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Scaffali


lavoro pubblicato martedì 20 aprile 2010
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La leggenda della piccola stella e del principe infelice

di Penelope. Letto 15730 volte. Dallo scaffale Fiabe

"I petali si appesantiscono e il gambo si vorrebbe piegare al suolo, ma noi stendiamo i nostri petali e rafforziamo il nostro gambo, perché sappiamo che è nel sole il senso della nostra vita ed è al sole che torneremo quando questa ci lascerà"

C’era una volta, tanto tempo fa, una piccola stella che non sapeva brillare. Tutte le altre stelle dell’universo erano luminose, splendenti e orgogliose della loro bellezza, ma lei sembrava proprio che non ne volesse sapere di brillare. In fondo non pretendeva molto. Le sarebbe bastato solo un pochino di luce. Non le interessava se le altre stelle sarebbero state sempre più luminose di lei. Aveva bisogno solo di un piccolo granello di luce, che la rendesse almeno visibile agli occhi dell’universo. Ma in un cielo pieno di stelle, poteva davvero sentirsi al suo posto una stella che non era in grado di brillare?

Infatti, tutte le altre stelle erano ostili nei confronti della loro compagna negligente. E queste non facevano che ripeterle:

“Se non puoi brillare vattene via! C’è un motivo per cui siamo fatte di fuoco e splendiamo…tu perché non brilli?”

E la poverina rispondeva:

“Ma io ci provo….non è colpa mia se sono nata così…”

Ma quelle insistevano.

“Non è vero. La verità è che sei solo pigra. Te lo ripetiamo…c’è un motivo per cui tutte le stelle del cielo brillano. Non ti rendi conto di quanto sia grave il fatto che tu non riesca a brillare?”

Ma la piccola stella non capiva quei discorsi e guardava le compagne con un’aria sempre più interrogativa finché queste, spazientite, non decidevano di voltarsi dall’altra parte e di lasciarla perdere.

Ora, la stellina era sì incapace di brillare, ma sicuramente non mancava di curiosità, tanto che una volta, decise di farsi un bel giretto per le galassie in cerca di qualcuno disposto a darle delle spiegazioni.

Si mise in cammino.

Dopo tante, tante notti di lungo peregrinare scorse in lontananza la sagoma di un grande carro luminoso, ma quando si fece più vicina si accorse che in realtà il carro non era altro che una famiglia di stelle. Queste si tenevano per mano e sembravano essere anche molto felici. Decise di approfittare dell’occasione per rivolgere qualche domanda a quella bella famigliola:

“Perché siete così felici?”

Le stelle si voltarono a guardarla.

“Siamo felici perché stiamo insieme…tu piuttosto…cosa sei?”

“Come cosa sono? Sono una stella non vedete?”

“No che non ti vediamo, però sentiamo la tua voce..”

Ed esplosero in una fragorosa risata.

“E adesso perché ridete?”

“Perché non abbiamo mai visto una stella che non brilla.”

“Appunto questo volevo chiedervi. Le mie compagne non mi hanno voluto dare risposta e mi hanno mandata via bruscamente…Ma come fa una stella a brillare?”

Le altre stelle si guardarono tra loro attonite. Poi una di loro disse:

“Esiste un motivo per ogni stella dell’universo…Ma forse la Luna potrà dirti il tuo.”

La piccola stella sussultò.

“Ma io ho paura di andare sola soletta dalla Luna. Non potreste accompagnarmi voi?”

Le stelle risero un’altra volta.

“Noi non ci possiamo muovere, ma non devi avere paura. La Luna è la madre di tutte le stelle. E’ la più vecchia e la più saggia. Lei saprà cosa dirti.”

Sebbene fosse un po’ intimorita, la piccola stella non se lo fece ripetere due volte e s’incammino verso la Luna.

Quando se la ritrovò di fronte, rimase un po’ perplessa, e non tanto per la sua luminosità sconvolgente, che comunque si aspettava di trovare, quanto per un problema puramente pratico. La piccola stella iniziò a girarle intorno. E intanto pensava: “Ma da che parte si parla a una palla? Io non vedo neanche gli occhi... figuriamoci la bocca …” Ma mentre girava, si accorse di una porticina che si confondeva con i crateri lunari. Decise di bussare.

Toc toc.

“C’è nessuno?”

Nessuno rispose.

Riprovò un’altra volta.

Toc toc.

Ancora silenzio.

