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lavoro pubblicato martedì 13 aprile 2010
ultima lettura mercoledì 16 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Portville-parte ultima

di mozart1993. Letto 842 volte. Dallo scaffale Horror

  Alza le mani, il sindaco, e le tende davanti a sé, le braccia spinte verso il vuoto oltre la finestra. La gente fa lo stesso verso il sindaco, e un urlo, qualcosa che Eddie non capisce, esce dalle loro bocche. - Finalmente ci siamo-, tuon...

Alza le mani, il sindaco, e le tende davanti a sé, le braccia spinte verso il vuoto oltre la finestra. La gente fa lo stesso verso il sindaco, e un urlo, qualcosa che Eddie non capisce, esce dalle loro bocche.

- Finalmente ci siamo-, tuona il sindaco. La sua voce è atona, non c'è quasi espressione nelle sue parole. Sembra anch'egli inconsapevole di ciò che fa. Tiene gli occhi fissi davanti, non pare guardare giù, come se sapesse già cosa ci troverebbe.

- Il ragazzo è arrivato, possiamo iniziare- e a queste parole la gente risponde con un altro urlo, più forte di prima, che Eddie identifica con un:- Sì!- pieno e convinto.

Eddie è lì, in piedi sotto l'obelisco e guarda la scena, in silenzio. Alza lo sguardo verso la finestra e poi lo riabbassa sulla piazza.

- Ragazzo,- riprende il sindaco,- sei finalmente giunto. Era tanto che t'aspettavamo. Di grazia, lo sai per quale motivo sei qui?-. assurda domanda. Se lo sapesse, magari gli darebbe un senso, ma non lo sa. E questo è il motivo che più di tutti lo fa incazzare, sì, perché è incazzato. Tutti i suoi nervi, i suoi muscoli risentono di un'incazzatura ormai talmente radicata e repressa che dubita di poter riuscire, casomai fosse possibile, a scordarsi quanta rabbia abbia provato nelle ultime ore.

Deve rispondere, nonostante tutto, deve farlo. - Secondo lei- quasi gli scendono lacrime dagli occhi,- secondo lei io lo so, vero? Ma lo sa quanti anni ho io? Lo sa?- non sa molto cosa centri questo discorso, in fondo, ma non sa che altro dire: tutto potrebbe suonare piagnucoloso e debole, perciò prova un po' a farsi forza.

- Ne ho undici di anni, signore. E cosa potreste volere voi da me? E quella voce, quella cazzo di voce-, sta usando termini che non ha mai usato; ma in questo momento non gli importa: è così che si sente,- stanotte- o stamattina- mi ha portato fuori di casa e Dio solo sa quante ne ho viste. Perché? Lo chiedo io il perché!- ora piange, ha le guance bagnate, ma non può farci niente, è così e basta.

Nessuno parla dopo le sue parole. Nessuno gli va incontro vedendolo passarsi le mani sporche di sangue sulla faccia, a impiastricciare un pasticcio già incasinato di suo. Neanche il sindaco, sulle prime, sembra averlo sentito. Poi, però, parla.

- Ragazzo, non mi piace il tuo tono. Ciò che sei stato chiamato a fare, sappilo, sei stato chiamato a farlo per il bene di Portville. Sai cos'è Portville, ragazzo?-.

Che domande sono, si chiede. Alza lo sguardo e tira su col naso.

- Portville è dove sono nato, credo...- sussurra, perché pensa di sbagliare.

- Certo, hai indovinato. Ma Portville non è solo una città. Portville vive, e per sopravvivere si serve di chi ci abita. Ogni cinquant'anni qualcuno viene scelto per intraprendere il viaggio che tu hai appena fatto e che stai concludendo. È una persona molto fortunata quella che viene scelta.-

Fortunata cosa?, si chiede, e certamente è la domanda che chiunque si porrebbe.

- Questo viaggio ha una funzione EVOCATIVA. Sono stati evocati alcuni dei fantasmi di noi comuni mortali, e tu, con questo rituale, consentirai alla popolazione di vivere tranquilla per altri cinquant'anni. Devi esserne fiero.- a queste parole, un applauso si alza dalla folla, anche se pure questo applauso sembra radiocomandato e non reale.

