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lavoro pubblicato lunedì 14 giugno 2010
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

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Breve storia del gioiello non prezioso: la costume jewelry

di erikazak. Letto 3081 volte. Dallo scaffale Storia

Già nell’antico Egitto gli artigiani, con grande abilità, lavoravano il vetro al fine di imitare pietre preziose come i lapislazzuli e la cornelia, perché molto spesso si trovavano a dover fronteggiare una domanda di orname.....

Già nell’antico Egitto gli artigiani, con grande abilità, lavoravano il vetro al fine di imitare pietre preziose come i lapislazzuli e la cornelia, perché molto spesso si trovavano a dover fronteggiare una domanda di ornamenti che eccedeva la disponibilità dei materiali pregiati.

Allo stesso modo, così come ci tramanda Plinio, erudendo il lettore su come distinguere una pietra autentica da una falsa con metodi per altro ancora oggi utilizzati, l’antica Roma era diventata nota per le sue perle di imitazione che venivano appunto chiamate “Perle Romane”; le perle, infatti, erano di grandissima moda tra le donne di tutti i ceti sociali.

E’ ampiamente documentato che l’uso dell’ornamento non prezioso ha le sue origini nel mondo antico, con una storia parallela a quella del gioiello prezioso.

L’arte nel corso dei secoli, non venne considerata minore, ma equiparata ad altre come la pittura e la scultura perciò ad essa si dedicarono grandi artisti come Donatello ( 1386 - 1466) e Benvenuto Cellini (1500- 1571).

Quest’ultimo, durante la sua vita avventurosa, non solo creò splendide sculture come il Perseo della Loggia dei Lanzi a Firenze o quel vero “monumento da tavola” che è la saliera d’oro ordinatagli dal re di Francia Francesco I, conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, ma, come sappiamo dalla sua autobiografia e dai suoi trattati, anche monili di ogni tipo. Il più noto è un fermaglio commissionatogli da papa Clemente VII nel 1531, oggetto che fu poi fuso alla fine del XVII secolo, ma di cui si conserva un disegno su acquerello.

Nel XVIII secolo sia uomini che donne seguivano la moda dettata dalle grandi corti di Francia e di Inghilterra; celebre era la stravaganza della Regina Maria Antonietta, moglie del re di Francia Luigi XVI, che lanciò la moda dei capelli raccolti in acconciature formate da capelli veri e falsi, sostenute da fili metallici, pomata ed ovatta e poi decorate con piume, fiocchi e gioielli di ogni tipo, tanto alte e voluminose da costringere le dame a tenere, a volte, il capo fuori dalla carrozza. Un tipo di ornamento per capelli e cappelli era il pompon, formato da piume, nastri e gemme finte, diretto successore dell’aigrette medievale composta da piume e pietre preziose.

La pietra privilegiata dell’epoca è sicuramente il diamante, adorato per la luce gelida che è in grado di trasmettere soprattutto alla luce delle candele di cera d’api e per la capacità di esaltare la figura, mentre gli abiti da giorno iniziano a differenziarsi, come i gioielli, da quelli da sera, aspetto non presente nelle epoche precedenti.

Allo sfarzo eccessivo degli aristocratici, impegnati tra balli, cene, incontri intellettuali e gioco d’azzardo, corrisponde una condizione fortemente disagiata delle classi povere, accanto alle quali emerge però il nuovo ceto borghese che, pur non potendo permettersi diamanti rari e costosi, non vuole rinunciare all’immagine che solamente il seguire la moda può dare.

Nei gioielli le pietre erano, all’epoca, molto più importanti della montatura, ed è per questo che la ricerca di un sostitutivo del diamante, in grado di donare la stessa apparenza di sfarzo, favorisce l’affermarsi del vetro al piombo, scoperta importante che portò alla rivoluzione del mercato dei gioielli: un materiale così povero consentiva un’ampia possibilità di sperimentare tagli e fogge, impossibili con le pietre preziose.

La Boemia, terra ricchissima di pietre preziose e semipreziose, inizia proprio in questo periodo e diventare famosa per i suoi artigiani esperti nel taglio delle gemme e del vetro, fama che rimarrà costante nei secoli successivi. Venezia e le altre città europee importavano da questa regione, ed in particolare dalla città di Gablonz (oggi Jablonec) grandi quantità di prodotti per le proprie creazioni: nel 1791 la ditta Jan Frantisek Schwan fornì 250.000 granati a Piacenza ed esportò moltissime pietre colorate in Germania ed in altri Pesi.

