ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 12 febbraio 2010
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

PARALISI

di akire. Letto 1283 volte. Dallo scaffale Pensieri

Tutto quello che ho scritto è vero, non mi sono inventata niente. Ho scritto questa storia per esorcizzare le mie paure, e spero che funzioni. Buona lettura!

Paralisi.

Sapete cos'è? E' la condizione curiosa e scorcentante in cui il corpo, ma anche la mente non riescono a generare gli impulsi necessari per, ad esempio, camminare con le proprie gambe.

Ah, lo sapete? Beh, ora lo so anch'io. Ma fino a ieri ignoravo queste cose: e non avevo il minimo interesse di approfondire l'argomento su paralisi e derivanti.

E tantomeno di sperimentarla.

Camminavo per le vie del centro guardandomi attorno circospetta. Avevo perso la mia andatura veloce e ritmica che si può imparare solo vivendo in una grande città; l'avevo persa, lasciata a casa insieme al mio vecchio io. Mi era stata strappata dal mio cuore sanguinante. Adesso deambulavo piùche camminare, e avevo la sensazione che niente di più sottile che lo spago di un palloncino mi trattenesse a questa realtà.

Avevo bisogno di rumore. Avevo bisogno di un'ancora.

Dalle mie cuffie usciva musica rock, uscivano le melodie dei Muse e la decisa consapevolezza dei My Chemical Romance; uscivano gli scanzonati Fall Out Boy e i Queen, al di sopra del tempo e dello spazio. Non bastavano, non mi bastava per tornare alla realtà ma non mi lamentavo. Non aprivo bocca..solo i miei occhi parlavano per me. E non ho idea di cosa dicessero, ma la gente per strada mi evitava: i passanti distoglievano lo sguardo come i venditori ambulanti, e anche i mendicanti non alzavano la mano per supplicare questo reietto.

Ma io c'ero. Sapevo di camminare per quelle strade.

Arrivai infine a destinazione: una libreria. Entrai lentamente e girovagai lì attorno, senza fretta. Non avevo più fretta, così come non avevo più il senso della realtà. Mi fermavo davanti agli scaffali e rimanevo lì a guardare i libri in alto, poi in basso; e con i piedi dondolavo avanti e indietro e null'altro. Andavo avanti e indietro finchè, per necessità e disperazione, non mi lasciai cadere su una poltrona.

I contorni delle cose possono diventare molto nebulosi, sapete? E il velo chesepara la nostra realtà da quella che si pensa sia la realtà vera diventare così sottile.. Nella mia mente pensavo allo spirito umano, la scintilla divina che passa la maggiorparte dell'esistenza a dormire finchè non si atrofizza del tutto. Forse, pensavo, che la mia anima sia sveglia? Che sia questo a farmi sembrare tutto così irreale? O forse, e questo è il pensiero consolatorio, sto solo impazzendo. Beh, ogni tanto succede.

Pensavo a queste cose e mi accorsi troppo tardi che il mio corpo mi aveva abbandonato diventando pesante e inutile. Volevo alzarmi per andarmene ma non potevo; i miei piedi poggiavano terra e da lì non volevano muoversi, e neanche le gambe. In preda al panico provai a muovemi ma niente, ero come..paralizzata! In preda al panico pensai che forse ero davvero debole fino alla paralisi, e solo il mio viso, credo, riusciva ancora a esprimersi. Volevo piangere per la disperazione e questo mi si leggeva in faccia. Ma ero invisibile in mezzo all'altra gente.

Come avevo fatto a ridurmi così?

Quella mattina avevo acceso il mio pc e avevo notato che qualcuno aveva caricato una nuova canzone. Spinta dalla curiosità avevo cliccato per sentire cos'era. Musica classica, un'aria di Shostakovich: concerto per pianoforte n.2, insomma qualcosa di modulato e gradevole. Ma non avevo idea.

L'assolo di violoncelli iniziale dava l'impatto della tragicità: di quel tipo ideale come sottofondo a una scena di morte e distruzione, dei caduti che vagano tra le macerie o simile. Dopo un po' però i violoncelli si attutivano per dar spazio all'assolo del pianoforte, lo stesso che segnò la mia fine. Non appena sentii le note del pianoforte mi piegai in avanti e sentii..come qualcosa che mi venisse strappato dal cuore. Rimasi con la testa appoggiata alla tastiera finchè il brano non si concluse, e alzandomi mi accorsi di avere gli occhi lucidi, e gonfi.

Per il resto della giornata girai per casa come una sonnambula. La mia mente, la mia anima era volata fuori dalla finestra lasciando dietro di sè un'ombra di vita. Guardavo le mie cose come se non mi appartenessero, chiudendomi almondo di fuori. Nel tardo pomeriggio decisi di uscire. Uscire, prendere la metropolitana per poi scendere alla fermata e incamminarsi verso la libreria..avevo ripetuto quei gesti tante volte senza pensare, come un automa alla catena di montaggio. Ora però tutto mi risultava diverso. Era tutto più difficile, e camminavo divisa tra la circospezione e il senso dell'irrealtà. No, non è assurdo, queste cose possono capitare -anche se pultroppo non ti danno mai un preavviso.

Ora ero seduta su quella maledetta poltrona e non riuscivo ad alzarmi. Feci un altro tentativo disperato ma niente, sempre immobile. Trattenendomi non so come dal mettermi a piangere riprovai con un altro sistema. Provai a immaginare le mie gambe: i muscoli, le ossa, i tendini che tenevano insieme tutto; provai a immaginare tutte queste cose che lavorano per un unico scopo, provai a immaginare una sorta di energia vitale che scorreva dando l'impulso necessario e..ecco. Il piede destro si era mosso in avanti, anche se di poco. Non persi tempo e costrinsi tutta me stessa a spingere il piede in avanti sempre di più, per poi tornare indietro. Provai anche con il sinistro e riuscii a smuoverlo, e lentamente seguì l'altro piede così come il resto della gamba.

Finalmente mi alzai in piedi. Mi guardai intorno e mi diressi verso l'uscita a passo lento; il panico era svanito e di nuovo mi ritrovai a camminare in un limbo. Avanzai verso la stazione e presi il treno che mi portò a casa, rimanendo sempre in piedi. Uscii dalla stazione e senza volerlo la mia mente tornò a quell'aria di musica classica di quella mattina.

Ora, vivere in una grande città avrà i suoi difetti, il peggiore dei quali è l'indifferenza. E' forse una maledizione ma in quel momento fu la mia salvezza: perchè non avrei mai voluto che qualcuno mi vedesse in quello stato.

Avevo ripensato al brano di Shostakovich e bastò ricordare l'assolo di pianoforte che tornò crudelmente quel senso di strappato e di vuoto, del mio cuore ferito che continuava a battere. Mi piegai su me stessa coprendomi la faccia con la manica della giacca, sentendo il viso piegarsi per piangere, finalmente. Provate a vedere la scena: in piedi in mezzo aun marciapiede di una strada semibuia che piange, che versa lacrimesilenziose senza neanche sapere il perchè.

Ma non durò a lungo. M'incamminai di nuovo e lungo la strada tornai a viaggiare nel nulla.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: