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lavoro pubblicato mercoledì 26 maggio 2010
ultima lettura martedì 8 dicembre 2020

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COSE DI UN ALTRO MONDO

di mifi77. Letto 1214 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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COSE DI UN ALTRO MONDO

Cristina sentì parlare di Aldo per la prima volta al telegiornale del mattino, mentre si preparava per recarsi al lavoro.

Si trattava di un giovane smemorato, trovato a vagare per le strade delle vicine colline. Il neurologo della A.S.L. aveva dichiarato assoluta e autentica la sua mancanza di memoria; tuttavia era ottimista per un recupero almeno parziale, che consentisse anche di individuare con facilità la famiglia di appartenenza. Nel frattempo sarebbe stato ospitato presso un buon centro sociale.

La perdita della propria identità e dei ricordi di una vita causava sempre una profonda tristezza in Cristina. La giovane donna era assistente sociale di professione e per vocazione, e sapeva che in questi casi più di una famiglia si faceva avanti, credendo di riconoscere nello smemorato un parente scomparso, magari parecchi anni prima.

Era quindi importante che il giovane riacquistasse almeno parzialmente la sua memoria, anche per accettare volentieri il rientro nel nucleo familiare. Per raggiungere questo traguardo aveva bisogno di serenità e di adeguati stimoli. La A.S.L. avrebbe preparato per lui un percorso di “accompagnamento”. Forse il giovane sarebbe stato affidato proprio al centro sociale presso il quale Cristina lavorava da alcuni anni.

Arrivò puntualmente al Centro e notò che stranamente il Direttore era già nel suo ufficio. Firmò il foglio delle presenze e passò a salutare il suo capo; questi la trattenne.

A distanza di anni Cristina ancora non sapeva dire se era stata scelta per quell’incarico appositamente, oppure erano state la sua puntualità e l’urgenza del Direttore a far affidare proprio a lei l’incarico di accompagnare psicologicamente il giovane Aldo. Rimase sorpresa di questa decisione, e fece presente i limiti della propria esperienza, ma il dottor Blandi con un sorriso le confermò la sua fiducia e l’incarico: il ragazzo sarebbe arrivato alle dieci.

La giovane assistente prese posto alla propria scrivania con un senso di inadeguatezza: lei non era una psicologa, anzi... forse aveva lei stessa qualche problema psicologico. Il pensiero le andò a Eugenio, il suo giovane e prestante marito: come al solito, sentì il bisogno di telefonargli, ma doveva attendere le 9,30, il termine della prima ora di lezione.

Ricordò la loro storia d’amore, piena e intensa, dall’incontro al fidanzamento, al matrimonio. Avevano entrambi notato molto presto che, appena le carezze di lui si facevano più invadenti, lei involontariamente si irrigidiva. Alle perplessità del giovane, Cristina rispondeva sempre:

- C’è troppa luce...

La ragazza guardò l’orologio e telefonò al cellulare di Eugenio; questi rispose quasi subito con affettuosità e ironia: - Sei al tuo posto di combattimento?

- Sì, proprio così: ho avuto un incarico impegnativo; si tratta di un caso di amnesia totale.

- Qualche anziano?

- No, un ragazzo molto giovane.

- Sono certo che saprai aiutarlo.

- Lo spero. Questo pomeriggio ti racconterò. A più tardi.

Cristina spense il proprio cellulare, e riprese il corso dei suoi pensieri... Col tempo Eugenio aveva preso l’abitudine di manifestare le sue effusioni in orari e ambienti con scarsa luminosità. Ma, al solito, a un certo punto Cristina si irrigidiva come una statua.

Un bel giorno la ragazza aveva deciso che era giunto il momento di dimostrargli che era una donna e che lo desiderava e amava. Era andata a trovarlo nel suo appartamento, lo aveva condotto in camera, aveva chiuso la serranda e tirato la tenda, chiuso bene la porta, e lo aveva sedotto, con una passione e un’irruenza che lei stessa non si aspettava.

Dopo un bel po’ di tempo si era alzata, aveva fatto entrare un po’ di luce, e nel costume di Eva aveva preparato un caffè forte per il suo Eugenio... Tuttavia più tardi, al primo tocco, Cristina aveva sentito il bisogno di fare nuovamente buio assoluto.