Lo status del gioiello di fantasia è ancora quello di “falso” destinato alla classe emergente che non può permettersi gioielli “veri", ma anche ai ricchi che, per motivi di sicurezza, nei viaggi preferiscono indossare falsi .

Questi non godono ancora di un riconoscimento sociale, ma sono funzionali all’ostentazione di una posizione nella società, ed essendo il diamante la pietra per eccellenza, gli artigiani si occupano di trovare il miglior modo per esaltare la bellezza delle pietre false e per renderle sempre più simili a quelle vere.

Per accentuare la brillantezza e la profondità del colore vengono adottate diverse tecniche come ad esempio quella di ricoprire, nel retro, il vetro con sottili lamine d’oro, rame o argento.

Un altro metodo è quello del taglio a brillante, inventato nel XVII secolo da Vincenzo Peruzzi, una tecnica di taglio a cinquantotto faccette che, accompagnata alle nuove composizioni del vetro a piombo, porterà ad ottenere risultati magnifici. Figura di particolare importanza nel mondo delle pietre false fu Stras[1] che, capendo le potenzialità del vetro di piombo, portò i falsi ad essere da semplici imitazioni dei diamanti a creazioni raffinate apprezzabili di per se stesse.

La lavorazione degli strass diventa tanto importante nella Parigi della fine del 1700 da riunire più di 300 maestri disegnatori e gioiellieri nella corporazione dei bijoutiers faussetiers, i “gioiellieri falsificatori”.

E’ in questi stessi anni che nascono le parure ovvero spille, collane, bracciali orecchini ed aigrettes abbinati tra loro.

E’ l’epoca in cui ha la meglio il gusto roccocò, l’amore per i soggetti floreali, i fiocchi, e i gioielli tremblant, montati su molle in modo da vibrare al movimento di chi li indossa.

Le guerre e le rivoluzioni che scuotono l’Europa alla fine del XVIII secolo hanno delle ripercussioni anche nella moda dei gioielli e l’aprirsi della cultura contribuisce a far sì che, a quelli preziosi ed appariscenti, se ne sostituiscano altri, meno costosi, dalle linee neoclassiche e dal valore sentimentale, come i ciondoli contenenti ciocche di capelli della persona amata e frasi d’amore; Jean-Jacques Rousseau nei suoi scritti, ed in particolare ne “la Nouvelle Hèloise” del 1791, dà voce alla sensazione sempre più diffusa che i valori dello spirito debbano essere esaltati contro l’artificiosità e gli eccessi della vita mondana.

E’ di gran uso il memento mori, un gioiello che ricorda la caducità della vita da cui nasceranno i gioielli da lutto in commemorazione dei propri cari ma anche di personaggi noti; assieme a questi continuano ad essere indossati importanti gioielli in strass, sempre più diffusi presso tutte le classi sociali: si tratta solo di uno dei primi segni del mutamento della struttura sociale che sarebbe giunto al suo culmine nel 1789, con lo scoppio della Rivoluzione Francese.

Finito il periodo repubblichino la moda è totalmente indirizzata allo stile neoclassico, le donne portano i capelli alla greca, raccolti e arricciati sul viso, i vestiti sono in leggerissimo tessuto garzato, aderenti al corpo – per ottenere questo effetto si portano anche bagnati - e i gioielli si indossano alle braccia, alle caviglie e sulle cosce.

Nello stesso periodo in Inghilterra sono di gran moda anche i gioielli in acciaio sfaccettato, tanto da far pensare al signor Metcalfe di riorganizzare la propria produzione di acciaio, vicino ad Oxford, che utilizzava lavoratori artigiani a domicilio, per realizzare accessori di questo tipo destinati alla nobiltà. Sorgono molto presto numerose ditte concorrenti, degna di nota quella di Matthew Boulton che raggiunse una produzione di livello tale da rendere difficile distinguere un bijou di produzione industriale da uno artigianale.

In Francia, nel 1804, con la proclamazione dell’Impero, rifioriscono tutte le attività legate agli articoli di lusso, ed è in questa fase che l’arte orafa gode di un particolare splendore, sia grazie all’opera dei joailliers che lavoravano le pietre preziose sia grazie a quella dei bjoutiers, che utilizzavano metalli non preziosi o semi preziosi.

