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lavoro pubblicato lunedì 14 giugno 2010
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SaSà

di corvinvet. Letto 999 volte. Dallo scaffale Storia

Prologo Il breve romanzo si ispira alle vicende che coinvolsero Napoli nel 1943 ed è il frutto di aneddoti raccolti direttamente da alcuni testimoni che, all'epoca, avevano la stessa età di Salvatore, il protagonista.

SaSà

- Registrazione numero uno: Napoli, 27 settembre 2010. Intervista a Salvatore Savarese. Dunque, iniziamo dal principio, lei ha conseguito due lauree: la prima in Lettere Moderne, con indirizzo storico, l'altra in Medicina, con indirizzo specialistico in Pediatria... Dottor Savarese?

- Si? Ah, mi perdoni.

- Dicevo... lei ha iniziato la sua attività di medico proprio qui a Napoli, precisamente nel 1962 presso l'ospedale S. Gennaro. Poi il destino l'ha portata a interessarsi dell'Africa e, nel 1973, entra nel contingente di Medici Senza Frontiere partecipando a diverse campagne in vari posti del mondo.

Ora che è in pensione, scrive libri per bambini devolvendo una grossa percentuale dei proventi all'Unicef le faccio una domanda ingenua: ha deciso cosa farà da grande?

- ... Da grande, dice? Beh, non mi dispiacerebbe fare il calciatore. Ho sempre desiderato diventare un "giocatore di pallone".

- Mi perdoni se glie lo dico ma... non le sembra un... tantino infantile? Mi spiego, mio figlio desiderava fare il calciatore a sette anni. Ora che ne ha dodici, già pensa di entrare in polizia...

- Sette anni. Lei ricorda precisamente cosa desiderava essere a sette anni? Ricorda una giornata tipo di quando aveva meno di sette anni?

- Beh... non è che ricordi i particolari ma...

- Ecco, questo significa che la sua è stata un'infanzia serena, così come dovrebbe essere per ogni bambino.

- Non capisco il nesso.

- Vede...

- Antonio.

- Antonio, giusto. Mi comprenda ma, ultimamente, ho qualche problema con la memoria a breve termine. Dicevamo...

- Che avrei avuto un'infanzia serena, perché non ne ricordo i particolari.

- Un bambino, crescendo in serenità, è raro che, da adulto, abbia ricordi precisi della sua fanciullezza, il più delle volte si tratta di ricordi vaghi, dei flash. Episodi memorabili come la prima volta che inforca una bici, una bella giornata al mare, il primo invaghimento che gli fa sussultare il cuore, non di più.

- Cosa vuole intendere?

- Che, purtroppo, ci sono persone che ricordano la propria infanzia per filo e per segno, ogni particolare. Odori, colori, le parole e i discorsi, le sensazioni.

- Perché dice purtroppo?

- Perché si tratta quasi sempre di sopravvissuti a ferite dell'anima. Se ci si frattura un braccio, questo guarisce nel giro di un mese, più o meno. Un trauma le cui conseguenze si risolvono in un tempo relativamente breve. Al massimo può riaffiorarne il ricordo in una fredda e umida giornata d'inverno, ma un trauma dell'anima, beh, quello ti segna per sempre e, più cerchi di seppellirne il ricordo, più questo riaffiora e lo fa quando meno te lo aspetti.

- Ne ha conosciuto qualcuno di questi, "traumatizzati dell'anima"?

- Qualcuno.

- Ha qualche bel ricordo del periodo trascorso in Africa? Si dice che, chi ci è stato, soffra di una singolare forma di nostalgia... il Mal d'Africa, è così che lo chiamano, o mi sbaglio?

- In certi posti di quella terra martoriata, il Mal d'Africa c'è l'ha chi ci resta, suo malgrado. Noi avevamo la facoltà di poter tornare a casa... no, caro Antonio, sono ben altri i mali dell'Africa.

- Il suo ultimo libro s'intitola "La Guerra di Gennarino". Qualcuno ha detto che, con questo breve romanzo, ha voluto, in un certo senso, prendere le distanze dal genere che finora ha caratterizzato i suoi libri.

La vecchia passione per la storia che riaffiora?

