è finita”, presi velocemente i miei vestiti, le scarpe, e mi rifugiai nella doccia che era in fondo alla sua cabina. Ed ero solo in attesa di essere linciato dal padre, pensavo: “Ecco, adesso mi chiamerà il comandante, mi faranno sbarcare nel primo porto, perché sto a letto con una diciassettenne”. Invece era la mamma, la quale, dopo aver parlato con la figlia, alzò il tono della voce e disse: “Good night, Mike!”, rivolgendosi a me. Allora io, sorpreso, chiesi dopo alla figlia: “Ma tu mamma sapeva che io sto qui con te?”, e lei disse: “Si, è lei che mi ha consigliato di farti venire nella mia cabina”. E allora capii, che non avrei mai compreso quel modo di pensare così diverso dal mio, che provenivo dal profondo sud dell’Italia, e tutto questo da una parte mi lasciava un po’ perplesso, dall'altra mi entusiasmava, e pensavo: “Forse è più giusto così”.
E il mio idillio con questa splendida ragazza inglese incominciava a farsi sempre più intenso, sempre più serio. Lei era abbastanza appariscente, anche molto carina, ed era, naturalmente, molto corteggiata da tutti gli altri ufficiali di bordo, ed anche da tutto il personale. Per questo motivo un giorno mi disse: “Mike, io devo trasferirmi nella tua cabina, perché ho troppi ammiratori qua giù”. Io dissi: “Ok”. Non avrei mai immaginato quando dissi “ok” che cosa avrebbe portato nella mia cabina. Nonostante avessi due stanze, salotto e camera da letto, io non avevo assolutamente più posto per le mie cose in questo alloggio dopo il suo trasloco. Non sapevo di quante cose necessitano le donne: non avrei mai immaginato che erano necessari tanti cosmetici, tante creme, tante cose che per me erano assolutamente inutili, e tutte queste cose invasero la mia cabina. E quanti indumenti intimi pendevano dalla doccia, dal portasciugamani; lei diceva che quelle erano cose che doveva lavare personalmente. Insomma la mia cabina era diventata invivibile, era impossibile anche farsi la doccia senza toccare un reggiseno o una mutande.
Facevamo sesso continuamente e comunque, non vedevo che lei usava alcuna precauzione, così alla fine le chiesi se lei prendesse la pillola, o usava qualche sistema per prevenire un'eventuale gravidanza. Lei mi disse in maniera sorprendente: “Ma io faccio la ginnastica svedese”. Dopo il rapporto sessuale, infatti, faceva una sorta di ginnastica, e io dicevo: “Ma sei sicura che non succede niente?”, lei diceva: “Non ti preoccupare, questa tecnica è la più attuale per non rimanere incinta, bisogna solo non dimenticare di fare questo tipo di ginnastica dopo il rapporto”.
La nostra attività sessuale era molto intensa, come detto, anche perché eravamo entrambi giovani, e anche molto affiatati.
Era un viaggio da favola, una sorta di luna di miele. In sostanza la nostra avventura era iniziata a Bombay, facevamo scalo in tutte le località più esotiche dell'oceano Indiano (Comore, Port Luis), fino arrivare alle splendide città del Sudafrica: Durban, East London, Port Elizabeth, Città del Capo, Walvis Bay, e dopo, le isole Canarie, e poi, finalmente, si arrivava nel Mediterraneo, Barcellona, poi rotta per Venezia. La mamma, naturalmente, compiacente, mi adorava, mi considerava ormai suo genero, tanto è vero, che arrivati a Venezia, disse in maniera spontanea: “Mike, adesso qui, a Venezia, bisogna consacrare il vostro fidanzamento ufficiale”, e quindi mi invitò a comprare alla mia Pamela un anello di fidanzamento, che scegliemmo io e lei.
E, purtroppo, Venezia era anche il luogo da cui sarebbero partiti poi per l’Inghilterra. A Venezia finiva la crociera, e in quel posto magico si era consacrato il nostro fidanzamento ufficiale. Quell’incontro, quel viaggio mi avevano preso, ero confuso, e nello stesso tempo felice, non sapevo effettivamente che cosa fare. Però mi ero lasciato coinvolgere in questa grandissima storia d'amore, affascinante in tutti i sensi, sia per l’intensità dell'attrazione, sia per tutte le altre vicende, che avevano connotato questo nostro rapporto, che era stato ancora più coinvolgente ed intenso per la bellezza dei luoghi esotici in cui eravamo stati, il modo in cui si era condivisa una vita spensierata di piacere, di amore e di avventura.
