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lavoro pubblicato lunedì 14 giugno 2010
ultima lettura martedì 19 febbraio 2019

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Il sogno americano attraverso l’industria della costume jewelry

di erikazak. Letto 3531 volte. Dallo scaffale Storia

1. Perché la produzione della costume jewelry si concentra nel Rhode Island?   Analizzando la collocazione sul territorio delle fabbriche presenti nel Rhode Island ci si renderà conto che la maggior parte si dedicano alla produzione ...

1. Perché la produzione della costume jewelry si concentra nel Rhode Island?

Analizzando la collocazione sul territorio delle fabbriche presenti nel Rhode Island ci si renderà conto che la maggior parte si dedicano alla produzione di gioielleria ed in particolare di costume jewelry. Ovviamente, accanto a questo tipo di produzione, ha avuto una consistente fioritura la produzione di forniture per l’industria del gioiello. Dati aggiornati al 2004 riportano che, su quasi 15 miliardi di dollari del reddito totale generato da tutte le aziende del Rhode Island, 100 milioni sono generati dall’industria specializzata nell’ornamento non prezioso.

Questo tipo di produzione caratterizza il più piccolo degli Stati Uniti d’America sin dai primi anni del ‘700, periodo in cui nei territori della nuova Nazione, si diffusero prima botteghe artigianali e poi fabbriche che si dedicavano alla lavorazione di materiali metallici in grado di imitare i metalli preziosi quali l’argento e l’oro.

Le motivazioni di questa concentrazione produttiva, che sarebbe diventata sempre più di tipo industriale nel corso dei secoli, sono soprattutto di carattere storico e geografico.

Come risulta dalle cronache, il Rhode Island, apparve nel 1524 a Giovanni da Verrazzano, che per primo vi approdò, bello come l’isola di Rodi grazie alle sue spiagge, ai suoi numerosi fiumi, ed agli attracchi naturali che contribuirono a renderlo lo Stato dell’Unione più densamente popolato e più industrializzato.

Providence, un piccolo insediamento nella baia di Narraganset, nel 1644, grazie alla sua configurazione geografica, risultava essere molto vitale nel commercio di beni di ogni tipo. Il suo nome non era stato scelto a caso dai coloni che, per ringraziare la Divina Provvidenza di averli fatti giungere in quella terra sani e salvi, avevano pensato di attribuire a quel piccolo territorio un nome che avrebbe segnato la storia dell’industria americana. Diventata nel 1663 una colonia reale inglese, grazie ad un decreto della Corona che vi garantiva la totale libertà di religione, divenne sempre più meta per quaccheri, ebrei e battisti che iniziarono a popolare quella che sarebbe diventata la capitale del piccolo Stato.

La massiccia immigrazione di bianchi in questo angolo del Nuovo Mondo complicò fortemente i rapporti tra coloni e nativi; i bianchi, infatti, animati da un forte spirito imprenditoriale, iniziarono ad acquistare sempre più terre dai nativi del luogo, tanto che questi iniziarono ad emigrare verso Ovest e verso il Canada. In questo modo l’economia, prima puramente contadina, assunse sempre più un’impronta mercantile tanto che nel ‘700, i velieri americani garantivano un costante commercio con l’Africa: basti pensare che la tassa di importazione dovuta per ogni schiavo venne utilizzata per sovvenzionare la costruzione di infrastrutture in grado di collegare ogni luogo della colonia, permettendo così lo sviluppo di ulteriori commerci.

Molti imprenditori, commercianti e capitani di navi seguirono l’esempio di John Brown, l’armatore della più importante famiglia di Providence che, a causa della rovinosa perdita di un intero “carico” in mare, aveva intrapreso la nuova rotta della Cina.

Questi mercanti, arricchitisi grazie a traffici più o meno leciti con le terre africane ed asiatiche, iniziavano a sentire l’esigenza di proteggere e conservare le ricchezze acquisite e presto fu evidente che il metodo migliore era quello di fondere le monete d’oro per produrre con questo monili da indossare od oggetti da esporre in bella mostra nelle ricche case: in questo modo non solo la necessità di ostentare il proprio lusso veniva soddisfatta, ma anche l’esigenza più pratica di poter riconoscere i propri oggetti - nel malaugurato caso che questi venissero rubati - grazie all’unicità del pezzo e alle iniziali del proprietario poste sull’oggetto stesso.

Questo aspetto è solo una tra le più importanti condizioni che concorsero alla nascita dell’industria della bigiotteria proprio nel piccolo Stato americano - tanto piccolo da essere chiamato con il vezzeggiativo di Little Rody- privo di materie prime, ma che, grazie ad una serie di cause, portò molti abili argentieri ed artigiani ad insediarsi nella città di Providence e soprattutto in North Main Street. Il distretto era diventato fortemente vitale dal punto di vista della produzione tanto che, nel 1786, il Providence Journal giunse a sostenere in un articolo che questa piccola cittadina era ormai riconosciuta in tutti gli Stati Uniti come il luogo in cui venivano prodotti gli oggetti più belli fatti con materiali poveri.

Se tutto questo fu possibile bisogna certamente rendere onore non solo ai creatori dei nuovi oggetti forgiati in metalli non preziosi, ma prima di tutto a coloro che studiando le composizioni dei metalli, riuscirono a gettare le basi di quello che sarebbe stato uno dei più grandi business del secolo successivo, ovvero la costume jewelry, il cui protagonista principale fu sin dal principio il metallo che alla vista sapeva suscitare un’idea di sfarzo e di ricchezza, trasmettendo la luce dell’argento ma ancora più i caldi toni dell’oro. I primi artigiani, manipolando i materiali poveri a loro disposizione, come piccoli Re Mida, altro non cercavano se non di trasformare questi in ciò che di più vicino, ad un primo sguardo, sembrasse oro.

Il primo fra questi fu Seril Dodge che, aperto un negozio sulla Thomas Street, iniziò col mettere in vendita orologi e che, già nel 1790, era famoso in tutta la zona, sino ad Attleboro in Massachusset, grazie ai suoi annunci in cui si offriva di comprare oro, argento, ottone e rame ed in cui forniva una lunga lista di oggetti che era in grado di produrre con la trasformazione di questi materiali: cucchiai, pomelli, speroni e bottoni con iniziali, monili anche in un materiale che chiamò silver plated, ovvero argentato.

E’ innegabile l’importanza della scoperta di Seril Dodge; si trattava infatti del primo passo che avrebbe portato nelle case di molti, oggetti belli, vistosi, apprezzabili artisticamente ma dal basso costo e dal valore intrinseco modesto.

La tecnica sviluppata dal fratellastro Nehemiah Dodge, considerato il padre fondatore dell’industria della gioielleria prodotta con materiali poveri, portò a rendere questa produzione di oggetti preziosi solo in apparenza, una realtà sempre più comune. Nel 1793, infatti, Nehemiah che non era solo fratello ma anche socio di Seril, non soddisfatto pienamente dei risultati ottenuti con l’argentatura ideata da Seril, elaborò un metodo per applicare l’oro ad una lega di metalli meno preziosi. La composizione di questa lega, da lui chiamata gold plated, non è a noi nota, ma sappiamo che si trattava di un sottile foglio di metallo pregiato, appoggiato su una lega formata da oro, rame e piombo, lavorata tramite un procedimento che impiegava il mercurio, elemento che oggi noi sappiamo essere fortemente tossico e che provocò il decesso di numerose persone che lavoravano in questo settore e che, probabilmente, fu anche la causa della morte di Seril Dodge.

Il nuovo metallo prodotto da Neheminah Dodge ebbe grandissimo successo tra gli argentieri che iniziarono ad acquistarne da lui grandi quantitativi, con l’intenzione di produrre loro stessi una linea di oggetti in materiali poveri, del tutto simile per fattura a quella prodotta in argento, in modo da poter soddisfare le richieste di un mercato formato non esclusivamente da persone in grado di sostenere una spesa elevata come quella necessaria per l’acquisto dell’argento lavorato, ma che ugualmente sentivano la necessità di decorare le proprie case e se stessi con oggetti belli da vedere, particolare non trascurabile in una realtà come quella americana, fortemente legata al sogno americano che iniziò a prendere forma sin dalle prime immigrazioni di coloni dal Vecchio Mondo.

Questa necessità di approvvigionamento di materiale da parte dei moltissimi artigiani, che iniziavano a capire che un nuovo mercato basato su materiali poveri stava nascendo e si sarebbe sviluppato in maniera consistente, viste le difficoltà nel trasportare merci e nel condurre trattative a distanza, li spinse a trasferirsi a Providence e nelle zone limitrofe, tanto che, come riportato nello studio di Maria Teresa Cannizzaro, “nel 1812 nella sola Providence c’erano 175 botteghe che producevano 300.000 pezzi l’anno”.

In seguito a questa intuizione dei fratelli Dodge, che avevano capito che imitare l’apparenza dell’oro era possibile, vennero fatti ulteriori passi avanti grazie agli esperimenti ed agli studi di tanti che avevano fatto esperienza lavorando presso produzioni importanti, come nel caso di Thomas Lowe che introdusse il gold filled, un tipo di metallo che avrebbe aperto la strada a tecniche più moderne nella produzione della bigiotteria. Lowe, grazie infatti al tirocinio a Sheffield e a Birmingham, apprese le tecniche che lo portarono ad elaborare un processo che, mettendo a contatto l’oro e l’argento con il rame, in fornace ad altissima temperatura, faceva sì che l’oro trasudasse dall’argento unendosi al rame.

Questa tecnica poteva essere utilizzata con spessori d’oro diversi, tanto che spesso nelle marchiature dei bijoux è possibile trovare delle scritte tipo 1/10°,1/20° o 1/100° che stanno appunto ad indicare il quantitativo d’oro presente nel gioiello. Una tecnica di questo genere implicava l’utilizzo della fornace ad altissima temperatura per diverse ore.

Nella seconda metà dell’Ottocento però, l’affermarsi dell’energia elettrica permise la placcatura elettronica, che con un voltaggio relativamente basso dava la possibilità di placcare un oggetto di qualsiasi metallo, semplicemente immergendolo in una soluzione formata da oro, argento o nichel. Questo tipo di tecnica rendeva possibile una lavorazione più veloce, più economica ma anche più varia per quanto riguardava le sfumature delle tonalità dell’oro, aspetto che in seguito divenne un segno di riconoscimento delle diverse firme.

Un buon conoscitore di bigiotteria d’epoca saprà infatti, ad esempio, distinguere a colpo d’occhio un bijou che nel retro si rivelerà firmato Lisner, da uno che porterà la firma Trifari. Infatti, i gioielli Lisner, presentano una colorazione del metallo argentea con lievi sfumature color oro, accompagnata da una lavorazione liscia, mentre un Trifari degli anni ’50, ad esempio, sarà riconoscibile in quanto la sua lavorazione liscia sarà accompagnata da tonalità calde, simili a quelle dell’oro rosso.

Sulle basi gettate dai fratelli Dodge e dai loro contemporanei, l’industria del gioiello di Providence crebbe costantemente - anche se non sempre rapidamente - nei primi anni del Novecento. Non accontentandosi delle sole vendite locali, gli artigiani del gioiello di Providence iniziarono presto a spedire in tutto il Paese, vendendo i loro prodotti - soprattutto catene d’oro - sino nel New Orleans.

L’organizzazione più comune era la società formata da due o più persone in cui uno si occupava della vendita nel negozio e l’altro della contabilità e del lancio dei prodotti sul mercato. L’investimento in macchinari ed in capitali era molto ridotto in quanto si trattava di produzioni che utilizzavano ancora una lavorazione prevalentemente manuale, mediante un utilizzo scarso di macchinari, caratteristica che aveva creato le basi per la creazione di imprese medio- piccole.

All’interno di questo contesto, la figura dell’apprendista ebbe un ruolo importante. Spesso, trascorsi i sette anni d’apprendistato, due o più operai che avevano acquisito competenza professionale, erano in grado di associarsi tra loro e costituire una nuova impresa, anche se le neo nate società che non venivano capitalizzate sufficientemente, rischiavano di scomparire in un tempo medio di 10 anni. Questo dipendeva in parte dalla natura aleatoria del mercato dei gioielli, soprattutto quando si trattava di oggetti di lusso, creati con materiali pregiati il cui costo li rendeva particolarmente sensibili ad un andamento economico in crescita o decrescita.

Va aggiunto che gli artigiani dovevano affrontare anche le fluttuazioni del costo dei metalli preziosi, dovute al gusto del mercato che nel corso del tempo si era trovato a subire forti cambiamenti.

