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lavoro pubblicato lunedì 22 febbraio 2010
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Notte stellata- Versione tagliata

di vennyrouge. Letto 755 volte. Dallo scaffale Fantasia

Diverso tempo fa, alla fine della giornata di lavoro, passai per caso nei pressi dell’abitazione del collega, Dario. Sapendolo in casa pro...

Diverso tempo fa, alla fine della giornata di lavoro, passai per caso nei pressi dell’abitazione del collega, Dario.

Sapendolo in casa provai a chiamarlo, suonando alla porta dell’abitazione. Questi mi ricevette volentieri e dato il periodo, eravamo in Giugno, ci sedemmo a chiacchierare in veranda. Bevendo del tè freddo, parlammo del più e del meno ed il discorso cadde su un ritrovamento, fortuito, avvenuto in zona. Si trattava di un manufatto antico. Così mi disse Dario. Incuriosito domandai se avesse potuto accompagnarmi, per vedere meglio e di persona. La cosa poteva essere interessante.

Giunti sul posto, costatammo che più di una costruzione si trattava invece di un semplice antro, esistente al di sotto di una grossa pietra e nascosto alla strada da un piccolo canneto che vi era cresciuto attorno.

Si poteva accedere al luogo in maniera abbastanza comoda, passando dal sentiero di campagna, avendo cura, di salire sul prato e andare a guardare sul retro, una volta raggiunto il grosso masso. Scostato il bambù, che gli era attorno, si scendeva, gradatamente proprio sotto alla pietra.

Pareva che per anni nessuno l'avesse scorto.

La grotta all’interno appariva accogliente e la temperatura era leggermente più fresca di quanto non fosse fuori. La caverna non sembrava umida ed il pavimento era in morbido terriccio.

All’interno, nella superficie semi circolare, potevano sostare comodamente sei, otto persone, ed al centro c’era abbastanza spazio da rimanere comodamente in piedi.

E' probabile che un tempo, fosse abitata.

Nella zona, sono stati rinvenuti diversi oggetti Etruschi. La grotta, però, non era ascrivibile a quel periodo. Chi afferma che era anche precedente chi che senz'altro poteva essere d’epoca successiva. Così appariva dalle prime ricerche svolte dai saccenti del luogo.

A creare stupore o attesa, era semmai il fatto, a tutti noto che i Romani costruirono, da quelle parti, un porto dal quale risalire con le merci il Tevere ed arrivare alla città. Si trattava di comprendere a quale periodo storico appartenesse e di effettuare qualche ricerca d’eventuali reperti presenti attorno o sotto al pavimento.

Trattandosi di un ritrovamento recente, la voce si era diffusa senza che il Comune avesse ancora procurato a transennarla.

Per cui, era come dire: un’esperienza emozionante poter visitare tra i primi, qualcosa che avrebbe potuto acquisire un importante valore storico o artistico, magari un secondo momento.

Ci accomodammo vicino alla parete per osservare la struttura e anche a trovare, chissà mai, qualche traccia di un’antica scrittura.

Non trovandone alcuno, ci mettemmo a sedere sul pavimento.

Lì rimanemmo un paio d’ore a chiacchierare.

Sembrava che il tempo trascorresse lentamente ed in modo sereno. Tant’è che parlammo al di fuori degli schemi e con molta sincerità anche delle pecche dei nostri funzionari.

E posso assicurarvi che n’avevano assai!!

Inoltre, ci confidammo idee e attese politiche. Discorsi che in azienda erano sempre sconsigliati.

A noi, si aggiunsero altri visitatori. I quali si accomodarono con altrettanta semplicità e trascorrendo la permanenza, al medesimo modo, seduti in terra a chiacchierare. Lasciammo la spelonca all’imbrunire, salutandoci calorosamente.

Alla fine della settimana, mi trovai nuovamente in quella zona e pensai di fare un’ulteriore e più attenta visita alla grotta anche se questa non aveva in sé niente di particolare.

