Che giornata calda, che giornata dura, che giornata finita in lacrime bollenti mentre guidavo tornando a casa.
Ho consegnato le pagelle a voi, miei studenti di prima e ho finito per piangere io, come una sciocca.
Vi ho detto da qualche mese che mi sposerò a settembre e ci abbiamo spesso scherzato; volevate che mi sposassi in classe perché tanto, dite voi, il crocefisso già ce lo abbiamo.
Poi l’anno stava per finire e il mio trasferimento in Lombardia ha iniziato a farsi sempre più imminente, come il nostro addio. Così mi avete scritto tutti dei piccoli messaggi, per salutare quell’insegnante che se ne va, come nel film che vi ho fatto vedere.
Ora che ripenso a ciascuno dei vostri volti, so quali pensieri si racchiudevano in voi e avrei voluto conoscerli anche prima, ma questi, si sa, affiorano proprio quando sentiamo di non avere più tempo.
Oggi guardavo te Simren, seduto su quella sedia, mentre la collega ti spiegava perché non sei stato promosso e tu non guardavi né me né lei. Nei tuoi occhi che si perdevano nella classe cercavo allora di rivedere le parole che mi hai scritto: “grazie che mi ha spiegato piano piano, grazie perché mi ha spiegato gentilmente io oro so che posso imparare e io questo non lo scorderò mai più”.
Ho visto te Simone, anche tu bocciato, neppure tu mi hai guardato negli occhi, ma come posso scordare quel che mi ha scritto? “io vorrei andare a vivere dov’è la mia insegnante signorina Francesca Cantuti, ma so che non è possibile”.
Poi sei entrata tu Lili, eri agitata, distratta, non hai guardato quasi la tua pagella, eri sul punto di dire qualcosa. Sei sempre così discreta, i tuoi modi sono dolci e delicati, come ho visto in tante ragazze cinesi quando ho viaggiato nel tuo Paese. E poi mi hai sbalordito, improvvisamente ti sei voltata verso di me e mi hai detto: “prof di francese, per piacere, resta con noi, puoi? Per piacere”. Ho sentito un tonfo al cuore già troppo straziato e non so neanche cosa ti ho risposto, poi tu sei corsa via. Ti sei liberata in quest’ultimo slancio, mentre io ho sentito tutto il peso della mia scelta.
Ma soprattutto ricordo te, Alessandro. Ho detto qualcosa ai tuoi genitori a proposito del dieci che ti ho dato e proprio a te avrei voluto dire tanto, ma non sapevo cosa dire. Ti guardavo lì seduto, davanti a quella pagella luccicante di successi, pieno di promesse da quel trampolino che sono i tuoi undici anni. Sei , al pari della tua amica Vittoria, il più intelligente della classe e al pari di Vittoria il più spavaldo, eppure gli addii ci rendono tutti timidi e goffi. Ti ho stretto la mano quasi formalmente, mentre la tua era calda e gentile; e per un attimo hai esitato e hai continuato a stringere la mia. In quell’unico contatto, così semplice e così umano, ci siamo detti addio per sempre; e ripenso col cuore sofferente ma grato, alle parole della tua lettera: “resta con noi prof, per farci di nuovo “vedere la luce”.