Un’eccezione rispetto a quanto appena detto fu l’industria dell’argento, ed in particolare è interessante il caso della Gorham Manufacturing Company, fondata da Jabez Gorham, il quale aveva svolto il suo periodo di apprendistato sotto la guida di Nehemiah Dodge. Questa azienda infatti, utilizzando le macchine azionate a vapore introdotte nel 1850, riuscì ad ottenere una ragguardevole crescita.

Benché l’industria della costume jewelry e quella dell’argento siano nate da una base comune, si sono sviluppate seguendo andamenti molto differenti.

A Providence, nel 1830, 27 aziende produttrici di gioielli occupavano 280 operai e vent’anni dopo, nel 1850 le ditte presenti nel settore erano 57 ed impiegavano 590 operai. Evidentemente la reputazione che la città aveva acquisito come capitale della produzione del gioiello, aveva attratto lì sia gli artigiani del posto sia coloro che provenivano da più lontano, portando con sé nuovi stili e nuove tecniche.

Sicuramente lo scoppio della Guerra Civile rallentò il processo di sviluppo dell’industria del gioiello a Providence, ma non l’arrestò del tutto: infatti questa fu protagonista di uno sviluppo senza precedenti negli anni del dopoguerra: le produzioni che nel 1865 erano 45 ed impiegavano 700 operai, divennero 150 nel 1875, generando 2.700 posti di lavoro.

Nel 1880 il Rhode Island era il primo stato produttore di gioielli, conservando al suo interno più di un quarto dell’intera produzione nazionale del settore e, delle 148 ditte censite nel Rhode Island, 142 erano collocate nella città di Providence. Questi numeri continuarono a crescere vertiginosamente tanto che, nel 1890, la città era giunta a contare 200 fabbriche e 7.000 lavoratori. La crescita così rapida nell’ultimo quarto di secolo fu sicuramente determinata da un’espansione del mercato dei gioielli a basso costo, dall’aumento della forza lavoro generato dall’immigrazione e, per finire, da un processo di meccanizzazione della produzione che stava modificando fortemente l’industria.

Grazie alle innovazioni tecnologiche i macchinari per la placcatura elettronica, per la colorazione, per le rifiniture e così via diventavano sempre più complessi.

Questo portò alla coesistenza nella stessa fabbrica di due tipi di lavoro, quello qualificato di chi doveva gestire le nuove macchine che andavano a sostituire gli uomini, e quello a bassa specializzazione di chi doveva semplicemente occuparsi di una fase della catena di produzione.

Mentre da un lato la specializzazione lasciava intravedere la possibilità di crescita all’interno dell’azienda, dall’altro lato il lavoro non qualificato faceva sì che a ricoprire questi ruoli fossero spesso donne e bambini, pagati con un salario molto basso e spesso esposti a condizioni di rischio elevate.

Ma lo sviluppo dell’industria del bijou portò anche al proliferare di una serie di industrie collaterali a questa, prima tra tutte quella metalmeccanica, “ si incrementò di pari passo la produzione di tutti i tipi di metallo lavorato, dalle viti ai chiodi, dai componenti per la bigiotteria alle macchine industriali. La Corlis Steam Engine Company, produttrice di motori, divenne in quarat’anni la più grande al mondo ed occupava in 9 immensi edifici più di 1.000 operai. Tra i giganti della fabbricazione di oggetti metallici spiccava la Gorham Silverware Company, ai cui lavoranti persino Tiffany dal 1872 affidò la credibilità della sua firma prestigiosa.”

L’industrializzazione crescente permetteva un lavoro più meccanizzato e quindi meno specialistico, tanto che la figura dell’artigiano sparì quasi totalmente se non in alcune fasi delicate e più creative, come ad esempio l’ideazione e il disegno dell’oggetto.

Nel corso del tempo la produzione della costume jewelry diventa sempre più una produzione di massa, affidata a lavoratori non specializzati, i cosiddetti “bench workers”. Questo tipo di produzione su larga scala comportò una notevole immigrazione nei territori del Rhode Island, con i picchi maggiori tra il 1850 e il 1920, attirando soprattutto una popolazione molto più povera rispetto a quella entrante con il flusso migratorio di tedeschi, inglesi ed irlandesi, che, quasi un secolo prima, si erano insediati nelle terre del Nord-Ovest dell’America. Questi nuovi immigrati, provenienti dall’Europa orientale e meridionale si collocarono invece proprio nelle zone industriali dell’Est e del Middle West, spinti da altri “paesani” che, giunti lì tempo prima, lasciavano intravedere ottime possibilità di lavoro vista la nuova rete industriale in espansione.

Quando nel 1911 la Fabre Line aprì un collegamento tra Napoli, Palermo e Providence, tantissimi italiani armati solo delle loro famiglie e della loro forza di volontà, partirono alla volta della capitale del Rhode Island in cerca di fortuna, in un certo senso anch’essi vittime ed artefici allo stesso tempo del sogno americano, tanto da rappresentare, nel 1915, già il 14% della popolazione della città di Providence.

Nelle testimonianze raccolte nel testo di Nadia Weisberg, una preziosa raccolta di interviste fatte a decine di lavoratori, operai e dirigenti, dell’industria della costume jewelry del Rhode Island, non è difficile fermare lo sguardo su nomi di chiara origine italiana, come la stessa Norma Trifari, figlia di Augusto Trifari, o anche su nomi meno noti come Frank Cataldi o cognomi trasformati ad esempio da Belli a Bell o da Carli a Carley forse a causa di una storpiatura dello spelling al momento dello sbarco nella “terra promessa”.

Questa preziosa trascrizione di documenti facenti parte della storia orale di Providence, mostra come moltissima parte della forza lavoro, ma anche delle menti creative di questo settore industriale, sia nata sotto l’impulso dato dagli stranieri emigrati e dalle loro numerose famiglie, tanto che verrebbe quasi da chiedersi se questa cittadina del Rhode Island si sarebbe trovata ad avere le caratteristiche economiche attuali se non fossero arrivati migliaia di nuovi aspiranti cittadini americani dal Vecchio Mondo, ed in particolar modo dall’Italia. E’ infatti consueto trovare tra le firme della bigiotteria prodotta in America nomi di chiara provenienza italiana come ad esempio Capri, Pennino, Panetta, Trifari o Sorrentino.

A tale proposito, al fine di comprendere l’importanza del ruolo degli italiani nella produzione della costume jewelry, ci pare fondamentale riportare alcune interviste degli italiani immigrati nel Rhode Island e trovatisi a lavorare in questo settore industriale, un po’ per scelta, un po’ per caso.

Come precedentemente detto, l’apporto degli italiani fu rilevante e non solo come forza lavoro all’interno del nuovo Stato ospitante, ma anche dalla propria patria, come vedremo quando analizzeremo il caso di Casalmaggiore.

Molte di queste persone oggi sono anziane, ed alcuni di questi racconti sono stati raccolti poco tempo prima della scomparsa degli intervistati. Sicuramente la trascrizione di questa storia orale è un patrimonio prezioso e fondamentale per capire come la vita di tante donne e di tanti uomini, che tentavano di realizzare il loro privato “sogno americano”, abbia determinato lo svilupparsi di un fenomeno industriale e sociale di tale portata che oggi, per la sua rilevanza, è sicuramente degno di essere studiato.

2. Una storia orale: gli emigranti italiani e l’industria della costume jewelry nel Rhode Island.

Un approccio metodologico qualitativo come quello delle storie di vita raccolte attraverso interviste a domande aperte, è sicuramente utile per affrontare un argomento sostanzialmente nuovo e non ancora studiato in modo approfondito come quello qui trattato. La storia di vita ci permette infatti di cogliere degli aspetti che, tramite l’utilizzo univoco di dati numerici, non potrebbero essere colti.

2.1 La storia di Augusto Trifari attraverso il racconto di Norma Trifari Carberry.

Questa intervista a Norma Trifari, figlia di Augusto Trifari, riporta la vicenda del padre, un abile artigiano che, facendo leva sulle proprie capacità ereditate da una grande tradizione familiare, emigra in cerca di fortuna diventando uno dei più importanti realizzatori di bigiotteria americana. Una storia come molte, eppure la vicenda di questo uomo è diventata storia di un pezzo d’America. Non è infatti un caso la scelta di riportare il racconto tratto da questa intervista che dimostra a pieno il raggiungimento di un obiettivo perseguito e raggiunto: il sogno di ottenere grazie alla tenacia e alle proprie a capacità, il successo e la prosperità; ed è attraverso l’iniziativa, l’abilità ed una serie di circostanze, di persone e di scelte giuste che Trifari, firma nota in tutto il mondo tra i collezionisti di bijoux americani, diventa un simbolo della costume jewelry.

L’intento non è qui semplicemente quello di riportare una storia, ma di presentarla nei suoi aspetti più vivi, contestualizzando questo case history seguendo il punto di vista della figlia di Augusto Trifari, che - raccontando eventi spesso riferiti da terze persone - tramanda ciò che probabilmente era emerso dall’immagine che le persone a lei vicine, parenti, conoscenti ma anche lavoranti, avevano di suo padre. E’ importante sottolineare che la storia presentata qui di seguito non è quella di Norma ma quella del padre, un uomo di successo ed autorevole nel suo settore, spesso celebrato per le sue creazioni e per la sua storia professionale. La sua vita viene rivista e raccontata attraverso le risposte della figlia alle domande dell’intervistatrice, che riesce a suscitare in lei ricordi stringati, a volte sconnessi tra loro, ma che rimandano sicuramente ad un immaginario molto saldo nella memoria della donna e che per questo motivo emergono, dalla sua narrazione, come degli elementi caratterizzati da una parvenza di oggettività.

Norma Trifari nasce a Brooklyn, New York, nel 1912, lo stesso anno in cui – come vedremo – Trifari entra in affari. Suo padre, Augusto, non nasce negli Stati Uniti ma a Napoli nel 1883 e si trasferisce nel Rhode Island con lo zio, probabilmente, nel 1900/1901. La famiglia Trifari aveva avuto un particolare negozio di gioielli, qualcosa più simile ad una casa d’arte, dove trovare oggetti belli e di valore, un po’ come Tilden Thurber a Providence. Un ricordo molto vivo in Norma era quello del racconto del padre secondo il quale, i membri della propria famiglia, erano stati tra i gioiellieri dei re d’Italia.

Augusto Trifari viene descritto come una persona speciale, molto tranquilla, schiva, un vero gentiluomo. Entrò in affari a New York City nell’ottobre del 1912, anno in cui nacque Norma. La famiglia rimase lì sin quando la fabbrica non si trasferì nel Rhode Island nel 1939. Quando Trifari iniziò il suo business produceva pettini, ma negli anni ’20, seguendo la moda, le donne iniziarono a tagliare i loro capelli e l’azienda fu costretta a subire un forte cambiamento, in quanto ciò che produceva come unico tipo di prodotto, stava diventando inutile. Era necessario spostare la produzione ad altri beni di vendita e Mr. Trifari iniziò a produrre spille a barretta che invece sarebbero state acquistate ed indossate a lungo.

Il signor Trifari inizialmente faceva da sé i disegni, la produzione e la vendita, ma nel corso di poco tempo la produzione crebbe a tal punto che ebbe bisogno di qualcun altro che lo aiutasse. Fu allora che Trifari firmò una partnership con Mr. Leo Krussman, un uomo molto perbene, che si dedicò alle vendite. Nel 1925 un altro socio, Mr. Fishel, si unì all’azienda dando così vita alla Trifari, Krussman and Fishel, la società che loro chiamavano la TK+F. Fino a quel momento probabilmente, come riferisce la figlia, il nome era stato semplicemente Trifari e non esisteva un vero e proprio marchio. In quel periodo Mr. Alfred Philippe, proveniente dalla prestigiosa Van Cleef and Arples, fu ingaggiato come disegnatore.

Negli anni ’30 la Grande Depressione toccò anche l’industria del bijou. Fu a quel punto che Mr. Trifari dovette stipulare delle assicurazioni per ottenere dei prestiti. E’ probabile che, a causa di quei problemi, venne presa la decisione di trasferirsi nel Rhode Island. C’era un po’ di tensione, ricorda Norma, ma nonostante i debiti non arrivavano telefonate minacciose e suo padre era sicuro che non gli sarebbe accaduto nulla, tanto che ogni giorno per recarsi a lavoro attraversava normalmente la 7° Strada.

I gioielli Trifari venivano venduti a tutti i migliori negozi e grandi magazzini, come Macy’s a New York, conosciuto per l’offerta di oggetti di grande qualità.

