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lavoro pubblicato giovedì 10 giugno 2010
ultima lettura lunedì 12 agosto 2019

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Una notte diversa dalle altre

di trap56. Letto 1670 volte. Dallo scaffale Fiabe

1. Pic! Pic! Pic!Qualcuno picchiettava sulla finestra della sua cameretta. Luigino, mentre scendeva dal letto, si sfregò gli occhi con i pugni: voleva essere sicuro che non stava ancora sognando. Aprì gli scuri e si trovò davanti A...

1.

Pic! Pic! Pic!
Qualcuno picchiettava sulla finestra della sua cameretta. Luigino, mentre scendeva dal letto, si sfregò gli occhi con i pugni: voleva essere sicuro che non stava ancora sognando. Aprì gli scuri e si trovò davanti Ambarabà, la sua amica civetta: due fari gialli sullo sfondo della notte nera.
"Ambarabà, dispettosa, perché..."
"Gùu! Gùu! - stridì l'uccello ravviandosi il ciuffo spettinato - Gigino, tempo non c'è da perdere (le piaceva sfoggiare un modo di parlare un po' poetico): il fiume Rivarello nero divenne più nero della nera notte durante un'eclissi di luna. Inchiostro, si fece! Deh, salvatelo!"
Cos'era successo? Viveva nel paese un orco di nome Tivulìk, che odiava i libri, soprattutto quelli di fiabe e di racconti fantastici e avventurosi. Pretendeva che i bambini guardassero sempre e solo la televisione. (Dovete sapere che a quell'epoca non esistevano i computer, i videogames, le play-station: solo la tivù). Siccome pochi bambini gli davano retta, era montato su tute le furie: andato nella grande tipografia che stampava i libri per bambini e ragazzi, aveva portato via tutto l'inchiostro, Poi l'aveva buttato nel fiume Rivarello.
La sua superficie si era subito fatta nera nera e pesante. Rivarello si sentiva soffocare, aveva grosse difficoltà di respirazione, tossiva come un vecchio con la polmonite. Si sentiva molto male. Oltretutto, non sapeva scrivere: che se ne sarebbe fatto mai di tutto quell'inchiostro?
Anche i pesci che vivevano nelle sue acque e le rane e le bisce si erano svegliati di colpo perché gli mancava l'aria: adesso boccheggiavano, ma non riuscivano a venire a galla e quei pochi che ci riuscivano morivano con la bocca o le branchie impiastrate di quella sostanza viscida che non conoscevano. I pesci, infatti, non solo sono muti, ma non sanno né scrivere né leggere.
"Gùu! Gùu! Per fortuna io ho visto tutto mentre mi specchiavo nell'acqua del mio amico fiume. Dovete fare in fretta, tu e i tuoi amici, perché altrimenti Rivarello morirà soffocato e con lui tutte le sue creature."
"Ambarabà, che ci possiamo fare, noi bambini? Vola ad avvertire i grandi: il Sindaco, il Parroco, il Direttore della Banca, il Maresciallo!"
"Séééééé! - stridì la civetta - Quelli, prima devono decidere chi deve comandare; poi a chi spetta cominciare; poi chi paga; poi chi sta davanti nelle foto per i giornali... No, tocca a te e ai tuoi amici darvi da fare, se non volete prendere parte ai funerali di Rivarello. Ricordati: voi vivrete nel futuro, dovete pretendere che i vostri genitori non ve lo rovinino! Gùu! Gùu! Corri!"
Un po' frastornato da queste parole, Luigino si vestì in qualche modo, prese il coltellino da boy-scout e uscì di casa coperto dal russare del babbo ("Ho un martello pneumatico nel letto..." diceva rassegnata la mamma).
Correndo come poteva (a dieci anni la velocità è quella che è), fece il giro degli amici della banda, tirandoli giù dal letto proprio con il grido della civetta.