Afflitta, la stellina stava già per tornare indietro quando sentì alle sue spalle un cigolio. La porta si era aperta.

Dentro la Luna c’era tanta di quella luce che quasi la stella non riusciva a tenere gli occhi aperti. Tutto era bianco, o forse argento, o avorio…era un colore indefinibile ma splendido. La stellina rimase a bocca aperta. Continuò a guardare quello spettacolo meraviglioso senza accorgersi che qualcuno, alle sue spalle, sembrava essere molto incuriosito dalla sua presenza…

“Guarda un po’ cosa abbiamo qui!”

La stellina si voltò di scatto terrorizzata…ma davanti a lei vide solo una povera vecchina, vestita di stracci.

“Oh, scusa cara. Ti sei spaventata? Non entra mai nessuno qui dentro…”

La stellina tirò un respiro di sollievo, poi disse alla vecchina:

“Scusa se sono entrata senza permesso, ma ho bussato a lungo senza ricevere alcuna risposta …”.

“Non preoccuparti cara…la vecchiaia mi ha reso un po’ sorda...”.

La vecchietta camminava lentamente appoggiandosi a un bastone rovinato. Uno scialle di lana bianco cadeva sulle sue spalle curve e affaticate. Ai piedi portava due sandaletti neri e le sue caviglie erano gonfie. I capelli raccolti in una cuffietta di cotone bianca avevano lo stesso colore grigio degli occhi e la sua espressione era molto dolce.

“Cercavi qualcosa cara?”

La stellina sospirò.

“Veramente cercavo la Luna…Se soltanto potessi parlarle un attimo…”

“Mi dispiace piccina ma questo non è possibile. Vedi, ora la Luna si sta riposando. Ultimamente è stata molto impegnata ed è parecchio stanca.”

La stellina si rattristò.

“Allora, a chi potrò chiedere il segreto della luce delle stelle?”

La vecchina restò in silenzio. Si sedette su un vecchio sgabello impolverato. Dopo qualche istante disse alla stellina:

“Nessuno sa quale sia il segreto della luce. Ogni stella brilla per un motivo che solo lei sa.”

“Ma io non so quale sia il mio. E’ inutile. Non ci riesco! Ci dovrà pur essere qualcuno nell’universo che sappia aiutarmi…”

La vecchina sorrise.

“Forse so chi può aiutarti. Vai sulla Terra. Cerca il Principe infelice. Egli è molto malato.”

“Riuscirà a farmi brillare?”

“Riuscirà a spalancare il tuo cuore.”

“Non capisco … che cosa vuol dire?”

Ma la vecchina era scomparsa e la piccola stella si ritrovò nuovamente al di fuori della Luna, come se si fosse improvvisamente svegliata da un sogno.

Tutto intorno a lei era silenzio.

Non era riuscita a parlare con la Luna ma sapeva che l’unica cosa da fare era fidarsi della vecchina e incamminarsi verso la Terra.

Quando la piccola stella raggiunse il pianeta volle mettersi subito alla ricerca del Principe infelice. Ma in realtà la cosa non era tanto semplice, perché anche se vista con gli occhi di una stella che viene dall’universo infinito, la Terra è pur sempre molto grande. Forse troppo grande, considerando che la stella in questione non solo è molto piccola, ma neanche riesce a brillare.

“Come farò a chiedere di questo principe se nessuno potrà vedermi?”. Pensava la stellina mentre si aggirava per le città.

Lungo il suo cammino incontrò due fanciulle e subito provò a chiedere se conoscevano il principe infelice e dove si trovava il suo regno.

Ma la voce di una stella è uno stridulo indecifrabile alle orecchie degli esseri umani e le fanciulle, guardandosi più volte intorno senza riuscire a vedere nessuno, per la paura, scapparono via in fretta e furia.

La piccola stella allora si rese conto che non era il caso di chiedere informazioni agli uomini perché questi erano facilmente spaventabili. Decise quindi di passare per le campagne e per i prati dove, dopo poco tempo, si imbattè in uno splendido campo di grandissimi fiori gialli.

Affascinata dal loro colore e dalla loro bellezza, si avvicinò ad uno di loro e gli chiede:

“Cosa siete mai voi, che avete il colore dell’oro? E perché crescete tutti rivolti verso la medesima parte?”

“Noi siamo i girasoli. E ci volgiamo spontaneamente dove splende il sole.”

