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Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 27 maggio 2010
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

UNA VOLTA SONO STATA UN FANTASMA

di YvetteLaRouge. Letto 752 volte. Dallo scaffale Pulp

- ALPHA -     Io sono un fantasma. Vedete, sono morta, lì sulla moquette. Vi state chiedendo come sono morta, vero? Stavo facendo l’amore. Proprio. Facevo l’amore e stavo  per avere un orgasmo:è cos&...


- ALPHA -

Io sono un fantasma. Vedete, sono morta, lì sulla moquette.

Vi state chiedendo come sono morta, vero?

Stavo facendo l’amore.

Proprio.

Facevo l’amore e stavo per avere un orgasmo:è così che sono morta.

Impossibile, direte voi. Possibilissimo, vi dico io.

E’ successo tre mesi fa.

Ad una festa.

“ Non ci posso credere. Non stai parlando sul serio.”

“Mai stata tanto seria in vita mia, te lo giuro.”

“Mi vuoi dare la colpa, è questo che vuoi fare, vero?”

“Figuriamoci, è solo colpa mia. Non dire così. E non essere ridicolo, ti prego.”

Breve pausa di riflessione, sospiro e sguardo basso, al tavolo.

Mani nelle mani.

“Boh, forse è anche un po’ colpa mia”.

“Ma no, te l’ho detto: è successo e basta. Non è colpa di nessuno. Se non te lo avessi fatto notare, tu non te ne saresti nemmeno accorto e tutto sarebbe rimasto come prima. Oppure no. Credi che sia così importante alla fine?”

“ Vuoi la verità?”

“ Io voglio sempre la verità. Ma se devi farmi male, allora dimmi pure una bugia. Menti o dimmi anche solo una mezza verità. Lasciami la porta aperta, così posso sparire con la mia illusione e fare finta che qualcosa rimane, dopotutto.”

Proprio non ce la fa a guardarmi negli occhi.

Proprio non ce la può fare.

E io cosa mai potrei dirgli ancora?

“ Io ti amo.”

“Ed è stato bello, davvero. Ed è stato brutto. E’ stato tutto.“

Quella alla destra del tavolo, un po’ pallida, sono io. Di fronte a me c’è lui. Inutile dirvi i nostri nomi, tanto non cambierebbe nulla e la storia, in ogni caso, rimane sempre quella.

Tre mesi prima, dieci anni prima, non avrei parlato così, non avrei mai detto quelle parole e mai avrei pensato di abbandonarlo al suo destino.

Ma la vita è ineffabile amici miei, adesso sono un ectoplasma e non posso fare che questo.

Credevo di essere assolutamente una parte di quel destino.

Credevo tante cose veramente ma, nel novanta per cento dei casi, le cose che credevo avevano il libretto delle istruzioni sbagliato.

Ero analfabeta e non lo sapevo.

Fatto sta.

Fatto sta che è successo e adesso, amen.

Fatto sta che adesso io e lui stiamo così, uno di fronte all’altro.

E lui che mi tiene le mani e dice: “ sono fredde, te le riscaldo”.

Io lascio fare, so benissimo che non si riscalderanno.

E lo sa anche lui.

Perché io sono un fantasma.

E lui era lì con me quando è successo.

Noi siamo amici.

I migliori amici in cui si possa sperare di inciampare un qualsiasi giorno della tua vita.

Prego, cambiate velocemente inquadratura.

Eccoci qua: a casa mia.

Ho ventidue anni.

Urlo e rido.

Ecco, guardate verso la porta: Dondini.

Quasi non entra dalla porta.

Il ritratto della salute.

Saluta tutti e si fionda in cucina verso la torta.

A seguire: me stessa e lui, appena arrivato.

“ Cioè, non è che non mi va di rispondere alla tua domanda, è solo che non ci ho mai pensato. Tutto qui”.

Questa sono io, pressata dalle domande di Dondini, che intanto- causa esame rifiutato- sfoga la delusione sulla prima torta che gli capita a tiro.

Ingurgita fette intere, in fretta, come i mulinelli: non fai in tempo a guardare nel piatto che la fetta di torta è già sparita. Si chiama fame nervosa. Ma anche fame chimica. O fame e basta. Parla con la bocca piena e le briciole cadono sul tavolo leggere come la pioggia del primo mattino. Sul tavolo si è formato un cimitero di briciole. Vittime della sua fame nervosa.

Una prece per le briciole. Amen.

“ Tu mi vuoi dire… mi stai dicendo, che non te lo sei mai chiesto? Non posso crederci, dai ”

“ Eh no, davvero, cioè. Non credo sia obbligatorio, sai ? Insomma non è che… cioè … quello che volevo dire è che non è che è un interruttore e allora accendi o spegni e capisci se è sì oppure no. Ecco… se proprio devo dirti… insomma sono imbarazzata. Sono cose intime capisci?”

“ Beh l’altro ieri abbiamo parlato di come ho silurato B. e adesso mi dici che questa è una cosa intima? Andiamo… mi prendi per il culo?”

“ Sì, cioè, ma fare sesso non è come avere una relazione, no?”

“Ma come cazzo parli? Fare sesso non è come avere una relazione

Eccomi qui, con le spalle al muro e anche la torta mi sta per andare di traverso.

Non voglio rispondere.

Possibile che Dondini voglia usarmi tanta violenza?

E’ la verità: non mi sono mai fatta la domanda.

Ho una specie di fidanzato da un po’. Uno che se ne sta lì, fermo, nella sua completa e solida fermezza, convinto di avere una vera relazione con me.

Per me invece, è solo un ripiego, ma ancora non sono riuscita a convincermi che le cose stiano davvero così. L’ho lasciato ma poi sono semplicemente tornata indietro per riuscire a trovare un punto fermo e lì mi sono attaccata.

Come una bicicletta ad un senso vietato.

Non lo vedo mai.

Abita in un altro posto.

Quando mi serve, è lì.

Per oggi me ne sono liberata. Non sa neanche della festa. In verità della mia vita sa poco.

Giusto quello che gli serve sapere quando ci vediamo: sto bene, sto male, ho mangiato grazie. Quando torni? Non mi fare sorprese perché non mi piacciono.

Ecco.

Siamo solo al sesto bicchiere di qualcosa di molto alcolico e molto fermentato e sono stanca di opporre resistenza, se mi trovo con le benedette spalle al muro é anche colpa sua.

Di Dondini, intendo dire.

Me la smena da settimane con questo fatto del fidanzato per ripiego.

Tanto vale rispondere.

“ Beh, vabbé, che c’entra. Io di lui, ho una stima infinita.“

“Ah.”

E qui Dondini sputa il pezzo di torta che ha appena messo in bocca, nel piatto. Non può ridere e mangiare contemporaneamente. Le briciole sono morte definitivamente. Adesso abbiamo il Lago delle Briciole Perdute.

“ Non ridere cazzone. Senza stima non si va nessuna parte. E’ un requisito fondamentale. Lo capisci?”

“ Sì, sì. Se lo dici tu… E tu cosa ne pensi caro Batterflai?”

Batterflai.

Al secolo partorito, detto e nominato dai suoi genitori.

Al secolo la persona che poco fa, mi stava dicendo “ti amo”.

Per la precisione.

Detto Batterflai perché le donne per lui sono tutte fiori da impollinare, me compresa. Ma io sono il suo fiore preferito. Impollinato quattro anni or sono.

Batterflai che si siede sulla sedia e mi abbraccia.

Me medesima, ormai al settimo bicchiere di qualcosa di molto alcolico e fermentato. .

Batterflai, se la ride:“ che ti devo dire, caro? Non puoi non provare stima per quell’uomo. E’ un brav’uomo. Vero?”

Io e Batterflai ci si conosce da secoli: quindici anni io e diciotto anni - e qualche brufolo - lui.

Abitiamo nello stesso paese e io mi sono trasferita in questa città inquinata per stare con lui.

Il nostro è un paese niente male, vicino al mare.

Quando ci siamo visti per la prima volta, stavo attraversando la strada di corsa per andare a trovare un’amica; Bat e un tizio amico suo, a momenti non mi mettevano sotto con la macchina.

Un investimento in piena regola se non fosse stato per la prontezza di riflessi di Bat, che si é poi fermato per valutare i danni.