E quindi Eddie pensa che sono proprio andati, non uno di loro sarebbe venuto mai ad aiutarlo.

Poi chiede:- Allora, visto che siamo alla fine, posso sapere di chi era quella voce?- anche di fare questa domanda ha paura. Non vuole che gli succeda ancora quello che gli è successo prima, quella strana sensazione di vuoto e paura.

Ma alla sua domanda un bisbiglio sommesso si fa spazio tra la folla. Ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire. Guarda la folla, il cerchio che hanno formato. Le loro espressioni sono di terrore. Alcuni si coprono gli occhi con le tuniche, altri si guardano intorno circospetti. Una donna cade per terra e inizia a battere le mani sull'asfalto, gridando:-No! No! No! Perché?-. il panico inizia a diffondersi tra la gente. Il cerchio sembra essere lì lì per sciogliersi. Allora Eddie guarda il sindaco. Ha le sopraccigli incurvate in un'espressione di rimprovero misto a paura. Gli punta un dito contro.

- Come puoi permetterti di chiedere una cosa del genere? Avrebbe già dovuto punirti!-

Punirlo, eh? Come se già non l'avesse fatto. D'altronde il sindaco gli aveva appena detto che lui era stato punito per loro. Aveva espiato le loro paure. Aveva nutrito Portville. L'aveva rimessa a nanna per un altro po' di tempo. E ora neanche può permettersi di sapere di chi sia quella voce.

- Io penso d'esser già stato torturato abbastanza. Abbastanza, almeno, da poter chiedere da chi questa tortura sia stata voluta. E lo voglio sapere. Non m'importa più niente oramai!-

Ancora urla dalla folla. Qualcuno -un uomo- è svenuto. Tre uomini l'hanno sorretto e l'hanno portato fuori dal cerchio. Le sopracciglia del sindaco sono ancora impegnate in una smorfia di indignazione.

- Ebbene, te lo dirò. Ma dopo abbiamo da finire.- va un attimo dentro, e dopo un po' esce di nuovo, ma resta voltato, evidentemente a parlare con qualcuno.

- Hai già avuto l'insolenza di chiedere questo. La risposta è questa. Colui che ti ha parlato è...- ancora ,una volta il suono si perde, non riesce a sentirlo. Ancora una volta una sensazione di disagio lo assale,- lo spirito di Portville. È lui che hai nutrito. È lui che ti ha guidato. È lui che tutti noi dobbiamo ringraziare- poi il sindaco lo guarda negli occhi e dice:- So quale sarà la tua prossima domanda. Vorrai sapere perché proprio tu. Ragazzo, tu sei l'unico. Se guardi la tua mano c'è una voglia. È più chiara quando sei abbronzato e più scura quando non lo sei. È il segno. Ce l'hai soltanto tu a Portville. E ogni cinquant'anni ne nasce uno con una voglia come la tua, esattamente dov'è la tua.-

Eddie si guarda la mano. Sapeva di averla quella voglia, e mai aveva pensato che potesse essere ciò che il sindaco gli aveva appena detto.

- Ragazzo, sei l'unico a Portville che ancora pensa che guardare il mondo che gira intorno sia una cosa bellissima. Tutti noi, tutta questa gente, questa abilità non l'abbiamo mai avuta. Portville non è fatta per sognatori. Portville è fatta per nutrire il suo spirito. Punto.- ora il suo sguardo è più amorevole. Sembra davvero che gli dispiaccia di dover fare ciò che sta facendo.- Mi dispiace, ragazzo.- Abbassa lo sguardo a fissare un punto, poi riprende: - Ma ora, fiato alle trombe, iniziamo il rituale!- il cambio di tono è stato velocissimo, come se tutte quelle ultime parole non gli fossero mai uscite di bocca.

Le porte del municipio si spalancano, quattro uomini ne escono in file da due. Il sindaco rientra nel buio della sua stanza, non prima, però, d'aver lanciato a Eddie un'ultima occhiata. A Eddie è sembrato lo sguardo di un padre che è costretto a sacrificare i suoi figli per un volere superiore.