Con Bonaparte e Giuseppina lo sfarzo torna a corte: ad abiti lineari e leggeri vengono abbinati gioielli sobri e ricchi di pietre colorate.

I soggetti preferiti sono immagini floreali, ma anche animali e rovine dell’antica Roma, soprattutto amate dalla seconda moglie di Napoleone, Maria Luisa, diventata imperatrice nel 1810, la quale possedeva splendide parure realizzate con micromosaici italiani, che rimasero in voga sino al 1870.

L’Ottocento è, però, anche l’epoca dei gioielli vittoriani che, dal 1861 - anno in cui il Principe Alberto marito della regina Vittoria muore di tifo - diventano gioielli da lutto, da indossarsi durante le ore del mattino. Il colore per questi gioielli è rigorosamente il nero, i materiali invece sono i più svariati, dallo smalto all’onice, dal vetro al giaietto[2]. A questi si accompagnano piccole spille da colletto ed accessori decorati da capelli umani prima e col passare del tempo da crine di cavallo.

Alla fine del XIX secolo, una nuova corrente artistica si affacciava in Europa: l’Art Nouveau, caratterizzata da linee morbide e fluide, tendeva ad opporsi alle rivisitazioni del gusto tradizionale che caratterizzavano gran parte della società, ed in particolar modo la maggioranza delle donne che consideravano ancora volgari i comodi abiti di seta e velluto dalle linee Liberty.

La donna “rispettabile” della Belle Epoque doveva attenersi alla moda del tempo che sino al 1910 era caratterizzata da abiti che accentuavano la cosiddetta linea ad “S”. Si trattava di indossare abiti molto elaborati che spingevano il busto in avanti che veniva reso pesante da imbottiture; inoltre veniva accentuata l’ampiezza dei fianchi mediante l’utilizzo di busti molto costrittivi che procuravano malesseri fisici all’addome, allo stomaco e alla colonna vertebrale. Chi poteva permettersi questo stile d’abbigliamento era annoverabile tra la classe agiata, in quanto i vestiti larghi e comodi erano riservati – secondo l’opinione più diffusa, ma non per le elitè che seguivano l’Art Nouveau – alle donne lavoratrici.

Predilette per gli abiti femminili erano le tinte chiare, in particolar modo il bianco nelle sue varie sfumature, che ben si prestava ad essere indossato con candide perle bianche e sfavillanti gioielli in platino con diamanti che spesso venivano abbinati a pietre sintetiche.

Il decennio del primo grande conflitto vede la compresenza di vari movimenti spesso differenti tra loro, quali l’Art Nouveau e l’Art & Craft, nello stesso periodo le donne europee cominciano ad avere la possibilità di accesso alla scuola superiore e ad alcuni lavori, pur rimanendo ancora discriminate nella società. Il femminismo viene fortemente contrapposto all’idea di femminilità: è possibile essere femminili e femministe allo stesso tempo? Splendide vignette d’epoca affrontano questo argomento.

Il look nel dopoguerra è androgino, detto “alla maschietta”, caratterizzato da capelli corti e vestiti di foggia maschile; l’immagine che nelle riviste del tempo raffigura le donne delle classi più agiate è quella di figurini senza forme. Chanel, che propone questo stile, abbina gioielli falsi, perle simulate e vetri, con gioielli veri: il bijou entra timidamente nell’abbigliamento femminile, viene indossato ancora solo dalla donna della classe superiore, che ha possibilità maggiore di “sfidare” i canoni sociali, e dalle emergenti dive del cinema muto: siamo nell’epoca del Futurismo e dell’Art Decò.

Il 1929, anno del crollo della borsa di Wall Street e dell’inizio della Grande Depressione, vede la costume jewelry, per necessità correlata agli eventi economici, assumere un ruolo fondamentale nella moda che, come sostiene McLuhan, è un medium che diventa messaggio simbolico, linguaggio attraverso il quale l’individuo esprime se stesso e comunica con gli altri.