L’ho insultato e me ne sono andata, un cretino con i brufoli.

Poi ci siamo persi di vista.

Io avevo già il fidanzatino, ero la ragazza di L., il bellissimo L. dagli occhi verdi.

Poi, L. dagli Occhi Verdi dopo avermi fatto perdere la verginità ha pensato che la cellulite della mia migliore amica del mare fosse più interessante e così io ho capito, per la prima volta, che i ragazzi non sono sempre carini, ma – incredibile – possono anche essere degli stronzi.

Avevamo fatto l’amore solo dieci volte.

Ho passato un mese in clausura, senza bere né mangiare, poi ho deciso che era ora di prendere la patente.

Nel frattempo L. il Bellissimo Dagli Occhi Verdi mi ha richiamato ma solo perché La. Pi. ( che sta per La Puttana con la P Maiuscola) è tornata a casa sua nella città del Nord. E io sono andata a prendere la patente, appunto.

Così ho rivisto Batterflai.

Un giorno, per caso.

E Batterflai si è fermato a parlare con me.

E io mi sono fermata a parlare con Batterflai.

E siamo usciti.

Da amici, perché non ero pronta per un’altra storia.

Le solite menate post adolescenziali.

Lo so: mi ero attaccata alle tende per un mese, ma la vita va avanti. Ma poi sono uscita e ho deciso che la mia formazione non era ancora finita.

Avevo appena cominciato.

Insomma, dopo qualche anno di amicizia, il tempo di iscrivermi all’università per poterlo vedere ogni giorno, eccomi sotto la mia casa da matricola mentre lo bacio appassionatamente e sento le campane. Le avrei sentite altre n- volte ma tutte con i campanari sbagliati.

Lui era il Master of the Universe dei campanari.

E’ stato come per l’oca di Lorenz.

Mentre mi baciava, si è acceso un led luminoso molto Hollywood che avvertiva i condomini che finalmente, dopo anni, mi stava baciando.

Con la lingua in bocca.

Quel bacio, per me, è rimasto l’unità di misura per capire se qualcuno mi piace oppure no.

Lui è il solo che io riconosco.

Ora, tre mesi fa, siamo qui: mangiamo una torta e ci ubriachiamo con qualcosa di molto alcolico e fermentato gentilmente concesso da Rockfeller, detto così per la sua innata signorilità e immensa ricchezza.

Una prece alla sua ricchezza.

E’ lui che ci mantiene.

Il suo qualcosa di molto alcolico e fermentato finirà presto e lui finirà in mutande, ma ancora non lo sa.

Sono arrivate le altre donne.

Rock continua a girare con il cilum in una mano e le canne in un’altra: sembra un venditore di tappeti.

Qualcuno si mette a pomiciare sul divano.

La casa è piena di gente: c’è stato il passaparola. Questa sarà ricordata come La FESTA.

Non ce ne saranno altre.

Eccomi.

Sono all’ottavo bicchiere di qualcosa di molto alcolico e fermentato e avverto un forte senso di nausea.

Ballo con Rockfeller che si è spogliato.

Rock si spoglia sempre quando è ubriaco.

Ama stare in mutande. E’ quello il suo stile.

Lui, di qualcosa di molto fermentato e alcolico ne ha bevuti molti più di otto.

E’ alla catarsi.

Bat si è messo a giocare a briscola in cucina e io cerco di stargli lontano.

Impossibile.

Si alza, molla la partita, si avvicina mi abbraccia e mi dice qualcosa come “dobbiamo parlare”.

“ Io con te non ci parlo”

“ Sì invece, dobbiamo parlare. Di noi”

“ Di noi? Dobbiamo parlare di noi? Anzi, guarda, vai via. Non ci sono noi. Ci sono io e mi sto divertendo.”

Mi prende la mano e va dritto e sicuro in un altro posto.

“Allora…”

Lo guardo mentre è seduto sul mio letto. Incrocio le braccia giusto il tempo di capire come mi dovrei difendere. Tanto so che non servirà.

“ Beh, siamo qui. Dunque…”

“ Adesso direi che siamo liberi tutti e due e…”

Errore. Lui é libero, io no. Gli ho detto una bugia. Non è vero che ho lasciato il mio fidanzato finto perché lo stimo. Lo stimo è vero, ma non l’ho lasciato. Non esattamente.

Si chiama pausa di riflessione.

La madre di tutte le strategie di fuga.

Bat, se stasera mi dici una bugia e mi dici che mi ami lo lascio subito e per davvero.

Ora.

Dimmi una bugia ti prego.

“ Sì, siamo liberi e dunque? Vuoi parlare di noi?”

“Vorrei dirti che tu per me sei come i passeri nel bosco. Sei come i gabbiani: trovi uno scoglio, ma poi devi volare da qualche parte e non si sa mai se ritorni, quando ritorni, dove vai…”

“ Se tu me lo chiedessi, io ti direi dove vado. Potresti sempre raggiungermi se solo ne avessi voglia. Ma non credo che sia questo quello che desideri. Vuoi questo? Non mi chiedi mai dove vado e soprattutto non mi chiedi mai di restare.”

“ Questo non è vero, lo sai meglio di me.”

“ Oh no, me lo hai chiesto una volta sola ma non era esattamente un resta qui con me, non andare. Mi hai solo chiesto devi andare? E io ti ho risposto vuoi che resti? E tu hai detto no.”

“ Ma ti ho regalato quella collana. Te l’ho regalata e aveva un significato preciso. Tu questo lo sai. Vero che lo sai?”

Sì, lo so.

La collana.

Bat me l’ha regalata la prima volta che abbiamo fatto l’amore.

Era sotto Natale e stavamo bevendo un bicchiere di vino bianco. Non ci vedevamo da due mesi: da quando gli avevo scritto una lettera struggente e traboccante di sentimenti da appendice.

Lui aveva risposto che non poteva amarmi.

Io avevo cominciato a fumare.

Come al solito, invece, ci eravamo rivisti, avevamo fatto la pace. Come per la campane, questa storia si sarebbe ripetuta n-volte. Bat era il Master Of the Universe del ribordo.

Adesso si stava lì, bevevamo vino come se non fosse successo niente – in fondo cosa era successo? ci eravamo solo baciati.

“ Voglio fare l’amore con te.”

“…”

“ Voglio fare l’amore con te”.

“ Va bene”.

“Ti passo a prendere stasera”.

Era il giorno di Santo Stefano, non faceva freddo e il mare era una tavola. Durante la cena non abbiamo quasi parlato, ci guardavamo, scambiavamo alcuni monosillabi e ridevamo.

Mi sembrava di essere in quei film post sessantotto quando fare l’amore era l’inizio di un viaggio karmico.

Lui era il mio karma.

Lo abbiamo fatto sul letto dei suoi come due adolescenti che invece di studiare si mettono a limonare perché cazzo, quella canzone ci acchiappa un fracchio. Il giorno dopo Bat mi ha regalato la collana per dirmi che non era stata una scopata, che c’era qualcosa di spirituale, che non serviva stare insieme, perché saremmo stati per sempre. Era una croce.

Ed eravamo due sordidi post-adolescenti un po’ stupidi.

“Ok. Che vuoi? Dimmelo svelto perché di là si stanno divertendo e voglio divertirmi anche io”.

Ecco, mi bacia.

Ecco, facciamo l’amore.

E’ passato poco più di un anno: siamo di nuovo due corpi che si muovono insieme, vestiti che scivolano via come l’acqua fresca.

Siamo una sola pelle.

Un solo respiro.

Affannato.

Due occhi.

Due mani.

Un sorriso.

Un pensiero.

La schiena si curva e io chiudo gli occhi e mi perdo.

Scivolo via, risucchiata non so dove.

Allungo le braccia, dico qualcosa ma emetto suoni muti, un grido silenzioso. Lo sento lontano da me, è un grido sussurrato. Un’eco lontana, viziata.

Mi stringo forte a lui, respiro affannosamente,abbasso la testa.

Il suo odore speziato e sono morta.

Clinicamente si chiama colpo.

Clinicamente si chiama accidente cerebrovascolare.

Le mie funzionalità encefaliche hanno subito forti perturbazioni, come se un uragano si fosse abbattuto fra le pieghe della mia materia cerebrale.