E, comunque, lei partii per l’Inghilterra. Io, invece, ebbi quella pausa dal lavoro, che mi era concessa ogni volta, alla fine di un lungo viaggio, quando tornavamo in Italia. E così andai anch’io a casa, nel mio profondo sud, nella mia città.
Però, un fulmine a ciel sereno folgorò quel mio idillio e quel mio momento di pausa: arrivò un telegramma, nel quale Pamela mi avvisava, in maniera laconica: “I am prignant” (sono incinta). Io rimasi attonito, stupito, mi chiesi: “Che cosa devo fare?”. E la stessa cosa mi chiedeva lei, quando le telefonai; mi diceva: “Mio padre tra un poco partirà per la Romania, dove è stato destinato dal Foreign Office. Tu che fai? Vieni da me? O devo venire io da te?” Io dissi in maniera stupida, ovvia: “ Io sto per partire per la Grecia, la mia nave farà un mese di crociere in Grecia”. Lei rimase attonita, muta e dopo due giorni mi mandò un altro telegramma, nel quale diceva: “Il problema non c'è più, l'ho risolto io. Partirò con i miei per la Romania. Addio per sempre.”


Capitolo 3


Lorenzo Marx, colonia portoghese, attracco della nave alla foce di un fiume, nella capitale, Beira, odierna Maputo. La foce del fiume dalle acque limacciose era praticamente il porto, gli argini del fiume costituivano il molo dove attraccavano le navi. Gli argini erano contenuti da enormi tronchi, che davano a questo porto un aspetto quasi selvaggio.
In questa foce del fiume sullo scarno molo c'erano depositi dalle strutture essenziali, coperte con lamiere variopinte e, su panchine di fortuna, all’ombra di tali depositi sedevano sonnolenti indigeni, forse addeti ai lavori, ma, che a me sembravano che fossero lì solo per sonnecchiare, e così pure un cane che dormiva proprio al centro della strada che conduceva al porto.
Ai miei occhi, quel paesaggio, quelle strutture così essenziali, quel ritmo di vita lento, che traspariva dal volto di quei negretti seduti all’ombra, felici di godere di quel dolce far nulla, quella era la vera Africa.
La sera quel singolare attracco alla foce del fiume si animava, per cosìddire, in maniera stupefacente. Soprattutto colpiva la mia attenzione un insegna di colore rosso, a luci intermittenti, dove si leggeva, quando era illuminato, “Piripiri restourant”, ed era quello il posto più frequentato. Era proprio sulla foce del fiume, e offriva, come piatto tipico, gamberoni appena pescati, così dicevano, conditi con piripiri.
Piripiri è una spezia, che veniva usata per condire i gamberoni, dei gamberoni enormi come aragoste, che erano spaccati in due con un'accetta da negri sudati, appena pescati, mantenuti con un arpione, e messi direttamente sulla brace e conditi con questa spezia terribile, fortissima, una specia di peperoncino, evidentemente molto simile a quello che si usa da noi nel meridione d'Italia.
Questo piatto era l’unico che veniva servito in quel ristorante, il tutto innaffiato con cerveza. La birra in quel ristorante veniva consumata a fiumi, proprio perchè il peperoncino era troppo piccante, e bisognava spegnerlo in qualche modo. Io, giovane ufficiale, al mio primo viaggio su quella nave, sconvolto dalla singolarità di quel posto, ero ancora più eccitato perchè i marinai che erano con me sulla nave, delle parti mie, di Torre del Greco, dicevano che era quello il posto per tenere a battesimo me, giovane, inesperto, alle esperienze più tipiche di marinai: un'ubriacatura e dopo una puttana. Allora mi dicevano: “Devi venire con noi, e Beira è il posto migliore per fare questa esperienza”. E così, prima mi hanno portato in quel ristorante, dove ho mangiato dei gamberoni buonissimi, e, giuro, che non avevo mangiato mai dei gamberoni così buoni in vita mia, ed anche così piccanti. Ho bevuto sette-otto birre da tre quarti: ero ubriaco, mi sentivo malissimo, e dopo questa abbuffata e ubriacatura, mi hanno detto: “E adesso si va a puttane”. Siamo saliti su un taxi, i miei amici marinai avevano gi? preso dei regalini da portare a queste donne, perchè dicivano che queste donne non prendevano soldi, ma preferivano calze, profumi, collanine, dicevano che era difficele per loro reperire in quel villaggio sperduto quelle cose così preziose, e dicevano poi, scherzando, che non solo apprezzavano i regalini, ma che facevano volentieri all’amore con loro, perchè erano tutti autentici amatori.