Il gioiello “falso” inizia a prendere quella strada che lo porterà ad essere costume jewelry, un prodotto industriale che per avere successo deve rinnovarsi continuamente interpretando ed influenzando il gusto del pubblico. Si apre lo spazio culturale del bijou come oggetto di manipolazione, invece che come accumulo di materia, in cui lo stile supera la “cosa”.

Gli anni ’30 sono il decennio degli effetti della Grande Depressione in cui i problemi della moda passano in secondo piano, così come lo stile del decennio precedente. Sono milioni le persone senza lavoro, perciò si fa forte il sogno di un auspicabile benessere economico e di un nuovo lusso, i cui simboli sono la dinamicità e la velocità dell’automobile.

Il culto del corpo solido e vigoroso diventa punto fondamentale dei regimi totalitari e il predominio delle linee marcate e nette ha il suo effetto anche sulla moda che diventa più semplice nelle forme e nei tessuti: si usano il tweed e la lana. Le donne acquisiscono maggiore sicurezza, lo si vede anche dal trucco.

Ma è anche il decennio delle grandi dive di Hollywood che con le loro immagini esorcizzano la fatica delle famiglie a vivere nella realtà che le circonda.

In “Via Col Vento”, per la prima volta, vengono usati gioielli falsi creati appositamente da Joseff of Hollywood per la pellicola: si tratta di gioielli molto grandi e vistosi che in questo modo risultano visibili durante le riprese; tale pratica porterà a risparmiare molti dollari che precedentemente venivano impiegati per l’affitto di grandi gioielli veri!

La crisi economica fa perdere numerosi clienti ai gioiellieri, perciò molti di essi iniziano a produrre accanto alla linea di gioielli veri una linea di bijoux, falsi ma eccellenti per stile e fattura, favorendo i disegnatori emigrati sin dal secolo precedente (Alphred Philippe, Gene Verri, ecc. ecc.) in Rhode Island, soprattutto a Providence, in cui si diffusero a macchia d’olio le industrie del settore. Emergono le più importanti case di bigiotteria firmata e si affaccia la pratica del brevetto del gioiello di fantasia.

I bijoux iniziano ad essere venduti nei grandi magazzini, anche in quelli più popolari, offrendo collezioni ricche e fantasiose che cambiano ad ogni stagione. Si realizza così un incredibile paradosso, per cui un prodotto industriale, divenendo di gran moda, esprime l’essere di chi lo sceglie e supplisce così proprio ad uno degli effetti negativi dell’industrializzazione: l’incomunicabilità. Indossando un gioiello sfoggiato da una diva oD una spilla di Natale si lanciano una serie di messaggi chiari e coinvolgenti.

L’uso del bijou diventa il segno di una progressiva democratizzazione della società e della maggiore importanza del ruolo della donna, che vale non per la famiglia a cui appartiene e di cui eredita i gioielli, ma per le sue capacità e doti, anche di eleganza e fantasia, che si riflettono nel successo della bigiotteria, perché, per dirla con Peter DiCristofaro, fondatore del Providence Jewelry Museum, oggi National Jewelry Museum, “Un diamante è per sempre, uno strass è per tutte!”.

Quella degli anni ’40 è la decade del II grande conflitto mondiale prima e della ricostruzione poi. Nella prima metà del decennio la serietà della propaganda negli U.S.A. serve per diffondere il senso di necessità di sforzo economico in favore dell’impresa bellica. Fiorisce una vasta pubblicistica di pin up, le cui immagini dovevano servire a sollevare il morale dei giovani militari. Si diffondono gioielli patriottici (si veda Snider Nicolas “Antique Sweetheart Jewelry”, un testo che presenta una vasta raccolta di gioielli militari, prodotti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale) che furono indossati da chi voleva augurare ai soldati buona fortuna, fatti, a causa di un decreto presidenziale che vietava l’uso di materiali utili per scopi bellici, di materiali facilmente reperibili e più disparati, come raffia, legno, resine e, per la produzione più raffinata, sterling ossia argento 925.

Sarà in questo decennio che la creatività dei disegnatori americani regalerà i bijoux più originali.

Negli anni della guerra l’impossibilità di importare da Parigi, allora nazione della moda, modelli di abiti e gioielli darà impulso alla creatività dei disegnatori americani, anche se il razionamento dei tessuti farà sì che gli abiti femminili siano molto simili all’abbigliamento militare: gonne dritte e sotto il ginocchio, giacche corte, borse a cartella.