Ma non c’è niente da ricostruire.

Non ci posso credere, mi è preso un colpo a ventidue anni. Il tempo di un sospiro e non ho avuto il tempo di salutare, di dire “beh, io toglierei il disturbo e tante care cose a tutti.”

Mi sarebbe piaciuto dire qualche frase di circostanza o sapere se quando si muore si è contenti oppure no. Se la morte è una liberazione oppure se il momento del trapasso fa così paura.

Sti cazzi, non ho vissuto la mia morte.

E’ pazzesco.

Invece mi è preso uno stramaledetto colpo, vi rendete conto?

Le mie cellule cerebrali hanno improvvisamente deciso di morire. Loro, non io.

Non so quanto tempo sono rimasta a faccia in giù sopra Batterflai. Mi sembra di non sentire il battito del suo cuore, la sua voce è lontana. Se ne resta lì, sotto di me mentre guarda il soffitto e deglutisce.

Mi fischiano le orecchie, un ronzio persistente e fastidioso come se avessi un intero sciame di zanzare accanto.

Bat sta parlando ma io non riesco a capire esattamente cosa dice, qualcosa del tipo: “---nche---o—n---esc—parlar---anca---respiro”.

Faccio fatica ad alzarmi sui gomiti e a guardarlo in faccia, mi dice “ hai la pelle bianca come la porcellana non me ne ero mai accorto”

Gli dico: “ non mi sento molto bene Batterflai, rivestiamoci dai…anzi guarda vestiti e torna di là… io cerco di riprendermi eh…”

Ma lui continua a fissarmi, non distoglie lo sguardo. Le pieghe della sua bocca si curvano leggermente all’ingiù, sgrana gli occhi e mi indica ripetutamente. Si allontana e io non capisco. Non capisco.

“ Cosa c’è è finita la festa? Non sento più nessuno…”

La festa è finita sì. Dormono tutti.

“ No… no…tu tu tu…” rantola.

“ Cosa?”

Comincio a toccarmi la faccia, mi sembra di toccare il cristallo. Fredda.

Mi giro per controllare la finestra. E’ chiusa.

Mi tocco i capelli e una ciocca cade.

“oddio, sto diventando calva per lo shock…”

“No…tu…il tuo cuore…”

“ Il mio cuore…”

Metto le mani sul mio cuore, mi sto spaventando.

Guardo in direzione dello specchio e mi avvicino.

In modo fortuito, lentamente.

Emetto un grido muto.

La mia pelle è bianca con lievi riflessi azzurri.

Il mio cuore è una luce fluorescente.

Cado sulle ginocchia, ansimando.

“oddio di-io…oddio mio ommiodddio”

Le mani sulla faccia.

“Ommioddio… ommioddio…sono morta.”

“Sì credo…credo che tu sia decisamente morta sì.”

“Ti dispiace?”

“ Beh un pò… parecchio…molto. Mi dispiace.”

Mi guarda mortificato. Le mani nelle tasche dei jeans che ha appena infilato.

“Anche a me.”

“E adesso cosa facciamo?”

“Cosa facciamo?”

Ci guardiamo in silenzio.

“ Vuoi una tisana?” dico mentre mi rivesto , compulsivamente.

“Sì una tisana calda.”

La fluorescenza del mio cuore non si nota sotto i vestiti.

Apro la porta e infiliamo il corridoio, verso la salvezza della cucina.

Mentre metto l’acqua sul fuoco noto che non sento nulla. Posso fare simpatici esperimenti con il fuoco.

Bat sta in silenzio, seduto.

Preparo le tazze e mi siedo.

“beh… in fondo…non è cambiato niente no? Sono ancora qui. Tecnicamente sono morta, ma tu mi vedi, mi tocchi, mi parli… ergo…tutto a posto no? Tutto come prima.”

La facile ironia è una delle mie qualità migliori.

“ Non ci posso credere. Non stai parlando sul serio.”

“Mai stata tanto seria in vita mia, te lo giuro.”

“Mi vuoi dare la colpa, è questo che vuoi fare, vero?”

“Figuriamoci, è solo colpa mia. Non dire così. E non essere ridicolo, ti prego.”

Breve pausa di riflessione, sospiro e sguardo basso, al tavolo. Mani nelle mani.

“Boh, forse è anche un po’ colpa mia”.

“Ma no, te l’ho detto: è successo e basta. Non è colpa di nessuno. Se non te lo avessi fatto notare, tu non te ne saresti nemmeno accorto e tutto sarebbe rimasto come prima. Oppure no. Credi che sia così importante alla fine?”

“ Vuoi la verità?”

“ Io voglio sempre la verità. Ma se devi farmi male, allora dimmi pure una bugia. Menti o dimmi anche solo una mezza verità. Lasciami la porta aperta, così posso sparire con la mia illusione e fare finta che qualcosa rimane, dopotutto.”

Proprio non ce la fa a guardarmi negli occhi.

Proprio non ce la può fare. E io cosa mai potrei dirgli ancora?

“ Io ti amo.”

“Ed è stato bello, davvero, Bat. Ed è stato brutto. E’ stato tutto.“

( Ma sono morta adesso.)

“ E adesso?”

E adesso.

Adesso dovrò dirlo a tutti che sono morta

- Con la cortese partecipazione di -

Quando sei vivo non pensi mai a chi vorresti dirlo, che sei morto.

La morte è l’unico momento dell’esistenza in cui non sei in grado di assumerti responsabilità.

E’ la fine del libero arbitrio.

La morte non è democratica.

E’ panteistica.

Ma non è democratica.

Non hai possibilità di scelta.

Muori, punto.

Non puoi scegliere chi invitare al tuo trapasso: ci sono sempre un sacco di imbucati, per motivi diversi.

E adesso sono qui.

Quando ero viva pensavo spesso alla morte.

Ma adesso la sola cosa che mi indispettisce è il fatto di non poter più bere o mangiare o avere la sensazione del tatto.

E’ sparita con l’approssimarsi del rigor mortis.

La cosa strana è che mi posso muovere, ogni tanto si bloccano le giunture e devo fare schioccare le ossa.

Come dici a qualcuno che sei morto?

Non voglio dirlo a tutti, solo alle persone che contano, per me.

“Ok Bat, senti cosa facciamo. Una lista.”

“Una lista di cosa?”

“Una specie di lista degli invitati. Devo dirlo che sono morta, avvertire.”

“ Beh sì…”

“Ecco dovrò dirlo ai miei genitori, a mia sorella…”

“Agli altri…”

Sì devo dirlo ai miei amici.

“Mi dispiace che sei morta, sto soffrendo. Ho un dolore qui. Io…”

“No, non devi. Ormai non ci sono più. Ma io l’ho sempre saputo che in fondo mi hai amata. Sono cose che capitano Bat. Non te la prendere. Non farti consolare, ti prego. Aiutami.”

Lì, seduti al tavolo della cucina, sotto la luce artificiale, cominciamo a stilare la lista.

Molte versioni.

Cancellature, rimaneggiamenti.

Alla fine, ce l’ho fatta.

Adesso sono pronta.

Posso andare.


- Chi mi ha generato –

Mia madre ha le unghie finte, i capelli biondo platino, la sigaretta in bocca e un rossetto fucsia.

E’ perennemente stirata, impeccabile e profumata.

Risolve i gravi problemi della nostra famiglia con un buon bicchiere e una magnifica seduta dal parrucchiere.

Che è il suo amante.

E’ uno dei motivi fondamentali per cui non sarà mai come le donne del mio paese, con la faccia tirata dalla vita.

Ci pensa il suo dermatologo.

Che è il suo amante.

Non ha una ruga.

Da piccola mi piaceva il suo profumo misto a quello del tabacco.

Mi rassicurava. La osservavo mentre si truccava e si lasciava abbracciare da mio padre.

Mio padre.

Mio padre è un caro ragazzo. E’ più giovane di mia madre.

E’ bello.

E’ accomodante.

E’ mansueto.

Sai sempre dove trovarlo.

Vivono tutti nella grande casa di famiglia.

Con mia nonna.

La madre di mio padre.

La Matriarca.

Anche mia sorella.

E’ sposata.

Ha due figlie.

Busso alla porta e aspetto.

Nessuno viene mai ad aprire.