2

Il campanile, un po' assonnato, borbottava che era la mezza dopo la mezzanotte. Davanti al monumento a Pinocchio, nei giardini pubblici, si ritrovarono, ciondolanti di sonno e pure un po' scocciati: Marina, otto anni; Nadia, nove; Silvana, sette; Franchino, dieci; Gianmario, nove; Pierino, nove; Sergino, dieci. Tutti fissavano imbronciati Luigino, il loro capo, con un calzino su e uno giù; una scarpa slacciata; una bretella al vento e la giacchetta del pigiama mezza infilata nel calzoncini.
"Dai, non fate su quelle facce! Adesso vi spiego tutto, poi vedete che mi date ragione. Non si scherza col futuro!"
Quattordici occhi da civetta lo illuminarono come fossero altrettanti fari alogeni. Restarono dilatati così durante tutto il racconto del capobanda, ma quasi esplosero quando Luigino esclamò gonfiando il petto, con un colpo di tosse: "Dobbiamo salvare il futuro!"
"Noi?! - sbadigliò Franchino guardando dubbioso il resto del gruppo.
"Io ho sonno! - piagnucolò Silvana - Diccelo alla mia mamma di lavare il futuro!"
"Io con la fionda posso tirare via un po' d'inchiostro. Ma dopo? - disse Gianmario grattandosi un orecchio.
"Ma Rivarello! - quasi gemette il Capo - Ci andiamo a giocare tutti i giorni: peschiamo, tiriamo su le dighe, giochiamo a rimbalzello con i sassi, d'estate facciamo il bagno. E lui adesso soffre, può anche morire!"
"Il mio papà c'ha tanti soldi, li può gettare nel fiume e loro assorbiscono... assorbono tutto l'inchiostro e siamo salvi!" sorrise trionfante Sergino.
"Fortuna che il tuo papà non è scemo come te!" lo prese in giro Nadia. Tutti giù a ridere. Buon segno: si stavano svegliando.
"Dai, - tornò alla carica Luigino- c'è nessuno che gli viene in mente niente? Il futuro mica ci aspetta noi!"
"Nel mio palazzo - squittì Marina - c'è un ragazzo grande che si chiama Dario, c'ha dodici anni e c'ha la discofia muscolare..."
"Distrofia! - la beccò Pierino il saputello, che leggeva già la Settimana Enigmistica.
"Eh, quella roba lì. - riprese sbuffando la bimba - E' una malattia che lui non può camminare e neanche stare in piedi, non sta su diritto: è sempre sulla carrozzella e gli va in casa una maestra apposta e poi guarda tanta televisione e i suoi nonni gli leggono un sacco di libri. La mia mamma dice che è tanto intelligente e sa un sacco di cose. Però muore presto."
Questa frase fece venire a tutti i brividi su e giù per la schiena, anche se un morto vero non l'avevano mai visto. Fu ancora Luigino a dare la scossa:
"Marina, dai, andiamo a casa tua!"

3.

Dario non dormiva: anche a quell'ora il nonno, che soffriva d'insonnia, gli stava leggendo un libro: "Alice nel paese delle meraviglie". E glielo spiegava: perché sembrava una favola per bimbi, ma spesso nelle favole si nascondono segreti anche per i grandi.
Gianmario tirò un sasso alla finestra; il nonno aprì e Marina, che lo conosceva, lo supplicò:
"Signor nonno! Signor nonno! Ci porti giù Dario, deve aiutarci a salvare il futuro!"
Il signor nonno stava per gridargli di tornare tutti a casa sotto le coperte se no chiamava i loro genitori, quando una civetta gli arrivò a un passo dal naso e lo guardò come lui stava guardando i bambini là sotto. Fu un attimo: non capiva cosa stava succedendo, ma sentì il cuore che pompava più forte. Se quel suo nipote tanto sfortunato poteva salvare il futuro, ebbene, lui sarebbe stato orgoglioso di aiutarlo. Gli mise una coperta sulle gambe, il berretto in testa e quasi senza spostare l'aria uscì di casa, fece entrare Dario nell'ascensore e lo portò fuori, lasciandolo nelle mani di quegli angeli mezzi insonnoliti. Gli accarezzò la testa e rientrò nella palazzina, dopo aver lanciato ai bambini un'occhiata carica di affetto. La civetta gli volò intorno con un Gùu! Gùu! festante.
"Ciao Dario!" esclamò un coro sommesso, mentre Marina gli accarezzava una mano, quasi a sottolineare il suo rapporto privilegiato.
"Ciao, ragazzi" rispose una voce che non avevano mai sentito e che in un altro momento li avrebbe fatti scappare a gambe levate. Era la prima volta che vedevano e sentivano uno così. A parte la sua vicina di casa. Ci fu un attimo di silenzio, che sembrava qualcuno dovesse scoppiare a piangere; invece Luigino fu pronto a riprendere in mano la situazione:
"Dario, tu sei intelligente e sai tante cose: ci devi aiutare a salvare il fiume Rivarello e il nostro futuro. Noi non sappiamo cosa fare!"
Il ragazzo miodistrofico li guardò come se non li vedesse, mentre una lacrima gli scivolava dall'angolo destro dell'occhio sinistro: lui, che futuro poteva sperare di salvare per sé? Però quei bambini, che nemmeno lo conoscevano, lo guardavano con tanta supplichevole fiducia, chiedevano proprio a lui, a uno immobile sulla sedia a rotelle, di aiutarli a salvare il futuro. "Tu sei uno che vale tanto, sono gli altri che sono così ciechi da non vederlo." gli ripeteva sempre il nonno.
Si sentì dentro tutta l'energia di un Ercole e chiese, con meno fatica del solito:
"Raccontatemi tutto, dai."
E Luigino raccontò.