Indossano tutti una tunica rossa. Un cappuccio gli ricopre il viso, di cui non si scorge nulla a parte l'ombra, un'ombra nera e profonda, quasi a fare da porta verso un altro mondo. Si trascinano sulla piazza quasi senza toccare terra, volando in qualche modo, ma in una maniera impercettibile. Il loro incedere è lento, quasi da marcia funebre, come se trasportassero una bara sulle loro spalle, anche se di fatto non c'è niente. Puntano all'obelisco, puntano a Eddie, il quale li osserva e non fa nient'altro.

Il sindaco è sempre affacciato alla sua finestra. La gente è sempre lì intorno chiusa a cerchio.

I quattro arrivano finalmente al centro della piazza. Alcuni uomini si fanno da parte per permettergli di entrare nel cerchio. Quindi si dispongono intorno all'obelisco, all'interno del cerchio ai quattro punti cardinali, come a chiudere definitivamente il numero di adepti ammessi a quel rituale.

- Ebbene -, ricomincia il sindaco,- iniziamo!-

Un vocio sommesso s'alza dalla folla, un bisbigliare continuo e malinconico, ripetitivo e monotono.

-A te, Portville, consegniamo quest'anima pura, perché per altri cinquant'anni ci preservi dai mali del mondo- grida in tono solenne il sindaco - A te, Portville, va il sacrificio dei tuoi servi sottomessi e grati al proprio padrone!-

Il vociare si fa gradualmente più alto, pian piano, fino a diventare un canto mesto e senza speranza.

-Tababa-kre, me ikni se pona- dicono in coro, cantando un'unica nota, grave e priva d'accenti.

- Tababa-kre, me ikni se pona! Sì, "A Portville ancora un'altra anima!". Tababa-kre, me ikni se pona!- urla di gioia il sindaco, e tutti insieme a cantare sotto di lui.

D'improvviso i quattro uomini incappucciati alzano le braccia; le maniche scendono a scoprire una pelle grigia e morta. Cominciano ad avvicinarsi dai quattro punti in cui si trovano verso il centro, verso Eddie, verso quel ragazzo immobile sotto l'obelisco. Immobile certo non per voler suo, ma per causa di quella forza, che alle gambe, e poi alle braccia e nella mente; persino nella mente lo ha costretto a fare cose che mai avrebbe fatto, a guardare cose che mai avrebbe guardato.

I quattro gli sono ormai vicinissimi, tutti intorno, sempre con le braccia alzate, sempre con quella pelle. E quelli ancora a cantare, ancora a coronare quel momento con la loro personale colonna sonora. Eddie chiude gli occhi. Poi sente il tocco, gelido, senza vita, di otto mani che gli si stringono intorno al collo. Non vuole riaprirli gli occhi, non ancora, forse non sarà mai più pronto ad aprirli.

La presa si stringe. Vorrebbe gridare, farsi sentire, ma sarebbe certo inutile, poiché nessuno si prenderebbe la briga di soccorrerlo, almeno nessuno tra i presenti. Se solo ci fosse sua mamma o suo papà. Solo in questo momento si rende conto di quanto gli siano mancati questa notte. Mai, neanche durante i peggiori incubi, al risveglio, aveva pensato che sarebbero potuti mancargli tanto.

Solo ora, al termine di quella notte che non avrebbe albeggiato mai più se ne rende conto.

Poi li riapre gli occhi, anche se non del tutto convinto di volerlo fare.

Lo stanno trasportando. Lo hanno adagiato su una lastra di metallo, fredda al contatto con la schiena, e ognuno di quei quattro ha un angolo di quella barella poggiato su una spalla.

Eddie non s'alza a sedere, rimane sdraiato e sente tutto intorno un muoversi di passi concitato e rumoroso andargli dietro. Guarda il cielo e sa, guardandolo, di non averlo mai visto così bello. Sa che la luna non è mai stata più affascinante di quanto non lo sia ora, e sa che è l'ultima volta che la vedrà, l'ultima volta prima del buio.

Sa di esserci entrato nel buio quando la volta del cielo scompare dietro il soffitto dell'entrata del municipio. Il portone rimane aperto, per far entrare tutti, tutti i mille e più volti portvilliani accorsi a vedere il termine di "Quella strana notte", trasmessa in esclusiva nella piazza dell'obelisco a Portville, soltanto per quel giorno.

