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lavoro pubblicato mercoledì 21 aprile 2010
ultima lettura venerdì 22 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il deserto e i suoi tempi

di Akshar. Letto 1067 volte. Dallo scaffale Viaggi

Il primo lavoro che pubblico qua... l'ho scritto ormai sei anni fa, ero all'università e c'era il sole. Era appena iniziata la guerra in Iraq. Questo ricordo.

All’ inizio non c’era niente intorno, solo tanta sabbia e sole. Portai le mani sopra la fronte, quanto bastava per proteggere i miei occhi da bambino. Lei era dietro di me , compagna di giochi dai capelli neri e gli occhi ancora più neri, che con gioia infinita scartava una caramella. Quelle caramelle con la carta intorno lucida e rossa che ti regalano sempre i parenti quando vai a trovarli, quando le scarti fanno un rumore tipo un fuocherello che schioppetta.

-Ne voglio una, dammela!- gli gridai –Ahah… io non ce l’ho- rispose divertita- se ne vuoi una chiedila a quel signore laggiù- e nel dire questo alzò la mano e indicò un punto lontano, dietro di me, dove c’era tremolante all’aria del deserto un grosso carro armato verde. –Vieni, ti accompagno- lei mi prese la mano con molta gentilezza e ci incamminammo fino ad arrivare sotto ai cingoli di quell’enorme macchina. In cima alla torretta c’era un soldato con degli scurissimi occhiali da sole e un mitra luccicante puntato verso l’orizzonte. Appena ci vide arrivare le sue labbra serissime si allargarono in un sorriso galattico. Mi disse qualcosa che non capii, ma mi lanciò giù due caramelle. Ero molto contento, sì.

-In verità ti dico, mi piacerebbe che tu venissi con me, a casa mia- lei mi disse ed io accettai. Mi prese di nuovo per mano, salutai il soldato buono e poi via nella sabbia. Dopo qualche ora avevo sete e c’era tra le dune una piccola pozza di acqua fresca e un po’ di verde. Quando mi specchiai sull’acqua vidi riflessi i miei venti anni e beh, sì, capii che in qualche modo si cresce. Anche lei nel bagnarsi osservò il proprio corpo così diverso ed era contenta. Proseguimmo ancora un giorno ed arrivammo fino al mare. Lì sulla spiaggia c’era un gruppo di casette bianche e piatte come la neve, era il paese di quella che ormai era una ragazza. Mi fece entrare in una di queste casette e ad accogliermi c’era un’anziana donna vestita con un velo azzurro e bianco, mi offrì del tè e una sedia a dondolo dove sedere. Nella stanza accanto c’era un uomo con un grosso turbante che, seduto sul pavimento a gambe incrociate, guardava la televisione. La Tv era spenta, o meglio, era accesa ma quello che proiettava era una strana luce nera che in qualche modo però era luminosa. –Che cosa sta vedendo quell’uomo?- domandai alla mia ragazza del deserto –Quello è mio padre-disse lei- e sta vedendo la fine del mondo.

Il silenzio del deserto avvolgeva anche questo piccolo villaggio, un silenzio rotto solamente dalle onde e il rombo degli aeroplani da caccia che tutte le mattine sfrecciavano da ovest sopra le dune, per andare chissà dove. Passai alcune giornate e alcune notti in questo posto, mi abituai al sole e ai serpenti, imparai dai vecchi ad allevare i cammelli e dalle donne a guardare le stelle. Ormai ero grande. Poi, un giorno venne di nuovo Lei e come al solito mi prese la mano.

-Devi aiutarmi a costruire una barca- mi disse , io ero sorpreso–non capisco, io non so costruire una barca e poi che te ne fai?-

-Dobbiamo andare via, questo posto, forse anche per colpa tua, sta diventando molto brutto. Voglio andare aldilà del mare e tu verrai con me- Aveva ragione, stava diventando tutto orribile. Il mare era sempre più scuro e le sue onde non portavano altro che corpi di uomini dilaniati. Le donne raccoglievano questi corpi sconosciuti e li seppellivano in una grotta enorme tra le scogliere. Gli aeroplani oscuravano il cielo come tanti stormi di corvi, cominciarono a volare sempre più fitto. Si la mia amica aveva ragione, stava peggiorando tutto e l’aiutai a costruire una barca, i bambini ci portarono la legna e le donne cucirono la vela. Quando fu pronta salpammo, tutto il villaggio con le sue schiere di veli, turbanti e bambini ci salutava dalla riva, noi scivolavamo verso non so dove. Però più si andava al largo e più le acque erano piene di morti e di strani pesci azzurri che mangiavano i morti. Tra questi morti che galleggiavano vidi anche il soldato del carro armato, che qualche giorno prima (o anni?) mi aveva dato una caramella. Aveva ancora i tenebrosi occhiali da sole e nella morte conservava il suo atlantico sorriso. Lei si avvicinò con la barca a quel corpo senza vita, lo tirò per un lembo della giacca e frugò nelle sue tasche finché non vi trovò una caramella. La prese e spinse di nuovo il corpo al largo. La barca andava sempre più a nord ed arrivammo in un punto dove non c’erano più cadaveri o pesci orribili, il mare era liscio e piatto, nemmeno un soffio di vento agitava l’aria. Il cielo, il cielo non aveva più un colore, avanzava verso di noi un’oscurità strana, un buio nero ma luminoso, un buio che già avevo visto in un televisore tanto (o poco?) tempo prima. La barca era ferma e ci stendemmo. –In verità ti dico, ho paura, non ho dubbi su questo- sentii che tremava mentre parlava. Io l’abbracciai forte e la baciai, sentii le rughe e il peso del tempo sul suo corpo e il suo viso. Guardai le mie mani e vidi che anche le mie erano grinzose e brutte. Ci abbracciammo e attendemmo che arrivasse quel buio, in silenzio.


Commenti

pubblicato il 21/04/2010 20.11.57
Roxane91, ha scritto: Premesso che ho letto solo le prime righe, ma dovevo commentare: sono le caramelle Rossana!!! xD
pubblicato il 29/05/2010 18.58.02
akire, ha scritto: E' davvero bello, akshar.

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