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lavoro pubblicato martedì 9 febbraio 2010
ultima lettura mercoledì 5 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In ogni caso, dall’altra parte dello specchio.

di trap56. Letto 842 volte. Dallo scaffale Sogni

  Presente quelle giornate di maggio di... diciamo una cinquantina di anni fa? quell'aria mattutina che ti sospirava sul viso un alito tiepido di primavera avanzata? il sole, fra il timido e il monello, ti pennellava nella stanza giochi di luce pe...

Presente quelle giornate di maggio di... diciamo una cinquantina di anni fa? quell'aria mattutina che ti sospirava sul viso un alito tiepido di primavera avanzata? il sole, fra il timido e il monello, ti pennellava nella stanza giochi di luce per risvegliarti alla magia del giorno. Trilli e gorgheggi di uccelli intrecciavano interminabili competizioni canore senza vinti né vincitori.

Proprio una mattina così Beppo usciva di casa per la consueta passeggiata. Lo precedeva il sorriso beato che gli aveva plasmato sul viso l'ascolto del telegiornale: l'elenco dei nuovi bimbi nati nella notte aveva aperto l'edizione del mattino; a seguire, gli ultimi arrivi di profughi nel nostro Paese, a bordo di comodi e veloci aliscafi, subito accolti in moderne e attrezzate strutture, in attesa del loro inserimento nelle comunità locali. La disoccupazione era scesa ancora e al momento si attestava sullo 0,7%. L'inaugurazione di nuovi ospedali, scuole, Centri per anziani, campi da gioco per giovani aveva chiuso il Tg mattutino, seguito dal solito ‘Buongiorno!' del Presidente del consiglio.

Beppo salutò gioviale le persone che incontrava sul suo cammino, fossero o meno conoscenti. Le risposte erano altrettanto cordiali. I passanti che tenevano cani al guinzaglio provvedevano con puntiglio a raccogliere le cacche dei quadrupedi, i quali, incrociandosi con i loro simili, mai che si guardassero in cagnesco.

Osservò con orgogliosa soddisfazione alcuni giovanotti intenti ad aiutare un'anziana e malferma signora carica di borse della spesa: l'accompagnarono fin dentro casa, dove lei li accolse e li deliziò con pasticcini e racconti della sua lontana gioventù, quando al mondo le cose non andavano così.

Una volta dal droghiere, Beppo si pose con educazione in fila, come tutti, aspettando il suo turno. Nel frattempo si ascoltavano un po' i casi altrui, si elargivano consigli, consolazioni, complimenti. Nessuno teneva stretti a sé la borsetta o il portafoglio: totale era la fiducia verso il prossimo, .

Il droghiere lo servì con il sorriso sulle labbra: palesava al mondo la compiuta soddisfazione di essere al servizio del cliente con la massima onestà e cordialità. Fare la spesa rientrava da tempo fra le occupazioni più amene.

Si rese conto di essere un po' in ritardo per l'appuntamento con l'idraulico. Giunto sull'uscio di casa lo trovò già lì, impegnato in un cordiale scambio di opinioni con il postino sull'ultima messa in scena dell'Edipo di Sofocle. I due si salutarono con un abbraccio fraterno; a Beppo fu riservata una calorosa stretta di mano: "Non è in collera con me per il mio ritardo?". "Scherza?! Il quarto d'ora accademico è una regola d'oro per la mia categoria. Non tema di ritrovarselo nel conto."

Fu un lavoro non da poco, ma la fattura (rilasciata senza richiesta alcuna) risultò poco onerosa. Tanto che il padrone di casa si sentì in dovere di omaggiare l'onesto artigiano con una copia dell'Edipo rilegata in pelle.

Il clima era così seducente che Beppo decise di non resistergli: uscì, con l'intenzione di far visita a un amico che da tempo non vedeva. Alla fermata dell'autobus diverse persone attendevano sedute su comode poltroncine: chi leggeva il giornale, traendone sorrisi ed esclamazioni di gioia; chi conversava, a due o più voci, esaltando gli ultimi risultati ottenuti dal dialogo interreligioso e interculturale e commentando con sincera approvazione gli ultimi provvedimenti governativi. Niente voci stridule, niente liti al cellulare. Si guardò intorno, Beppo, beandosi della pulizia delle strade, della cura delle aiuole e del perfetto stato della pensilina, delle poltrone. Non un graffio né una scritta. Un ragazzo, intento all'ascolto del suo lettore Mp3, si alzò di scatto all'avvicinarsi di un'anziana signora, quasi costringendola a prendere il suo posto.

