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lavoro pubblicato venerdì 7 marzo 2003
ultima lettura venerdì 6 marzo 2020

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VOLTURARA IRPINA

di J G Page. Letto 1702 volte. Dallo scaffale Generico

Nel pomeriggio, dopo pranzo, mio zio Alfonso chiamava Mastarrico perché lo facesse addormentare con un racconto dei saraceni. Mastarrico si metteva in terra accanto al letto di mio zio e cominciava il racconto in un dialetto strettissimo, come in una cantilena cantata, che io stesso facevo fatica a capire, ascoltando di nascosto

Al paese la povertà era la stessa dal medio-evo. I nostri contadini dormivano in terra senza materassi, tutti insieme in una unica stanza, nonni, padri, figli, fratelli e sorelle. La loro stanza era del tutto priva di mobili e arredi, avevano un solo grande piatto di terracotta e cucchiai di legno. La sera mangiavano tutti insieme in questo piatto, soprattutto pasta, fagioli, patate e pane, forse un poco di vino che sapeva di aceto.
Avevano un solo vestito, i ragazzi andavano a piedi nudi, le donne avevano scarpe fatte di pezza, solo gli uomini avevano scarpe. I contadini si alzavano all'alba e tornavano al tramonto. Andavano a zappare con le mani una terra cattiva. L’acqua corrente nelle case era rara, le contadine andavano alla fontana con una grande giara di rame, proteggevano la testa dal peso con una treccia di stoffa nera. 
Uno di loro, Mastarrico, Maestro Enrico, chiamato così perché faceva il ciabattino, era zoppo, non so se per malattia o incidente, perciò non poteva zappare. Nel pomeriggio, dopo pranzo, mio zio Alfonso chiamava Mastarrico perché lo facesse addormentare con un racconto dei saraceni. Mastarrico si metteva in terra accanto al letto di mio zio e cominciava il racconto in un dialetto strettissimo, come in una cantilena cantata, che io stesso facevo fatica a capire, ascoltando di nascosto da dietro la porta. 
Mia nonna, la madre di mio padre, ebbe sedici o diciotto figli, nessuno lo sa di preciso. Molti di loro morirono prima o poi di qualche malattia. Quando nacqui io ne erano rimasti quattro, tre fratelli e una sorella. Vidi mia nonna una volta sola mi pare. Mi chiese, come era in uso, se fossi il figlio di Gerardo, risposi di si. Lei stava lavorando di cucito, mi chiese se potevo infilarle il filo nell’ago. Lo feci rapidamente. Non ricordo il colore del filo, ma sarà stato bianco o nero. I figli le portavano un rispetto che non esiste più. L’anno dopo mia nonna morì e tutto un mondo morì con lei.  
Questo era il profondo della terra irpina, e non molto tempo fa. Tutti emigravano in Germania o in America, i giovani che tornavano dall’America avevano uno sguardo torvo; venivano solo per prendere la madre, una sorella, qualche povero ricordo, non vedevano l’ora di ripartire. 

Il signor di Talleyrand avrebbe detto -Voi che non avete conosciuto questi tempi, non saprete mai cosa é la nostalgia di vivere-.  Ma avrebbe avuto torto.  _




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