“E perché lo fate?”

“Perché la luce del sole ci da forza e coraggio, mentre l’ombra ci appassisce e ci rende uguali a tutti gli altri fiori.”

“Ma non vi stancate di guardare sempre in alto?”

“Oh, si. I petali si appesantiscono e il gambo si vorrebbe piegare al suolo, ma noi stendiamo i nostri petali e rafforziamo il nostro gambo, perché sappiamo che è nel sole il senso della nostra vita ed è al sole che torneremo quando questa ci lascerà.”

Detto questo, il girasole tornò a guardare il sole.

Ma la piccola stella, prima di andarsene, volle rivolgergli la domanda che più le stava a cuore.

“Amico girasole, hai mai sentito parlare del principe infelice?”

“Certo! Noi tutti conosciamo il principe ed il re suo padre. Venivano spesso a passeggiare per questi campi. Ma da molto tempo non se ne sa più nulla. Non dovrebbero abitare molto lontano da qui, ma non sono in grado di indicarti la strada…io non riesco a vedere aldilà di questo prato, ma tu puoi chiedere ad Arcobaleno. Egli sta molto più in alto di noi ed ha girato tutto il mondo”.

La piccola stella allora volle trovare Arcobaleno e, abbandonato il campo di girasoli, si rimise in viaggio.

Calò la notte senza che la piccola stella fosse riuscita a trovare l’arcobaleno. Si sentiva sola e impaurita. Vedeva in lontananza le stelle e provò nostalgia del cielo. Pensò tra sé:

“Nessuno lassù sentirà la mia mancanza. La mia presenza era davvero un peso per le mie compagne.”

E in quel momento la piccola stella cominciò a piangere. E pianse così tanto che alla fine per la stanchezza cadde addormentata ai piedi di un albero.

La foresta che le aveva dato riparo per la notte scomparve. Sembrava che il cielo con il suo manto vellutato avesse inghiottito alberi e piante. La piccola stella si ritrovò nell’universo e si sentì felice. Le parve di scorgere in lontananza una figura familiare.

“Vecchina, tu qui?”

La vecchina della luna le sorrise.

“Ti ho vista piangere, allora sono venuta a consolarti.”

“Mi sento così sola sulla Terra…ho deciso di tornare al cielo. Non importa se non brillerò. Voglio tornare a casa.”

“Ma cara…tu non puoi più tornare a casa.” Disse la vecchina accarezzando la stella. “In questo momento, mentre tu stai sognando me e il cielo, la Luna ha deciso di farti diventare una bambina. In questo modo potrai parlare con gli esseri umani e con il principe infelice.”.

E terminato di parlare l’immagine della vecchina si fece lentamente agli occhi della stella sempre più sfocata finché non scomparve del tutto.

“Aspetta! Non te ne andare!”

Ma la vecchina non c’era più e neanche il cielo e le stelle. C’era di nuovo la foresta ed era giorno.

E la piccola stella era diventata una bambina.

Cercò subito dell’acqua dove potersi specchiare e, non molto distante dalla foresta dove si era addormentata, trovò un lago. Timidamente si sporse sulle acque per osservare il suo nuovo volto, e non le dispiacque. I capelli avevano il colore del grano, gli occhi erano grandi e scuri. Oltretutto la Luna, che non era infondo così rimbambita, aveva pensato anche ai vestiti. Erano semplici e la facevano sembrare una contadinella. Ma anche i vestiti non dispiacquero alla piccola stella. Così, riprese subito il suo viaggio.

In realtà, non sapeva bene dove andare. Le strade erano tante. Poteva passare per i campi, o per le città, o per sentieri più tortuosi. Cominciò così a capire che, se avesse continuato a camminare senza una meta precisa, avrebbe finito col perdersi o con l’allontanarsi ulteriormente dal regno del Principe infelice. E mentre era intenta a decidere sul da farsi, alzò la testa e vide in mezzo al cielo una tela di colori tutti diversi l’uno dall’altro. Guardò meglio. Non era una tela. Era un grandissimo arco.

“Sei tu Arcobaleno?” Gridò rivolgendosi al cielo.

“Chi è che mi chiama dalla terra? Perché una bambina parla con me?”

La voce di Arcobaleno era solenne, ma gentile.

“Non sono una bambina. Sono una stella. Sono venuta qui alla ricerca del Principe infelice.”

“E perché mai una stella scende con i piedi sulla terra per parlare con un Principe?”