Una volta, racconta Norma, Macy’s fece sconti eccezionali vendendo sotto – costo tutti i propri prodotti. Appena il negozio aprì le porte, un dipendente della Trifari, mandato dall’azienda, entrò e comprò tutto ciò che era firmato Trifari e che era venduto a prezzo di saldo, in modo che i pezzi non venissero svenduti sminuendone così il valore: si vollero proteggere gli altri clienti, preservando allo stesso tempo la propria immagine.

Quando si trasferirono nel Rhode Island, dapprima stabilirono la fabbrica in Chestnut Street, poi, quando questa sede divenne troppo piccola, si trasferirono in Dartmouth Street. In seguito costruirono una sede in East Providence. L’industria cresceva così come il numero di dipendenti con i quali, come ricorda Norma, suo padre aveva un bellissimo rapporto, essendo una persona molto attenta e premurosa anche verso gli operai della propria fabbrica.

Fino agli anni ‘40/’50, nelle produzioni Trifari, le pietre dei bijoux venivano incastonate a mano come da tradizione orafa, cosa che come racconta la figlia, appassionava molto Mr. Trifari, il quale durante la guerra aveva disegnato una corona con bellissimi cabochon, che divenne uno dei pezzi più celebri della firma.

Attraverso Norma Trifari non ci è possibile conoscere con precisione le date dei fatti, perché non ricorda quanti anni avesse quando questo accadeva e non ricorda chi fosse il presidente di Tiffany in quel periodo, ma ha memoria che egli disse a Mr. Krussman, l’addetto alle vendite, che per loro la Trifari era il maggior concorrente sul mercato, affermazione che non faceva altro che confermare il prestigio dell’azienda.

2.2 La storia di una scalata al successo: Robert Andreoli e la Victoria Creations.

Robert Andreoli nasce nel 1933 nel Rhode Island, proprio nella città di Providence in Webster Avenue e frequenta le scuole di Wallance Street per trasferirsi poi alla sezione Federal Hill di Providence alla LaSalle di Bridgeham e per due anni all’ University of Rhode Island.

Fortunatamente, o sfortunatamente come dice lo stesso Andreoli, pensò sempre di entrare in affari nel settore del gioiello perché questa realtà era stata parte della sua vita sin da quando era bambino. Il padre infatti, era un artigiano gioielliere che produceva gioielli preziosi, soprattutto anelli in platino e diamanti. Probabilmente fu anche per quel motivo che, quando il figlio aprì la sua azienda di costume jewelry, il padre non fu per niente contento, credendo che si fosse messo sul mercato con oggetti di poco valore.

Suo padre, nato nel 1889 in Italia, a 7 anni era immigrato nella città di Lawrence, in Massachusetts con la sua famiglia, stabilendosi definitivamente a Providence nel 1912. Qui aveva lavorato in alcuni laminatoi e successivamente era riuscito ad essere assunto come apprendista nell’industria del gioiello.

Quando capì di avere del talento si iscrisse alla Rhode Island School of Design. Uno dei suoi insegnanti fu Angelo Del Sesto - fondatore della Van Dell Jewelry - che aveva pochi anni in più ma che già insegnava alla scuola di design.

Il padre di Robert aveva lavorato per numerose aziende e durante la Seconda Guerra Mondiale aprì alcune attività che, però, erano per lo più negozi e continuò quindi a lavorare sotto contratto per altre manifatture, per diverso tempo in Attleboro, perché era lì che i gioielli più belli e più preziosi venivano prodotti.

All’età di circa 12/13 anni Robert inizia, di sua spontanea volontà, ad aiutare il padre nel suo lavoro di notte: era la sua prima esperienza ma gli servì a capire che quella sarebbe stata la sua strada.

Durante il periodo in cui frequentava la scuola, lavorò part-time come impiegato nei trasporti e facendo altri generi di lavoro occasionali e temporanei, ma il sogno di creare una propria azienda di costume jewelry diventava sempre più forte. Mancavano sia il denaro sia l’esperienza ma Robert era giovane e forte e non avrebbe abbandonato facilmente il suo sogno, ed infatti, una volta tornato dal servizio militare, entrò subito nel business del gioiello non prezioso.

Lavorò per diverse compagnie tra cui la Brier Manufacturing, un nome che avrebbe avuto un ruolo importante successivamente per la sua vita professionale, essendo uno dei massimi fornitori dei più importanti e lussuosi grandi magazzini.

In seguito Robert abbandonò la Brier Manufacturing ed iniziò a lavorare per la Tesoro, all’interno della quale si occupava della saldatura e di altre attività per le quali capì subito di essere molto portato. L’esperienza successiva fu quella di disegnatore free-lance, che gli permise di lavorare per moltissime manifatture, attività faticosa, ma allo stesso tempo utile ed interessante, in quanto gli permise di conoscere un elevato numero di aziende ed il loro modo di lavorare.

Apparentemente il lavoro successivo fu un passo indietro, infatti Robert venne assunto alla Ro-May Jewelry non per disegnare gioielli, ma per eseguire lavori più produttivi; questo, grazie anche al consiglio di John Lafazia, uno dei tre proprietari dell’azienda, si rivelò per Robert l’ultimo lavoro alle dipendenze di qualcun altro e fu il momento della svolta, quello in cui egli iniziò la realizzazione del proprio sogno imprenditoriale nel campo della costume jewelry.

Già nel 1962, quando lavorava ancora come disegnatore free-lance, Robert aveva improvvisato nella cucina di casa propria la produzione di una linea di alcune sue creazioni che poi consegnava ad un venditore. A quel punto era giunto il momento di acquistare un’azienda e di produrre lui stesso una linea. Fu così che si fece prestare da un amico $2.000 e per $1.100 dollari acquistò una piccola azienda in Eddy Street. Iniziò a produrre piccoli orecchini per lobi foratiche - in un modo molto originale, in seguito premiato con diversi riconoscimenti - collocò in piccole scatole - espositore che li rendevano più preziosi nell’aspetto e pronti per essere donati.

La redditività dell’azienda aumentò, e con essa i profitti, tanto che presto fu in grado di acquistare nuove aziende tra le quali, nel 1971 la Ro-May, la firma per la quale aveva lavorato come saldatore.

La Victoria Creations - che era stata chiamata in questo modo in onore alla figlia di Robert, Victoria, nata nel ’71- con l’acquisto della Ro-May aveva a disposizione una serie di macchinari che agevolavano il lavoro e allo stesso tempo consentivano di commercializzare prodotti che per loro erano del tutto nuovi. Nel 1974 la Victoria Creations acquistò un’altra importante azienda, la R&J Manufacturing che era stata di proprietà di Bob Willner, uno strano personaggio che negli anni ’40 era giunto in Rhode Island dall’Europa, senza un quattrino ma che in modo quasi leggendario, era riuscito a costruire una fortuna, tanto che nel ’74 la R&J era in grado di fornire prodotti per l’Avon e la Trifari. Questo acquisto per Mr. Andreoli fu davvero un passo avanti perché gli permise di allargare la gamma dei prodotti offerti e allo stesso tempo di distribuire non solo più all’ingrosso ma direttamente ai negozi.

L’espansione della Victoria non sembrava destinata a frenarsi, infatti in seguito venne aperto un ufficio a New York e venne acquistata una licenza per produrre merce per l’importante Compagnia di design francese Givenchy. Poco tempo dopo venne a far parte del gruppo un’altra firma importante soprattutto per i bijoux in perle sintetiche, la Richelieu Pearl un’azienda fondata nell’800 che, assieme a Martella, era il maggior produttore di costume jewelry in perle sintetiche di alta qualità presente sul mercato.

Come lo stesso Robert Andreoli afferma, probabilmente una delle maggiori fortune della sua azienda fu quella di avere in prima linea nel settore commerciale, uomini dal grande talento e dalla grande abilità, di cui potersi fidare, come nel caso di Peter Capalbo, amico d’infanzia di Robert, che divenne il traino degli acquisti e delle vendite.

Nel 1984 Andreoli cedette la Victoria Creation a Jonathan Logan che, a sua volta, la vendette alla United Merchants and Manufacturers. Andreoli divenne il presidente della Jonathan Logan rimanendo in questa posizione per due anni sin quando altre persone non furono in grado di ricoprire quel ruolo. In seguito fu proprietario di molte altre aziende, in settori diversi, ma la costume jewelry fu sicuramente il suo primo amore, tanto che oggi si occupa dei piani finanziari, e delle acquisizioni della Victoria Creation.

La Compagnia creata da Andreoli, che nel ’62 impiegava 10 lavoratori, oggi è formata da numerose sedi, e quella collocata a Providence, nel 1991, generava da sola 650 posti di lavoro in settori che vanno dalla produzione alla distribuzione. Il 5% di questa forza lavoro è formata da immigrati di prima generazione ma, come dice lo stesso Andreoli, la maggior parte dei lavoratori di Providence è in qualche modo formata da immigrati, anche se da diverse generazioni.

Le condizioni di lavoro da sempre sono delle migliori, tanto che molti prestano servizio da oltre trent’anni. L’azienda è molto attenta ai profili di crescita dei propri dipendenti, sia attraverso la formazione, sia negli scatti di carriera.

La maggior parte dei disegni dei bijoux vengono prodotti in sede da 8 designer, solo occasionalmente i disegni vengono acquistati da disegnatori free-lance e da 18 creatori di modelli.

Il 90% dei lavoratori della Victoria sono assunti a tempo pieno e migliaia di altre persone vengono impiegate ogni giorno grazie ai lavori che vengono subappaltati in Rhode Island così come in Asia.

Attualmente si può dire che nell’area del Rhode Island questa azienda abbia pochi concorrenti di pari dimensioni in grado di offrire una larga gamma di prodotti, e che a tenere testa alla Victoria siano solo poche aziende tra cui, ad esempio, la Monet.

La Monet rimane comunque la più grande azienda di tutta l’aera e si differenzia molto dalla Victoria per la pubblicità che non è a base regionale ma a diffusione nazionale ed internazionale.

Differentemente da quanto si potrebbe pensare, la Victoria Company ha tra le sue fila una percentuale lavorativa di donne superiore rispetto a quella degli uomini, e questo vale per la produzione come per i ruoli dirigenziali ed esecutivi più importanti, tanto che il Presidente della Compagnia è una donna, Pat Stensrud.

Questo non è un caso, da sempre il settore della costume jewelry ha visto una notevole presenza di donne al lavoro, probabilmente perché questo tipo di industria oltre ad affascinare l’universo femminile, permette di svolgere il lavoro part-time o da casa propria quando, ed esempio, durante la gravidanza le lavoranti devono assentarsi dal posto di lavoro per diversi mesi.

Nel prossimo paragrafo analizzeremo le testimonianze di alcune operaie nel settore della costume jewelry.

2.3 Le donne e la produzione della costume jewelry: le esperienze di Rosanna Landi e Anna Natale.

Le storie che verranno di seguito raccontate sono quelle di due donne, figlie di immigrati che crebbero nel Rhode Island e che, quasi naturalmente viste le grandi opportunità che il settore dell’industria manifatturiera del gioiello dava in quell’area, iniziarono a lavorare per una delle tante fabbriche di Providence.

Rosanna Landi, grande amica di Anna Natale, nacque proprio a Providence dove frequentò la scuola cattolica e poi la scuola superiore pubblica, la Mt. Pleasant. Terminati gli studi, durante la guerra, trovò lavoro come impiegata dattilografa per l’esercito, ma alla fine del secondo conflitto mondiale, si impiegò in un mulino dove lavorò sin quando rimase incinta.

Il bambino aveva due anni quando iniziò a lavorare con una zia che aveva un’attività che forniva lavoro alle donne che volevano lavorare in casa. La zia chiuse l’attività, e lei venne a conoscenza del fatto che la Trifari cercava dipendenti da assumere ad $1 all’ora per incollare le pietre e lavorare usando i raggi ultravioletti. La signora Landi ricorda il suo capo alla Trifari, Alex, come una persona splendida che faceva di tutto per incentivare al lavoro: già dopo le prime 8 settimane dall’assunzione il suo stipendio era stato aumentato a $1,20 l’ora. Quando nel 1960 rimase nuovamente incinta iniziò a lavorare da casa, cosa che le permise di accudire i suoi bambini e di conservare il suo posto di lavoro sino a quando, 5 anni dopo, decise che avrebbe potuto lavorare dalle 8 alle 14.30 mentre il bambino era a scuola.