Il buio lì dentro è infinito. Sembra d'essere dentro un buio primordiale, sempre esistito e sempre destinato ad esistere "in secula seculorum". Eddie è sempre sdraiato, sempre lì, con la schiena intorpidita per la durezza della lastra sotto di lui.

- Tababa-kre, me ikni se pona!- è il grido che inarrestabile ancora esce dalle bocche di quegli individui, anime perse nel buio di quella volta infinita sopra le loro teste.

Lontana, una luce sembra apparire alla fine di quel tunnel lungo chilometri, anni luce, lungo quanto potrebbe essere la distanza tra le due galassie più lontane tra loro nell'universo.

Quando finalmente ci arrivano alla luce, il vocio s'è quasi placato. Almeno quelli davanti non cantano più, si sono ammutoliti.

Escono alla luce attraverso un altro portone, che Eddie non avrebbe mai immaginato ci fosse dall' altra parte del municipio. I quattro lo adagiano per terra, posando la lastra. Si alza piano a sedere il ragazzo, un po' stordito e disorientato dopo quella lunghissima attraversata delle tenebre. Gli gira la testa, giusto un po' , non tantissimo dopotutto. Si guarda allora intorno.

Sono tutti dietro di lui, in un silenzio religioso. Davanti a lui non c'è nessuno, solo cielo.

Si alza e cammina verso quel grande nero. Si trovano su un promontorio, alto, altissimo, perché la luna da lì è vicinissima, come mai lo è stata. È una sfera perlacea enorme al centro del cielo. Non c'è nube che la copra, è solo lei a guardarlo, senza paraventi che le impediscano la visione. Cammina fino al ciglio del precipizio. I suoi passi sono strascicati e alzano polvere grigia man mano che va avanti. Ha le spalle basse e la testa gli pende da un lato. È stanco, dopotutto, è davvero stanco. Un po' di riposo forse gli farebbe anche bene. Vorrebbe dormire, ha molto sonno.

Chiude gli occhi e per un attimo sembra stia per perdere l'equilibrio, sembra stia per cadere giù. Ma poi, ad un secondo dal scivolare, la vista gli si snebbia, riapre gli occhi e guarda giù, nel precipizio in cui sta per cadere. E subito si tira indietro, con un gridolino che gli esce dalla bocca, un gemito di paura. Cade sul sedere, e altra polvere si alza intorno a lui. Quelli indietro sono ancora fermi e muti. Gira il capo e li guarda. Non sembrano coscienti di essere lì. I quattro in tunica rossa hanno le mani dietro la schiena e la testa abbassata.

Eddie si rialza e guarda di nuovo giù.

Ancora buio. Se dovesse cadere laggiù, non crede arriverebbe mai da qualche parte, sarebbe una caduta eterna, che lo lascerebbe privo di respiro, gli farebbe andare il sangue al cervello se dovesse rivoltarsi dall'altro lato. Un brivido gli percorre la schiena. Paura. Ma anche tanta rabbia. Cristo, quanta rabbia. Stringe i pugni, raccoglie del muco in bocca e lo sputa oltre la punta del burrone: bava, catarro, sangue e rabbia.

Poi si volta verso di loro e dice:"Allora, che facciamo? La finiamo qui o deve durare molto ancora?". Guarda davanti a sé, li osserva tutti e gli punta un dito contro. Fa scorrere il braccio ad indicarli ad uno ad uno, senza tralasciare nessuno. "Voi...tutti...qualcuno lo conosco. Tu," ed indica un uomo in seconda fila, "tu conosci i miei genitori, e conosci anche me. Come puoi fare questo? Potrei essere vostro figlio, o vostro nipote o un amico di vostro figlio. Potrei essere venuto a casa vostra a studiare, mi potreste aver offerto del tè fresco. E ora? Che cosa vi è successo, sveglia...",e poi li vede. I suoi genitori, lì dietro l'uomo che ha appena indicato. Le loro espressioni sono come quelle di tutti gli altri: vuote e con su impresa la sensazione di non avere un'idea precisa del perché si trovano là. Ora Eddie vorrebbe proprio voltarsi e correre verso il precipizio, senza più guardarsi indietro, senza più pensare a niente. Sono tutti complici, pensa, nessuno potrebbe mai aiutarmi. Gli si inumidiscono gli occhi a questo pensiero.