“Perché lui può darmi la luce che mi farà brillare.”

“Non sai brillare???” Tuonò Arcobaleno.

La piccola stella indietreggiò.

“Santi numi, non le fanno più le stelle di una volta. Adesso i giovani si prendono anche il lusso di non brillare. Guarda me. Io sono millenni che tengo insieme questi colori e sono stanco morto, ma non mi sogno neanche per un momento di lasciarne cadere uno.”

“Ma tu cosa sei esattamente Arcobaleno? Da dove vieni?”

“Io sono la necessità e la quotidianità di una qualsiasi famiglia. Spesso vengo dalla tempesta e dalla pioggia. Talvolta precedo la rugiada. Sono uno squarcio tra le nubi. Guarda di quanti colori sono fatto. Alcuni sono scuri e acidi, altri sono caldi e chiari, ma sono tutti colori meravigliosi e non riesco a privarmi di nessuno di essi.”

La piccola stella ammirò l’arco di colori che si ergeva sopra la sua testa. Rimase incantata. Si accorse che ogni colore tendeva a trasformarsi in quello che gli stava accanto.

“Vedi, i miei colori litigano spesso ma io li tengo stretti l’un l’altro, perché in questo modo è più facile che facciano la pace.” Arcobaleno si avvicinò alla bambina. “Il regno che cerchi non è lontano da qui. Sali sopra di me. Attraverserai la vallata intera in pochi minuti. Cammina pure quando sei in salita, ma quando inizi a scendere, non guardare mai giù, siediti e lasciati scivolare. Io mi allungherò abbastanza da farti arrivare esattamente nel castello dove abita il Principe.”

La piccola stella gli sorrise e lo ringraziò caldamente.

Iniziò a salire sull’arco. Man mano che saliva si ricordava del consiglio di Arcobaleno di non guardare mai in basso, ma non poté fare a meno di notare la distanza dal terreno. Riusciva a vedere addirittura il campo di girasoli e la foresta dove si era addormentata. Le montagne all’orizzonte le sembravano giganteschi pugnali pronti a squarciare il cielo.

E per la prima volta la stella si sentì piccola rispetto al mondo. Lei, che pure era abituata all’enormità dell’universo, che per tutta la vita era rimasta attaccata al cielo, si sentì girare la testa ed ebbe le vertigini. Dovette sedersi per non cadere giù.

Una vocina urlò.

“Fi fchiaffi if fafo!”

La bambina si guardò intorno.

“Come?”

“Fi fchiaffi if fafo!!!!”

Un’altra vocina intervenne dal basso.

“Dice che gli schiacci il naso.”

La bambina guardò in avanti.

“Chi ha parlato?”

“Sono Indaco. Hai schiacciato la faccia di mio fratello Arancione, spostati più avanti.”

La bambina ubbidì e subito Arancione poté riprendere fiato.

“Ma dico sei matta? Volevi ammazzarmi? Scommetto che l’hai fatto apposta!”

“Suvvia ‘Cione, come sei permaloso. La ragazza mica l’ha vista la tua faccia.”

La voce questa volta proveniva dalle spalle della bambina.

“Senti chi parla. E comunque io farei qualcosa per quella tua brutta cera, Verde.”

“Non è una brutta cera. Il mio è un colore elegante e raffinato. Non come il tuo, rozzo e volgare.”

“Ragazzi, suvvia, non litigate.”

Intervenne Indaco da lontano.

“Tu poi, con quel nome da superstar, non t’impicciare!”

La discussione sembrava andare per le lunghe ma ad un certo punto Arcobaleno gridò “Silenzio! Lasciate che la ragazza prosegua.”

Così la piccola stella poté scivolare giù dall’arco e atterrare proprio davanti al castello.

“Grazie Arcobaleno! Non mi dimenticherò di te!”

“Stammi bene piccola stella. Sono sicuro che troverai tutta la luce di cui avrai bisogno.”

E così dicendo Arcobaleno si era allontanato, portandosi via le poche nuvole che erano rimaste insieme a lui, e lasciando spazio al Sole.

Il castello sembrava abbandonato. Piante rampicanti scendevano giù dalle torri e dalle finestre. Il giardino era incolto. Davanti al maestoso portone d’ingresso c’era una fontanella da cui non usciva acqua.

Non c’erano giardinieri, né servitori, né guardie alle porte. La piccola stella si avvicinò al portone socchiuso.