La storia di Rosanna fà capire quanto essa amasse il suo lavoro, tanto da non trovare faticoso lavorare 6 ore e mezza durante il giorno e 5 durante la notte, stando seduta ore incollando pietre davanti alla Tv. Probabilmente questo amore derivava anche dal fatto che non fu costretta a rinunciare al suo lavoro durante il periodo della gravidanza, grazie all’opportunità del lavoro a casa e delle agevolazioni del suo capo.

L’esperienza di Anna Natale risulta, dal suo racconto, altrettanto positiva. Nel 1943, proprio nel periodo della guerra, una volta diplomata alla Mount Pleasant High School decise di cercare un lavoro. La sua famiglia non era mai stata benestante e quindi cercò un impiego che le potesse assicurare un buon stipendio; fu così che iniziò a lavorare alla Brown & Scarpe che, a quell’epoca, le conferiva uno stipendio di $100-150, una cifra ragguardevole per una ragazza appena diplomata. Poteva così sostenere tutte le sue spese personali e contribuire a quelle famigliari, dando ogni settimana alla madre $10.

Suo padre le consigliò poi di fare domanda di lavoro alla Trifari, per la quale anche lui aveva lavorato nell’incastonatura delle pietre; inizialmente Anna venne collocata nel reparto in cui si rifinivano i gioielli con la cera ed in seguito venne trasferita in quello in cui venivano marchiati i bijoux.

Si sposò, rimase incinta e dovette assentarsi sei mesi da lavoro. Una volta trascorso questo periodo ritornò a lavorare part-time, ma per sole quattro ore al giorno poiché doveva fare molta strada per portare ed andare a prendere il bambino dalla madre; fu così che dopo circa 5 mesi suo marito decise che questa situazione era insostenibile.

Quando la figlia più grande iniziò a frequentare il college, Anna pensò che era giunto il momento di tornare a lavorare e si ripromise che l’avrebbe fatto sin quando il figlio più piccolo avesse frequentato il college.

Sarebbe tornata volentieri a lavorare alla Trifari, ma la sede era troppo lontana, così decise di cercare un’azienda più vicina. Venne assunta alla A.T. Cross dalla quale, dopo aver ottenuto molte soddisfazioni personali, si ritirò a sessantacinque anni, quando il figlio più piccolo si diplomò.

Queste storie ci dimostrano come, anche se a diversi livelli, la realtà industriale della costume jewelry sia stata in grado di realizzare tanti piccoli sogni di successo e, allo stesso tempo, come il ruolo degli italiani immigrati sia stato fondamentale.

3. Per le strade di Providence: una passeggiata nella memoria, camminando per le vie del distretto industriale.

Passeggiando per le strade del Distretto Industriale di Providence si incontrano numerosissimi edifici, la maggior parte dei quali conservano una storia importante per l’industria del gioiello statunitense. Il Providence Jewelry Manufacturing Historic District consiste infatti, in una concentrazione visivamente separata di costruzioni, sviluppatesi nell’arco del diciannovesimo e del ventesimo secolo, che hanno portato questa zona a trasformarsi da una zona prettamente residenziale al centro dell’industria del gioiello del Rhode Island acquisendo sempre più le caratteristiche di zona industriale. Nonostante le costruzioni siano prevalentemente fabbriche, sono però ancora presenti esempi di architettura domestica risalenti alla prima metà del XIX secolo, periodo in cui l’area industriale iniziò ad espandersi principalmente verso la zona Ovest di Providence.


Una di queste case del quartiere, collocata al numero civico 137 di Chestnut Street, è importante perché la sua storia può venire associata a quella di due nomi fondamentali per la storia di Providence, ovvero a Thomas A. Doyle ed alla sorella, Sarah E. Doyle.

Thomas, rimanendo in carica come sindaco per ben ventidue anni, dal 1864 al 1886 ebbe l’opportunità di dirigere numerosi lavori pubblici e sviluppare i servizi che portarono ad un evidente miglioramento della città e delle condizioni di vita dei suoi abitanti.

Sarah Doyle invece, figura chiave nella battaglia che trasformò l’istruzione per le donne da una possibilità ad un’opportunità reale, ebbe il ruolo d’insegnante alla Providence High School, alla Rhode Island School of Design ed al Pembroke College for Women, associato con la Brown University.

Le fabbriche erette dai produttori di gioielli – anche grazie ai fondi concessi dagli investitori di beni immobiliari - mostrano il ruolo importante dello sviluppo dell’industria del gioiello nel Rhode Island, ma anche nel resto degli Stati Uniti che hanno tratto ispirazione da questo modello. Sono inoltre, un chiaro esempio dei significativi passi avanti effettuati, nell’arco del diciannovesimo e del ventesimo secolo, nello sviluppo dell’architettura degli stabilimenti industriali. Risultano evidenti i progressi avvenuti, grazie a tecniche di ingegneria architettonica, nell’apportare soluzioni in grado di soddisfare i bisogni industriali basilari come le regole anti - incendio, l’utilizzo efficiente dello spazio e la corretta illuminazione di tutti gli ambienti.

La prima fabbrica del distretto, la Elm Street Machine Shop, con i suoi muri costruiti in pietra per ridurre i danni di eventuali incendi, le finestre ampie con le architravi piatte adatte a far entrare la maggior quantità possibile di luce nell’area di lavoro, il classico stile minimalista che si può notare nella cornice a pianta piatta e negli archi circolari delle porte d’accesso, è un esempio perfettamente conservato dell’architettura industriale, che prese piede nella prima metà dal XIX secolo.

Le fabbriche di gioielli del tardo XIX secolo sono in parte differenti; costruite nel centro della città dove le case erano diventate molto costose, sono più alte rispetto a quelle edificate in precedenza, tanto che alcune di queste raggiungono i sette piani ed utilizzano allo stesso tempo, oltre che in altezza anche in ampiezza, tutto lo spazio disponibile nei terreni - spesso irregolari - ad esse destinati. I muri sono costruiti con mattoni vuoti e con pesanti travi ignifughe.

Nel tentativo di aumentare l’illuminazione della luce naturale, i loro costruttori utilizzarono per lo più archi segmentati che concentravano il carico maggiore del muro, su pontili collocati nel mezzo delle finestre, permettendo perciò di avere finestre più ampie.

Un ulteriore sviluppo fu apportato dalla creazione di pontili più resistenti utilizzati per supportare il muro, mentre la superficie non-portante degli architravi tra i pilastri permetteva di ottenere finestre ancora più grandi. Il tetto piatto, che consentiva gli usi più diversi e migliorava l’illuminazione del piano superiore, divenne un’applicazione comune in seguito all’introduzione del catrame a carbone e quindi degli strati catramati.

Stilisticamente, molti di questi edifici costruiti a cavallo del secolo, sono abbastanza semplici e simili tra loro, caratterizzati da una cornice sostenuta da modiglioni che forniscono il maggiore, se non l’unico, tocco ornamentale della struttura, come ad esempio nella Champlin Building e nella Doran Building. Occasionalmente, l’entrata principale della fabbrica risulta essere l’elemento della struttura a cui viene dedicata maggiore attenzione dal punto di vista dei decori, un esempio tra tutti può essere quello della Irons and Russell Building.


Nella seconda decade del XX secolo, lo sviluppo di costruzioni in calcestruzzo modificò la natura delle costruzioni industriali. In questo tipo di costruzione, il battuto in calcestruzzo dei pavimenti e delle colonne, rinforzate da tondini d’acciaio, diventò l’unico elemento strutturale degli edifici, allargando lo spazio interno e lasciando l’80% dello spazio dei muri libero per le finestre. Inizialmente introdotte in Rhode Island nella A.T. Wall Building del 1910, le costruzioni in calcestruzzo furono utilizzate nelle più grandi fabbriche costruite nel distretto di Providence da quell’anno in poi, comprese la Doran-Speidel Building, la Little Nemo Building e la Coro Building.

Il grande sviluppo del settore del gioiello a Providence, dalla metà dell’800, si riflette nella concentrazione di aziende in quello che noi oggi chiamiamo il Distretto Industriale di Providence. Fu infatti in quel periodo che gli stabilimenti industriali iniziarono a collocarsi principalmente nella zona ad Ovest del Providence River, distribuendosi in 14 blocchi di terreno, incorniciati dalle principali vie dove ancora oggi è possibile scorgere grandi strutture che spesso occupano un intero isolato.

La Champlin Building del 1888, la Irons and Russell Building del 1903 e la James Doran & Sons Building del 1907, furono solo i primi tre stabilimenti costruiti in Chestnut Street.

Presto infatti, questa via e tutte le altre strade del distretto, si popolarono di edifici grandi e piccoli che, nel corso dei decenni, ospitarono diverse aziende le cui storie si possono ancora raccontare anche grazie alla memoria che questi imponenti edifici conservano.

4. Sviluppi e prospettive dell’industria del bijou: analisi statistico economica.

A questo punto ci sembra interessante analizzare quali siano stati, nel corso dall’ultimo ventennio, gli sviluppi dell’industria del gioiello in Rhode Island, con una particolare attenzione al settore a basso costo, ossia quello dedicato alla produzione della costume jewelry. Allo stesso tempo, è importante cercare di capire quali siano le prospettive possibili per questo settore.

Il Rhode Island può essere sicuramente considerato il centro dell’America, per quanto concerne la produzione di gioielli, impiegando in questo settore più del 25% della forza lavoro statunitense – valore sceso al 18,3 % dieci anni dopo, nel 2004 - e conservando un tasso di occupazione, al 1994, di oltre il 70% rispetto al valore nazionale. Ma ciò che risulta essere importante per il Rhode Island emerge da altri fattori che non sono ancora visibili in questi primi numeri. La forte agglomerazione regionale di aziende gioielliere dimostra come, a questo tipo di industria, siano legate una serie di occupazioni molto importanti, collegate ad altri tipi di produzione svolte da ditte differenti, come ad esempio quelle dedicate al rivestimento metallico, alle plastiche e alla produzione di utensili per macchinari.

In ogni caso, come già dall’epoca dei fratelli Dodge, la produzione nel corso del tempo si è indirizzata maggiormente verso il segmento che, nel settore della gioielleria, comporta costi più bassi ovvero quello della bigiotteria, denominata costume jewelry, termine che, come detto, non trova una vera e propria traduzione in quanto la valenza che viene data al termine italiano bigiotteria assume sfumature diverse rispetto a quello inglese.

L’occupazione in questo settore industriale e la fetta di mercato da esso occupata, sono andate diminuendo negli ultimi 25 anni, con un declino più rapido dal 1989. A livello nazionale l’occupazione nell’industria del gioiello è scesa da 84.600 del 1978 ad approssimativamente 65.000 nel 1994. La maggior parte di questa perdita del settore è stata causata da un aumento della produzione dovuto alla maggiore produttività di macchinari in grado di ridurre il lavoro dell’uomo, accompagnata da un numero stabile di spedizioni del prodotto.

L’occupazione in Rhode Island è calata da 32.500 a 16.200 e questo piccolo Stato ha riscontrato una diminuzione di occupazione nella produzione di gioielli assai maggiore rispetto al valore nazionale; basti pensare che nel 1977 il RI contava il 31% delle industrie degli Stati Uniti, ma ha registrato il 55% di perdita dell’occupazione nella produzione nazionale di gioielli. Se il RI avesse mantenuto il valore dell’occupazione nazionale nella produzione di gioielli che aveva nel 1978, nel 1994 avrebbe contato approssimativamente 9.000 lavoratori in più.

Nonostante ciò, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la diminuzione di occupazione in RI (Rhode Island) nell’industria del gioiello, è stata determinata dall’aumento della produttività e dalla perdita di una parte del mercato, conquistata da altri Stati americani.

Solo una modesta parte della diminuzione dell’impiego, per quanto riguarda le firme nazionali, è stato generato dalle importazioni, non si può dire quindi ad esempio che le importazioni dalla Cina, abbiano influito così pesantemente sulla variabile impiego. La quota delle importazioni registrate nel settore della costume jewelry, quello in cui il Rhode Island è maggiormente sviluppato, è aumentata solamente del 18% dal 1989 al 1994 – e questo ovviamente in parallelo ad una diminuzione dell’esportazione che dal 1997 al 2002 ha subito una diminuzione, in dollari, di quasi un terzo.

Le importazioni di bigiotteria hanno però sostanzialmente bloccato la crescita del mercato americano.

Ci si può chiedere allora per quale motivo le aziende del Rhode Island abbiano iniziato a cedere quote di mercato ad altre aziende collocate altrove.

Una delle ragioni è sicuramente che esse si sono concentrate maggiormente nel mercato della costume jewelry piuttosto che in quello dei preziosi e dell’argento.