4.

Dario ascoltò pensieroso, con la testa piegata sul petto. Pausa di silenzio. Poi parlò; a fatica, ma più chiaro e veloce di prima:
"Il nonno mi ha raccontato di un pianeta che si chiama Arrét, dove succede tutto il contrario che da noi. Così gli uomini di là mangiano e bevono tutto quello che noi scartiamo e che a noi fa male. Purtroppo non possono venire a vivere qui, perché i Terrestri non credono alla loro esistenza. Io ci credo, però, e posso provare a chiedergli di aiutarci."
Silenzio.
"Sì, va bene - disse Luigino poco convinto - ma dove si trova questo... questo Atterra, come ci si arriva?"
"Si trova - ricominciò Dario quasi eccitato - in una regione che sta fra il Cielo e la Terra, non si sa dove: gli uomini, l'ho già detto, non possono vederla perché non ci credono."
"E noi come ci arriviamo, così in alto - quasi piagnucolò Sergino - che non abbiamo gli aerei e gli elicotteri?"
"Noi... noi ci possiamo arrivare sulle ali della fantasia e con le nostre gambe! Cioè... - abbassò la voce, Dario, con un tono amaro - voi con le vostre gambe. Vi... ci serve una scala lunga, lunghissima! Nessuno di voi ce l'ha? Nessuno ha un'idea? Coraggio, tiriamo fuori il coraggio della fantasia!"
Silenzio, spezzato solo dal frusciare delle ali di Ambarabà, da qualche suo gùu gùu! gùu! e dall'asma di Rivarello, che respirava sempre più a fatica.
Nadia si batté il palmo della mano destra sulla fronte, esclamando:
"Ce l'ho, l'idea! Nel mio condominio abita un bambino cieco: lui suona il piano, è bravissimo e la mia mamma dice che per esercitarsi deve suonare tante tante note tutte di fila, che si chiamano scale musicali. Se noi attacchiamo insieme le scale che lui ci suona, forse arriviamo su quel pianeta là..."
"Sììì! -esplose, a modo suo, Dario - portaci dal tuo amico cieco e convinciamolo a suonare per noi!"
Nessuno ebbe il coraggio di dire niente in contrario e corsero tutti verso la casa di Nadia. La carrozzina di Dario la spingevano in due, sudando anche un po'. Ci volle tutta la dolcezza della sua vicina di casa, per convincere Carletto a scendere in strada; però lo affascinarono e incuriosirono anche tutte quelle voci di bambini accalorati. A quell'ora, poi.
Una volta all'aperto, gli raccontarono tutto per filo e per segno; dopo le presentazioni, certo, perché lui non conosceva nessuno: gli altri bambini non andavano mai a trovarlo a casa.
"Allora io dovrei suonare tante scale tutte di fila e voi le attaccate insieme e poi salite salite e arrivate da questi... questi..."
"Irtsérret, così si chiamano gli abitanti del pianeta Arrét."
"Pfff! - sbuffò Carletto che già si sentiva a suo agio - Più facile chiamarsi terrestri, dai! Va bene, ci sto, anche se non so nuotare e non ho mai visto il fiume e i pesci. Però mi piace ascoltare la sua musica, i suoi animali, le sue piante. Ma con che cosa suono le scale? Se mi metto al piano sveglio tutto il condominio".
Franchino disse che suo fratello suonava la pianola in un complessino e la teneva nel garage sotto casa. Lasciati lì Dario e Carletto con le bambine, i maschietti corsero a recuperare il prezioso strumento. Erano sempre più eccitati e stanchi e ancora eccitati.
La civetta Ambarabà fu l'unico essere vivente a godersi lo spettacolo che ne seguì: un bimbetto cieco guidato per mano da due materne fanciulle sue coetanee; un ragazzino miodistrofico in carrozzella spinto, con qualche sussulto, da due grintosi mocciosi un po' sudati e tenuto per mano da una serissima crocerossina di otto anni; una pianola trasportata con mille precauzioni e altrettante gocce di sudore da tre aspiranti facchini. Tutti insieme diretti alla radura sulle sponde del Rivarello.