"Ora basta, concludiamo qui" sentenzia la voce. È sempre lei, ma ora Eddie sa a chi appartiene.

"Sì, direi di concludere qui, stronzo!" grida il ragazzo,"Sono stanco e non ho più paura di te. Fatti vedere in faccia, cazzo, non sopporto gli infami. Che cosa mi hai fatto stanotte? Spiegamelo. Cos'era? Non credevo fosse possibile sentirsi così, ma tu ci sei riuscito a combinarmi male, davvero male. Rivela la tua faccia, ormai siamo alla fine!" dice questo rivolgendosi al vuoto, al nero intorno a lui. Agita i pugni in aria. Poi la forza lo blocca, gli stringe le braccia contro i fianchi e gli sigilla la bocca. Lo spinge verso il burrone. La polvere che si alza ora da terra e davvero tanta e fitta. Davanti a sé non vede più niente. Solo il grigio.

Poi il grigio in un punto si fa più denso, più scuro, sembra quasi prendere forma e colore. Una sagoma si costruisce venendo avanti, cambiando gradualmente colore da grigio a rosso scuro. È uno di loro, pensa Eddie, è uno di quei quattro.

Esce definitivamente dalla nebbia, sempre con quel suo passo sospeso,vaporoso, e tenendo un braccio alzato davanti a sé.

Eddie riesce a emettere un suono, un soffocato: " Scopriti!", prima di essere nuovamente zittito dalla forza.

La figura in rosso ormai gli è ad un passo, il suo braccio tocca quasi il petto del ragazzo, che lo guarda con disprezzo e rabbia.

Poi l'altro braccio, che era rimasto dietro la schiena, si alza arrivando alla testa, fino ad afferrare il cappuccio.

- Tababa-kre, me ikni se pona!- sussurra la sagoma in rosso, e la sua voce è quella voce, Eddie ne è certo. L'ha sentita fin troppe volte per non riconoscerla. Ha di fronte a lui colui che lo ha spinto fin qui.

La figura in rosso lo spinge. Eddie perde il contatto con il suolo sbilanciandosi all'indietro.

Quello si abbassa il cappuccio, e in quel momento Eddie vede dietro l'ombra.

Apre la bocca ma non un urlo ne fuoriesce. Solo il buio intorno lo libera dal male.

Cade, cade per un tempo lunghissimo. Forse ora sta ancora cadendo, per quanto ne so io. E, per quanto ne so, credo che non si fermerà mai.

Se magari foste stati bambini a Portville, il comportamento dei vostri genitori vi avrebbe sempre un po' disorientato. I loro modi nei vostri confronti sarebbero certo stati un po' strani, stravaganti oserei dire. Però non vi avreste fatto caso, perché dopotutto erano pur sempre coloro che vi avevano dato alla luce. Delle volte, non vorrei dire sempre, i vostri genitori avrebbero anche potuto dimenticarsi di voi, alcune volte non vi avrebbero ripreso prima di pranzo da scuola, altre vi avrebbero lasciati soli a casa per serate intere, senza lasciar detto dove andassero né a che ora sarebbero tornati. Oppure non avrebbero rimesso a posto la vostra camera come Dio comanda. Come, per esempio, fece la signora Krane.

La signora Patricia Krane era orami un po' di anni che s'era maritata con un buon giovane di nome Gary. Abitavano in una villa nella ridente cittadina di Portville, dove si potevano contare sette-ottomila anime, non di più, e da quella notte anche un di meno.

I due avevano acquistato una gran bella casa dove, avevano deciso, avrebbero trascorso il loro futuro, magari generando eredi, o magari lasciando al tempo questa decisione.

Tutte le mattine il signor Brown andava a lavoro, ritornando la sera. Non tutte, però, perché una sera a settimana andava a giocare a calcetto con i colleghi. E la signora Krane in Brown non poteva dirsi che contenta di questa routine. Anche lei ci andava a lavoro, ed era soddisfatta anche lei di ciò che faceva. La sera, stanca, se ne andava letto con suo marito, anche lui stremato, e la notte scendeva tranquilla a spargere il sonno sulle loro palpebre.