Nel 1994 infatti , come visibile in Tab. 1, il maggior numero di lavoratori, (10.071) lavorava nel settore che creava la minore quota di reddito con $21.020, mentre i settori che si occupavano della produzione di gioielli ed oggetti in materiali preziosi e che creavano il reddito medio maggiore, occupavano rispettivamente 6.646 e 1.163 posti di lavoro che, se vengono sommati tra loro, non raggiungono nemmeno il numero di posti di lavoro rappresentati dall’industria della bigiotteria.

C’è da dire, inoltre, che per quanto riguarda la produzione di costume jewelry la maggior parte della produzione da sempre si è dedicata alla placcatura d’oro (gold filled) facendo leva su un mercato che declinò velocemente, in quanto da un lato le nuove tecnologie permettevano di usare una minor quantità d’oro per la creazione di gioielli, dall’altro iniziarono ad essere di moda gioielli più piccoli e dalla lavorazione semplice, quindi più abbordabili a livello di prezzo anche se prodotti interamente in oro.

Inoltre, molte aziende produttrici di costume jewelry del RI, erano collocate nella fascia bassa dei metalli non preziosi e nel momento in cui si sono sviluppati nuovi stili e nuove mode, si è assistito ad una perdita di mercato delle firme locali, in quanto molte aziende del RI non sono state in grado di cambiare, adottando gli stili che andavano per la maggiore.

Inoltre, le ditte in RI avrebbero potuto essere più aggressive rispetto ai competitors degli altri Stati nell’adottare tecnologie innovative, nuovi approcci di mercato e nello sviluppare nuovi stili e prodotti.

Settore di produzione

Posti di lavoro occupati nel 1994

Reddito annuale medio nel 1994

Gioielli, oggetti in argento, oggetti placcati

6.646

$24.956

Penne, matite, ufficio & art suppliers

1.163

$31.837

Costume jewelry & notions

10.071

$21.020

Totale

17.880

$23.186

Tab.1- Dati del settore della produzione di gioielli nel Rhode Island, relativi al 1994.

Mentre molte aziende del RI passavano momenti difficili dovuti alla forte presenza di concorrenti, le aziende che erano sopravvissute sembravano competere sempre più sulla base dell’inversione di tendenza avvenuta nel corso del tempo che aveva coinvolto la qualità ed il design. Le ditte più automatizzate, che erano competitive anche in zone dominate da produttori in regioni ad alto costo, riuscivano ad essere competitive anche sulla base del prezzo e, a dispetto del fatto che molte aziende erano crollate, altre stavano crescendo, ed è possibile riscontrare casi di aziende che, grazie ad un’esportazione massiccia, sono riuscite ad aumentare la propria occupazione.

Non è chiaro quale sarà il futuro delle ditte del Rhode Island. Da un lato si trovano in un’area di mercato in cui la richiesta interna non è in crescita mentre la concorrenza delle importazioni lo è; dall’altro lato l’industria potrebbe aver raggiunto il suo punto minimo, lasciando solo le aziende che sono in una forte posizione di competitività a fornire il mercato interno ed i mercati d’esportazione attraverso una garanzia di qualità, di pronta risposta alle richieste commerciali e di design innovativo.

In cambio, avendo trovato le giuste azioni tra governo ed aziende, è un po’ come se l’industria potesse essere una stabile fonte di occupazione per gli abitanti della Nazione.

Come detto sopra, il RI ha perso percentuali di mercato non solo in zone di mercato dai costi bassi ma anche in Stati americani ad alto costo ed ancora di più negli Stati esteri. Gli Stati maggiormente competitivi furono California, Florida e New York. Metà delle importazioni nel 1992 provenivano da nazioni ad alto costo (per esempio Canada, Italia, Israele e Giappone), con le zone neo - industrializzate dell’Asia che ne occupavano meno di 1/3. In RI, le ditte che importavano una parte del lavoro sotto forma di semi-lavorati, di norma compravano materie prime a basso costo, mantenendo una produzione meno impegnativa ma con alta qualità e più progettazione.

Non appena fu consolidata la parte del mercato della vendita al dettaglio le aziende aumentarono le spedizioni a grandi distributori (per esempio Wal-Mart, Macy’s, Home Shopping Channel) che sono molto più impegnativi in fatto di costi, restituzioni e contratti. Il risultato fu che molte delle aziende più piccole ebbero difficoltà a vendere a questi, in particolar modo se erano privi di E.D.I. (scambio elettronico di dati).

A tal proposito, prima di proseguire nell’analisi del mercato di settore nel RI, ci pare utile approfondire il concetto di E.D.I. illustrando quali siano le sue funzioni e le sue caratteristiche tecniche. Appare infatti evidente quanto questa tecnologia, attualmente, sia un elemento discriminante nel mantenimento della propria posizione all’interno del mercato e nella sopravvivenza stessa di una ditta che si trova a lavorare con clienti e fornitori ai quali si presentano moltissime opportunità d’offerta.

4.1 E.D.I. : una tecnologia all’avanguardia.

Per capire come l’E.D.I. possa essere una discriminante della sopravvivenza e del successo in una realtà altamente concorrenziale come quella odierna nella costume jewelry, è indispensabile comprendere come questa tecnologia stia alla base di un forte valore aggiunto che l’azienda può dare al proprio prodotto in termini di servizio.

In un’economia che differenzia i propri prodotti sulla base del servizio che li circonda, piuttosto che su quella del prodotto stesso teso ad uniformarsi per i diversi competitors, una tecnologia che va ad aumentare l’efficienza della comunicazione tra fornitori, azienda e clienti è l’elemento che può fare la differenza.

Risulta quindi indispensabile capire cosa sia l’E.D.I., quali siano le sue applicazioni e come venga gestito il flusso di informazioni che passa attraverso esso.

E.D.I. - Electronic Data Interchange – indica un modo di dialogare tra partners commerciali attraverso le reti di telecomunicazione.

L'E.D.I. è lo scambio diretto di messaggi commerciali tra sistemi informativi tramite l’utilizzo di reti di telecomunicazioni nazionali ed internazionali.
I messaggi commerciali scambiati attraverso l'E.D.I. possono essere documenti di base come ordini e la fatture, ma l'E.D.I. può diventare anche uno scambio di informazioni più sofisticato, così da permettere ai partners commerciali di gestire l'intera catena di riapprovvigionamento in modo più efficiente.
Elementi chiave nell'E.D.I. sono i software applicativi di entrambi i partners coinvolti nello scambio, integrati con i software di gestione dei messaggi E.D.I. e a loro volta integrati con la rete di telecomunicazione.

La maggior parte delle organizzazioni comincia ad usare l'E.D.I. semplicemente per l'invio di ordini e per ricevere conferme d'ordine. Il passo logico successivo può essere lo scambio di avvisi di consegna e fatture elettroniche e di note di accredito. In seguito si può passare a messaggi di tipo finanziario, come estratti conto e rimesse bancarie.
Tutte queste applicazioni utilizzano l'E.D.I. come un modo più efficiente di svolgere ciò che ogni organizzazione commerciale - fornitore o cliente - deve già fare su supporto cartaceo.

In molti settori, tuttavia, l'E.D.I. ha aperto nuove opportunità e la condivisione tra i partners commerciali di maggiori informazioni sulla domanda e l'offerta, a beneficio di entrambe le parti. Le principali catene di vendita al dettaglio possono inviare informazioni statistiche sulle vendite, sui livelli delle scorte di magazzino e sulle previsioni di acquisto, aspetto che può aiutare i fornitori a programmare la loro produzione in modo da venire incontro alla domanda riducendo il più possibile i costi. La comunicazione elettronica facilita la consegna just in time di nuove scorte ai fini della produzione e della vendita.

L’elemento chiave dell'E.D.I. è il software di applicazione ad entrambe le estremità dello scambio, collegato ad un software di gestione della messaggistica E.D.I., a sua volta connesso ad una rete di comunicazione.
Esistono molteplici reti di trasmissione dei dati disponibili a livello nazionale ed internazionale che vanno da Reti a Valore Aggiunto (V.A.N.) specializzate nei servizi E.D.I., alla stessa Internet.

Esiste una grande quantità di software disponibili in commercio per PC o mainframe che gestiscono la comunicazione E.D.I.. Molte imprese usano l'E.D.I. efficacemente utilizzando un semplice PC.
L'esperienza mostra come la parte più consistente del lavoro necessario per introdurre l'E.D.I. con successo stia nell’adattamento delle procedure interne.
Lo scambio di messaggi elettronici è relativamente semplice, la difficoltà sta nel ripensare i processi aziendali in modo da raccogliere i veri benefici dell'E.D.I..

Essenzialmente, questo sistema aumenta la velocità e l'accuratezza della comunicazione commerciale e perciò ne riduce i costi.

L'E.D.I. permette di avere informazioni più accurate ed aggiornate su cui basare le decisioni aziendali e può collegare più facilmente le operazioni commerciali con quelle dei fornitori e dei clienti più importanti, a beneficio di tutti i soggetti coinvolti nella catena di riapprovvigionamento.

Un software di messaggistica E.D.I. può essere costoso da sviluppare e da aggiornare quindi sono ampiamente disponibili i pacchetti software per la conversione e la gestione di messaggi E.D.I. strutturati secondo gli standard internazionali.

Un'alta percentuale dei documenti commerciali, come ordini e fatture, viene prodotta di norma da un sistema computerizzato. Si pensi che il 70% dei documenti prodotti in questo modo vengono inseriti a mano dal ricevente in un altro sistema computerizzato. Questo processo è inefficiente e costoso e produce inevitabilmente errori che non erano presenti nei documenti originali.
I servizi postali variano per velocità e affidabilità. I messaggi E.D.I. raggiungono l’e-mail del ricevente nel giro di pochi secondi. Il tempo di arrivo alla destinazione finale dipende solo dalla frequenza con cui il ricevente controlla la propria casella di posta.

A seconda del tipo di rete usato, l'E.D.I. può fornire la conferma che un messaggio sia arrivato a destinazione e sia stato visionato dal ricevente.

Anche la più semplice applicazione E.D.I., che consiste nel sostituire alcune transazioni di documenti con il loro equivalente elettronico, può ridurre la manipolazione di carta sia per il mittente che per il ricevente, aumentare la velocità e la sicurezza della trasmissione, fornire report di controllo chiaro sull'avvenuta trasmissione ed assicurare che i messaggi raggiungano il sistema computerizzato del ricevente esattamente nella forma in cui sono stati trasmessi dal mittente.

Per transazioni individuali, può sembrare che il ricevente possa trarre maggiori benefici del mittente. In un ciclo commerciale completo entrambe le parti beneficiano della maggiore velocità, accuratezza, convenienza e dei minori costi.

Esiste una grande varietà di modi in cui i messaggi E.D.I. possono essere scambiati tra trasmettitore e ricevente.

Alcune delle prime applicazioni hanno usato mezzi magnetici (nastri o dischi) per trasferire fisicamente file di messaggi E.D.I. da più mittenti a un ricevente, altri metodi di trasmissione erano basati sulla comunicazione diretta punto a punto tra partners attraverso la rete telefonica pubblica commutata, altri ancora su collegamenti su linea privata.
Le Reti a Valore Aggiunto (V.A.N.) offrono un supporto specializzato per la messaggistica E.D.I., fornendo vari livelli di sicurezza e report di controllo dal mittente al ricevente e servizi di protezione contro i messaggi indesiderati. I V.A.N. sono tipicamente reti store – and – forward, dove ogni utente ha una casella di posta elettronica per messaggi in arrivo che può consultare quando desidera. Questo risolve il problema del collegamento di telecomunicazioni diretto, dove sia il mittente che il ricevente devono essere collegati simultaneamente in modo che un messaggio possa essere scambiato in modo efficace.
Internet è una possibile soluzione a basso costo a cui tuttavia manca l'affidabilità e la sicurezza dei principali V.A.N. Il software che supporta i formati di messaggio standard E.D.I. su Internet sta cominciando ad essere disponibile e ci si può aspettare che i problemi di sicurezza verranno risolti. Internet rimane un libero collegamento di reti all'interno del quale non esiste e non può esistere nessuna chiara responsabilità per la consegna finale del messaggio, ma si può affermare che, sostanzialmente, la percentuale di ricezione rispetto a quella di non-ricezione è molto alta.
Reti dedicate come la tecnologia A.D.S.L. oppure la Rete Digitale di Servizi Integrati (I.S.D.N.) che vengono installate dai fornitori di servizi di telecomunicazioni nella maggior parte dei Paesi del mondo sviluppato, si adattano bene a trasmettere grossi file a velocità elevata.