5.

E Carletto cominciò a suonare, come solo un bambino cieco innamorato sa fare. Erano semplici scale, note che salivano e scendevano, ma così cariche di sentimento e di dolce passione che le nubi nel cielo rallentarono la loro corsa: volevano fare il pieno di tenerezza in vista del lungo viaggio.
La pianola - lo so che siete curiosi! - l'avevano sistemata vicino al capannone di uno zio di Pierino, dove c'era anche l'attacco per la corrente.
Non era facile: Nadia e Silvana erano rimaste vicine al pianista, mentre il resto della banda faceva sforzi da bue per far salire anche Dario. Avevano deciso che non poteva restare a terra proprio lui, che sapeva tutto degli Irtsérret. E poi non era giusto, solo perché non poteva camminare. Franchino, Gianmario, Luigino, Pierino e Sergino si davano il cambio un po' a tirare, un po' a spingere la carrozzella. Certo, non volavano, ma volevano - dovevano! - farcela. Carletto percepiva il loro ansimare, annusava il loro sudare: ogni tanto interrompeva le scale e li faceva riposare sulle note ristoratrici della musica classica. Non sapevano che cosa ascoltavano, ma in quel momento impararono ad amare i Notturni di Chopin e "Al chiaro di Luna" di Beethoven. Dopo ogni sosta ripartivano con nuovo ardore e vigore. Gli stessi che metteva il piccolo musicista nel far danzare le dita sui tasti. Saranno state le mani delle due bambine appoggiate sulle sue spalle?
Strinsero i denti, sbuffarono, diventarono rossi per lo sforzo, qualcuno fu sul punto di piangere. Ma non si poteva, davanti alle amichette. Alla fine, il gioco di squadra ebbe la meglio: misero piede, tutti insieme, sul pianeta Arrét. Che buffo, la gente camminava sulle mani e al posto dei guanti aveva le scarpe. Anche gli Irtsérret guardavano i bambini incuriositi, ma senza diffidenza: essendo l'opposto dei terrestri, erano molto tolleranti e ben disposti verso chi era diverso da loro.
Subito però scoppiò il dramma: non c'era verso di capirsi. Qualche rara parola, qua e là, ma niente che servisse. Luigino provò anche a mettersi a testa in giù, sulle mani, ma servì solo a divertire i padroni di casa. Quando si rimise sui piedi, esclamò: "Questi hanno una faccia strana, sembrano quasi i mongoli, cioè... i mongoldi, no... i..."
"I mongoloidi - disse Dario. E poi tutto serio - Il nonno mi ha spiegato che è una malattia che si chiama sindone di Down o qualcosa del genere. Infatti, adesso che li guardo bene..."
"Vicino a casa mia ci abita un bambino con quella malattia lì, - intervenne Pierino - me l'ha detto la mamma: lei non vuole che diciamo che è scemo, ma noi non lo facciamo giocare con noi perché ci fa un po' impressione."

6.