- Vede, ormai ho settantadue anni e, a questo punto della mia vita, mi capita più spesso di pensare al percorso già fatto che a quello che resta da fare. Più che prendere le distanze dalle mie fabulae, ho voluto realizzare un primo passo per far pace con il passato.

- Seppur resti nell'ambito della pura fantasia, nel suo libro, alcuni chiari riferimenti alle "Quattro Giornate di Napoli" sono piuttosto evidenti. Lei sa che, ultimamente, alcuni articoli hanno contribuito a sollevare dei dubbi sulla reale portata degli avvenimenti del 1943?

- Davvero?

- Da storico sa benissimo che, quasi sempre, la storia è scritta dai vincitori e, spesso, c'è la tendenza a magnificare in maniera eccessiva episodi che, nella realtà dei fatti, si riducono a eventi a dir poco sopravvalutati.

- Non penso di riuscire a seguirla... cosa vuole dire?

- Mi spiego meglio, c'è chi ha ipotizzato che le "Quattro giornate" rappresentino una sorta di montatura effettuata su quelli che rappresentano, semplicemente, degli atti d'ira isolati da parte di gente stremata dalla fame e dai bombardamenti alleati. Solo vili ritorsioni nei confronti delle legittime rappresaglie di appena qualche centinaia di più che disciplinati soldati tedeschi, peraltro già in ritirata, e appena qualche giorno prima dell'arrivo degli americani. Qual è il suo pensiero in proposito?

- Mi tolga una curiosità, in che anno è nato lei?

- Nel 1972, perché mi fa questa domanda?

- Quando è nato chi ha scritto gli articoli cui fa riferimento?

- Giuseppe Cruciati va per la cinquantina, gli altri non penso che superino i quarant'anni. Però non ha risposto alla mia domanda... Dott. Savarese? Va... va tutto bene?

<img src="http://www.facebook.com/#!/photo.php?pid=856915&o=all&op=1&view=all&subj=123707057642067&aid=-1&id=1648333272" border="0" alt="Scugnizzi a P.zza Carlo III." width="1" height="1" align="absMiddle" />

- Sasà! E passala sta palla!

Mi urlò Giannino, mio fratello maggiore. Era il ventisette settembre del 1943 e stavamo giocando nello spiazzo di fronte al Palazzo del Serraglio, il Reale Albergo dei poveri, per intenderci. Erano giorni particolari poiché, già a partire dall'otto settembre, si erano verificati alcuni episodi d'insofferenza e resistenza armata contro le truppe occupanti. Per la precisione, nel pomeriggio del giorno nove, in via Foria, più o meno dove abitavo all'epoca, alcuni militari assieme ad agenti di pubblica sicurezza, interpretando il proclama eufemisticamente sibillino del Maresciallo Badoglio, bloccarono un autoblindo e fecero prigionieri i primi soldati tedeschi, per rilasciarli dietro ordine delle alte sfere.

Anche i comandi della Wermacht, conseguentemente all'armistizio, erano piuttosto incerti su come comportarsi. Gli apparve quasi subito chiara, tuttavia, la necessità di disarmare le truppe regolari italiane.

È vero, inizialmente, con gli americani appena sbarcati a Salerno, si preparavano ad abbandonare la città, non prima, però, di aver depredato tutto ciò che era saccheggiabile e interrotto la maggior parte dei collegamenti, con il fine di lasciare Napoli priva di qualunque sorta di risorsa.

Lo stesso giorno, a proposito di ciò, ci fu uno scontro che ebbe per protagonisti alcuni cittadini, marinai italiani e truppe occupanti. Accadde nei pressi del palazzo della Centrale Telefonica e in via Santa Brigida dove, un carabiniere e alcuni popolani riuscirono a salvare un negozio dalla razzia da parte dei nostri ex alleati, catturandone anche alcuni.