Entrò.

Il salone principale era immenso, tanto che la piccola stella non riusciva a vederne la fine. I mobili e le poltrone erano coperte da teli bianchi. Dalle finestre rotte e impolverate filtrava una luce pallidissima.

“C’è nessuno? E’ permesso?”

La sua voce rimbalzò sulle pareti e sui soffitti. Ma nessuno rispose.

La piccola stella allora decise di addentrarsi nel castello. Salì una delle due scale poste ai lati del salone principale. Non c’erano quadri alle pareti, né arazzi, né affreschi. Anche i corridoi del piano superiore erano deserti. Niente mobili, niente argenteria, niente di niente. Tutto sembrava morto e dimenticato da tempo.

Improvvisamente la piccola stella sentì qualcuno tossire. Rimase immobile. Dopo pochi istanti ci fu un altro colpo di tosse seguito da un respiro affannato. Veniva da una stanzetta sulla sinistra di quel grande corridoio. Decise di bussare alla porta.

“Padre?”

La piccola stella entrò. Nella stanza c’era solo un fanciullo.

“Chi sei?”. Disse lui con voce tremula e spaventata.

“Non temere. Non voglio farti del male. Non sarei entrata qui dentro, ma non ho trovato nessun altro nel castello.”

Il fanciullo giaceva supino in un letto. Gli occhi erano gonfi e arrossati. La pelle del suo viso, bianca come un lenzuolo. Respirava a fatica e ad ogni respiro seguiva un colpo di tosse ed un sibilo terrificante.

Ma la sua stanza era meravigliosa. Sembrava che contenesse tutto ciò che nel castello non c’era più.

“Probabilmente sono andati tutti a fare una battuta di caccia, ma ritorneranno presto. Noi abbiamo dei cavalli bellissimi e mio padre è il più grande cacciatore del mondo. Hai visto le nostre scuderie?”

La piccola stella si ricordò di una struttura abbandonata e cadente che aveva visto mentre entrava nel castello, ma non aveva idea di cosa fosse.

Fece di no con la testa.

“E il giardino? Hai visto come zampilla l’acqua dalla fontanella? E le rose devono essere bellissime in questa stagione…”

La piccola stella iniziò a capire.

“Quanto tempo è che sei malato?”

Il fanciullo si intristì e rispose a mezza voce.

“Un anno e tre mesi. Non ho più la forza neanche di alzarmi. Nelle mie gambe non scorre più sangue. I medici hanno detto che il mio cuore è debole e che i miei polmoni sono malati.”

“Ma c’è qualcuno che si occupa di te?”

“Oh si, certo. Pensa, mio padre non ha voluto che nessuno dei servitori si prendesse cura di me e ha voluto farlo lui personalmente. Non lascia avvicinare nessuno a questa stanza. Vuole pensarci lui a me.”

“Tuo padre è il Re?”

“Si.”

“Quindi sei tu il Principe infelice? Ma sei solo un bambino!”

“Senti chi parla..”

La piccola stella notò che il fanciullo ricominciava a respirare a stento. Il sudore gli scendeva giù lungo la fronte.

“Soffri molto, non è vero?”

Il fanciullo le sorrise tristemente.

“Si.”

Allora la piccola stella volle fare qualcosa per lui. Prese un panno di stoffa e gli asciugò il sudore dalla fronte e dal petto. Il ragazzo aveva la febbre alta. Poi immerse un altro panno in una tinozza d’ acqua fredda che stava vicino al letto e gliela mise delicatamente sugli occhi e sulla fronte.

Gli massaggiò le gambe nel tentativo di riattivare la circolazione.

“Dovresti provare a muoverle ogni tanto, sai? Altrimenti non potrai più camminare. Stai tranquillo, ora. Finché tuo padre non sarà di ritorno, resterò io qui con te.”

“Grazie. Sei molto buona.” E si addormentò. La malattia lo aveva stremato. La piccola stella rimase tutto il giorno a vegliare su di lui, ma al tramonto una grande stanchezza la colse improvvisamente e cadde addormentata accanto al ragazzo.

Quando si svegliò non si trovava più nella camera del principe ma sul divano di un piccolo salotto. Il camino era acceso e lei aveva addosso alcune coperte. Davanti a lei c’era un signore seduto su una poltrona. Leggeva un libro. Si girò verso di lei e accennò un sorriso. I capelli gli cadevano morbidamente sulle spalle e gli occhi erano grandi e neri.