Questa situazione l’aveva condotta a un ciclo di dieci sedute psicologiche, prive di esito: si era ipotizzata una qualche esperienza negativa nell’adolescenza, ma dai suoi ricordi non era venuto fuori niente. La coppia si era rassegnata a vivere al buio il proprio amore.

Alle dieci Cristina accolse con gentilezza e interesse Aldo, il ragazzo smemorato: era biondo e pallido, fine nei lineamenti.

- Ricordi il tuo nome?

Aldo scosse la testa: - Però ho al collo una medaglietta col nome di Aldo.

- Devi essere sereno, perché tutte le amnesie regrediscono, magari all’improvviso. Hai qualche ricordo?

- Soltanto cielo e stelle.

- Forse vivevi in campagna.

- Ricordo vagamente l’affetto di una famiglia, ma non so come fosse composta...

- Conosci qualche lingua straniera?

- Mi hanno fatto dei test e sembra che capisco qualche parola di inglese, tedesco e russo.

- Avrai studiato presso un Istituto turistico, o all’università. Quanti anni hai?

Aldo scosse la testa.

- Supporremo che il giorno del tuo ritrovamento avevi vent’anni; dov’eri?

- Vagavo per la periferia della città, cercando di capire dove fossi, chi ero... ma non ricordavo: avevo urtato la testa.

Alzò una ciocca di capelli, lasciando vedere un ematoma recente.

- Adesso sceglieremo insieme una camera per te in questo centro, in attesa che i tuoi familiari vengano a trovarti.

- Va bene... Sai, è dura non avere un passato.

Cristina gli mise un braccio sulle gracili spalle e lo accompagnò di sopra.

Nel pomeriggio rientrò a casa, un po’ stanca e soprappensiero. Notò che non aveva allacciato la cintura di sicurezza, ma ormai era quasi arrivata. All’incrocio vide all’ultimo momento il nuovo cartello di stop, e frenò... appena in tempo per lasciar passare un’auto che aveva la precedenza.

Per lo spavento rimase immobile per un tempo indefinito, quando un suono di clacson la scosse e si recò lentamente a casa, come in un sogno.

* * *

Il giorno dopo, appena arrivata al centro, ebbe subito un secondo colloquio con Aldo. Lo trovò di buon umore.

- Tutto sommato, si sta bene qui. – esordì, sorridendo.

- Hai ricordato qualcosa?

- Si, una nave spaziale. – rispose con apparente serietà.

- Forse ami i film di fantascienza.

Aldo non rispose. La guardava incerto.

- Sai, da quando sono da queste parti, ho letto molti libri e ho visto parecchie trasmissioni televisive, anche notturne. - Un lampo di malizia illuminò il suo sguardo, poi cambiò argomento: - Ho bisogno di parlare con persone intelligenti, aperte, fidate. Raccontami di te: chi sei, cosa fai...

A Cristina il ragazzo sembrava diverso dal giorno precedente: adesso non era più impacciato, ma quasi spavaldo; lei voleva a tutti i costi far bella figura col Direttore, così gli parlò di sé, e accennò a Eugenio.

- Avete figli?

- Ancora no.

- Io non starò molto tempo qui, quindi devo fidarmi. Promettimi che non mi prenderai per pazzo.

- Certo che no. - Lo rassicurò Cristina.

Aldo tentennò un altro po’; era piuttosto agitato, poi si fece coraggio:

- Sai, il mio nome non è esattamente Aldo, e io non sono esattamente un ragazzo.

Cristina lo osservò meglio: effettivamente aveva lineamenti finissimi e molto regolari, e non presentava peli sulle parti del corpo scoperte. Ma Aldo interruppe queste riflessioni con un’affermazione inattesa:

- Io provengo da un pianeta lontano...

Cristina lo guardò scettica.

- Non sono smemorato: semplicemente non ho un passato qui sulla Terra. Sono un astronauta in missione, per vedere se questo pianeta può essere colonizzato da noi. In pace, s’intende. Ti sto facendo queste confidenze perché l’esito della mia missione è negativo.

Cristina lo guardava sorpresa e perplessa, ma l’istinto professionale la spingeva ad ascoltarlo:

- Perché è negativo?

- Per due motivi molto evidenti, che voi umani cercate di non notare: il primo è che questo pianeta è invaso dall’acqua, un elemento acido molto corruttore; il secondo è che il pianeta è popolato... - tentennava - da maiali.

- Da maiali ?!