Qualcuno si ricorda di avere sentito un rumore provenire dall’ingresso e apre.

E’ mia madre.

Sembra sorpresa: lo è, decisamente.

“ Tua sorella è ingrassata di quattro chili e ….cielo…tesoro come sei pallida!”

Si dirige verso il salone ingresso: “ le ho detto di mettersi a dieta, ma lei …cosa vuoi…due bambine…ma mangi? Comunque, il parrucchiere non l’ho prenotato , potevi avvertire…”

Si ferma all’improvviso e si gira verso di me.

“Ciao mamma”.

Fa per abbracciarmi, ma mi scosto.

“ Vado a riposarmi, il viaggio è stato lungo”

Non ho il coraggio di dire niente.

Cosa posso dire?

Ho bisogno di trovare il tempo giusto.

Il modo giusto.

Il luogo giusto.

La misura delle cose.

La sofferenza .

L’accettazione.

Perdersi nel labirinto.

Mi guardo intorno e mi sembra di vedere tutto per la prima volta.

Non è nostalgia, è un sentimento che mi lascia interdetta.

Colgo l’odore della sorpresa e della paura.

La paura che ti prende prima di tutto.

Mi siedo sul bordo del letto e fisso la porta.

E’ più difficile del previsto.

La morte è incosciente e non hai tempo di pensare al dolore degli altri.

“Fanculo” penso.

Mi accendo una sigaretta e rimango così : i gomiti sulle gambe, la sigaretta accesa fra le dita e la testa fra le mani.

Silenzio.

Bussano piano, con discrezione.

E’ mio padre.

“ Posso?”

“Padre…certo, entra. Ti aspettavo.”

Mi tremano le gambe.

Sento terribilmente la sua mancanza, adesso più di prima.

Abbiamo sempre avuto un rapporto dialettico.

Il rifiuto della sua presenza assente è stata una delle certezze della mia vita.

“Come stai?”

Lo guardo per un momento di traverso e mi mordo le labbra

Per essere morta me la cavo benissimo.

Non sono ancora andata in decomposizione.

Riesco persino a fumare vedi?

Oh e sapessi, ho anche fatto l’amore e ho pianto e provo la rabbia e lo sgomento.

E mi perdo.

Mi ritrovo.

Sogno.

A parte il dormire.

A parte la sete.

A parte che non sono più viva.

A parte molte cose.

Ma tu come mi trovi?

Bene?

Non mi trovi anche tu un po’ pallida anche tu ?

Dimmi papà…

“Sono solo un po’ stanca a causa del viaggio, ma tranquillo papà. Sto bene.”

“Bene, mi sei mancata.”

“Anche tu mi sei mancato.”

Ok .

“Che dici scendiamo?”

Scendiamo.

Formalità da espletare.

La visita alla Grande Matriarca.

Mio padre è biondo naturale.

Non ha amiche parrucchiere.

Ha un migliore amico dai tempi delle sue personalissime rivolte studentesche.

Ho sempre pensato che fossero fidanzati.

Papà è un fan di David Bowie.

Quello di Space Oddity però. Quello amico di Iggy Pop.

Anche lui vorrebbe abbracciarmi, ma preferisco evitare il contatto fisico.

Non voglio che mi senta fredda e liscia come il sapone.

“Papà, rimaniamo ancora un momento qui...vuoi?”

“Certo…come preferisci.”

Adesso siamo in due, seduti sul bordo del letto, a fissare la porta, in un silenzio imbarazzato a causa del vuoto dei nostri pensieri.

Osservo il viso di mio padre con la coda dell’occhio. Cerco di cogliere un’espressione, un sussulto, uno sbadiglio di insofferenza.

E se lo dicessi ora che sono morta? Se lo dicessi solo a lui? O se facessi finta di essere viva e di morire lentamente, gradualmente, così come dovrebbe essere, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo.

Potrei addestrarli al dolore.

Potrei abituarli.

O forse c’è una morte nella morte e così posso fingere di essere ancora viva.

Onanismo della mente.

Mi accendo un’altra sigaretta e sorrido a mio padre.

In fondo mi piace questo silenzio, si avvicina alla mia dimensione surreale.

Canticchio “ check ignition and may God love be with youuuu….”

Mi prende una mano e sorride.

“Ne hai una per me?”

“Certo papà, fumiamo.”

E torniamo in silenzio.

A fissare la porta.

Adesso so quando.

Non so come.

- Interno giorno-

Sono tutti in cucina.

Frementi, è quasi ora di pranzo.

Mia madre è ai fornelli, il bicchiere in mano e la sigaretta, il grembiule allacciato come viene.

E’singolare vederla così, intendo dire intenta a cucinare, fare qualcosa che assomigli vagamente alle cose che fanno le madri e cioè cucinare, lavare, stirare, rammendare e fare di conto.

Urla qualcosa dietro mia sorella che insegue le bambine che hanno preso gli ingredienti del nostro pranzo, ora macerie sul pavimento.

Mia nonna osserva seduta, la faccia di sale.

Anni fa le ho regalato una foto di Bette Davies.

Non ha notato le differenze.

Mi vedono solo quando arrivo al centro della cucina.

Mia sorella si ferma : “ Sei tornata!” allunga il passo nella mia direzione e mi abbraccia forte.

Non resisto e l’abbraccio anche io.

Troverò una miserabile scusa, eventualmente.

Invece non se ne accorge.

Mia nonna è seduta in un angolo, in una posa imperiosa, il bastone poggiato per terra, dritto, rigido.

Più la guardo e più mi sembra di vederla in bianco e nero tanto è uguale a Bette Davies.

Gli occhi rotondi e la bocca piccola, sempre in una posa stizzita e altera.

E’ sempre stata vecchia , almeno da quando sono nata io.

Esistono delle persone che nascono già anziane.

La Matriarca è una di queste.

E’ nata così come la vedo oggi: bastone, vestito, acconciatura e sedia.

Il più delle volte l’ho vista seduta sulla poltrona del suo studio o seduta da qualche altra parte, raramente in piedi.

In un attimo sono attraversata da un pensiero: non so se quello che vedo è reale o è solo una percezione filtrata dai miei ricordi di ex .

Ex viva.

Se tutti mi percepiscono come viva allora i miei pensieri sono reali così come le mie azioni e dunque anche quello che vedo deve esserlo per forza.

Io non ho mai creduto alla metafisica, figuriamoci alla filosofia.

E’ piccola mia nonna, minuscola e magra. Potresti abbatterla con la punta di un dito.

Lei è la Matriarca.

Io sono sicura che ha almeno cento anni, ma le cronache ne riportano molti di meno.

La casa in cui viviamo è sua.

Non mi ricordo altre case da quando sono nata.

“ Nonna anche tu qui. Sono secoli che non ti vedo, nemmeno fossi morta.”

“ Cara vieni ad abbracciare la tua vecchia nonna e dimmi quante te ne sono rimaste?”

“Di vite? Nessuna temo.”

“No cara. Di vitamine.”

Le vitamine della nonna.

Anfetamine.

Usate prima della Seconda Guerra Mondiale e responsabili della sua laurea cum laude in Filosofia.

Gliele aveva fornite un suo amante, un certo ragazzo a cui dava lezioni su Schopenauer, su di un prato, uno che non aveva voglia di studiare perché voleva andare a letto con Bette Davies e la vita era stata troppo amara per lui.

Matriarca doveva laurearsi in fretta, viveva da sola e i vicini credevano che la sua fosse un covo antifascista cosa che, in effetti, era.

Ma a lei piaceva l’ansia da prestazione.

Vitamine postmoderne.

Funzionavano.

Potevano funzionare anche con me.

Le spacciava il massaro della casa, quello che faceva il formaggio e accudiva le pecore, un albanese arrivato a casa nostra per vie arcane e misteriose,portato qui dal mio bisnonno per non so quali traffici, quando tutti ospitavano i disperati e i disperati usavano il sapone di marsiglia al posto della schiuma da bagno e i disperati eravamo anche noi.

La prima volta che mia nonna aveva conosciuto le signore vitamine era appena tornata per le vacanze.

Era estate e la sorella del padre le aveva parlato del nuovo massaro e di quanto fosse bravo a calmare i bollenti spiriti e a curare l’indolenza.