I primi morti ci furono a partire dal giorno dieci, quando ebbe luogo il primo scontro armato. Avvenne a ridosso di Piazza del Plebiscito. Ora ci fanno il nido i passerotti ma, su uno dei vecchi lampioni, lungo la balconata che dà sull'ingresso della Galleria Vittoria, potrà ancora notare il foro di un grosso proiettile d'artiglieria. In quel frangente morirono tre marinai italiani oltre a tre soldati tedeschi. La loro rappresaglia si scatenò contro la Biblioteca Nazionale, data alle fiamme con tutti i suoi libri antichi, e contro la folla inerme intervenuta, sulla quale fu aperto il fuoco dai più che disciplinati militari tedeschi. Nei giorni che seguirono, peraltro, il colonnello Schöll interruppe i preparativi per la ritirata e decise di stabilire con la forza il proprio dominio su Napoli, anche perché l'avanzata degli alleati si era arrestata nei pressi dell'Agro Nocerino in seguito ad una pesante controffensiva tedesca.

Si instaurò, così, un regime terroristico e non si contarono i soldati italiani sommariamente fucilati per le strade, nonché le migliaia di napoletani caricati sui camion e deportati in Germania. Gli ordini di Hitler erano chiari: non abbandonare il controllo sulla città e, in caso di avanzata degli alleati, raderla letteralmente al suolo... cenere e fango, recitava il dispaccio.

Ciò nondimeno e nonostante la fame, anche quel giorno di fine settembre non ci tirammo indietro e le nostre urla suscitavano le ire di Teresa Tuccillo, la moglie del falegname che aveva bottega in un vicolo di via Foria che, di tanto in tanto, perdeva la pazienza e si affacciava.

- Ma ve ne vulite hie o noo? Là, iate a pazzià cchiù a là!

Ci urlava. Noi al momento smettevamo poi, pian piano, un calcio uno, una testata l'altro, riprendevamo i nostri giochi con lo stesso entusiasmo e con buona pace dei suoi moniti.

I più grandi a volte ci travolgevano, tanto che io avevo le ginocchia tutte sbucciate e, ogni volta che tornavo a casa con un nuovo graffio sanguinante, mamma me le dava di santa ragione, come se la caduta non fosse bastata.

Quel giorno, però, non caddi, anzi, feci anche gol.

Giannino, era nella mia squadra, con Aniello, Giuseppe e Totore, e mi prese in braccio sollevandomi proprio come un vero "giocatore".

- Ma guarda stù strummulo1, ha fatte pure goal!

Commentò Aniello.

Mi prendeva sempre in giro per via della mia statura, avevo sette anni e mi portavo piuttosto basso per la mia età, tuttavia, non vedevo l'ora di essere alto almeno quanto mio fratello per diglierne quattro a quello sbruffone.

In fondo alla piazza si erano fermati a parlare anche alcuni uomini, discutevano animatamente del più e del meno. Parlavano di ordinanze, armistizi, di cose che allora non capivo ma che, in quei giorni, erano il principale argomento di conversazione.

Antonio Vinciguerra, l'unico che aveva la radio, diceva di aver sentito tutto il discorso di Badoglio, lui aveva capito che ora la guerra era contro i tedeschi e che bisognava ribellarsi.

Suo figlio Raffaele, diciannovenne, era nella divisione Acqui di stanza a Cefalonia e di lui, da diverse settimane, non aveva più notizie. Don Antonio, tuttavia, era fermamente convinto che, alla fine, sarebbe sbarcato assieme agli alleati, e con lui molti altri soldati italiani, per attaccare gli invasori tedeschi. Del resto, negli ultimi tempi, questi stavano proprio esagerando perché, egli stesso aveva assistito alla fucilazione di alcuni militari italiani e, per poco, non fu colto da un infarto pensando a Raffaele.

Tra i nostri militari passati per le armi da quei soldati di cui ha elogiato la disciplina, ricordo un giovane marinaio, accusato di diserzione e per questo fucilato sulle gradinate dell'Università... sotto gli occhi di una folla costretta dalla Wermacht a plaudire all'evento. Per questo, al solo sentir parlare di tedeschi, la gente si era fatta guardinga e preferiva sgattaiolare prima possibile verso casa.

- Ma che dicite On Antò? E faciteme capì, con quali soldati si dovrebbe combattere? Ma arò sta cchiù l'esercito? E poi chi ò cumanne... o' re? Ma famme o' piacere si...

Controbatteva Luigi Giaquinto, un reduce della Grande Guerra.