In Italia, per quanto riguarda gli abiti, ci sarà in continuazione il tentativo di appropriarsi di bozzetti parigini, in quanto le donne non accetteranno mai di non vestire alla francese, pratica sanzionata dal regime fascista che inizierà a porre un marchio di qualità sugli abiti che devono rispecchiare lo stile fascista. In questo periodo diversi creatori cercano rifugio negli Stati Uniti e molti di loro riprenderanno la produzione solo dopo la guerra.

Nel 1946 si inizia a fare sistematicamente, pubblicità su autorevoli giornali del settore come “Vogue”.

Nel 1947 nasce il new look di Christian Dior - caratterizzato da lunghe gonne con larghe crinoline, tacchi alti e spalle non imbottite - che crea grande shock nella moda ma anche nella società, tanto da non essere inizialmente accettato.

Dopo il grigiore degli anni ’40 c’è la voglia di colore. Con la fine della guerra le tecniche ed i materiali dell’industria bellica vengono usati per produrre anche accessori per la casa (vinile, formica ecc). La nascita delle stoffe nuove e la più diffusa possibilità di avere una lavatrice, permettono a quasi tutti di avere vestiti puliti.

E’ il decennio del rock ‘n roll, dei blue jeans e della Barbie.

Il cambio della moda rende necessari nuovi modelli di bijoux, che ora non solo sono socialmente accettati ma diventano un accessorio chic, tanto da essere scelti da Mamie Eisenhower che, nel 1953 per il ballo di inaugurazione della presidenza del marito, commissionò a Trifari la creazione di una parure da abbinare al suo vestito.

Grazie alle migliorate condizioni economiche diventa possibile invitare amici e conoscenti a cena o per il cocktail, cogliendo così l’occasione di indossare su semplici vestiti neri, appariscenti gioielli, soprattutto anelli, detti appunto anelli da cocktail.

S’incrementa la vendita dei bijoux nei grandi magazzini a prezzi concorrenziali ma quella che letteralmente spopola è la moda degli home party, lanciata nel 1949 dalla Emmons, che 2 anni dopo prenderà il nome Sarah Coventry.

In 20 anni verranno venduti più di 100.000.000 pezzi, grazie anche alle dimostratrici che, creando un momento di socializzazione direttamente nelle case delle clienti, porteranno la donna a diventare fondamentale in ogni fase della collocazione del prodotto sul mercato.

Tutti gli eventi rilevanti, ad esempio il primo lancio spaziale, offrono spunti ai produttori di bijoux e la plastica farà da regina in questo periodo.

Anche in Italia il bijou di fantasia inizierà a fare il suo ingresso, visto soprattutto come oggetto di lusso in correlazione con l’alta moda; sarà infatti questo il motivo, più che la maggiore autonomia sociale ed economica della donna, a far sì che i gioielli di fantasia non vengano più considerati semplici “falsi”, sicché anche in Italia si comincerà a superare il borghese mito dell’oro.

Siamo giunti agli anni ’60 il decennio dei grandi cambiamenti, della pillola e della minigonna, del baby doll e dell’unisex in cui gli abiti da uomo e da donna sono molto simili tra loro; è il decennio dei Beatles e della Pop Art di Andy Warhol che dedicherà nelle sue opere molto spazio al concetto e al valore di “falso”; molti artisti oltre a Warhol - ad esempio Dalì - si cimenteranno nella creazione dell’arte in forma di gioiello e l’ultimo dei grandi disegnatori di bijoux americani, Kenneth Jay Lane sarà negli anni ’70 incoronato re indiscusso di quei multipli che la Pop Art aveva insegnato a considerare non solo una ripetizione dello stesso soggetto, ma un modo per far arrivare l’idea dell’artista al maggior numero di persone possibile.

Nel decennio seguente, gli anni ’70, saranno invece predominanti il richiamo ad una vita più semplice, gli abiti in spandex, i simboli della pace e l’attrazione per l’oriente.