Poteva essere una semplice cantina, scavata durante la seconda guerra mondiale. Solo non si vedevano i segni di una piccozza. Anzi, le pareti erano abbastanza levigate e in alcuni punti perfino lisciate.

Probabilmente desideravo perdere un poco del mio tempo, oppure ero alla ricerca di un poco di fresco e della tranquillità.

Non passai dall'amico di lavoro, poiché era trascorso poco tempo dal nostro ultimo incontro e sinceramente intesi evitare di disturbare in casa.

Ad ogni modo trovai il luogo senza problemi.

A quell’ora c’era ancora un certo viavai di persone. Le quali uscendo, liberarono il posto al sottoscritto anche quale probabile, ultima persona ad entrare, prima della notte.

Una volta al suo interno, ebbi l’impressione di sentirmi, interiormente meglio, rispetto alla prima visita. L’ambiente appariva altrettanto accogliente. Sedetti ancora una volta sul pavimento, e scelsi di farlo, nei pressi dell’uscita. - Non volevo attardarmi troppo.

Trascorso del tempo così accomodato, notai all’interno della sala, due ragazze. Non mi ero accorto del loro ingresso.

Una delle due, la più giovane, aveva grosso modo, venti - venticinque anni. L’altra qualcosa in più, trenta o trentacinque.

Tutte e due usavano vestire in maniera che dire? Un poco bizzarra. Indossando gonne lunghe fino ai piedi e portando il panciotto, sulla loro camicie bianche, rifinite con delle trine.

Parevano rimaste al medio evo!

La giovane aveva i capelli biondi e corti.

L’altra, era invece mora, con i capelli lunghi, tenuti in modo disordinato e con un naso leggermente aquilino.

Nel complesso poteva definirsi assai carina ed anche bella.

A colpirmi erano i suoi occhi verdi.

Le due, completamente incuranti del sottoscritto, nella luce divenuta un po’ incerta, si accingevano ad aprire una sacca di lino contenente farina gialla che versavano in un pentolone, senza alcun fuoco a scaldarlo da sotto.

Non mi preoccupai e neppure trovai strano il fare.

Pensando che si stessero preparando, per una cena e una serata in compagnia d’amici. Certamente avrebbero ballato e suonato, e perché no? Avrebbero bevuto del vino e fumato uno spinello.

Mi passò un filo di curiosità per il loro uso, e per questo tentai di imbastire una conversazione: Ciao, scusate. Dissi. - Che cosa preparate di bello?

Nulla di che… rispose la più grande tra le due e continuò: Sai, io vivo qui!

La ragazza bionda, guardandomi, sorrise dolcemente, come se mi conoscesse o provasse simpatia per me. Sembrò poi, annuire all’amica.

Trascorsi qualche istante perplesso, domandandomi il significato intrinseco di quella risposta che evidentemente non comprendevo a pieno: forse vi aveva trovato alloggio e dormiva in questo luogo con il sacco a pelo? Era per caso una nomade? - No! non l’avrei detto!

Ripresi ad osservare i gesti della ragazza, la quale con un gran mestolo di legno era intenta a sciogliere la farina che l'altra gettava a piccoli pugni nell’acqua fredda. Svolgeva la mansione intonando una specie di litania e camminando lentamente in senso orario attorno alla pentola.

Mi sentivo confuso e domandai:

Ma cosa fate per vivere?

Ma … non saprei! Rispose con sottesa ironia la più grande. – E i suoi occhi parvero cangiare nello smeraldo più chiaro guardando nei miei.

Dissi ancora, riflettendo sulla possibilità di vivere in santa pace e trovando nel loro essere, un modo diverso, rispetto al mio:

Ballate? Cantate forse?

Anche … sì… e sempre volentieri!

Ed era sempre la mora a rispondere alle mie domande, aggiungendo una nota d’allegria che trovai dolce e piacevole. Un poco maliziosa, al contempo.