In quei giorni era qualcosa d'impressionante il via vai di famiglie che, con i loro averi caricati alla meglio su carri o, per i pochi fortunati, su dei furgoncini, abbandonavano la fascia costiera.

Il comando Tedesco aveva ordinato di sgomberare tutta la zona occidentale della città, in previsione di un attacco alleato dal mare, dicevano loro. In realtà cercavano più spazio possibile per le operazioni dei loro genieri.

Quindi, mio giovane amico, non si stavano per nulla ritirando.

Da quella direzione, specie di notte, provenivano i boati di tremende esplosioni causate dai guastatori della Wermacht, meticolosamente impegnati a far terra bruciata e procurare un po' di quella cenere evocata dal loro Führer. Tutto ciò in una città già annichilita dai bombardamenti alleati. Vennero giù fabbriche e cantieri lungo tutta la striscia litoranea della città. Agli scoppi, ormai, quasi non ci si faceva più caso, avevamo ancora nei timpani il boato della Caterina Costa.

Quando la nave esplose, era un tranquillo pomeriggio di primavera, e noi ragazzi stavamo giocando con gli strummulilli sempre nello stesso punto di Piazza Carlo III, proprio sotto il nostro muretto.

Nel preciso istante in cui la mia trottola toccò il suolo, la terra tremò come se l'esplosione si fosse portata via mezza città. Ricordo i frammenti incandescenti che piovvero dal cielo come micidiali meteore. Portò morte e devastazione su un raggio molto ampio. Glie lo assicuro, non è solo una leggenda, alcuni pezzi della nave raggiunsero addirittura i quartieri collinari del Vomero. Furono più di 600, i morti, e 3000 i feriti.

Molte persone caddero in terra scosse dall'onda d'urto e alcuni gridarono all'allarme Aereo, anche se nessuna sirena aveva annunciato l'imminente catastrofe, così come accadeva per molti dei bombardamenti che, sovente, si presentavano sottoforma di sorprese notturne.

Intanto l'esodo dei profughi procedeva sotto i nostri occhi. Alcuni spostamenti avvenivano, alla spicciolata, anche di notte e nonostante il coprifuoco.

Tutti quei volti erano segnati dall'angoscia di chi aveva dovuto abbandonare la propria casa nell'atroce dubbio di non ritrovarla, una volta che tutto fosse finito.

Ma noi continuavamo a giocare, tirando calci a un pallone fatto di stracci e che, quando lo spago che lo teneva insieme si spezzava, dovevamo raccogliere e arrotolare.

- Quanta povera gente... a proposito, mio cugino Gennaro, mi ha detto che a S. Lucia e' tedesc hanno caricato nu sacco e gente ngopp e' camion... p'è purtà a Germania.

Disse a un certo punto Luigi Giaquinto.

- Allora m'aggio stà accort! Comme se nun bastassene è bombe ca ce caren ngape.

Aggiunse Augusto, il marito di mia sorella Angela.

- Augù... cà ce avimma sta accort tutte quante. Questi sò uommenicchie2 e nun ce mettono tanto a te fucilà.

Lo ammonì Luigi. Lui ci aveva già combattuto, nel 1918 era sul Piave.

Dall'alto della sua esperienza nessuno osò controbattere. Del resto, in quei giorni di occupazione, l'odio nei confronti dei tedeschi, assistiti nei rastrellamenti dalle segnalazioni dei fascisti, stava raggiungendo livelli estremi.

Come se ciò non bastasse, un decreto del comandante Schöll stabilì il servizio obbligatorio di lavoro per gli uomini. Viste le premesse, la partecipazione dei napoletani, inutile dirlo, fu piuttosto esigua.

Il colonnello Schöll lo interpretò come un autentico atto di sabotaggio e, in tutta risposta, ordinò il rastrellamento a tappeto di ogni maschio adulto e Augusto, che era stato da poco congedato da caporale maggiore dopo la campagna in Grecia, non aveva alcuna intenzione di separarsi di nuovo da Angela, soprattutto ora che lei era in attesa di un figlio. Mia sorella era al secondo mese.

Era già difficile procurarsi da mangiare in quelle condizioni, figuriamoci se lo avessero portato chissà dove.