Sull'autobus, accolti dalla voce gioiosa e rassicurante dell'autista, tutti si salutavano con cordialità, informandosi dell'altrui salute, famigliari compresi. Eppure, parecchi non si conoscevano. Beppo non si stancava di apprezzare, nell'intimo e comunicando con i vicini di posto, la dolcezza della guida, la totale assenza di scossoni e soprassalti; frutto anche della scorrevolezza del poco traffico automobilistico e della perfezione del manto stradale.

L'amico abitava in una zona molto amena, frequentata soprattutto da giovani extracomunitari: arrivavano carichi di prodotti tipici dei loro paesi e altri ne lavoravano lì, su piccoli banchi. Li circondavano amici che suonavano e cantavano canti esotici; altri allestivano per tutti saporosi manicaretti con cibi delle loro terre. Gli abiti variopinti delle donne; le voci armoniose; quelle melodie a volte struggenti a volte gioiose; i profumi dei cibi; i giochi dei bimbi davano vita a un mondo fantasmagorico che attirava visitatori da ogni dove, non solo giovani.

Beppo e l'amico, dopo una gioiosa visita alla piazza, linda e profumata nonostante vi scorresse copiosa la vita, si recarono alla loro trattoria preferita per consumare qualche succulento manicaretto. La qualità fu eccellente come al solito, al pari del servizio. I costi erano alla portata di tutti e in altri tempi si sarebbe addirittura corso il rischio di incentivare l'abuso di alcol, tanto era modesto il ricarico sui vini. La presentazione del conto era sempre uno spettacolo: i titolari dei vari locali di ristorazione si erano da tempo lanciati in una sfrenata corsa alla originalità nella elaborazione delle fatture: si andava da raffinate decorazioni classiche e liberty, a più vivaci motivi etnici, a esoteriche elaborazioni dada-futuriste ed altro ancora. Il padrone fremeva in vista della richiesta del conto, eccitato all'idea della sorpresa che avrebbe procurato al cliente, non solo per l'esiguità della cifra finale. Gneppe, l'amico di Beppo, aveva una notizia che era sì bella, ma non poi così strabiliante: un suo nipote settimana scorsa si era laureato in Lingue e due giorni dopo si era trovato due offerte di lavoro con contratto a tempo indeterminato e stipendio base di duemila euro. Aveva già acceso un mutuo trentennale per l'acquisto della sua prima casa: "Sai - disse Gneppe col sorriso orgoglioso di nonno - ha una bella fidanzata, pure lei assunta con la stessa formula. Il matrimonio non andrà molto in là nel tempo, come ormai fanno quasi tutti. Eh, per fortuna è solo un triste ricordo, la precarietà che devastava le vite dei nostri genitori!". Due nipoti di Beppo, invece, erano impegnati nella carriera universitaria. Le selezioni nei concorsi erano rigidissime e: "Sai, vige la meritocrazia più assoluta. Ormai da decenni è stata estirpata la mala erba delle raccomandazioni: se sei poco portato o tendi al lassismo, resti fermo al palo di partenza anche se hai il cognome del presidente della repubblica. Il rettore attuale della facoltà di Medicina nucleare della università dove lavorano i miei nipoti è figlio di un conducente di autobus."

Il vinello era generoso e ai due amici si sciolsero lingua e ricordi. Gneppe era stato un dirigente RAI e aveva attraversato tutta la carriera senza mai chiedere favori a politici o monsignori: "E senza mai concederne! Tra noi colleghi, ai vari livelli, si gareggiava nel dimostrare la propria assoluta estraneità ad ogni forma di magheggio e maneggio. Era titolo d'onore esibire denunce di improvvidi politicanti che avevano osato segnalare persone a loro gradite o addirittura cercato di imporre in posti chiave uomini a loro graditi. Io stesso avevo filmato un sottosegretario che voleva a tutti costi che gli assumessi un'attricetta amica sua."