Lo schema che si sta sviluppando in tutto il mondo vede una crescente proliferazione, ma allo stesso tempo una sempre più generale interconnessione tra i V.A.N.s, le altre reti commerciali ed Internet.

Considerando questo tipo di struttura, è evidente come sia indispensabile che le aziende collegate tra loro - sia come partner commerciali sia come competitors – utilizzino questo stesso sistema di comunicazione affinché non si abbiano dispersioni di comunicazione ed errori nell’elaborazione dei dati. Il mancato utilizzo dello stesso sistema comporta, inevitabilmente, un posizionamento marginale nel mercato se non l’uscita dallo stesso.

4.2 Prospettive di miglioramento.

Mentre alcuni processi dell’industria del gioiello sono meno favorevoli per le soluzioni tecnologiche standard, i risultati delle aziende che sono migliorate dimostrano che è possibile incrementare la produttività e altri fattori di competizione.

In ogni caso, molte aziende non hanno abbracciato cambiamenti e modernizzazioni in maniera aggressiva, fatto che spesso si presenta come la decisione migliore.

Alcune aree a basso costo continuano a guadagnare fette di mercato nel settore della gioielleria e le ditte del RI hanno la possibilità di essere molto competitive, particolarmente nei settori in cui possono portare loro stesse ad un più alto livello di automazione oppure in quelli basati su velocità di consegna, resi rapidi o rapporti personalizzati con i clienti. In particolare, le società che abbassando i costi a favore di nuovi macchinari per le linee di produzione, riorganizzando i loro processi produttivi e sviluppando la loro forza lavoro, non solo quantitativamente ma anche qualitativamente attraverso un adeguato addestramento, possono sperare di avere successo.

Inoltre, il successo può essere raggiunto da aziende che si concentrano su progettazione, qualità e fornitura di servizi.

Secondo numerosi dirigenti uno dei principali problemi è rappresentato dal fatto che molte aziende pensano che l’industria sia in una fase di maturità e non in una di cambiamento; è questo il motivo per cui sono certi di conoscere già tutte le risposte economiche e di non dover effettuare cambiamenti all’interno della propria organizzazione. Ma non è affatto così. Infatti il mercato progressivamente si globalizza, le tecnologie cambiano in continuazione, i concorrenti danno inizio a processi di apprendimento: risulta chiaro che solo il continuo cambiamento è la vera chiave per il successo.

L’industria del gioiello è evidentemente in una fase di cambiamento continuo e in un certo modo, è come se fosse entrata in un periodo storico che il prof. William Abernathy dell’istituto di economia di Harward ha definito “de-maturità”. La storia di numerose aziende che hanno intrapreso i giusti cambiamenti, dimostra che il mutamento non è facile. Molti lavoratori e dirigenti di queste aziende erano a loro agio col metodo di lavoro che avevano usato per anni ed erano spaventati dal cambiamento. I dati raccolti sulle aziende di gioielli ha rilevato che in RI un quarto delle aziende sono cambiate o si stanno modificando, la metà ritiene che il cambiamento sia necessario ma non hanno fatto nulla per attuarlo e circa un quarto non sente la necessità del cambiamento e cerca di far crescere il mercato o di combattere l’importazione.

Ma quali sono le strade per il cambiamento? Di seguito illustreremo due aspetti fondamentali: la riconversione in base alla qualità e l’automazione.

4.3 Come adattarsi al cambiamento.

Uno degli aspetti fondamentali per quanto concerne l’adattamento al cambiamento, è sicuramente quello per il quale vengono fatte delle scelte di riconversione produttiva sulla base del criterio della qualità.

Alcune aziende sono riuscite ad aumentare la loro competitività ponendo attenzione al T.Q.M. (certificazione di qualità) ed attuando, in base a questo, una riconversione. Bisogna però mettere in evidenza che nonostante queste iniziative, a differenza di molte altre aziende operanti in diversi settori, le ditte del RI al 1994 non sembravano aver adeguato la propria produzione agli standard di qualità previsti dalla ISO9000. Probabilmente, in base ad un errore di valutazione, questo standard non veniva considerato sufficientemente determinante per l’industria del gioiello del RI, basti pensare che nello stesso periodo a Bangkok gli standard ISO9000 venivano già considerati uno strumento per espandere il mercato e per entrare economicamente in Europa e in Asia.

L’automazione è sicuramente un altro fattore importante per l’industria.

Bisogna però considerare che quello del gioiello non è un settore ad alto capitale. Per esempio, l’industria delle chiusure, bottoni, aghi e spille è 15 volte più ad alto capitale rispetto a quella del gioiello. In parte questo è dovuto al fatto che maggior parte dell’industria del gioiello è troppo piccola perché i costruttori di macchine utensili possano costruire macchinari ad essa dedicati ed alcune delle applicazioni sono impossibili da automatizzare.

In ogni caso, per alcune lavorazioni, sono state sviluppate alcune automazioni. Per esempio investimenti in macchinari che combinino tre processi in uno per ridurre in maniera considerevole i costi di produzione, può essere considerato un buon investimento in automazione. Un altro investimento utile può risultare quello per l’acquisto di un macchinario CAD – CAM. Ci sono anche possibilità di costruire rapidamente prototipi, e allo stesso modo gli stampi sono realizzati con progettazione CAD, lavorati con macchine CNC (controllo numerico). I tempi di lavorazione (cicli produttivi) per questi processi sono decisamente minori rispetto al tradizionale metodo di progettazione dei gioielli.

Dal momento che i grandi clienti esercitano pressioni per una riduzione dei prezzi e che le importazioni a basso costo continuano a spaventare, vi è una reale necessità di aumentare l’automazione se l’industria vuole mantenere i suoi margini commerciali. Come disse un proprietario di un’azienda di bijoux, un programma di continuo miglioramento è essenziale per l’industria in questo momento in quanto si viaggia su margini sempre più sottili e risparmiare anche solo pochi cent per pezzo può essere essenziale. Per esempio, una ditta ha aumentato la produzione circa del 150% e l’occupazione del 7%, mediante un investimento aggressivo in automazione e nuovi processi di lavorazione. Nonostante l’importanza dell’automazione è opinione generale che le aziende del RI non abbiano completamente sfruttato le possibilità in quell’area, ed in particolare le aziende di bigiotteria, dove l’automazione è praticamente inesistente. In parte questo potrebbe essere perché alcune ditte non sono consce di quanto potrebbero essere avvantaggiate della tecnologia e del cambiamento dei processi di produzione.

Ad esempio, una ditta era convinta di conoscere il miglior modo di svolgere determinate operazioni produttive (dal momento che queste venivano utilizzate da 70 anni) e decise di consultare un consulente esterno per analizzare questi loro processi di produzione. Scoprirono che c’erano moltissime inefficienze nei loro processi e che per rimediare sarebbero bastate modifiche che avrebbero impiegato bassi costi e poco tempo. I dati di molte aziende di tutto il mondo, riportano che ci vogliono almeno 5 anni per avere successo con nuove tecniche di produzione.

Fra le aziende che già da tempo erano consapevoli dell’importanza della tecnologia, molte non hanno investito in passato perché andava tutto sostanzialmente bene a livello aziendale ed i profitti continuavano ad essere adeguati. Per esempio una piccola ditta non riuscì ad investire perché i soldi messi da parte erano relativamente pochi rispetto ai profitti. Comunque una volta che i profitti divennero ancora più bassi la ditta capì la necessità di investire ma aveva ancora meno capitale disponibile per gli investimenti. Quindi il risultato è che molte ditte non investono più quando non possono richiedere finanziamenti per l’investimento. Una azienda stava considerando la possibilità di acquistare una macchina per automatizzare un laborioso processo produttivo ma ci sarebbero voluti 6 anni per pagarla.

Non appena alcune attrezzature scendono di prezzo, come certi macchinari CAD – CAM per il taglio dei dadi, le aziende investono più facilmente, ma il risultato è di non riuscire mai ad essere all’avanguardia nel processo produttivo.

Nel 1992 il tasso di investimenti di capitale per le aziende di gioielli del RI era circa il 50% del valore nazionale. La scarsità di investimenti è evidente nella decisione di Balfour (in North Attleboro) di chiudere e fondersi con un’azienda più moderna del Texas che ha investito in attrezzature più moderne. Una serie di dati raccolti nel 1984 sull’industria delle catene d’oro ha rilevato che le industrie statunitensi hanno completamente perso di vista l’importanza della tecnologia. I tipici stabilimenti americani stavano infatti usando impianti costruiti 50 anni prima. Soprattutto testimonianze basate su aneddoti segnalano che alcuni concorrenti esteri, ed in particolar modo gli italiani, si sono invece particolarmente focalizzati sull’aggiornamento costante dei macchinari e delle attrezzature di nuova generazione.

4.4 La progettazione CAD.

Le aziende stanno aumentando il numero di progetti che producono e questo in parte per guadagnare vantaggio rispetto alla concorrenza. Un esempio è quello di una ditta di metalli preziosi che ha deciso di introdurre nel suo organico progettisti e stampisti, un cambiamento che ha permesso alla ditta stessa di uscire sul mercato per prima con nuovi progetti. Nonostante ciò, è idea comune che le aziende del RI non si adoperino abbastanza per presentare sul mercato progetti nuovi ed interessanti e che una delle debolezze dei costruttori del RI sia che non stiano fornendo un numero sufficiente di progetti nuovi ed innovativi ai distributori.

Data la giusta importanza alla progettazione dei gioielli, migliorare i collegamenti con i programmi di progettazione RISD (Scuola di Progettazione del Rhode Island) è molto importante. Il RISD e il MJSA (Associazione Costruttori e Distributori di Gioielli Americani) hanno sviluppato uno speciale CAD per gioielleria per effettuare prototipi di CAD per l’industria. Alcune aziende ritengono però che il RISD sia più orientato verso lo sviluppo artistico dei gioielli piuttosto che verso quello industriale.

4.5 Esportazione e marketing.

Il marketing ha assunto sempre più importanza per la bigiotteria in quanto il sistema di distribuzione si è spostato dai grossisti alla grande vendita al dettaglio. Questi cambiamenti hanno costretto le aziende a sviluppare archivi computerizzati per collegare i punti vendita alle aziende stesse per il rifornimento ed il controllo degli inventari.

In ogni caso mentre numerose grosse aziende si sono orientate in questo senso, molte tra le più piccole sono in netto ritardo.

Alcune aziende del Rhode Island, soprattutto ai livelli più alti del mercato, stanno cercando di esportare in zone ad alto ricavo, come il Canada, il Giappone, la Germania e la Svizzera. L’esportazione di bigiotteria è aumentata, come percentuale di vendita, dal 6,5 all’8,5 tra il 1987 ed il 1992. Il calo del dollaro negli ultimi 10 anni rende l’esportazione una prospettiva più accessibile. Ad ogni modo l’esportazione potrebbe essere resa complicata dalle abitudini di alcune aziende che si presentano con troppa arroganza senza ascoltare le richieste dei clienti.

Un’area per la quale molte aziende si sono dimostrate interessate è il commercio via Internet, almeno inizialmente per i distributori ma potenzialmente diretta anche ai clienti.

4.6 I costi di mercato.

Come altre branche dell’industria, le ditte di gioielli del RI hanno a che fare con i costi del mercato. In ogni caso maggior parte dei concorrenti del RI arrivano dai altri Stati ad alto ricavo come New York, California e Massachussets.

Per quanto riguarda l’energia, generalmente, le ditte produttrici di gioielli non sono grandi utenti di elettricità. Come dato del valore aggiunto le aziende di bigiotteria del RI spendono il 0,6% in elettricità e i costi del gas sembrano essere addirittura minori.

Per quanto riguarda gli stipendi, quelli pagati in questo settore, rappresentano circa il 70% di quelli pagati nella produzione. Gli stipendi relativi al settore della bigiotteria sono, nel Rhode Island, più alti rispetto al valore nazionale ($7,69 contro i $6,86 all’ora) mentre, nella lavorazione dei metalli preziosi, sono al di sotto del valore nazionale ($9,19 contro i $9,41).

Come altre aziende del RI affrontano alti costi per la disoccupazione. Ogni azienda paga circa il 5% del ricavo per l’assicurazione sulla disoccupazione e il 4% per la liquidazione. Uno dei motivi per cui le liquidazioni sono così basse è che molte aziende si auto – assicurano attraverso un’associazione industriale. Le aziende pagano inoltre circa il 6% del ricavo per assicurazioni mediche.

