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lavoro pubblicato giovedì 8 aprile 2010
ultima lettura sabato 21 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Processione dei Morti

di DieselNoir88. Letto 2771 volte. Dallo scaffale Horror

IntroduzioneI fatti che qui vengono narrati attingono a leggende proprie del folklore della terra nella quale sono nato. Storie tramandate per lo pi&u...

Introduzione

I fatti che qui vengono narrati attingono a leggende proprie del folklore della terra nella quale sono nato. Storie tramandate per lo più oralmente e prive di una regolare bibliografia che permetta una documentazione o uno studio. Inoltre l'uso comune del dialetto come lingua ufficiale fino a pochi decenni fa nella maggior parte dei nostri paesini, ha creato un ostacolo alla comprensione e ad un eventuale tentativo di forma scritta dei suddetti aneddoti.
In effetti quando ebbe inizio il mio lavoro di raccolta di questi racconti, cominciai a trascriverle completamente in vernacolo locale con l'intenzione di conferire al testo quella genuinità e quell'atmosfera "primordiale" che sia cela dietro ogni sfaccettatura di parole arcaiche, modi di dire, e locuzioni tipiche. Cosa tra l'altro difficile visto che molte di queste non hanno nemmeno un efficace equivalente per una traduzione in italiano.
Ma conservando questo tipo di narrazione avrei però logicamente limitato l'accessibilità della lettura e, ovvio, la comprensione da parte di persone che geograficamente non fanno parte di quest'area.
Da ciò la decisione di rendere l'intero testo in italiano. Avendolo appreso direttamente a voce dal racconto di un'anziana, la messa in prosa è stata abbastanza complicata, visto che per ottenere l'effetto desiderato è stato necessario snellire la narrazione da divagazioni, imprecisioni e svarioni sintattici fatti dalla mia interlocutrice, nonchè da particolari forme espressive che comicizzano l'intera situazione pur trattando una storia che riguarda il soprannaturale.
A parte alcuni dettagli romanzati e la prosa, c'è ben poco di mio. Il resto è cultura e tradizione della mia terra: la Puglia.

Nota: nelle frasi dialettali la lettura della lettera "ë" è muta.



LA PROCESSIONE DEI MORTI

Viveva un tempo una donna chiamata Maria. Era molto legata a sua madre, un vincolo di amore devoto e pieno di rispetto, e quando questa, ancora giovane, morì di malaria, Maria cadde in un profondo stato di tristezza dal quale sembrava non riuscire più a riscuotersi. I suoi familiari ne ebbero molta cura e la trattarono con ogni riguardo affinchè la loro congiunta riuscisse a spegnere il male che la divorava ma, nonostante ciò, la donna cominciò a chiudersi sempre più in sè stessa fino al punto di ritirarsi del tutto dalla sua comunità. Dieci anni passarono tristemente, durante i quali Maria consumò il suo lutto interamente tra le mura domestiche, salvo le volte in cui si recava ad assistere alla santa messa o al camposanto a bagnare con mille lacrime il sepolcro in cui riposavano le spoglie della madre.
La famiglia intera la compiangeva quasi come se insieme a Vincenza, la madre, fosse morta anche una parte della figlia.

Venne un giorno in cui nel borgo si sparse la voce che la Zingara (*) era di passaggio e in molti accorrevano a consultarla per farsi predire il destino o per avere notizie dei propri familiari defunti dall'aldilà.
La notizia arrivò anche a Maria, la quale udendo ciò, parve riscuotersi dal suo stato di prostrazione e volle affidarsi alle parole dell'indovina che si era accampata in una scura grotta dietro la Collina di San Michele.
Ma anche costei faticò a reprimere il terrore quando la donna fece intendere che il suo più grande desiderio, anche a costo della propria vita, era di rivedere sua madre.
La Zingara tentò di dissuaderla, ammonendola del grave pericolo che si corre cercando di ottenere un contatto diretto col mondo dei defunti, ma la febbrile ostinazione di Maria non fece una piega.
Dunque la Zingara le diede uno stoppino, intorno a cui doveva essere composta una candela fatta del cerume delle proprie orecchie, e le indicò un luogo, che si trovava sulla strada per Foggia, dove si sarebbe dovuta recare durante una certa notte nel periodo in cui "i morti camminano tra i vivi".
Si raccomandò nuovamente, e più volte, che anche quando il rito fosse portato a compimente, non avrebbe dovuto farne parola con nessuno, pena disgrazie e malauguri.
Ma ormai Maria era divorata da un'ossessione senza fine, una folle energia che pareva avesse ridato forza al suo corpo smunto e indebolito dal dolore e, senza udire nè le raccomandazioni, nè i consigli della vecchia gitana, corse via dalla grotta.