“Ben svegliata.”

La piccola stella si mise a sedere composta di fronte a lui.

“Quel ragazzo…io ero…”

“Si. So già tutto. Mio figlio mi ha parlato di te. Ha detto anche che ti sei presa cura di lui e di questo ti sono grato. Ma ti ho dovuto portare via da lì. Non si deve dormire nella stanza di una persona molto malata.”

“Quindi voi siete il re..?”

L’uomo la guardò intensamente senza parlare. Il suo sguardo era carico di una tristezza infinita.

“Io sono dolore.”

La piccola stella rimase a fissarlo a lungo senza riuscire a dire una sola parola.

“Una volta esisteva un re, e un regno bellissimo…quel re non esiste più e neanche il suo regno.”

“Non dite così. La luna mi ha mandata qui in cerca di luce. Io sono una stella e …”

“Bambina non troverai nessuna luce qui dentro. E la luna ha smesso di ascoltare le mie preghiere da tanto tempo.”

Il Re si alzò dalla poltrona e andò verso la porta.

“Se sei veramente una stella, allora sei tu che devi portare la luce in questa casa.”

La piccola stella non riuscì a chiudere occhio per tutto il resto della notte. Avrebbe voluto ritornare nella stanzetta del principe, ma dovette aspettare fino al mattino per non disubbidire all’ordine del re.

Quando fu finalmente giorno andò a trovare il principe. Nulla era cambiato dalla sera precedente. Il fanciullo era a letto con gli occhi rivolti verso la finestra. La piccola stella gli si avvicinò.

“Ti senti un po’ meglio?”

Il principe infelice la guardò sorridendo.

“Mi piace ricordare come ero un tempo, quando potevo correre ed andare a cavallo, quando facevo il bagno nel lago ai piedi della montagna, quando le mie gambe ancora si muovevano. Io cerco la vita e tu cosa cerchi?”

“Io cerco la luce.”

“E perché la stai cercando qui?”

“Ancora non riesco a capirlo.”

Passarono insieme tutta la giornata. Quando il re entrava nella camera del figlioletto portava da mangiare a lui e alla piccola stella.

Ogni tanto il principe infelice chiedeva alla piccola stella:

“Raccontami com’è fuori?”

E lei rispondeva:

“Fuori è una giornata bellissima. Il castello è il più bello che io abbia mai visto. Profuma di rose e di muschio.”

Il bambino chiudeva gli occhi e diceva:

“Si, lo sento. E poi?”

“ Dalla fontana esce acqua fresca e pura. Uccelli di ogni specie vi si avvicinano per abbeverarsi prima di riprendere il loro viaggio verso il sud. Quando guarirai andremo a giocare insieme nel tuo giardino e ci tufferemo nel lago della montagna.”

Il principe era felice quando la piccola stella gli raccontava quelle cose. Era convinto che sarebbe guarito presto per vederle. E ogni giorno la piccola stella cercava di immaginare la bellezza che un castello, buio e malato, un tempo poteva avere. E più lei riusciva a rendere splendido il castello e tutto ciò che vi era intorno, più il fanciullo sentiva rinascere in sé la fantasia e la voglia di vivere.

Passarono i giorni, le settimane e i mesi e la piccola stella aveva messo da parte la sua disperata ricerca di luce e in cambio aveva ottenuto l’affetto del principe infelice e del re. Stavano bene insieme, loro tre, soli in quel castello abbandonato da tutti e dal mondo.

Il principe e la piccola stella crescevano insieme come fratello e sorella e il re si prendeva cura di entrambi. La piccola stella era stata accolta nel castello del re come una figlia e, in tutta la sua vita, non si era mai sentita così felice.

Ma quella felicità, non era destinata a durare.
Una mattina il principe infelice cominciò a tossire e non la smise più fino a sera. Il re aveva chiesto alla piccola stella di non entrare nella stanza del fanciullo e lei era rimasta tutto il giorno davanti alla sua porta rannicchiata in un angolino.

Quando il re uscì dalla stanza del figlio disse con gli occhi gonfi di lacrime:

“Sta morendo.”

La piccola stella non capiva quella parola, ma lacrime e singhiozzi iniziarono a mozzarle il respiro. Si precipitò dentro la camera.

“Perché muori? Cosa vuol dire?”