A metà pomeriggio Beppo si doveva recare in una struttura sanitaria pubblica per un ciclo di ionoforesi. Prendersi cura del proprio corpo, della propria salute era quasi un piacere: non più interminabili code per gli appuntamenti né lunghissime liste d'attesa e altrettanto snervanti anticamere negli ambulatori. Tutto regolato e calibrato in funzione del soddisfacimento del paziente. Infermieri e medici avevano atteggiamenti sempre cordiali, improntati alla più sincera attenzione verso le sofferenze altrui: "Dottore - sorrise soddisfatto Beppo al medico di turno quel giorno - voi siete sempre così... così... umani!".

"Bravo il nostro signor Beppo! Lei ha proprio colto l'essenza della nostra filosofia: prima ancora che il paziente, noi vediamo e ascoltiamo l'uomo. Lei per me non è un braccio da curare, ma l'uomo Beppo che presenta una sofferenza a un braccio."

Sorrideva sempre, tutto il personale degli ospedali e delle cliniche. A volte ti prendeva il dubbio che fossero smorfie stereotipate, maschere appiccicate sui volti per inscenare una commedia brillante. Invece no! era la semplice espressione dello stato d'animo di quei crociati della guarigione, felici di trasmettere agli altri la propria gioia di vivere e di essere utili.

La cortesia del personale faceva da sublime corollario alla professionalità e all'efficienza, offerte in modo gratuito al cittadino. Questo miracolo non era più tale ormai da tempo, reso quotidiano e concreto dal senso civico di tutti i contribuenti. Ognuno, quale che fosse la sua classe sociale, la professione e il reddito, pagava le tasse fino all'ultimo centesimo.

Era questo l'inesauribile propellente che faceva marciare a pieni giri tutta la società del tempo: il gettito fiscale procurava un mare di denaro pubblico gestito con la massima trasparenza e con scrupolosità pari soltanto a quella dei cittadini. Istruzione, sanità, trasporti... tutto era pubblico, gratuito o con costi quasi irrisori, ulteriore incentivo a pagare le tasse dovute.

Beppo incontrò il suo urologo di fiducia e si fermò a fare quattro chiacchiere. I due condividevano la passione per il golf: da quando era diventato un sport di massa ogni giorno si affrontavano in rilassanti partite golfisti di estrazione sociale diversa. Era la bravura che faceva la differenza, non il portafoglio. Il figlio dell'amico Gneppe più volte aveva impartito severe lezioni ad alti dirigenti pubblici e uomini politici: ne aveva ricavato, oltre alla loro stima, avanzamenti sul lavoro.

Il gioco del calcio era stato surclassato da parecchi altri sport: si praticava soprattutto sui campi di provincia, tra giocatori non professionisti. Alla fine della partita, tutti insieme a festeggiare in trattoria e discutere le fasi dell'incontro, dando suggerimenti anche agli avversari. Le partite non venivano più trasmesse in televisione: solo riprese amatoriali che servivano per analizzare gli incontri e studiare le tattiche future. Gli immensi interessi economici che ruotavano intorno al vecchio sport professionistico non avevano più ragion d'essere. Risultato? Allo stadio si poteva andare con la massima tranquillità, sicuri di non correre alcun rischio. I tifosi delle squadre avversarie non si affrontavano più fisicamente, né dentro né fuori dai campi di gioco. Le sfide avvenivano solo a livello di cori e slogan, ma improntati alla massima civiltà e rispetto della persona. Non solo: ogni partita dava vita a vivaci contese poetiche a base di quartine in rima, anche improvvisate. Tutto lo stadio applaudiva le migliori e alla fine dei novanta minuti di gioco veniva premiata la tifoseria che aveva composto le rime migliori. Gli stadi erano tornati a riempirsi di famiglie, che inserivano tale pratica nelle scampagnate domenicali. Anche le Forze dell'Ordine assistevano alle partite: in borghese e solo per far sentire il proprio calore alla squadra del cuore.

Mentre tornava verso casa, Beppo vide dall'autobus uno dei suoi nipoti: con un gruppo di amici allietava in musica un gruppo di turisti. I giovani amavano esibirsi per strada con piccoli spettacoli musicali e teatrali e pubbliche letture di testi sia classici che di loro produzione. In cambio ricevevano applausi, leccornie, commenti, appunti e critiche. Ma soprattutto i giovani elaboravano spettacoli e li portavano in strada per il loro stesso piacere: si divertivano, si sentivano utili e rifuggivano dal rischio della noia. La droga era ormai un brutto ricordo di tempi molto lontani, insieme all'alcolismo. Il vino era tornato a essere un grande piacere per il palato e un blando corroborante per le riunioni conviviali.