Così mia nonna era andata dietro il frantoio, verso i pascoli, per conoscere questa meraviglia della natura che aveva domato la zitella della casa.

Emirjion era un ragazzo dalla pelle scura e dagli occhi neri, veniva dalle montagne del nord dell’Albania ed era scappato perché aveva ucciso un uomo per il possesso di una pecora sbagliata.

Una volta arrivato a Valona aveva conosciuto il mio bisnonno farmacista e così se lo era portato al paese insieme al suo carico di anfetamine che poteva rivendere sfuse a metà del prezzo e con più convenienza.

Emirijon teneva per sé una parte, diciamo un extra per fedeltà al padrone.

Erano diventati buoni amici lui e la Matriarca, a lui piaceva l’aria imperiosa di mia nonna e a mia nonna piaceva il fatto che a lui piacesse essere comandato.

Quando le vacanze erano finite Emirijon fece un regalo a matriarca.

Che ebbe modo di apprezzare.

Ogni volta che tornavo all’Università me ne dava un sacchettino.

“Il tuo ricostituente, cara”

E io dicevo “Grazie”

Ogni tanto le rivendevo ai miei amici bisognosi ma solo nella misura in cui constatavo l’effettivo bisogno di vitamine.

Mia sorella apparecchia, nella grande sala da pranzo ricavata dalla fu stalla dei bei tempi andati.

Mio padre è chiuso nel suo studio perché è l’ora di “ Waiting in vain” omaggio al suo defunto matrimonio alcuni anni or sono a causa dell’uomo delle mèches.

Mio cognato è l’albero e le mie nipoti le scimmiette.

E io ripasso a mente la retorica dei defunti.

Ve lo dico alla fine, quando arriva la torta al cioccolato, perché il cioccolato fa bene alla salute.

Io lo so.

L’ho sentito.

Il cioccolato, è dimostrato, riduce il rischio di patologie cardiovascolari. Grazie all’azione di squadra dei flavonoidi, degli antiossidanti, dei polifenoli e del magnesio soprattutto-capitano del team- che, attraverso la trasmissione neuromuscolare degli stimoli nervosi, rende l’organismo in grado di adattarsi alle situazioni più stressanti.

Come una bomba, un disastro nucleare, il fatto che non sono più.

E voi sarete più rilassati quando ve lo dirò.

Io avrò reso omaggio alla Grande Empatia e mi sentirò meno in colpa e meno incazzata per il fatto di essere morta come un vecchio bavoso qualsiasi che schiatta mentre si fa una ragazzina.

E soprattutto vi dirò che vi amo.

Sì, vi amo.

Tutti.

E voi non ne sarete sorpresi anzi, direte : “ cara, ma noi lo abbiamo sempre saputo. Ovvio che ti amiamo anche noi. Non è quello che fai è come si è dentro che conta”.

E piangeremo tutti e ci abbracceremo e scorreranno i titoli di coda su campo americano con musica e violini e ci ameremo per sempre.

E la nonna butterà nel cesso le vitamine e tu mamma, smetterai di truccarti come l’ultimo dei pagliacci in cerca di occupazione nell’ultimo circo di periferia, e tu, papà, ascolterai solo musica classica e metterai una giacca, smettendola con le tue tute da ginnastica e taglierai i capelli.

E mia sorella farà mettere le scarpe alle sue figlie.

Oh, e saremo tutti felici nell’infelicità e io me ne andrò.

Me andrò.

Sì, ma dove?

Dove sono io adesso? Cosa farò dopo?

Mi dovrò accomodare dentro una bara chiudendo gli occhi e aspettando l’incoscienza?

Andrò in decomposizione improvvisamente?

O si aprirà un varco e andrò verso la luce?

Mi dissolverò?

Smetterò di pensare?

Sarò vento?

Cenere?

Sarò chi o sarò cosa?

Parleranno di me dicendo “lì dentro c’è solo il suo cadavere, non è più lei?”

Piangeranno ascoltando una vecchia canzone?

E diranno magari: “ Ti ricordi quella volta che?”

O diranno: “ sì ma poi non era tutto rose e fiori, aveva il suo carattere, come tutti del resto”.

Useranno l’imperfetto, ricordandomi?

Ci sediamo a tavola.

Come sempre c’è un posto vuoto, apparecchiato.

E della mia nonna defunta.

Come fosse stata mia madre, non quella adottiva, quella vera.

E’ morta tre anni fa.

Io non l’ho lasciata un attimo.

Quando se ne è andata mi ero assopita un momento e lei ha emesso un lungo suono atonale.

E’ andata via così.

Sotto le luci al neon.

Coperta dalle lenzuola dell’ospedale.

Non siamo morte allo stesso modo: è questa la mia considerazione.

Individualismo e panteismo.

Seppellita nel cimitero di famiglia.

Il suo ricordo mangia con noi.

Siamo a tavola, in silenzio.

Mangiamo e diciamo cose ovvie e minute che appartengono alla vita di tutti i giorni.

Le bambine si contendono il pollo recuperato tempo prima dal pavimento.

Mia sorella chiede a mia madre di farle stare zitte.

“E insomma le ho chiamate e ho detto che non apro la tomba di mia madre solo per controllare che l’anello è finito nella bara per sbaglio…sono passati tre anni. Si sarà anche ossidato”

Mia sorella fa una delle sue facce e compulsivamente si tocca la fronte, facendomi un cenno, come se io dovessi intervenire e dire qualcosa.

Ma cosa posso dire?

“Mamma gli anelli d’oro non si ossidano e i diamanti sono fatti di carbonio, non vanno in decomposizione come i corpi animati.”

La questione dell’anello di famiglia aveva tenuto in scacco i rapporti fra mia madre e le sue sorelle a lungo durante la malattia di nonnamadre.

Era passato di generazione in generazione acquistando un significato al limite del mistico.

Nonna madre lo usava come strumento ricattatorio per non rimanere da sola.

Non sarebbe mai stata sola e lo sapeva.

Alla fine il trofeo lo aveva vinto mia madre con una buona parte di bile da parte delle sorellastre.

Nonnamadre aveva affidato a noi il compito della sua dipartita.

Il funerale era stato sobrio e partecipato.

Andavo regolarmente al cimitero quando ero a casa.

Le portavo dei fiori ma anche cioccolatini.

E le parlavo.

Faranno così anche con me?

Mi parleranno quando sarò sottoterra?

Era passato qualche anno e pensavo che si fosse mummificata, non sopportavo l’idea della decomposizione del suo viso.

Non ci sarei andata al cimitero questa volta, fra poco avremmo preso qualcosa da quel “qualche parte chissà dove si trova e come si sta”.

Ed eccoci qui, tutti a tavola, davanti a un pollo lavato sotto l’acqua corrente.

Mia nonna seduta a capotavola, mio padre a destra e mia madre a sinistra poi le mie nipoti, mia sorella e suo marito , io e il posto vuoto all’altro capo del tavolo.

Non dico una parola , guardo il piatto e aspetto l’ultima portata.

L’epifania che mi faccia parlare.

Quel miracolo sottile e indecifrabile che mi fornirà il momento e le parole giuste.

Confesso a me stessa di essere emozionata.

Non fossi morta non sarebbe mai capitata un’occasione del genere.

Capita di dire “ sono morta” ma, nella maggior parte dei casi, si tratta di una metafora.

Arriva il dolce e gioco con la forchetta sulla fetta di torta.

Un dolce violentato dalla mia ansia da prestazione, schiacciato dal peso delle parole che sto per pronunciare.

Continuo a tenere lo sguardo basso.

Decido di contare fino a dieci e di dirlo, subito senza pause.

Uno, due tre eccetera sono morta e adesso scusatemi tutti si è fatto tardi e addio.

Ci vediamo al cimitero.

Uno.

Respiro.

Due.

Respiro.

Tre.

Respiro.

Quattro.

Respiro.

Cinque.

Respiro.

Sei.

Respiro.

Sette.

Respiro.

Otto.

Respiro.

Nove.

Respiro.

Dieci.

“ Ecco volevo dire…”

“Ecco volevo ben dire che ancora non avevate finito di pranzare, meno male perché il viaggio è stato lungo e abbiamo una certa fame” .

Ci giriamo tutti.

Sono le Perfide Zie del Famigerato Anello.