- Sì. Voi siete rimasti ancora alla riproduzione sessuata. Vi sentite attratti dalle parti del corpo infime, generalmente preposte all’eliminazione delle scorie.

- Ma non è esattamente così !

- I vostri rapporti sessuali non rispettano alcuna norma igienica, sono sporchi...

Cristina si trattenne dal dargli un paio di ceffoni: quel giovane folle doveva averla sbattuta bene, la testa. Prima la storia che era un alieno arrivato dallo spazio, poi l’affermazione che gli esseri umani sono dei maiali...

Però temeva che, in un certo senso, ci fosse qualcosa di vero nelle sue affermazioni. Non aveva lei stessa il tabù di vedersi nell’atto di fare l’amore? Aveva sempre preferito affidarsi a quel fascio di sensazioni di piacere senza vedere ciò che lei ed Eugenio facevano.

Con mano tremante si riempì un bicchiere d’acqua; mentre beveva, le venne un’idea:

- Sul vostro pianeta come avviene la riproduzione?

- In maniera asessuata, naturalmente. Una o due volte nella vita ognuno di noi fa un grosso uovo. Questo, nell’apposita incubatrice, dopo un mese si schiude e nasce il bambino...

- Ma così le caratteristiche genetiche non si mischiano, non migliorano!

- Da noi il livello di radiazioni cosmiche è più alto e ci sono molte piccole mutazioni genetiche. Le mutazioni negative impediscono l’ovulazione specifica, quelle positive migliorano continuamente la specie.

Cristina si sentiva confusa: - E adesso che cosa pensi di fare?

- Quando una famiglia crederà di riconoscermi, andrò con loro, per non essere più all’attenzione di tutti, poi con una scusa mi allontanerò. L’astronave con la quale sono venuto mi ha fissato un appuntamento preciso. Spero che tu mantenga il segreto almeno fino alla mia completa scomparsa.

Cristina, ancora interdetta, lo rassicurò e lo osservò mentre andava via. Quel giorno ebbe poi molto da fare con altri casi secondari.

Sulla via del ritorno a casa, ripensava alla dura condanna dell’alieno, secondo il quale gli esseri umani sarebbero dei maiali, perché la loro natura li porta alla riproduzione sessuata, coinvolgendo organi normalmente preposti ad altre funzioni. Nella sua specie invece non esistevano rapporti sessuali.

Dibattendosi tra questi pensieri, parcheggiò sul viale di casa e udì Eugenio che la chiamava con dolcezza: - Cristina... Cristina...

Poi sentì toccarsi la mano; si voltò, ma non lo vedeva. Però la sua voce continuava a chiamarla:

- Cristina... amore mio...

Non vedeva. Lei lo udiva, ma non vedeva... Che stesse dormendo? Doveva aprire gli occhi...

Con uno sforzo li aprì.

E vide un tetto bianco, e un lenzuolo bianco; e il viso sorridente di Eugenio che la guardava: - Cristina... Finalmente! Rispondimi, parlami...

La giovane si guardava intorno e non vedeva il giardino, la casa: - Dove sono?

- Va tutto bene, stai tranquilla. Sei stata male, ma adesso va tutto bene.

Cristina capì: - Sono in ospedale. Perché?

- Hai avuto un incidente all’incrocio vicino casa...

- Incidente... Quando?

- Giorni fa. Ma stai bene. Soltanto... ti stai svegliando adesso.

- Che giorno è ?

Dopo un momento di titubanza, Eugenio glielo disse.

Dieci giorni! Era stata... in coma per dieci giorni. Istintivamente si toccò la fronte e sentì un ematoma ancora dolente. Le sovvenne l’ematoma di Aldo. Ma quegli incontri che ricordava erano veri o un sogno? Quando era accaduto l’incidente? Lentamente ricordò: il cartello nuovo, la macchina che sopraggiungeva da destra.

Era avvenuto dopo il primo incontro con Aldo… Ecco perché al secondo incontro le era sembrato diverso! Eppure anche quell’incontro era troppo reale. Ci avrebbe riflettuto meglio in seguito. Per adesso aveva sete, e anche fame. Sorrise a Eugenio, ma non poté fare a meno di immaginarlo come un enorme porcellone ansioso di fare le porcherie...

* * *

Fu quasi ovvio in seguito, per una persona come Cristina, che aveva già un tabù in merito, il fatto di evitare fisicamente Eugenio. Rinviava. Agli approcci del giovane marito a volte rispondeva:

- Il sesso non è importante.