"Forse ci siamo! - esclamò, a modo suo, Dario - Dobbiamo scendere a prenderlo e portarlo qui: lui e questa gente magari possono capirsi."
"Sce-scendere e poi ri-risalire? - gemette Franchino, come se gli avessero ordinato di fare i compiti delle vacanze estive tutti in una settimana - Io sono morto!"
Anche gli altri non è che fossero conciati meglio: le loro facce parlavano per loro.
"Ragazzi, non pote... non possiamo mollare proprio adesso! Il fiume Rivarello soffre, forse sta morendo e con lui gli animali e le piante e il no... - groppo alla gola - nostro futuro. DOBBIAMO salvarli! Ce la possiamo fare! Avete portato me fin quassù in carrozzella, vi rendete conto?! Facciamo così: scendete voi quattro - indicando Gianmario, Luigino, Pierino e Sergino - e noi tre vi aspettiamo qui. Di corsa, non c'è tempo da perdere!"
Di fronte all'energia e alla decisione del più malmesso di loro, i quattro moschettieri fecero un bel respirone e si precipitarono giù per le scale a rotta di collo. Giunti a terra, spiegarono al volo la situazione agli altri tre: Nadia rimase con Carletto che ne approfittò per riposarsi (sudava anche lui), mentre Silvana si unì agli altri.
Per fortuna loro e del mondo intero, Marco, il bambino con la sindrome di Down, aveva un nonno che soffriva di insonnia (male molto diffuso a una certa età). Lo trovarono sul balcone che fischiettava con l'usignolo; due parole di spiegazione - un po' confuse per la verità - e l'anziano senzasonno accompagnò il nipote mezzo addormentato in mezzo a quel gruppetto di ometti così seri ed eccitati al tempo stesso. Marco si svegliò del tutto quando vide Pierino, che conosceva, e Silvana. Allegramente seguì i suoi nuovi amici e si lasciò spingere e trascinare su per le scale musicali senza opporre resistenza.
Bastò che vedesse gli Irtsérret: emise grida di gioia e cominciò a camminare sulle mani, barcollando. Anche loro gli fecero un sacco di feste, quasi suscitando un po' di invidia nei suoi compagni di viaggio. Subito messa da parte, di fronte a quel che stava accadendo sotto i loro occhi: con intrecci di gambe, botte sui fianchi, sorrisi, risate, strette di mano e di piede, grugniti, linguacce, carezze... Marco riuscì a trasmettere ai suoi nuovi amici extraterrestri il succo di quanto Luigino gli aveva raccontato mentre salivano le scale.
Gli Irtsérret diedero segno di aver capito benissimo: con l'acquolina alla bocca, un bel gruppo di loro si precipitò lungo le scale musicali, seguiti a fatica dai nostri eroi, impegnati a gestire Dario e Marco.

7.

Il fiume Rivarello se la spassò un mondo: quegli strani esseri che camminavano sulle mani leccavano e succhiavano le sue acque nere con tanto gusto e avidità da fargli un solletico senza pari. Non solo: mano a mano che si ingozzavano di acque inchiostrate lui recuperava una respirazione normale, senza più affanno. Il suo cuore riprese a battere con il ritmo di una vecchia pendola sonnolenta, insieme a tutte le creature che gli vivevano dentro e intorno.
Non fu semplice, ci volle un po' di tempo; ma quando il sole cominciò a scacciare le tenebre punzecchiandole con i suoi raggi, il fiume correva nuovamente placido, cristallino e carico di vita.
I primi abitanti di Borgo Natìo che si recavano alle loro attività quotidiane scorsero un gruppo di bambini sdraiati sulla sponda del fiume: si avvicinarono preoccupati, ma videro che dormivano tranquilli, anche se con l'aria un po' affaticata. Tra loro, una carrozzella con un ragazzino accasciato e una pianola saldamente abbracciata da uno dei piccoli dormienti. I genitori, che si erano appena accorti della loro scomparsa, li abbracciarono piangendo e ringraziando il cielo che non gli era successo niente. I più preoccupati erano quelli di Carletto, Dario e Marco, che invece parevano contenti come non mai. Interrogati a mente fresca, dopo una bella dormita, i bambini riuscirono solo a raccontare strane storie di fiumi di inchiostro, scale musicali che portano a pianeti di gente che vive a testa in giù e parla la lingua dei mongoloidi. Anche i nonni di Dario e Marco ricordavano solo strani sogni di bimbi che girano di notte guidati da una civetta. Va da sé che il fiume Rivarello, era muto come i suoi pesci, ma se la rideva sotto i baffi.
Sta di fatto che da quel giorno Carletto, Dario e Marco ebbero un sacco di nuovi amici e i loro nonni divennero i nonni di tutti.
Non solo: la nuova combriccola cominciò a rompere le scatole a genitori, parenti e vicini di casa perché nessuno lasciasse più in giro i rifiuti o li gettasse nelle acque del Rivarello.
Insomma: vissero tutti felici e contenti.

Bé, proprio tutti, no. L'orco Tivulìk era sparito dalla circolazione, nessuno sapeva dove fosse finito. Purtroppo per lui, gli Irtsérret insieme a tutte le altre porcherie terrestri erano molto golosi della carne di orco. Dicevano che con un contorno di suole delle scarpe consumate era di una bontà squisita.
Che ci volete fare: nessuno è perfetto.



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