Un altro costo sostenuto dalle aziende è quello per l’addestramento, anche se non è chiaro quanto sia importante come nota spesa nell’industria della bigiotteria.

Un’azienda di metalli preziosi si rese conto che una gran varietà di operazioni potevano essere apprese eseguendole in 2 o 3 settimane. In ogni caso non tutti i lavori nell’industria dei metalli preziosi sono così semplici e per questi l’addestramento potrebbe essere molto importante. Un’azienda del RI ha istituito un programma di apprendimento per aiutare i propri tecnici a sviluppare progetti locali relativi all’automazione ed alla robotica. Gli operai sono incentivati a migliorare i processi di lavoro ma questo processo di responsabilizzazione dei dipendenti non è stato adottato da tutte le aziende. Come sostenuto da questa azienda, incoraggiare i dipendenti a pensare è stato realmente una novità e i dirigenti sono stati in grado di diminuire le proprie responsabilità più di quanto pensassero.

Allo stesso modo quando una ditta introduce nuove tecnologie, come per esempio l’E.D.I., l’addestramento è essenziale per il successo del suo utilizzo e per sfruttare al massimo le potenzialità del nuovo strumento di lavoro.

4.7 Costruzione di una rete.

L’industria della gioielleria è costituita da molte aziende e non solo da quelle che si occupano della lavorazione della bigiotteria e dei metalli preziosi. Consiste anche in una costellazione di aziende che forniscono attrezzi per la lavorazione, imballaggi ed espositori, lavorazione di rivestimento e finitura. Per esempio la CI Hayes, azienda costruttrice di fornaci industriali, vende fornaci usate alle ditte che costruiscono catene per gioielli. Uno dei vantaggi delle aziende del RI è che sono tutte molto vicine le une alle altre. Per esempio una ditta paga per le scatole di imballaggio acquistate dai “vicini” molto più di quanto spenderebbe se le importasse, ma lo fa per ottenere un servizio rapido e per la qualità della carta.

Nonostante l’industria dei gioielli abbia una rete in grado di fornire tutti i ricambi per le lavorazioni industriali, sembra che la rete stessa sia un qualcosa “a basso rendimento” che non trae vantaggi da tutte le opportunità del reciproco apprendimento. Di contro il centro dell’industria del gioiello in Italia, è situato in una zona di dimensioni simili ed è caratterizzata da aziende che, continuamente ed in maniera aggressiva, investono in sviluppo e nuove tecnologie mettendo in comune idee ed informazioni, cosicché tutte le aziende possano avanzare. Questa zona d’Italia ha guadagnato molto rispetto al livello internazionale, tanto da diventare una delle più innovative, competitive, ed ad altro profitto di tutta l’Europa.

La cosiddetta “Terza Italia” si è arricchita nonostante il suo grande numero di aziende a conduzione familiare, e forse la sua ricchezza è stata proprio determinata da questo tipo di organizzazione. Il loro successo non arriva solo dagli artigiani, aziende familiari di tradizione, ma anche da un’intensa cultura dell’apprendimento industriale che è stata sviluppata nel corso del tempo. Come descritto da uno dei proprietari di queste aziende, vengono effettuate molte migliorie quando i dirigenti e gli operai si ritrovano uniti per il pranzo e discutono del proprio lavoro. Le aziende italiane hanno subito ben poco la concorrenza dalle aziende dell’Asia ed hanno continuato ad innovarsi nella progettazione del prodotto, rivolgendosi a standard di qualità e di design alti, investendo in modo aggressivo nell’automazione ed affidandosi all’utilizzo dei computer.

Nonostante l’industria del gioiello del RI cerchi di somigliare il più possibile all’industria italiana, lavora in maniera differente. Le ditte sono molto più vicine ma ci sono meno scambi di informazioni. Vi sono esperienze di ditte collocate in altre parti del Paese, dove le informazioni vengono condivise. In alcuni stati, come ad esempio nell’Oregon, le aziende avevano poca esperienza di intercomunicazione ed apprendimento ma sono state abili a svilupparli.

Sostanzialmente, però rimane un dato di fatto che la mancanza di condivisione delle informazioni tra le aziende e la convinzione di vedersi l’un l’altro come concorrenti, danneggia la produzione del Rhode Island, in quanto porta le sue aziende a non preoccuparsi delle aziende estere, che invece possono, in alcuni casi, rappresentare una minaccia sul mercato.

4.8 I provvedimenti politici.

Nel 1994, 12 aziende del gioiello del RI e del Massachussets hanno costituito la Attleboro Area Jewelry Network per aiutare i membri ad essere competitivi. Il loro primo progetto è stato quello di sviluppare un programma di aggiornamento all’utilizzo di una rete informatica per 600 impiegati delle rispettive aziende ed unendosi le aziende sono state in grado di ridurre i costi dell’aggiornamento del 75%. Il Massachussets Bay State Manufacturing Network Program, un’agenzia fondata con sovvenzioni pubbliche e private, ha fornito $13.000 al programma e la rete è stata in grado di riceverne altri $75.000 prestando particolare attenzione all’esplorazione costante del mercato via Internet.

C’è da puntualizzare, inoltre, che a livello politico il gruppo d’osservazione dell’industria del gioiello si è reso conto che le attuali organizzazioni governative che forniscono servizi alle imprese spesso non rispondono ai bisogni effettivi di questa produzione. Gli aiuti riscontrati erano considerati troppo frammentati e non erano organizzati adeguatamente. In più erano di natura molto generale e quindi non specificatamente indirizzati al bisogno di questo settore produttivo. Come risultato i partecipanti hanno suggerito la formazione del Rhode Island Jewelry Industry Development Corporation e per creare questa corporazione è stato preso come modello quella dei diamanti e dei gioielli di New York City creata con successo dopo la Garment Industry Development Corporation.

Questa corporazione si compone di un piccolo gruppo di aziende che individualmente non avrebbero i capitali per esplorare i mercati d’esportazione, sviluppare programmi di aggiornamento o appropriarsi di tecnologie all’avanguardia.

Una Corporazione di questo tipo ha la possibilità di giocare un ruolo fondamentale per il RI, supportando ad esempio gli sforzi di sviluppo del mercato, fornendo una consulenza su quali sono i punti di vitale importanza per l’industria e spingendo un programma per l’apprendimento per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Molte aziende non hanno tempo di formarsi circa le ultime tecnologie ed è per questo motivo, per esempio, che avere a disposizione una banca dati comune diventa un elemento oggettivamente utile. Una Corporazione di questo tipo inoltre, ha la possibilità e il compito di identificare problemi comuni e sviluppare soluzioni utili a tutto il settore industriale, con l’obbiettivo di estendere un’azione prettamente locale ad un’altra di tipo inter-statale, coinvolgendo ad esempio il Massachussets.

Sicuramente un aspetto che ha contribuito a rendere al Rhode Island la sua immagine di capitale del gioiello, è stata la decisione di istituire un museo del bijou americano proprio a Providence. E’ infatti lì che nasce, grazie al lavoro di Peter DiCristofaro e di Al Weisberg, il Providence Jewelry Museum in cui sono conservati molti macchinari industriali d’epoca ritrovati in fabbriche dimesse, spesso sotto metri di fango.

Come è possibile vedere nell’intervista seguente, svolta a Roma l’11 novembre 2006 col dott. DiCristofaro, questo museo è destinato a crescere e ad assumere un ruolo di valenza nazionale. Come ha affermato lo stesso intervistato infatti, benché la costume jewelry debba molto a Providence la storia del bijou è una parte fondamentale della storia di tutti gli Stati Uniti d’America.

4.9 Il Providence Jewelry Museum come punto di riferimento per la storia della costume jewelry: intervista a Peter DiCristofaro.

Io: Come è nata l’idea di fondare il “Providence Jewelry Museum”?

Peter DiCristofaro: Mio zio, originario di Sant’Apollinare – un piccolo paese vicino a Montecassino - era un attrezzista nel settore della costume jewelry. L’idea si può dire che sia nata da lui che, quando ero ancora molto giovane, mi convinse che era un peccato buttare via tutti i macchinari, le attrezzature, gli stampi ed i campioni utilizzati per la creazione della bigiotteria.

Trent’anni fa a Providence c’erano quasi 1.300 fabbriche di medie e grandi dimensioni; oggi ce ne sono solo 400 e sono tutte piccole. In questi tre decenni sono state chiuse molte fabbriche quindi mio zio aveva ragione a sostenere che era necessario fondare un museo perché, una volta chiuse le vecchie fabbriche, non si sarebbero persi solo le attrezzature ed i modelli degli oggetti, ma anche la conoscenza e l’esperienza del “how to” in cui la costume jewelry veniva realizzata.

Così, presa la decisione di mettere in piedi il museo, nel Novembre di 29 anni fa – era il 1977- andai dal Sindaco di Providence e gli esposi la mia idea che subito accolse con entusiasmo dicendomi che, per cominciare questa impresa, mi avrebbe finanziato con 50.000 Dollari, denaro che però non è mai arrivato!

E’ così che questo progetto è nato, proprio da un italiano, benché nessuno lo creda! Molti mi chiedono se non sia stato un inglese o un irlandese ad avere avuto l’idea. No, è stato proprio un italiano!

Il Providence Jewelry Museum è il primo museo dedicato alla bigiotteria e, nonostante in Italia ci sia il Museo di Casalmaggiore, come mi è stato detto dal responsabile del museo italiano circa due anni fa, l’attenzione dell’Italia è sempre rivolta verso Providence. Molti macchinari e stampi presenti qui in Italia infatti, arrivano direttamente dalla piccola città del Rhode Island; accade spesso che gli imprenditori nel settore della costume jewelry, quando una fabbrica a Providence chiude, vadano direttamente lì per comprare macchine, stampi e matrici.

Io: Qual è il materiale che è possibile trovare all’interno del museo oggi?

Peter DiCristofaro: Nel museo sono conservati, oltre alla bigiotteria ed ai macchinari, anche i cartamodelli dei bijoux di cento anni fa e, talvolta, questi sono addirittura più belli dei gioielli finiti! Sono presenti inoltre, i componenti utilizzati per creare la bigiotteria. Oggi non c’è più tempo per ideare cose nuove, l’economia del gioiello è troppo piccola; nessuno diventa più ingegnere del gioiello perché è difficile guadagnare visto che l’investimento per la ricerca in questo settore non esiste quasi più. Oggi si utilizzano praticamente le copie dei campioni realizzati in passato e questi stessi vengono venduti per la produzione in Cina.

Io: Nel libro di Maria Teresa Cannizzaro, “Brillanti Illusioni”, si dice che nel museo avete dei macchinari ancora funzionanti in grado di produrre gioielli identici a quelli di una volta. Come avviene questo processo?

Peter DiCristofaro: Sì è vero, nel museo abbiamo dei macchinari in grado di produrre lo stesso paio di orecchini realizzato ben cento anni fa! Si utilizza l’oro e l’argento di oggi per produrre gioielli di ieri, utilizzando macchinari e stampi di oltre un secolo. Spesso, in occasione delle manifestazioni all’interno del museo, dopo l’aperitivo con gli ospiti mi faccio consegnare due pezzi d’argento per creare lì sul momento un paio di orecchini per le signore presenti. Utilizziamo una linea di produzione formata da sei diversi macchinari, nella quale davanti agli occhi dei presenti si può vedere l’argento grezzo trasformarsi in prodotto semi- finito, sino a diventare un vero e proprio gioiello alla fine dei sei passaggi di lavorazione.

Questa è quella che io chiamo la parte interattiva del museo, ed è veramente entusiasmante perché le persone stentano a credere a quanto avviene davanti ai loro occhi in quel momento. Uomini e donne impazziscono nel vedere qualcosa di così vecchio nel momento in cui viene creato.

Il museo di Providence ha essenzialmente tre funzioni: l’istruzione, la ricerca e l’interattività e questa terza funzione è rappresentata dall’utilizzo della linea di produzione.

Io: Come si è procurato tutto il materiale presente all’interno del museo?

Peter DiCristofaro: Io ho due aziende, una produce gioielli in oro, argento e platino, l’altra rileva fallimenti e si occupa di rivende, tramite aste, i macchinari acquisiti. Per me fondare questo museo è stato come chiedere scusa a tutte le persone a cui ho chiuso l’azienda. In questi trent’anni ho chiuso 110 fabbriche e da ognuna di queste ho preso macchinari per il museo. Molte di queste aziende avevano più di cento anni e per me ogni volta è incredibile vedere e toccare cose che sono lì da così tanto tempo; il posto di lavoro di un figlio occupato prima dal padre, dal nonno e dal bisnonno. E’ una sensazione speciale toccare oggetti così vecchi e ogni volta che chiudo una fabbrica mi sento come un criminale! Spostare delle cose che sono rimaste lì per più di cento anni è pazzesco.. prova a pensare che io entri in casa tua, vada nella tua stanza e porti via le tue cose: è davvero brutto ed impersonale. Da qui è nata la passione di collezionare tutte queste cose per il museo e si può dire che esso sia formato da piccole parti prese da più di cento fabbriche. E’ stato un modo per recuperare cose che altrimenti sarebbero andate perse.