Una volta lo sentì borbottare, non vista: - Io la desidero! Amo ogni suo pensiero e ogni centimetro del suo corpo! Ho le mie esigenze e non voglio tradirla! Che fare?

Una collega di Cristina, durante una visita pomeridiana, riferì che Aldo aveva ritrovato la sua famiglia, che viveva in una regione del nord.

Con l’aiuto dei familiari il giovane aveva recuperato parzialmente la memoria ed era tornato a casa con loro. Il suo vero nome era Paolo C. e la medaglietta era stato il regalo di un amico emigrato anni prima.

Cristina ascoltava attenta, perché ancora non riusciva a credere che il suo secondo colloquio con Aldo-Paolo fosse stato soltanto un sogno, una fantasia nel suo stato di coma.

Anche Eugenio ascoltava con interesse, poiché Cristina gli aveva accennato qualcosa del suo sogno, ed egli cominciava a pensare che quel ragazzo fosse in qualche modo la causa della forte inibizione della sua giovane moglie. Riuscì a sapere il cognome di Aldo e il comune di residenza e li fissò nella memoria.

Poco tempo dopo, in occasione di una trasferta a Milano per motivi di lavoro, si recò nel paesino di Aldo, trovò la via indicata nell’elenco telefonico e si informò sul domicilio.

Era una bella villetta, di costruzione non recente, ma con un grazioso giardino davanti. Si presentò come inviato del Centro sociale di Cristina; parlò prima con la madre, che gli manifestò tutta la gioia del ritrovamento:

- Lo cercavamo da oltre tre anni... L’unico figlio maschio... Il nostro Paolo.

Alle domande di Eugenio la signora non manifestò alcuna incertezza sull’identità del figlio:

- Certo, aveva sedici anni e ora ne ha venti; ma nei modi è sempre lo stesso, forse più maturo.

Quando arrivò il padre, un signore anziano con spessi occhiali, Eugenio seppe che Paolo-Aldo era fuori per lavoro:

- Prima tornava ogni sabato. Adesso ha detto che per un po’ di tempo non potrà venire. Ha trovato un buon lavoro presso un’azienda aeronautica, ma è molto impegnato. Sa, io temo sempre che ricada nell’amnesia.

Eugenio non riuscì a trattenersi dal chiedere se erano certi dell’identità di Paolo-Aldo. Il padre si mostrò sorpreso:

- Quando è arrivato, sapeva esattamente dov’era la sua stanza, al primo piano; i vecchi abiti gli calzano bene e ha lo stesso gruppo sanguigno! E poi ora ricorda quasi tutto. No, se ci sono altre famiglie che lo richiedono, può dire loro che sono in errore.

Il giovane docente li rassicurò in merito al fatto che non c’erano altri presunti riconoscimenti. Si congedò e andò via; mentre usciva dalla villetta, incontrò una ragazza di circa venticinque anni, che lo fermò:

- E’ lei che ha telefonato questa mattina per Paolo? Io sono sua sorella maggiore, almeno credo.

- Non ne è certa ?

La ragazza tentennava:

- Lei lavora al Centro sociale che lo ha assistito? So che avete fatto delle analisi, dei controlli, ma io non ho ancora la certezza assoluta. Sa, Paolo è il mio fratello minore, da bambini giocavamo insieme, conosco il suo carattere meglio dei miei genitori. Lo abbracciavo, lo coccolavo, ancora fino a quando sparì, che non aveva nemmeno diciassette anni.

- Adesso lo vedo rigido con me. Cerca di non farsi toccare. Capisco che è più grande, capisco che non ci siamo visti per tre anni, capisco che è stato senza ricordi e ancora adesso in parte lo è; ma in lui manca il calore, l’affetto di una volta. Persino nelle conversazioni non è più lo stesso, è laconico, freddino, sorride poco. Si cambia d’abito di nascosto e inoltre adesso è un po’ che manca.

- A proposito, Aldo era un bambino del vicinato, ma non era suo amico e non gli ha mai regalato una medaglietta, per quanto ne so...

- Ma i vostri genitori non hanno dubbi. – Precisò Eugenio.

- Sì, mia madre è così felice del ritrovamento! Però mio padre vede troppo poco per riconoscerlo con certezza. Beh, forse col tempo i miei dubbi spariranno...

