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lavoro pubblicato venerdì 28 maggio 2010
ultima lettura lunedì 13 gennaio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Warzone

di minushabens. Letto 908 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Avanzo lentamente fra i muri semidistrutti. Sono leggermente piegato sulle ginocchia, per offrire un bersaglio meno visibile. Il casco di kevlar mi protegge la testa, leggero come la neve. Il mio fucile d'assalto Colt M4A1 è punt...

Avanzo lentamente fra i muri semidistrutti.

Sono leggermente piegato sulle ginocchia, per offrire un bersaglio meno visibile.

Il casco di kevlar mi protegge la testa, leggero come la neve.

Il mio fucile d'assalto Colt M4A1 è puntato verso il terreno davanti a me, leggermente obliquo.

L'ho messo in modalità semiautomatica e la sicura è tolta da un pezzo.

Vengano pure, quei bastardi.

Certo che però potevano darcela un'arma italiana.

Che so, una Beretta.

È una brutta pubblicità: con tutte le armi che produciamo, non ci fidiamo ad usarle neppure noi.

Ad un tratto, sento uno scricchiolìo.

Non è forte, ma è sufficiente a bloccarmi, completamente congelato dove sono, novella statua di cera.

Quando i polmoni cominciano a bruciarmi, riprendo a respirare.

Dietro un muro alla mia destra, in un vicolo, c'è qualcuno, ne sono sicuro.

E non è uno dei miei compagni.

Decido di aspettarlo, accovacciato dietro un mucchio di quegli stessi calcinacci che lo stanno condannando.

Il mio fucile ora è ad altezza uomo, il dito sul grilletto già mezzo premuto.

Aspetto.

Sento il peso del mio giubbotto antiproiettile in kevlar e fibre di nylon.

Mi chiedo se possa davvero fermare un colpo di kalashnikov.

Dopotutto, non ha molta importanza, mi dico.

Basta non farsi colpire: è l'unico modo sicuro di uscirne vivo.

Aspetto.

Sento i sassolini imprimere la loro forma nel mio ginocchio destro, appoggiato per terra.

Quel bastardo ci sta mettendo troppo.

Forse è rimasto ferito nell'imboscata di prima.

Dev'essere così, non avrebbe senso fermarsi ad aspettare sapendo di avermi alle spalle.

Nemmeno io ho tutto il giorno.

Decido di avanzare.

Mi muovo con la massima cautela, vado ad appoggiarmi con la schiena a quel muro che lo nasconde, vicino all'angolo.

Il tempo di riprendere fiato silenziosamente.

Lo scricchiolio continua, invariato.

Se mi sta davvero aspettando e mi butto allo sbaraglio sono morto.

Estraggo uno specchietto dalla cinta e lo avvicino con molta cautela allo spigolo.

Voglio vederlo, quel bastardo.

Voglio guardarlo così bene da poter contare i peli della sua barba, e poi voglio imbottirlo di piombo.

Piombo e acciaio, a essere precisi.

Sposto lo specchietto un po' più in là.

Ora posso vedere.

Non c'è nessuno.

La tensione si scioglie in un istante.

Non riesco a capacitarmi.

Allora mi alzo ed entro nel vicolo, guardingo.

In quel momento la vedo.

Una bottiglia di plastica da due litri, bella spessa, infilata in un mucchietto di ghiaia e pezzetti di muro, gonfia in maniera oscena.

Dentro, un liquido trasparente e parecchi pezzetti di allumino da cucina.

Ormai, è un istante.

L'H2SO4 si combina con l'Al3 formando Al3SO4, innocuo, e svariati litri per grammo di H2.

La pressione della bottiglia si alza in un modo che non riesco nemmeno ad immaginare.

Allora, raggiunto il punto di rottura della plastica, esplode.

In tutto questo io sono rimasto fermo come un palo.

Un palo completamente idiota.

Sono a circa quattro metri dall'ordigno, l'esplosione non è certo così potente da colpirmi, ma la ghiaia scagliata in aria, beh...

Sento un colpo, forte, alla faccia e cado all'indietro, sul culo.

La vista mi si copre per metà di un velo rosso pulsante, mentre un dolore che non credevo nemmeno di poter provare mi travolge.

Piango e bestemmio mentre mi tocco il lato sinistro della faccia e capisco di poter dare l'addio alla visione stereoscopica.

Sotto i miei polpastrelli, dove una volta c'era un occhio, riesco a sentire il bordo ruvido di un pezzetto di cemento.


Non sarà questo a fermarmi.

Nella cintura ho una dose di morfina a 10mg.

Me la inietto nella coscia e getto via la siringa.

So che non è molto, ma dovrebbe bastare per tre o quattro ore.

Quando comincia a fare effetto, mi sembra di tornare a vivere.