Tornai a stare in silenzio, notando che queste, pian, piano, con il grosso cucchiaio, versavano l’impasto sul pavimento al centro della sala.

Dopo di ciò, la mora vi si pose al lato, ed una volta accovacciata cominciò a stenderlo in terra; cercando di dare all’amalgama la forma di una mezza luna. Mi venne allora, un leggero torpore o almeno così mi sembra di ricordare e lasciai continuare le due donne, assopendomi.

Una mano di donna sembrò accarezzarmi il volto.

Mi risvegliai ed ebbi l’impressione di aver riposato per un paio d’ore. Purtroppo sbagliavo: era almeno la mezzanotte!

La grotta sembrava più accogliente ed era diventata calda. Il tepore mi assaliva mentre una luce di gradazione rossastra la illuminava debolmente. Come ci fosse un fuoco acceso.

M’imposi di reagire e muovendomi, andai involontariamente, con la mano, sopra alla mezza luna. Accorgendomi in questo modo che era quasi del tutto indurita. Dentro di questa sembrava pulsare un cuore, ed era da lei che proveniva l’illuminazione. La bocca e gli occhi, disegnati sulla figura, emanavano una luce giallognola.

Mentre il lato della faccia, era di colore marrone, rosso scuro.

Delle ragazze, non vedevo segno, ma la più giovane mi era parsa uscire della caverna proprio mentre mi addormentavo. - Non ci avrei giurato però!

La prospettiva dalla quale guardavo la luna - in quella notte, piena - al di fuori della grotta, indicava che mi trovavo molto in basso con occhi rispetto al piano sul quale, la medesima, era alta nel cielo.

Ero sdraiato? Sì! Non poteva essere diversamente.

Tentai di alzarmi, ma intorpidito come mi sentivo, finii a rotolare su un fianco e quindi su me stesso, fino al fondo della grotta.

Ero su un cumulo di terra. Come quelli che si realizzano per dare semplici sepolture. Qualcosa si mosse appena al di sotto del terriccio. Si trattava di un piede di donna. La sua grazia mi attirava ma desideravo uscire da quel luogo. Mi affrettai a spostarmi, e rimessomi a pancia in giù, arrancai carponi. Muovendomi con fatica per raggiungere l'esterno. La caverna appariva bassa. Ristretta. La dove, era stata una comoda entrata, adesso c’era un piccolo spazio circolare. - Nulla di più grande di una testa poteva passare!

Vi cacciai dentro la mia e mi sentii, sospeso nel vuoto.

Come un verme che sbuchi dalla mela!

Mi accorsi, in questo modo che l’orifizio era elastico, e che potevo passare.

Era questione di minuti, poi non sarei più riuscito a farlo e sarei rimasto imprigionato.

Preso dal terrore v’infilai veloce l’avambraccio sinistro. Però in questa posizione non potevo passare! Mi girai sul fianco sinistro e tentai con il braccio destro. Il quale finì fuori della grotta.

A questo punto inserii nuovamente il sinistro e spinsi con le gambe tutto insieme.

La bocca cedette e mi ritrovai completamente all’esterno.

Era stato, com’essere sputati dal tubetto di conserva!

La strada, era vicina. Lo sapevo. Doveva essere sopra l’incannicciata di bambù. Dietro di me, l’accesso era ancora semi aperto. La tenue luce si andava spegnendo. Salutai mentalmente la donna che mi aveva offerto il suo mondo lasciandomi in ultimo la scelta di andare. Tra poco si sarebbe chiuso del tutto e chissà per quanti anni. Era notte fonda e non c’era nessuno cui domandare una mano.

Non restò che pulirmi dal terriccio rappreso, riprendere la vettura lasciata all’inizio del viottolo e tornare a casa.



Commenti

pubblicato il 01/03/2010 16.04.45
SCHEGGIAIMPAZZITA, ha scritto: Pazzesco! Ma l'hai sognato, vero? Caspita, che suspence!!! Bravo

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