“Ma i miei, no”, fu il pensiero formulato da Eugenio.

Alcuni giorni dopo Eugenio riferì alla moglie una sintesi di quella visita, asserendo che Aldo-Paolo era felicemente rientrato in famiglia. Questa affermazione lasciò pensierosa Cristina.

Qualche settimana dopo arrivò una cartolina da Venezia, con i saluti di Paolo. Si firmava così, aggiungendo tra parentesi “Aldo per te”. Ciò fece molto felice Cristina, la quale psicologicamente continuava a dibattersi nel suo dilemma: se il ragazzo era Paolo C., il loro secondo colloquio era stato un sogno da ricollegare al proprio tabù per la luce durante l’amore; se invece era l’alieno soprannominato Aldo, la specie umana era di natura maialesca, e i propri tabù erano giustificati.

La ragazza vagamente intuiva che la scelta tra le due interpretazioni era personale e non demandabile a un’altra presunta specie di un pianeta lontano; tuttavia non era capace di uscire dallo stallo.

Forse fu per la cartolina ricevuta, o forse no. Sta di fatto che quella notte Cristina sognò che Aldo veniva a farle visita:

- Ciao, maialina, come stai? Ti trovo sciupata. Volevo salutarti, prima di tornare sul mio pianeta, e volevo anche dirti di non crucciarti per quello che ti ho detto l’altra volta. Ti devi accettare per quella che sei: nessun comportamento è bello o brutto di per sé; dipende dalle abitudini, dalle convenzioni, dalla natura.

- A me la vostra specie divisa tra uomini e donne, spesso rivali, ma che poi si accarezzano e si compenetrano... fa un po’ ridere; e un po’ mi ripugna. Però posso capire che un’umanità così assortita può essere piacevole, meno noiosa del mio mondo quasi perfetto, e certamente più divertente. Posso, con la mia intelligenza, arrivare a capire che i vostri atti d’amore sono una donazione di sé al piacere dell’altro, anche se con l’intenzione di provare altrettanto piacere.

- Godi della tua natura, Cristina: forse anche tu potresti ridere della mia natura asessuata; ti ho mai detto che io non sono né uomo, né donna? Come è stato faticoso nascondere la mia vera natura nella famiglia che crede di aver ritrovato suo figlio! Però mi dispiace di dar loro un nuovo dolore. Invidio un po’ le vostre famiglie fatte a coppie, e con figli di due sessi diversi. Certe famiglie possono essere molto allegre.

- Io ti saluto per sempre. Ma tu dovrai sedurre il tuo Eugenio e dargli tanti bambini. Sappi che, tra gli umani, l’essere più carino che ho conosciuto sei stata tu.

Cristina ebbe un risveglio sereno, anche se rimase a lungo a letto per riflettere. E continuò a riflettere anche dopo il caffè del mattino.

Accettarsi... donarsi... nella propria imperfezione: quella di Aldo era stata una grande lezione di umiltà!

E poi... Aldo non esisteva, come alieno. Cristina era ormai convinta di aver avuto soltanto una personale esperienza psicologica, utile per superare il tabù della luce. Nel pomeriggio avrebbe sedotto Eugenio senza bisogno di serrare le tapparelle: avrebbero goduto entrambi anche con gli occhi. Era il giorno adatto per restare incinta...

* * *

Così avvenne: pochi mesi dopo Cristina seppe che aspettava due gemelli; Eugenio cominciò a limitare le sue effusioni e dedicò più tempo alla risoluzione dell’enigma di Aldo, soprattutto confrontando i sogni di Cristina e i fatti.

Alla fine si dovette convincere che quel ragazzo era veramente un alieno, che aveva preso il posto del disperso Paolo per assumere un’identità, e che aveva instaurato un rapporto preferenziale con Cristina, fra tutti gli umani.

L’esistenza di un mondo totalmente diverso turbò per un certo tempo Eugenio, che cominciò a leggere libri di astronomia e di biologia, preferibilmente a scuola, nelle ore libere.

Poi, a poco a poco, capì che questo nostro mondo è soltanto uno dei mondi possibili, anzi uno dei tanti mondi esistenti.

E probabilmente non il migliore.

f i n e

copyright Michele Fiorenza

Opera registrata



Commenti

pubblicato il 06/06/2010 9.35.49
mavie88, ha scritto: In un certo senso è un racconto di fantascienza, molto interessante.

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