Una versione bruna di mia madre.

Una delle due porta in braccio uno shaker formato gigante.

Ho sempre saputo del suo amore per gli aperitivi doc, ma fino a questo punto.

Sono complementari.

Una alta magra e nera molto chic e l’altra corta grassa e nera e poco chic.

Perfida Magra si siede al posto di nonna madre morta.

E appoggia lo shaker a tavola.

Ci sarà qualcosa da festeggiare.

Perfida Corta rimane in piedi, con la borsetta ben stretta tra le mani.

Perfida Magra incrocia le gambe e appoggia un gomito allo schienale della sedia.

Nella frazione di secondo che intercorre fra il suo sguardo panoramico e l’inizio del suo discorso penso che si tratti di una vera maleducata.

Non avrò più il coraggio.

Maledetta.

“Cosa sei venuta a fare qui?”

Mia madre quando vuole sa essere diretta.

“Ecco ….noi…portiamo la mamma con noi”

“Lo fai per l’anello è così? Dillo. Ma l’anello non c’è più.”

Perfida Magra sorride.

“Stiamo partendo. Siamo solo venute a salutare. Dovresti poi ringraziarmi. Puoi salutare anche la mamma”.

“Mamma è al cimitero, lasciala stare.”

“Errore. Mamma era al cimitero”, sorride.

Mi sento in imbarazzo e un oscuro presagio aleggia nella stanza.

Sta guardando in direzione dello shaker.

“Mamma sta lì. Saluta la mamma”.

Un’oscura certezza è nella stanza insieme a noi.

Giriamo leggermente la testa, muti.

Il silenzio è assordante come quando crolla un muro piombato.

Quello che credevo fosse uno shaker è nonnamadre, ridotta alla consistenza della sabbia.

Mio cognato chiede: “ E’ zincato?”

Ma nessuno lo sta ascoltando.

Fissiamo tutti le ceneri della nonna madre.

A questo punto matriarca si alza in piedi, prende nonnamadre e la porta all’ingresso, facendo ritorno subito dopo: “ non uso portare nonne ridotte in cenere come centro tavola a pranzo”.

“Bene!” esclama Perfida Corta, “noi ce ne andiamo. Qualcuno ci dà un passaggio per la stazione?”

Andiamo in gruppo, alzandoci dalle sedie all’unisono.

Cattivi rapporti in famiglia sì, ma maleducati mai.

Perfide prendono lo shaker con i resti di mia nonna.

Alla stazione si stringono tutti fra di loro, come per formare un muro.

Il saluto è sbrigativo.

Mentre il treno si allontana Matriarca tira fuori qualcosa di piccolo dalla tasca.

E’ l’anello.

“Adesso se ne staranno tranquille.”

Uno.

Respiro respiro.

Due

Respiro respiro.

Tre.

Respiro respiro.

Quattro.

Respiro respiro.

Cinque.

“SONO MORTA! SONO DANNATAMENTE E INESORABILMENTE MORTA! MORTA! KAPUT! SCHIATTATA! NON VIVENTE! MORTA!”

Alzo la maglietta per mostrare il cuore.

Mi fissano stolidi.

Mia sorella si volta verso il marito: “ E adesso chi ce li tiene i bambini?”

Mia madre porta le mani alla bocca per non gridare mentre mio padre l’abbraccia.

Mia nonna, capofila, rimane in piedi, poggiandosi saldamente al bastone, compie una smorfia asimmetrica: “Cara, non alterarti. Era meglio se prendevi le vitamine. Perché non mi hai ascoltato”

Sospiro e abbasso la testa.

“Mi dispiace”, sussurro.

- Tutto quello che conta voglio lasciarlo qui-

La morte non è un pensiero vuoto.

Io credevo che fosse un pensiero vuoto.

Mi sembra tutto così vero.

E lo è.

Ma il mio viaggio non è ancora finito.

Mi accorgo di avere fatto alcuni errori di valutazione, di essermi persa.

Ho reso tutto facile.

Ma avrei dovuto essere disperata?

Sono ancora sorpresa .

Dalla brevità della mia vita, anche se mi sono adattata a questa condizione temporanea.

Non mi sfiora nemmeno l’idea che tutto questo possa essere infinito.

Perché io non voglio che sia infinito.

Ho il diritto di chiudere gli occhi.

Ma voglio dire addio.

E se la cosa chiamata morte non esiste è solo una trasformazione della nostra essenza carnale.

Rimaniamo allo stato etereo: milioni di anime fluttuanti nell’atmosfera che guardano verso il basso e a volte guardano il proprio ombelico incapaci di accettare la temporaneità del tutto.

Solo i mobili di una casa e le sue pareti spesso ci sopravvivono.

Il processo di trasformazione è lento, lentissimo.

Eterno.

Il concetto stesso di eternità mi sfugge.

E’ mentre continuo a masturbarmi con i soliti e comuni pensieri massimi raggiungo la casa di Mario.

Il migliore amico che esista sulla terra.

Il migliore che mi sono scelta e ho trovato su piazza.

Ci siamo scelti.

Ho le chiavi di casa non prendo nemmeno il disturbo di suonare.

Mi siedo sul tappeto, metto su un po’ di musica e aspetto.

Prendo a casaccio dei libri.

Li sfoglio.

Ne potrei prendere qualcuno da portare nella tomba.

Per ammazzare la noia.

Sono distesa e appoggiata sui gomiti giocherellando con la punta di quelli che non saranno più i miei piedi – credo- fra un po’ di tempo.

Sento che aprono la porta.

Mi metto a sedere e in un attimo sono in piedi.

Il tempo di dare una spolverata alle natiche e mi avvio verso la porta.

E’ molto tardi.

Notte inoltrata.

Il rumore dei tacchi è insolente.

“Am-more mio, ma perché non mi hai detto che saresti arrivata? Avrei preparato il Comitato di accoglienza e….soprattutto mia cara, ti avrei aspettato struccato.”

Ride, Mario.

Evidentemente non sono l’unica a preparare sorprese.

E’ diventato una drag queen.

Non lo vedo da un mese e lui se ne sta lì, sospeso su un tacco quattordici con plateau di sei centimetri, abito in lamé e parrucca rossa come il rossetto che porta addosso.

“Meglio di me”, ammetto.

“ Mario sei diventato un cliché, almeno potevi metterti qualcosa di meno scontato”.

“Acida. Mi chiamo Glitter. E adoro essere un cliché. Almeno sono qualcosa”.

“Che ti è successo? Non ti bastava essere diventato Avventista del Settimo Giorno? Tu sei comunque qualcosa. ”

“Mi annoiavo. Tutti quei discorsi sulla fine del mondo, l’avvento di Cristo che fa un’inchiesta cosmica… bla bla…sai…”

“Ma se ti eri convertito perché secondo loro l’Inferno non esiste!”

“Mia cara qui siamo all’Inferno. Non ti sembrerebbe eccessivo vivere così anche da morti?”

Io ci sono ancora, qui.

Allora mi hanno mandata all’Inferno e non lo so.

“Beh e comunque è stato prima che mi convertissi al buddismo”.

“Cosa? Hai cambiato un’altra volta religione?”

Mario si siede sul divano e si toglie le scarpe e il vestito: rimane in mutande con la parrucca rossa e il trucco esagerato.

Io mi stendo sul tappeto e cominciamo a giocare alla bicicletta, piede contro piede. Lo facciamo sempre quando affrontiamo discorsi importanti.

E’ il rito propiziatorio delle confidenze.

Mario mi guarda per un attimo e mentre pedaliamo a ritmo ridotto comincia a parlare.

“Mi rimproveri e mi chiedi perché ho cambiato per l’ennesima volta religione e non mi dici niente del trucco e di tutto il resto, dei lustrini e delle paillettes….”

Accenna un sorriso.

Continuo a pedalare ancora un po’ e poi mi fermo.

“La tua fidanzata?”, chiedo.

“ Mi ha sorpreso nel corridoio dei bagni di una discoteca mentre baciavo Andrea. Non l’ho più sentita. E’ successo sei mesi fa”.

“E perché non me lo hai detto? Perché non mi hai telefonato cazzo?”