Passarono altri cinque lunghi anni durante i quali la donna si dedicò alla costruzione di questa candela. Arrivò il Santo Natale e l'inverno freddo e denso di malinconia e Maria era più che mai consumata nel corpo e nello spirito: l'unico barlume di vitalità che ancora ardeva in lei era acceso dal suo folle desiderio.
Finalmente dopo aver prestato attenzione alle fasi lunari e ai segni premonitori che giungevano ai suoi sensi, venne la notte prestabilita, quando "i morti ritornano a camminare sui sentieri percorsi da vivi".
Era una notte di luna piena quella in cui la sventurata, uscita di nascosto dalla casa dove viveva con sua sorella, si incamminò a cavallo verso il Bosco di Quarto.

La luna splendeva mentre nella foresta buia regnava un'atmosfera sacrale dove anche la natura pareva rispettare il silenzio da qualcuno o qualcosa imposto.
Maria sentiva solo il battito impazzito del suo cuore e lo sbuffare del cavallo, un respiro irregolare. L'ululato di un lupo la fece trasalire e la lanterna che stringeva nella mano si infranse al suolo spegnendosi.
Le tenebre l'avvolsero completamente ma la paura non la colpì nemmeno quando dalle fronde più lontane giunsero alle sue orecchie deboli rumori, simili a rantoli o sospiri.
Continuò ad addentrarsi lungo il sentiero e, fortunatamente, la luce della luna schiarì la sua via.

Giunse infine al luogo descritto dalle visioni della Zingara e qui sedette su una gigantesca roccia. Diede fuoco alla candela e cominciò quella che per lei fu una lunghissima attesa.
Ad un tratto altre fioche luci di candele fecero capolino dall'interno del bosco e lungo tutto il sentiero mentre i sospiri uditi prima si fecero più insistenti ed aumentanti di intensità, ora quasi simili a lamenti.
In quella luce irreale comparirono sagome evanescenti che man mano che si avvicinavano rendevano sempre più nitidi i contorni dei loro volti. Visi belli e nobili di uomini del passato, donne dall'espressione chi malinconica, chi altera e sprezzante, ma anche volti di gente umile dalle vesti semplici e contadini che nelle mani incorporee stringevano ancora forconi e falci.
Maria si riscosse e, in preda alla frenesia, cominciò a correre verso la processione in cammino sul sentiero.
Ma uno degli spettri si voltò di scatto verso di lei e il suo respiro era gelido come il vento di tramontana. Le intimò di non avvicinarsi e quando la donna con voce rotta domandò se conoscesse sua madre, lo spirito tacque e con un cenno del capo le indicò il sentiero dal quale i morti scendevano in silenzio. L'attesa le straziava il cuore, ma altro non potè fare: cadde in ginocchio e piangendo recitò preghiere e invocazioni prive di senso alcuno.

Quando la vide, Maria quasi venne meno. Era proprio sua madre, immutata nell'aspetto e con ancora indosso gli abiti che portava il giorno della morte. Anche lo spettro si accorse della sua presenza e, indugiando, venne fuori dalla folla e si avvicinò alla figlia.
Nessuna parola venne pronunciata da entrambe, solo sguardi inespressivi. Maria ad un certo punto si alzò dalla terra dove era inginocchiata e spinta dalla speranza parlò con lo spirito che continuava ad osservarla, ora severamente.
- Si tu, mamma mijë? - domandò lei. - Si proprjë tu? -
Lo spettro taceva.
Maria ripetè di nuovo la domanda e fu allora che la madre parlò. Le sue praole erano dure e piene di rimprovero. Non poteva perdonare alla figlia di aver lasciato che la propria vita si consumasse nel dolore e nel lutto abbandonando il mondo e la gioia di vivere. La donna taceva ed ascoltava lo spirito di sua madre e le sagge parole che echeggiavano nel Bosco di Quarto.
Tutto intorno la processione dei morti non aveva sosta. Infine lo spettro si congedò asserrendo che il proprio tempo era scaduto e la notte ormai agli sgoccioli.
Infatti la luce dell'alba cominciava a schiarire il cielo mentre le evanescenti figure dei morti si confondevano nella nebbia del primo mattino fino a svanire del tutto.
Maria era ancora lì. Incurante del nuovo giorno, dei raggi del sole e del canto degli uccelli del bosco. Ancora restava in ginocchio con lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi umidi di pianto.