Il principe la fissò sofferente. Aveva la stessa espressione di quando si erano conosciuti la prima volta.

“Devo ringraziarti amica mia. Una volta ti dissi che cercavo la vita. Sono stato bene con te. Me ne vado sereno.”

“Ma dove vai?”

“Vado in cielo, insieme alle stelle.”

“Ma tu non puoi andare in cielo. Tu devi restare qui. E’ questo il tuo posto.”

“Il cielo deciderà quale sarà il mio posto.”

La piccola stella corse fuori dalla stanza, dal castello, dal giardino. Corse nell’oscurità, sola, con la tristezza nel cuore, fino a che non arrivò ai piedi della montagna. Il laghetto, tanto amato dal principe morente, era diventato lo specchio di un cielo senza fine, popolato da miliardi di stelle. Ma tutte emanavano una luce diversa dal solito, debole e opaca.

Solo una bruciava più delle altre, come un grande fuoco sopra un tappeto di velluto nero. Continuando a guardare quello strano spettacolo riflesso nel laghetto, senza mai alzare gli occhi al cielo, alla piccola stella sembrò di sentire una voce molto lontana. Una voce che non sentiva da molto tempo.

“Perché non guardi il cielo bambina? Perché non vieni alla luce?”

La piccola stella alzò guardò davanti a se e vide la vecchina della luna.

“Perché non ho coraggio.”

La vecchina le andò incontro.

“Ora sei pronta per tornare. Vieni…” Le porse la mano.

“No vecchina. Riferisci alla luna che io rinuncio a tutta la mia luce. Se lo faccio forse lei avrà pietà e salverà la vita del principe infelice.”

“Glielo dirai di persona.”

La vecchina si trasformò in una signora bellissima tutta vestita di bianco con un mantello fatto di stelle e un velo d’argento sul viso.

La piccola stella era rimasta senza fiato.

“Eri tu la persona con cui ho parlato nella luna! Eri tu la persona che mi ha fatto diventare una bambina e che mi è venuta a parlare quella notte nella foresta.”

La Luna fece cenno di si con la testa.

“Ti prego, salva il Principe infelice.”

La luna le si avvicinò.

“Dammi un buona motivazione e io lo salverò.”

“Ha sofferto troppo. Deve vivere ed essere felice. Se ora me ne andassi in cielo, mi vergognerei di me stessa. Tutta la luce del mondo non vale la vita di un bambino. Ma se tu ora mi dici che ho la luce che mi occorre per tornare lassù, ti rispondo che non mi interessa. Preferisco rimanere mortale, qui sulla terra, amata dal principe infelice e dal re suo padre, piuttosto che, sola, splendere in eterno di una luce effimera.”

La Luna chinò la testa.

“Questo mi basta. Ora, tu conosci il segreto delle stelle. E non rimarrai mortale, qui sulla terra, né sola nel cielo sconfinato. Guarda in alto cara. D’ora in avanti sarai la strada per tornare a casa. Sarai vita.”

Non appena la luna ebbe finito di parlare, la bambina ritornò stella. E non una stella qualunque, bensì la più luminosa di tutto l’universo.

Sentiva l’amore dentro di se.

Tornò al castello del Principe infelice. Entrò nella stanza del fanciullo che giaceva esanime nel suo lettino.

Il re la guardò emozionato.

“Così, hai trovato la tua luce.”

La piccola stella si avvicinò al corpicino del principe.

“E così, io ve la restituisco, e da oggi in poi io veglierò su di voi e su questa casa. Non ci sarà più malattia né oscurità, ma gioia e salute.”

Il principe riprese colore in viso, aprì gli occhi e vide in lontananza la piccola stella brillare.

Da quel giorno il principe guarì per sempre dalla sua malattia. Non fu mai più chiamato principe infelice perché la vita e la speranza ritornarono in lui e anche il sole tornò a splendere sul suo regno. Ogni notte la luce della piccola stella illuminava il castello di modo che questo non rimanesse mai più nell’ombra e nel buio.

Il Re chiuse per sempre la stanza dove il figlioletto aveva passato lunghi mesi della sua giovinezza ammalato e gettò la chiave nelle profondità del lago ai piedi della montagna.

Ancora oggi la piccola stella scende sulla terra ed entra in quella stanza.

Alcuni passanti giurano di aver visto la sagoma di una bambina, dietro quella finestra, che se ne sta ferma davanti al vetro.

Dicono che ella guardi il cielo.



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