“Perché, perché, perché….e perché tanto ci saremmo visti prima o poi e perché anche per me è stato uno shock, non volevo metterti in allarme e perché …ma porca….ma che cazzo… ma ti devo sempre dire tutto? Dovevo telefonare e dirti ehi, sono frocio lo sai? E sinceramente mi piace proprio farmi sbattere il culo…e a proposito, mi piace vestirmi da donna e esibirmi nei locali facendomi mettere i soldi nel reggiseno che regge quello che non ho! E anzi scusa, se non posso avere il tempo per capire cosa cazzo mi sta succedendo, se non mi si rizza più se penso alla patata e come mai dopo avere limonato con un uomo ho un’irrefrenabile voglia di toccargli il cazzo e di scopare !”

La voce di Mario rischia di superare il muro del suono.

“E scusami allora tu se non ti ho chiesto subito perché cazzo sei entrato a casa tua vestito come la Jessica Rabbit dei poveri e perché mi sono incazzata per il buddismo invece e perché le cose non vengo mai a saperle quando succedono e adesso non posso più nemmeno fare finta di mandarti a fanculo” .

“No scusami tu se sono diventato così me stesso!”

Mi metto a ridere.

“Mario, non ci crede nessuno che stiamo litigando.”

“Si è vero cara. Non ci crede nessuno.”

Ci sediamo sul divano e mi lascio abbracciare.

“Ti senti bene amore mio? Sei fredda.”

“Ho un po’ di freddo, sì. Sarà l’aria condizionata” mento.

“Andiamo a dormire?”

“Sì andiamo a dormire. Mi terrai la mano come fai sempre?”

“Per forza tesoro, è congelata.”

A letto sento il respiro regolare di Mario e guardo il soffitto.

E comincio a ricordare.

Dicono che quando muori rivedi le sequenze più importanti della vita, come in un riassunto delle puntate precedenti prima di arrivare al gran finale.

A me non è successo.

Sta succedendo adesso e, per fortuna, è una cosa rapida.

Ventidue anni non sono molti per ricordare.

Mi lascio trasportare senza ritegno quasi cedendo alla tentazione di svegliarlo e di dirgli tutto, a muso duro.

Per poi sparire nella notte.

E lasciarlo sul letto a riflettere sulla vita e sulla morte.

Meglio essere crudeli.

Non ci credo nemmeno io.

Mi alzo lentamente dal letto e vado in cucina.

Aspetto l’alba guardando fuori dalla finestra e scatto una fotografia.

La porterò con me.

Dietro scrivo prima di salutare Mario .

Mentre osservo il sole pallido e freddo che emerge dalle nuvole non sento Mario che entra a piedi nudi in cucina.

Cammina in punta di piedi, un po’ per non fare rumore e un po’ per non disturbarmi.

“Cosa fai non dormi?”

Sorrido leggermente mentre gli rispondo facendo di no con la testa.

“ Cerco di abituarmi al silenzio. Alla solitudine. Al freddo.”

Mario si siede al tavolo e incrocia le braccia.

Sta aspettando che io parli.

“Dai, dimmi quello che mi devi dire. Sei incinta per caso? Hai lasciato lo smidollato e mollato il latitante? Vuoi farti suora? Sei innamorata di me? Perché io ti amo ma il nostro non può essere un rapporto carnale ora lo sai…ti tradirei continuamente, anche se potremmo risparmiare notevolmente sull’acquisto dei cosmetici”.

Comincio a preparare la colazione.

Li nutro tutti così rendo più dolce la notizia.

Non si rimane inerti e si ha sempre qualcosa da fare, non devo guardare le facce stupite a volte un po’ stupide.

Mi appoggio a quella che una volta veniva chiamata ghiacciaia o dispensa o qualcosa del genere e lo guardo intensamente.

Il mio cuore si surriscalda ed è un fenomeno nuovo.

E’ perché sono ansiosa.

“Mario…è vero…ti devo dire una cosa…ma non so come dirtela. Però te la devo dire. Vorrei trovare le parole giuste e scherzarci anche su, ma non ho voglia. Per me è una sofferenza. Ma devo dirtelo…”

“Allora dimmelo come ti viene”.

“Non sono più, Mario. Me ne sono andata via, anche se siamo qui a parlare. Ma volevo dirtelo di persona, non volevo che lo venissi a sapere. Io non ci sono più”.

“Non ho capito bene.”

Ha capito.

“ Mario.”

“Ok, forse ho capito. Ma perché sei venuta a dirmelo di persona? Volevo saperlo con una telefonata, sbattere la testa contro il muro e disperarmi. E adesso invece devo consolare te. Certo che sei sempre stata un’egoista.”

Ha ragione, infatti comincio a piangere.

E non sono le essudazioni della decomposizione.

Non puzzo.

Sto molto attenta all’ igiene da quando mi è capitato questo inconveniente.

Sono lacrime vere.

Piango in modo sommesso.

Poi cominciano i singhiozzi.

E poi mi butto per terra, disperata.

Io non volevo morire, cazzo.

Volevo vivere.

Volevo le rughe e le cosce cadenti.

La dentiera e i capelli che cadevano a ciocche.

L’artrosi.

Anche l’osteoporosi.

Volevo avere le manie della senilità.

Non potrò mai dire quando ero giovane, solo un misero quando ero viva.

Mi sento depredata ingiustamente.

Non potrò mai sposarmi e avere anche io un amante.

Fare dei figli e avere dei nipoti.

Solo perché ho avuto un colpo mentre stavo per avere un orgasmo.

Mi aggrappo a Mario come se Mario potesse salvarmi o farmi tornare indietro.

E penso che piango anche il suo pianto.

Che cosa posso mai lasciare dietro di me a ventidue anni?

Macerie.

Quando muori così giovane diventi solo il mito di te stessa.

“Dai, alziamoci. Usciamo.”

“ E dove andiamo Mario?”

“Beh, intanto ti metti un po’ di fondotinta che sembri un cadavere…ok lo sei…ma almeno sembrerai normale e poi devi lasciare il tuo coso lì…quello che tu chiami fidanzato”.

“ Ma io l’ho già lasciato”.

“No cocca, tu sei in pausa di riflessione. Non voglio che faccia la parte del vedovo. Quella non spetta a lui. Al restauro. ”

“ E tu?”

“Piangerò più tardi, da solo. Farà più lutto”.

Mario, nel garage di casa sua, colleziona biciclette.

Ha la mania delle “Graziella”.

Tutti i colori.

Così ne prendiamo una a testa e ci avviamo verso la casa dell’uomo con cui sono – ero – in pausa di riflessione.

- L’anima borghese dei miei stivali , ovvero l’uomo per cui nutrivo una stima infinita–

La morte è una lunga e segreta riflessione sulla misura da dare a noi stessi.

Se Dio è, ed è onnipotente e noi siamo a sua immagine e somiglianza, anche noi siamo onnipotenti.

Deliriamo dalla mattina alla sera per confutare le leggi di natura che, costantemente, ci ricordano che siamo energia rinnovabile.

Rifiuti organici pensanti che amano costruire regole sociali .

Spesso perché quello che vediamo allo specchio è sgradito.

Il mio fidanzato, per esempio.

Presentabile.

Sicuro.

Granitico.

Preciso.

Un cervello meccanico.

Come le macchine dove infili la monetina ed esce la pallina di plastica trasparente con la sorpresa dentro.

Volevo vedere fin dove può arrivare la normalità.

Non mi è neppure simpatico.

Ma ognuno sceglie il proprio capro espiatorio.

E non ho nemmeno fatto tanta fatica.

Ero la bambolina carina.

Facevo la bambolina carina.

Sono una bambolina di cera.

Io e Mario parcheggiamo le biciclette.

Suono ripetutamente il citofono.

Questa è una sorpresa.

Oggi è martedì e lui il martedì non è contemplato.

Fidanzato si contempla a week end alterni.

Lavoratore maniacale, gel congenito e pelo superfluo assassinato molti anni fa.

Igienista con la fissa del sorriso smagliante causa lavoro molto sì io ce l’ho fatta da giovane e mi piace passare i fine settimana nei posti che trovi la coscia lunga a poco prezzo perché pagare da bere costa molto di più.

E’ la punizione che mi sono riservata per amare sempre chi è più simile a me.

Non risponde nessuno al citofono, comincio a gridare.

Pascal, fidanzato di contorno, si affaccia al balcone, in accappatoio.