Ritornò al paese e in lei si verificò un assoluto mutamento. Dopo quasi vent'anni di tristezza il sorriso tornò a fiorire sulle sue labbra e la vita ricominciava ad avere un senso.
I compaesani e la famiglia erano stupefatti e si domandavano cosa avesse potuto provocare un così radicale cambiamento, ma allo stesso tempo ne erano rallegrati e più di qualcuno esclamava con gioia:
- Graz'ia Ddijë e tutt'i Santë! Cummara Mareijë è rinsavitë! (**) -

Accadde un giorno però che la donna si recò con la sorella a raccogliere carrube. Erano sole e lontano da orecchie estranee e sua sorella colse l'occasione per domandarle cosa avesse potuto far cambiare il corso della sua vita così da un momento all'altro. E da cosa la decisione di abbandonare il lutto ormai durato anni.
Sulle prime Maria era incerta se rispondere o meno, ma dopo l' esitazione iniziale disse:
- Mia amata sorella, ti rivelo ciò che nessun altro ha mai udito dalla mia voce, ma ti chiedo di aver fede in queste parole e di non dubitare del loro varlore e della lucidità del mio pensiero! -
L'altra donna era tutt'orecchi e promise, giurò e spergiurò che qualunque cosa avesse udito mai ne avrebbe fatto parola con anima viva.
- Ebbene, io ti dico che il lutto che ho portato e rispettato per vent'anni, per onorare la memoria di nostra madre era una cosa priva di senso alcuno, visto che lei stessa mai avrebbe voluto che il dolore affliggesse il mio viso e il pianto bagnasse i miei occhi, senza curarmi di quanto la vita sia preziosa e degna di essere vissuta. -
- Come puoi dire questo, Mareijë? Non puoi mettere in bocca a lei, buonanima, parole che mai pronunciò! Giammai udii da lei questi fatti! -
Maria tacque e sospirò prima di riprendere:
- E' qui che devo dirti la verità, sorella. Fu proprio lei a dirmi ciò quest'inverno nel Bosco di Quarto! -
La donna impallidì e indietreggio facendosi il segno della croce, certa che quella fosse la più grande blasfemia mai udita, e domandò alla sorella se avesse perso il lume della ragione.
Ma lei non fece una piega e con tutta la pazienza possibile narrò di come avesse fatto ad entrare in contatto con la processione dei morti e dell'incontro con la madre defunta.
Sua sorella ascoltava incredula e ancora non riusciva a capire se dietro le parole di Maria si celasse qualcosa di veritiero o solo follia. Siccome il sole volgeva al tramonto decisero di tornare verso casa. Al momento di andare a dormire la donna si fece strappare la promessa che l'indomani avrebbe di nuovo narrato l'intera storia.

Non c'è ne fu il tempo. Cummara Mareijë venne trovata morta il giorno seguente nel suo letto, con gli occhi sbarrati in un'espressione di autentico terrore e la bocca spalancata da cui scorrevano rivoli di sangue andatosi a rapprendere sulle lenzuola candide. Proprio come la Zingara le aveva predetto. La sorella, disperata, narrò la vicenda ai compaesani i quali a loro volta la tramandarono nel tempo e così a noi è giunta.





(*) Espressione che non ha nulla a che vedere con l'etnia rom. Ma nel dialetto locale "zingara" assume il significato di fattucchiera, indovina.
(**) "Grazie a Dio e a tutti i Santi. La signora Maria è rinsavita."


Commenti

pubblicato il 08/04/2010 16.41.22
elisa55, ha scritto: Ottimo lavoro il tuo
pubblicato il 08/04/2010 19.19.42
akire, ha scritto: Bello, mi piace!
pubblicato il 11/04/2010 17.39.50
vinelv, ha scritto: Anche dalle mie parti esistono storie simili alla tua, posso dire che è sempre un piacere leggere racconti che caratterizzano il folklore popolare del Sud, specialmente se scritte bene. Bravo.

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