In questo periodo l’industria del gioiello vede un calo di produzione. Cosi come nel periodo della crisi economica degli anni ’40 I bijoux non sono visti di buon occhio ad eccezione degli orecchini molto grandi e dei pendenti con simboli naturali. I temi ricorrenti negli accessori sono principalmente tre e si sono sostanzialmente susseguiti cronologicamente: gli elementi di richiamo alla cultura indiana, soprattutto a cavallo degli anni ’60 e ‘70, i motivi floreali, presenti in tutta la moda dell’epoca, arrivatici direttamente dai movimenti hippy della flower power e le linee geometriche. I materiali utilizzati sono poveri oltre che intrinsecamente anche nell’aspetto: fili metallici intrecciati tra loro, stoffa, perline e piccoli ciondoli in materiali plastici vanno a creare lunghe collane, bracciali indossati indistintamente da uomini e donne, grandi ed appariscenti orecchini.

Nei primi anni ‘80 è influente lo strascico del fenomeno punk nato alla fine degli anni ’70. E’ il periodo dell’esagerazione, dei grandi gioielli vistosi, dei tessuti laminati e della voglia di mostrare opulenza a tutti i costi, è il periodo dei colori sgargianti, come il fucsia, il giallo e il blu elettrico, del trucco vistoso.

Gli anni ’90, a differenza del decennio precedente, sono caratterizzati da un ritorno al minimalismo per quanto riguarda i gioielli e l’abbigliamento.

I bijoux di questo periodo sono nettamente inferiori e vi è per molti versi il ritorno all’oro. Il bijou di fantasia d’epoca diventa oggetto da collezionare, tanto da diventare oggi un allettante prodotto da allocare sul mercato anche tramite il commercio elettronico nella sua forma più particolare, quello dell’asta on line: il sistema di eBay ne è l’esempio più eclatante.



[1] Il vetro brillante al piombo, conosciuto come strass, è frutto dell’ingegno di un uomo che divenne famoso e ricco grazie alla sua abilità nell’intaglio e nell’incastonatura di pietre preziose. Georges Frédéric Stras, nasce il 29 maggio del 1701 ( secondo alcune fonti nel 1700) e muore il 22 dicembre del 1773. Sul suo nome ci sono diversi dubbi in quanto alcuni documenti riportano il nome segnalato precedentemente (Strass o Stras) mentre altre riferiscono che il vero nome sia Joseph Strasser.

L’inventore nasce a Wolfisheim, vicino a Strasburgo, dove impara il mestiere lavorando presso l’orafo Abrahm Spach. All’età di 20 anni si trasferisce a Parigi dove lavora in una gioielleria che produce gioielli alla moda sin quando i gioiellieri più famosi iniziano a notare la sua abilità nello sperimentare nuovi tagli sulle gemme di vetro provenienti dall’Inghilterra e dalla Boemia. Il suo nome è legato a gioielli d’imitazione, splendidi ma falsi, caratterizzati dal marchio GFS accostato ad una spada sormontata da una corona. Nel 1734 venne nominato ufficialmente gioielliere della corte di Francia. Sei anni dopo entra in società con Georges Michel Bapst, un orafo di origini tedesche, che nel giro di pochi anni prende le redini della ditta.

Nonostante la fama gli fosse giunta dai gioielli non preziosi, la passione di Strass fu sempre quella della lavorazione delle gemme preziose, alle quali tornò a dedicarsi una volta raggiunta la fama.

[2] Il giaietto o Jet Whitby, diventò di gran moda nella meta dell'800, dopo che la regina Vittoria indossò una collana di questo materiale durante un pranzo importante: era in lutto per la morte della cugina. Da allora questo tipo di gioielli venne denominato (assieme a tutti i gioielli neri) "da lutto" e, dall’inizio degli anni ’60, con la morte del principe Alberto subì un’impennata di richieste sul mercato.

Il giaietto, carbone fossile, veniva estratto prevalentemente a Whitby, una cittadina inglse, da cui il nome.

La fortissima richiesta portò alla ricerca di materiali simili che imitassero il jet (ad esempio il jet francese che è in realtà vetro); il vero giaietto, però, rimane assolutamente inconfondibile, sia per la sua superficie lucidissima e uniforme (nel vetro riscontrereste delle bolle) sia per la sua leggerezza.

I gioielli in jet venivano incisi e lavorati, e poi incollati su superfici metalliche. Ovvio dire che ben presto smisero di essere gioielli da lutto divenendo gioielli di moda, da mattino, che venivano appunto indossati di giorno per la loro sobrietà, assieme a piccole spille da appuntare agli alti colletti dei vestiti e delle camicie.



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