Chi avrebbe badato a lei? No, di guerra ne avevamo tutti abbastanza, persino io che ne avevo subito solo le conseguenze indirette, fatte di stenti, fame e allarmi aerei ma ero solo un bambino e, nonostante tutto, a quell'età riuscivo ancora a pensare che tutto fosse un gioco, compresa la presenza delle cape ‘e fierr, che noi ragazzi, all'inizio, seguivamo nella speranza di un pezzo di cioccolata o di qualche galletta da sgranocchiare.

Un giorno, era prima dell'8 di settembre e la Germania era ancora nostra alleata, due soldati tedeschi stavano bivaccando nello spiazzo erboso di fronte al Serraglio.

Mi fermarono.

- Kinder! Kinder! Preko! Unterhalt!

Ripetevano mentre scompigliavano i miei capelli biondi.

Mi regalarono un'intera tavoletta di cioccolato, ricordo che corsi via per portarla a casa, prima che ci ripensassero.

Dopo quel giorno, però, tutto cambiò, compreso l'atteggiamento dei soldati della Wermacht, che divennero estremamente sospettosi e piuttosto determinati nel rispondere a ogni minimo cenno di resistenza, o d'insubordinazione.

Con l'ordinanza del ventuno settembre, i tedeschi tentarono di far leva sulla fame che imperava in città per farsi consegnare eventuali soldati alleati e militari italiani. Il premio consisteva in mille lire più una fornitura di provviste. Di soldati, sopratutto italiani, in città ce n'erano a centinaia, nascosti un po' ovunque nella "Napoli sotterranea" e assistiti dalla generosità di coraggiosi o incoscienti popolani, scelga lei. Quasi tutti i palazzi del centro antico hanno, infatti, un accesso alle "grotte" dove erano occultate anche molte armi.

La fame era tanta e, ciò nonostante, neanche un soldato fu consegnato, tuttavia, ogni occasione che si offriva per recuperare qualche vettovaglia era preziosa, specie dopo che i tedeschi avevano requisito di tutto, inclusi i pochi capi di bestiame ancora disponibili. Ricordo che a farne le spese fu anche Trezzella, la mucca che Giuseppina Scognamiglio custodiva gelosamente nella rimessa del suo basso. A volte mamma mi mandava a prendere il latte da lei.

La povera bestia, però, in quei giorni era in asciutta e non aveva latte ma se la portarono via lo stesso. Mi colpì molto vedere Giuseppina piangere Trezzella come se le avessero portato via una sorella.

Fu da quel giorno che riuscii ad avere un'immagine più precisa degli orchi delle favole, quelle che, ogni tanto, mi raccontava mia madre. Solo che quegli orchi, per opera di nobili cavalieri o eroici principi, finivano sempre male.

Già, mio caro amico, chissà dov'erano i "principi" e i "cavalieri"?

È brutto smettere di credere nelle favole. Il passaggio dall'infanzia all'età della ragione è già traumatico in condizioni normali ma, quando si hanno solo sette anni, è dura rendersi conto così bruscamente di quanto crudele possa essere la vita.

La vita, tuttavia, è strana con le sue possibilità e circostanze, che appaiono ancor più bizzarre se incastrate in un contesto come la Napoli di quei giorni, poiché appena il giorno prima mi era capitato di imbattermi in un'oca. Candida e grassa, vagava tra le macerie di un palazzo crollato nel corso dell'ultimo bombardamento alleato.

Non ci pensai su più di tanto e, senza aspettare che qualcuno prima di me potesse approfittarne, in un attimo le fui addosso. La strinsi a me talmente forte che non ce la faceva a liberare le ali e, quando la portai a casa, senza farci troppe domande, "ai miracoli non si guarda in bocca", disse mio padre, riuscimmo a mettere un po' di carne sotto i denti, dopo quattro settimane.



Commenti

pubblicato il 16/06/2010 13.28.06
corvinvet, ha scritto: Questo è il link per leggere e scaricare il romanzo integrale, completo di illustrazioni: http://docs.google.com/fileview?id=0B-hPLs-vBTlSNzU1NDIyZGUtMTUyMC00NTJlLWFjNDgtN2Y1YWMwYmM3OGE1&hl=it

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