Quella notte no. Era stata più movimentata del solito. Aveva avuto un incubo.

Era rimasta incinta. All'inizio del sogno si trovava in ospedale, stava partorendo. Intorno a lei c'erano il dottore, due infermiere e suo marito. Le stringeva la mano e sorrideva, dandole la forza per superare quel dolore immenso. Il dottore stava davanti alle sue gambe aperte e sollevate da due sostegni sotto le ginocchia. Le diceva di spingere, Patricia vedeva le sue labbra muoversi e i suoi occhi guardare attentamente cosa succedesse sotto il suo ventre. Quindi il dolore più forte che avesse mai provato in vita sua. Riusciva a sentire ogni sospiro che emetteva, tutti i capelli che ricadevano in ciocche sudate sulla fronte e sul colle. Guardava suo marito, che sempre le sorrideva, ora un po' più forzatamente. Notava che non riusciva a guardare cosa succedeva lì sotto a pochi centimetri da lui. E poi il bambino finalmente usciva, tutto ricoperto di sangue. Il dottore lo osservava, chiamava l'ostetrica, una donna sorridente, e glielo dava tra le braccia. Quella se ne andava e dopo un po' tornava, sempre col bambino, che ora era stato lavato a dovere. Però non rideva, la sua espressione era truce, buia. Guardava il dottore e se lo portava in disparte. Gli sussurrava qualcosa e il dottore alzava le sopracciglia. Patricia osservava tutta la scena. Il dottore le avvicinava il bambino e le indicava qualcosa, una voglia sulla mano. Allora Patricia aveva visto sé stessa spalancare la bocca in un urlo ma non gridare. Poi nella stanza era entrata una figura vestita interamente di nero, con la testa coperta da un cappuccio. Il dottore le porgeva il bambino e quella se ne andava, uscendo da dove era entrata. Patricia urlava, poi non succedeva più niente. Si era svegliata sudata, senza cacciare urli o quant'altro, solo rimanendo per un'eternità con gli occhi sbarrati.

Si era alzata ed era scesa in cucina per prendere un bicchiere d'acqua. Che strano incubo, aveva pensato. I suoi pensieri si erano più o meno limitati a questo. Dopotutto lei non aveva figli, non ancora, perlomeno. Poi quella voglia, proprio non sapeva cosa significasse. E comunque lei non ci credeva alle superstizioni, avrebbe voluto avere figli comunque.

La mattina dopo quel sogno già le era passato di mente. Si sentiva stanca, spossata, nonostante il suo sonno fosse continuato serenamente dopo essersi alzata per bere. Si alzò dal letto e subito ripiegò le due tuniche sul letto per poi riporle nel cassetto più in basso del comò.

Quindi fece colazione, si vestì ma non per andare a lavoro. Non era domenica, ma era il suo giorno libero. Prese un grande cartone vuoto. Entrò nella stanza accanto alla loro stanza da letto. C'erano solo due stanze e un bagno su quel piano, oltre ovviamente alla botola per andare in soffitta.

Aprì la porta e se la lasciò aperta dietro. Cominciò a riporre nel cartone tutti quei peluches, a strappare alcuni poster dalle pareti sempre per metterli lì dentro. Aprì l'armadio e cominciò a togliere tutti quei pantaloni e quelle t-shirt e quei maglioni e quelle felpe di piccola taglia che non appartenevano né a lei né tantomeno a Gary.

Quando tutto fu riposto nel cartone, controllò per un'ultima volta che non ci fosse più niente in giro.

Uscì portandosi dietro il cartone e chiudendo la porta con il piede.

Quando Gary tornò quella sera, Patricia lo accolse sorridente. Lui rispose al sorriso. Lei lo condusse di sopra tenendogli la mano. Entrarono in quella stanza, quella dove lei era stata quella mattina.

Patricia disse con un sorriso e con un tono entusiasta:- Amore, ho liberato questa stanza. Credo sia il momento!-

Gary la squadrò con un sguardo interrogativo:- Il momento per che cosa, cara?-

Patricia fece un sorrisetto furbo, gli buttò le braccia al collo e quindi disse:-Voglio avere un figlio, amore!- e lo baciò ancora una volta, più intensamente che mai.

FINE



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