Evidentemente l’ora del restauro.

Mario saltella elegantemente davanti a me e infila la tromba delle scale.

Io me la prendo comoda.

Lo saluterò, gli dirò che sono schiattata, che la pausa di riflessione è terminata per cause di forza maggiore, girerò i tacchi e tornerò a casa mia per ubriacarmi un’ultima volta,scrivere il mio testamento e organizzare il mio funerale.

Pascal aspetta sulla porta con le braccia conserte.

“Ciao amore”

“Amore? Ti fai chiamare amore da questo qui? Beh…io tesoro non mi farei neanche chiamare al microfono della Rinascente da uno come te”

“Mario…ciao Pascal. Sorpresa.”

“Lo vedo. Accomodatevi”

La casa di Pascal è acciaio.

Sa di casa appena costruita.

“Toglietevi le scarpe. La cameriera ha appena pulito. E lavatevi le mani ”.

“Scommetto che si fa il bidet quando deve scopare e anche dopo.” mi sussurra Mario.

Ed ecco a voi Pascal.

Nella sua fulgida asettica forma di uomo dai mille successi.

Carrellata e primo piano.

Allontanate per un attimo lo sguardo e osservatelo: nel suo accappatoio bianco levigato e perfetto.

Stupito perché non ero prevista a quell’ora, nella sua casa, in compagnia di Mario detto Glitter.

“Posso offrirvi qualcosa?”

“Oh no io e la tua cosa qui…volevamo lasciarti”

Non dice nulla.

Il suo sguardo è bianco.

“E’ vero tesoro?”

Calmo.

“Beh…io ….non è esattamente così . Ci sto riflettendo su.”

E mi guardo le scarpe.

“ E’ modesta sai…si vergogna…avanti, su diglielo. Così si organizza per una vita migliore.”

Per la prima volta mi balena in mente l’idea che Pascal possa amarmi davvero.

“ Ma tu sei felice, Pascal?”

“ Vivo. Sereno sì. Ma che cosa c’entra questo?”

“Io non sono felice con te.”

“Che vuoi dire?”

“Che ti tradisco regolarmente da quando ci vediamo. Che sono innamorata di un’altra persona”.

“E lui ti ama?”

“Non lo so, non credo.”

“Oh sì sì ...la ama…sì caro…ma non lo sa ancora. Ci sta provando”

“Non ti ama, vero? Ti porta a letto”.

“ No, in fondo mi ama”.

“Allora non vedo dove sia il problema. Io ti amo e tu no, tu lo ami e lui non ti ama. I fattori si annullano e non cambia niente. Siamo pari. Direi che due mezze infelicità possono fare una mezza felicità. Basta accontentarsi. Io non credo alle grandi passioni. Abbiamo le nostre abitudini e con il tempo lascerai le tue cattive compagnie, cara francamente inaccettabili”.

“Ma io volevo essere felice e basta.”

“Ah”.

“ Vedi carino, il fatto è che lei non ti vuole al suo funerale capisci? Perché è morta. Totalmente scaduta. Andata. Non c’è più niente da fare. Quindi la vostra pausa di riflessione è terminata. Fine dei giochi. Te lo dico io così togliamo il disturbo. E non ti scomodare a dare le condoglianze alla famiglia o a venire al funerale. Non ti ci vogliamo. Capito? C’è già chi piange per lei calde lacrime e non sei tu.”

La sua faccia non si muove.

Gira la testa in direzione dello specchio che si trova dall’altro lato della parete e, con la stessa identica espressione sospira profondamente.

“Bene e io cosa dovrei dire adesso ai miei?”

“La verità” gli rispondo.

“ Come è successo? Come sei morta?”

“ Ho avuto un colpo”.

“No cara, non va bene.”

Mario vuole il sangue.

“ Te lo dico io come è morta. Faceva l’amore con un altro. Non ha retto all’emozione. E’ morta così. Su un tappeto. Nuda. A gambe larghe. Così. Una morte orgasmica”.

“Ah”

Mario si alza e mima la mia morte.

Due colpetti d’anca e faccia a terra con grido annesso.

“Vuoi ancora venire al suo funerale?”

“Perché mi hai tradito?”

“Perché Pascal, di te non me ne frega niente. Perché ero innamorata e lui non mi voleva. Perché ero stanca di vagare. Perché volevo dire la frase ti presento il mio fidanzato. Perché in fondo sono un’ipocrita anche io. Perché non ho mai il coraggio di dire ti amo a quelli che amo davvero. Perché non prendo mai quello che mi spetta. Perché volevo sbagliare. Perché è difficile amare senza mentire a se stessi, senza avere paura. Perché la paura di amare e basta è più forte di tutto. Perché io non la volevo la responsabilità di amare qualcuno che fosse così terribilmente simile a me. E non parlo certo di te. No. E non ti voglio al mio funerale”.

“Ok piccola, andiamo. Applauso. Inchino. Leviamo le tende. Ciao Pascal. Ti ricorderemo nel tuo accappatoio, seduto in poltrona.”

Mario mi prende e mi porta via.

Pascal ci segue, lentamente.

Non ha protestato.

Non mi volto indietro, nemmeno per sbaglio, mentre scendiamo rapidamente le scale.

Per un attimo, mentre sto per inforcare la bicicletta, mi sento ancora viva.

- Omega-

“L’universo trattiene il suo respiro,

c’è silenzio nell’aria,

la cosa chiamata morte non esiste.”

Lawrence Ferlinghetti

La morte è morte e basta.

Sappiamo cos’è solo quando moriamo.

Diversa per ognuno di noi. Uguale nella decomposizione dei nostri corpi.

Diversa nel ricordo che gli altri hanno di noi da vivi.

E sono ritornata a casa mia.

Da quando sono morta tutto è rimasto come quel giorno.

Non ho avuto il tempo di sistemare.

Cristallizzato.

In cucina ci sono ancora i resti della mia conversazione con Batterflai.

Che è lì dove l’ho lasciato quando sono andata via.

Ha gli occhi rossi.

Fissa la parete.

Ci sono tutti.

Dondini, Rockfeller.

Tutti gli altri.

Vorrei abbracciarli tutti insieme in un unico abbraccio nucleare.

Consapevole che il momento è quasi arrivato.

Restare, impossibile.

“ Finalmente sei tornata.”

“Bat. Cosa ci fate tutti qui?”

“Ti aspettavamo. E’ sembrato una vita intera. Sentivamo tutti la tua mancanza. Avevamo paura che non tornassi.”

“Ma io non me ne sono ancora andata.”

“Allora andiamo”

“Dove?”

“A salutarci”.

Fuori da quella casa.

La mia casa.

Hanno scelto il cimitero.

La bara.

L’orazione funebre.

E’ il loro regalo di morte.

E il cimitero è proprio come l’ho sempre immaginato.

All’inglese, immerso nel verde, dietro il giardino di casa mia.

All’ombra di un albero di ciliegio.

I becchini hanno già scavato la buca.

C’è anche la mia famiglia.

La morte oggi è come l’ho sempre desiderata.

Tutti intorno alla buca.

Davanti alla cassa di legno chiaro

Sotto l’albero di ciliegio.

Ognuno a dire “è stato bello vivere questa vita con te”.

La banalità dei legami profondi.

Non sarà mai abbastanza il tempo per non esistere più.

Guardo le facce, diventeranno per me un ricordo sbiadito e mi dispiacerà quando questo succederà.

Succederà anche a loro.

Diventerò un pensiero nascosto tra qualche anno.

Che emergerà per caso.

Come un reumatismo.

Mi abbasso e prendo una manciata di terra.

Osservo il mio luogo nuovo.

Comincio io.

La terra umida tocca il legno.

E io torno alla polvere.



Commenti

pubblicato il 27/05/2010 19.30.48
spitz, ha scritto: complimenti...davvero complimenti signorina LaRouge...è un grandissimo pezzo!
pubblicato il 27/05/2010 20.00.37
YvetteLaRouge, ha scritto: grazie spitz
pubblicato il 27/05/2010 20.17.30
akire, ha scritto: E' BELLISSIMO!!!!!!!!!!!!!!!
pubblicato il 27/05/2010 20.19.09
YvetteLaRouge, ha scritto: grazie akire grazie

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