Siamo finiti così nel cuore della giungla. Abbiamo camminato, non mi ricordo perh quanto, perchè ero ubriaco, forse più di un ora; ricordo solo che le strade erano polverose. Siamo arrivati in questo villaggio, dove c'erano una seria di capanne, insomma, delle case rudimentali. Era buio, e al sopraggiugere del taxi un gruppo di donne ci è venuto incontro: tutti già sapevano cosa fare. Ogni marinaio dopo di aver dato il regalino alla donna prescelta, con la quale è andato in una di quelle capanne. Io invece, credo su indicazioni di uno di miei amici, sono stato, letteralmente, sollevato in aria da una cicciona, che pesava, credo, più di un quintale. Non ha preteso neanche il regalo, mi ha portato dirittamente nella capanna: io sbattevo i piedi e gridavo: “La cicciona non la voglio! No!” Alla fine mi sono liberato della cicciona, sono uscito fuori e ho visto una ragazzina più o meno adatta alla mia età, di cui si vedevano solo gli occhi che luccicavano nel buio; lei era vicino alla madre, e io ho detto, sperando che sentissero anche i miei amici: “Voglio questa qua!”, e così l’ho preso per mano, mentre la mamma cercava di trattenerla. Mi sono allontanato un poco perchè, anche se non volevo, dovevo fare il mio dovere, dovevo per forza far vedere che, come loro, dopo l’ubriacatura avrei avuto anche un’esperienza con una puttana, altrimenti sarei stato preso in giro da quei marinai così esperti, così incalliti, così abituati a queste cose, che io in realtà non mi sentivo di condividere. E così mi sono steso a terra con quella povera sventurata, che ha dovuto subire quella violenza atroce. Sentivo un'odore, che rimarrà per sempre nel mio olfatto, nella mia mente: un odore buono, però selvaggio, autentico, non era profumo, era odore di pelle umana. Lei tremava, e mi sono accorto che aveva solo questo vestitino addosso, sottile, non aveva nient'altro. Ricordo solo che ho raggiunto l'orgasmo immediatamente, forse è stato solo l’odore della pelle di quella giovane donna, o la novità dell’esperienza, o il desiderio di concludere quella violenza al più presto. Mi è rimasta impressa la scena della mamma che ha trattenuta a se la ragazza, quando io l’ho preso per mano, e poi l’ha lasciata andare. E questa è stata per mi un’esperienza traumatica: davvero dopo tutto questo non mi sentivo fiero di essere un marinaio. Avevo pensato a qualcosa di più poetico, quando sognavo di essere un marinaio, non avrei mai pensato che per diventare marinaio bisogna usare quelle povere donne negre che hanno bisogno di tutto, e sono disposte anche a prostituirsi per ottenere qualche monile, qualche calza, profumo, che nel loro povero villaggio non riuscirebbero mai ad avere. E io così ho capito quale era l'approccio dei bianchi con quella povera gente, ed in quel momento io ero uno di loro, e avevo tanta vergogna.
Siamo ritornati a bordo, era la mia prima ubriacatura, e sono stato malissimo. Non consiglio a nessuno di ubriacarsi di birra: è qualcosa di terribile; a parte che devi sempre andare in bagno a fare la pipì, tanto liquido nello stomaco comunque ti fa sentire davvero malissimo. Sono stato male tutta la notte, e la mattina avevo un terribile mal di testa.




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