Io: Da che tipo di persone viene visitato il museo?

Peter DiCristofaro: Arrivano dall’estero diverse persone anche se noi oggi non siamo ancora un museo vero e proprio, visto che la sede legale è in un palazzo mentre le macchine e il resto del materiale è in un magazzino. Per ora non apriamo le porte del museo tutti i giorni ma solo per i tour organizzati, ad esempio per le scuole.

Io: Entro il prossimo anno ci sarà una novità importante: il Museo di Providence diventerà un Museo Nazionale. Perché questa scelta?

Peter DiCristofaro: Sì, è così. il Providence Jewelry Museum diventerà The National Museum of Jewelry. Questo perché l’intenzione è quella di abbracciare e coinvolgere tutte le nazioni americane e non solamente il Rhode Island, nonostante la maggior parte del materiale arrivi da lì. In tutti gli Stati americani, ma anche all’estero, ci sono macchinari provenienti da Providence, perché questa città si è specializzata nella bigiotteria più che nell’oreficeria e ha saputo fornire gli strumenti adeguati. Oreficeria e costume jewelry sono due mondi produttivi molto diversi: mentre l’oreficeria è legata alle piccole quantità la bigiotteria è legata alle grandi quantità, che necessitano tempi di produzione molto più veloci. L’Italia è specializzata in gioielleria ed infatti è possibile trovare macchinari italiani in tutto il mondo, ma per quanto concerne la bigiotteria Providence ha un ruolo predominante.

Inoltre, c’è da dire che avere un nome strettamente legato ad una realtà territoriale come nel caso del Providence Jewelry Museum, può essere un handicap nel caso in cui qualcuno dall’estero, da Roma ad esempio, voglia donare una delle sue collezioni al museo. Il nome della città legato al museo potrebbe escludere qualcuno ad Hong Kong o a Parigi con cui si potrebbero creare reti importanti per il museo. Questo perché il nome può far pensare che l’organizzazione tratti solo quanto è stato prodotto a Providence, ma non è così. La volontà è quella di avere un museo nazionale, perché la storia del gioiello è una storia americana del gioiello e non una storia del gioiello di Providence, nonostante questa città abbia contribuito molto alla sua creazione.

Il nuovo museo sarà diverso da quello attuale, la sua sede non sarà più in un condominio! Speriamo comunque che questa possa rimanere a Providence.

Il cambiamento legale del nome avverrà tra novembre e dicembre mentre il nuovo museo dovrebbe aprire i battenti entro gennaio 2007.

Io: Come sarà organizzato National Museum of Jewelry?

Peter DiCristofaro: L’organizzazione direttiva del nuovo museo sarà al 50% formata da membri di Providence e per il restante 50% da membri provenienti da New York. Providence è un paese e spesso la mentalità dei suoi abitanti fa sì che i progetti abbiano vedute ristrette, locali, mentre questa nuova impresa ha bisogno di un comitato organizzativo che sia disposto a progetti di più ampio respiro; per questo motivo abbiamo deciso di cambiare l’assetto organizzativo.

Questo nuovo assetto sarà un punto di partenza per la crescita del museo e del business che starà attorno ad esso. Sarà un buon cambiamento. Un museo è un business e a gennaio inizierà la raccolta dei fondi anche se la gente di Providence sembra avere quasi paura di mettere in atto un’operazione di questo tipo; ma ora è giunto il momento di cambiare. Io ho viaggiato in molti luoghi e ad esempio qui a Roma ci sono moltissime persone interessate alla bigiotteria americana, più di quante la gente di Providence possa immaginare.

Io: Ci sono altre persone che lavorano con lei per il museo?

Peter DiCristofaro: Attualmente il museo non ha delle persone dipendenti che lavorano all’interno, però abbiamo molti volontari che collaborano al progetto.

Io: Prima parlava dell’aspetto educativo del museo: avete mai organizzato corsi o lezioni?

Peter DiCristofaro: Sì, dieci anni fa abbiamo organizzato un master assieme alla Brown University, RISD – la Rhode Island Design School.

Quando il museo sarà finito avremo 4 corsi di laurea e 2 master: saremo una scuola. Questo è il segreto dello sviluppo. Io spesso dico che nel museo abbiamo 200 anni di storia del lavoro dell’uomo e credo che questo sia davvero incredibile.

Io: E per finire, ha qualche aneddoto curioso da raccontarci in merito al museo?

Peter DiCristofaro: Vi racconterò una storia risalente allo scorso gennaio. C’era una vecchia fabbrica il cui padrone era un italiano, un napoletano. Lo incontro per la prima volta otto anni fa, mi dice di avere un tumore e che teme di morire entro tre anni e per questo vuole vendere tutto; io gli dico va bene, ti do 3.000 dollari e porto via tutto. Dopo alcune settimane lui viene da me e mi dice che 3.000 dollari non è la giusta cifra e che ne vuole 10.000. Io gli dico che il valore di quello che c’è dentro alla fabbrica è zero e che i 3.000 dollari che gli ho proposto sono per solo per rispetto, visto che quegli oggetti non hanno più valore se non per la storia. Dopo due anni il proprietario muore ed un altro italiano compra quell’edificio. Un sabato mattina passo davanti alla fabbrica e vedo il camion dei rifiuti con sopra tutti i macchinari che c’erano dentro alla fabbrica ed inizio a tirare giù dal furgone alcune cose. L’italiano mi vede e viene verso di me urlando “Cosa fai! Quella roba è la mia!Se la vuoi la devi pagare”. Io ripeto anche a lui la mia proposta fatta precedentemente al primo proprietario, ma quest’ultimo mi chiede a sua volta 30.000 dollari in cambio dei macchinari. Passa un anno, due anni e così via sino alla fine dello scorso anno quando, due settimane prima di Natale, incontro un altro italiano in un ristorante; questo mi avvicina e mi dice: “Ehi Pietro, ho comprato una piccola fabbrica con tutti i macchinari antichi.. la vuoi comprare? Quanto mi dai?”. Oddio penso, si trattava proprio della fabbrica di cui abbiamo parlato prima! Io gli dico: “Sì, la voglio comprare ma ti do.. zero!” Gli ho raccontato la storia e poi ho detto al siciliano, “Se vuoi per rispetto ti do 12 bracciali in oro 18 kt che produco io”. Lui accetta.

Passano i giorni e io mi dimentico quasi di questa cosa ma il 12 gennaio lui mi chiama dicendomi che l’indomani avrebbero distrutto la vecchia fabbrica. Il giorno dopo mi reco sul luogo con altre tre persone e proprio mentre la demolitrice abbatte l’edificio noi entriamo per portare via le macchine.

C’è un macchinario, è una martellatrice a pedale per stampare, alta due metri e mezzo. La cosa pazzesca e che centro anni prima avevano costruito il soffitto poggiandolo sulla parte superiore della macchina così ho dato 100 Dollari all’operatore che manovrava la demolitrice e gli ho detto di spostare tutto il soffitto dell’edificio, perché la macchina doveva rimanere intatta! Così dal fumo e dalla polvere emerge questo bellissimo esempio di macchina.

Questa è solo l’ultima storia che ho da raccontare, nei avrei decine e decine. Ora sono molto più cauto in queste cose, anche perché quando ho iniziato a raccogliere materiale per il museo ero giovane e non avevo figli, ora ne ho quattro. E’ giunto il momento di essere più cauti e voglio vedere un vero e proprio museo in questa vita e non in un’altra!

Ho rilevato moltissime fabbriche dopo incendi, diluvi, cicloni, suicidi ed omicidi, ci sono state molte e differenti storie umane attorno ad ogni fabbrica chiusa e il museo è un modo per tenere vivi macchinari ed esperienze.

Se tutto questo oggi è possibile, dobbiamo ringraziare il VF&CJ club di Lucile Tempesta. L’organizzazione formata da collezionisti e appassionati di bijoux, è riuscita a dare alla costume jewelry la giusta dignità, facendo diventare prezioso ciò che prima veniva considerato “junk” grazie ad un cambiamento della mentalità dovuto alla diffusione di una maggiore conoscenza.

4.10 Uno sguardo ai dati recenti: un confronto tra gioielli preziosi e costume jewelry.

Analizzando una gamma di dati riferibili al quinquennio che va dal 2000 al 2005 che considerano separatamente il settore che si occupa dei gioielli costruiti con materiali preziosi e i gioielli fantasia, è possibile notare, come riportato in tab. 2 e tab. 3, che la tendenza riscontrata nel 1994 si è evoluta seguendo lo stesso trend di decrescita per l’intera industria del gioiello, con picchi rilevanti soprattutto per quanto concerne il settore specializzato nei bijoux in materiali non preziosi.

Anno

N° Aziende

Occupazione Media

Reddito Totale

2000

81

3883

150677301

2001

78

3687

147248830

2002

76

3418

140633321

2003

69

2931

95047596

2004

66

2995

99921244

2005

63

2996

98506366

Gioielli in materiali preziosi 2000-2005

Tab.2- Produzione di gioielli in materiali preziosi.

Costume jewelry 2000-2005

Anno

N° Aziende

Occupazione Media

Reddito Totale

2000

288

4083

116513423

2001

262

4202

127389512

2002

230

3801

120115886

2003

210

3527

114714629

2004

195

3235

108970582

2005

177

3087

104725501

Tab.3- Produzione di costume jewelry.

Nel periodo esaminato, entrambi i settori, hanno assistito ad una scomparsa di alcune aziende ma, mentre il numero di aziende occupate nel settore preziosi ha subito una diminuzione proporzionalmente bassa - passando da 83 ditte a 63 - il settore costume ha subito una decrescita molto più consistente, passando da 288 ditte a 177.

Questa decrescita per il settore costume jewelry è ancora più evidente analizzando un’altra variabile, ovvero quella relativa all’occupazione media nel settore del gioiello

In base a questo criterio si può riscontrare una diminuzione di occupazione costante e simile nell’andamento per entrambi i settori, sino all’anno 2003, che risulta essere il punto di divergenza delle due linee grafiche. Infatti, mentre nel settore costume jewelry si continua ad avere una diminuzione di circa 200 posti di lavoro ogni anno sino al 2005, nel settore preziosi - dal 2003 - si ha un lieve aumento della forza lavoro ivi impiegata, con un successivo assestamento.

Una delle motivazioni di questo fenomeno, può essere attribuita ad un fattore quale la forte standardizzazione nella produzione di bigiotteria, che nel corso degli anni ha sostituito sempre più il lavoro meccanizzato a quello manuale.

Il settore preziosi però, nonostante la possibilità di una parte di automazione del lavoro, continua a necessitare di un intervento semi-artigianale importante che non può essere sostituito dall’utilizzo di macchinari che portano alla riduzione di manodopera.

Si tratta sicuramente di una differenza costitutiva che caratterizza i due rami principali dell’industria del gioiello, così come lo è la differenza di comportamento della collocazione sul mercato del prodotto stesso.

Si può infatti assumere, in base alle teorie economiche classiche, che i beni di lusso – come i gioielli in materiali preziosi- non siano soggetti alle stesse leggi economiche ed agli stessi andamenti di un prodotto come la costume jewelry che, storicamente, per le sue caratteristiche di produzione, distribuzione e prezzo può essere considerato un prodotto di massa che non ha le caratteristiche elitarie del gioiello prezioso. L’aumento del prezzo - dovuto, ad esempio, all’aumento del costo delle materie prime, della manodopera o semplicemente l’aumento del costo della vita- non si ripercuote sui prodotti dell’industria del prezioso, così come invece può accadere per l’industria della costume jewelry in un momento storico e sociale in cui il gioiello-fantasia perde parte della sua funzione di riconoscimento sociale.

In sintesi, benché il mercato del gioiello dal 2000 al 2005 abbia prodotto sempre meno reddito, il fenomeno è stato più rilevante per il settore dell’ornamento non prezioso, non perché questo abbia una minore importanza nella società americana, ma per le caratteristiche stesse del bene, che sono più fortemente legate a fenomeni socio-culturali rispetto al gioiello prezioso.




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