Allora estraggo dalla mia faccia il pezzettino di cemento, disinfetto la ferita e metto insieme una specie di fasciatura.

Tutto questo in 17 minuti.

Quel bastardo non può essere lontano.

Mi getto di nuovo sulla strada, finché arrivo ad uno slargo.

Questa una volta doveva essere una piazza.

Vedo una strada alla mia sinistra e una alla mia destra.

Dannazione.

Testa, sinistra; croce, destra.

Testa.

Entro nella via.

Muri alti, finestre sbarrate, zero portoni.

Faccio per avanzare, ma lo sguardo mi cade in un angolino, vicino ad un mozzicone d'idrante.

C'è, anonimo e letale, un pacchettino bianco, sembra polistirolo.

Lo riconosco subito per una carica di C-4 con detonatore di prossimità.

Un gioiellino che rileva movimenti nelle vicinanze ed esplode solo se ci passa qualcuno, regalino della squadra di esploratori che ha anticipato la mia.

Quella bomba è quasi più intelligente di me.

Quello, di qui, non è passato di sicuro.

Torno indietro, mi avvio sulla destra.

Testa di cazzo.

Questa strada porta dritta nella zona tre.

La zona tre è il feudo privato del Gen. Ayala, famoso per essere solito appendere i guerriglieri ai lampioni con dei ganci da macellaio.

Non può essere così pazzo da essersi infilato nella casa del diavolo.

Non può nemmeno essere sparito.

Torno nella piazza, penso al da farsi.

Mi infilo una sigaretta in bocca, abbasso un poco la testa per accenderla.

Allora la vedo.

Una grata delle fogne è stata forzata e poi appoggiata al marciapiede.

Le fogne, cazzo.

Si dice che ci siano pantegane talmente grosse da riuscire a mangiare un mastino.

La pagherà anche per questo.


La fogna è umida e buia, l'aria fresca.

Puzza come la morte, ma temevo peggio.

Non vedo topi.

Maledetti cazzari.

Avanzo lentamente, tentando di abituare gli occhi al buio.

Sono a metà di un tunnel, quando succede.

Inciampo con le gambe in una cordicella sottile, si strappa.

Subito sento un rumore come di fiammifero che si accende.

Un puzzo dolciastro mi assale, il fumo si diffonde e in un secondo sto rantolando, cerco aria, accecato.

Ingredienti per un fumogeno artigianale: nitrato di potassio, zucchero, bicarbonato di sodio.

Un fiammifero e una cordicella per la trappola.

Mi sento come se fossi già morto.

Ho appena il tempo di pensarlo, che comincia a sparare.

I colpi secchi dell'AK47 rimbombano nella galleria come colpi di tosse di un bambino troppo magro.

Dopo tre anni di guerra mi chiedo dove cazzo riescano ancora a trovare dello zucchero.

Mi sono abbassato per cercare di respirare.

Sento un paio di colpi che mi ronzano sopra la testa, come dei calabroni.

Allora, il colpo di genio.

Lancio un grido strozzato.

Mi lascio cadere di peso sul marciapiede che stavo percorrendo.

Faccio anche in modo che il mio elmetto rotoli rumorosamente qua e là.

Poi mi lascio scivolare lentamente e nel massimo silenzio nel rigagnolo fetido subito alla mia sinistra.

Non può avermi sentito, il tunnel è ancora pieno di echi.

Non può avermi visto, il suo stesso fumo lo acceca.

Silenzio.

Un passo.

Un passo.

Aspetto.

Lo spigolo del marciapiede mi copre, ma neppure io lo posso vedere.

Un passo.

Un passo.

Il mio orecchio è incollato al marciapiede, come gli indiani dei film western.

Un passo.

Un passo.

Ormai è di fianco a me.

Non perdo tempo a pensare.

Mi alzo in ginocchio di scatto, abbraccio le sue gambe e lo mando a sbattere con la faccia sul pavimento di pietra.

Il resto è un lampo.

Lui si gira sulla schiena.

Cerca di sollevare il fucile, grida.

Io sento solo il mio cuore.

Gli salto a cavalcioni sul petto, le ginocchia bloccano il fucile.

Lo colpisco un paio di volte.

Poi, con la coda dell'occhio, lo vedo.

Afferro l'elmetto di kevlar rinforzato con la sinistra, con la destra lo tengo per i capelli, colpisco.

Colpisco una, tre, dieci volte, finché l'unico rumore prodotto dal colpo non è quello rivoltante e viscido di una spugna bagnata.

Allora mi fermo, calmo.

Rimetto il casco, raccolgo il fucile.

Ho vinto.

Ora non devo fare altro che tornare allo studio televisivo a ritirare il mio premio.

Sono il nuovo campione di Warzone.

Mentre me ne vado, cominciano ad arrivare i primi topi, attirati dal cibo ancora caldo.

In effetti, sono belli grossi.



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