Il nonno salutò il nipote con la mano e tornò alle sue riflessioni. Beppo amava comporre liriche e gli capitava di farlo ovunque; con il risultato di non rendersi conto del trascorrere del tempo e dello spazio. Proprio come ora. Ritornò alla coscienza che il buio già sfumava i contorni della realtà; colse - ebbe l'impressione di cogliere - un frammento di territorio noto e...

Scende dall'autobus. Dov'è? Non nella sua via, nel suo quartiere. Nessuno per strada; tenui chiazze di luce qua e là.

Una vaga inquietudine prende a scorrergli sulla pelle. Lievi brividi, per il momento. Gli pare di cogliere alcuni punti luminosi, sfumati, indefiniti; s'incammina verso di essi. Annaspa nel buio, sempre meno a suo agio, la fronte già orlata di grosse gocce di paura. Vede davanti a sé - lontano? vicino? - un ometto fermo, che lo fissa, ma non ne coglie i contorni, lo sguardo. Si fronteggiano. L'atavico terrore dell'ignoto, dell'indefinito, torna a galla, toglie la sicura all'aggressività. Fissando l'avversario (che si china) si china; raccoglie (come l'altro) da terra una grossa pietra (un po' più piccola quella del nemico); la scaglia con tutta la sua forza proprio mentre l'antagonista fa altrettanto.

Rimane immobile, ammaliato dalla invisibile traiettoria. Un rumore secco, tanti rumori, schegge di rumori, il buio che si frantuma in miriadi di opache stelle cadenti. L'ometto si dilegua nel silenzio che precede l'alluvione di sensazioni improvvise, strappate a una memoria che si credeva cancellata. Bagliori di fuochi urla gemiti tonfi cassonetti incendiati cozzi puzza di bruciato fetore di paura sirene stridio di freni cori masse in movimento rapido scomposto luci abbaglianti. Come un vecchio documentario storico, di quelli che ogni tanto danno in televisione; ma non vede lo schermo e sente gli odori.

Terrore.

Il magnetismo della paura anima i suoi passi, un automa che punta verso il baratro.

Due uomini schizzano dal fondale lo raggiungono lo urtano vanno oltre spariscono. Sporchi di sangue.

Ora Beppo è a terra, con macchie di sangue sui vestiti, sulla faccia. Chiazze di odore di sangue.

Come risucchiato dai due in fuga, si rialza, l'affanno gli comprime il respiro, le gambe si agitano da sole, da sole lo indirizzano verso il suo mondo ovattato.

Corre, col fiato sincopato, per tornare dall'altra parte dello specchio. Quello che lui ha infranto senza saperlo, che solo ora gli si concretizza nella mente, scalpicciando sui frammenti argentati.

Quasi un bisbiglio, un sussurro: "Bell'ometto, 'ndo vai tutto di corsa? questa sera tutti corrono, tutto è violenza, si picchiano per una partita, scorre anche il sangue, nessuno pensa all'amore, nessuno al sesso. Fate l'amore, non fate la guerra! nemmeno più sui muri... Bell'ometto, non vuoi scaldarti un po' con il fuoco del mio sesso? Stanotte anch'io voglio calore, mi va bene anche un tenero vecchio, non ti farò pagare."

Beppo è frastornato, il suo sangue punge, come l'odore di quello che gli incrosta la faccia. Desideri obliati rimbalzano fra testa e pelvi, sesso e terrore gli vorticano intorno lo stordiscono lo immobilizzano.

Una luce melodiosa in lontananza pare chiamarlo, guidarlo verso la salvezza, sottrarlo alla malia paralizzante che gli trasuda dall'era delle caverne. Correre. Ma il buio governa tiranno, esilia ogni parvenza di chiarore.

Beppo corre. Non sa dove. Sempre più al rallentatore. Ma non rinuncia. Non può.

I primi stiracchiamenti dell'alba lo colgono mentre esegue una stanca danza circolare, ciondolando di qua e di là dalla cornice dello specchio infranto. Tutto ha ripreso la sua giusta collocazione nello spazio e nel tempo. Ma Beppo non vede, un occhio accecato dal desiderio, l'altro dall'angoscia.

Quando si fermerà, esausto, si sentirà al sicuro.

In ogni caso, dall'altra parte dello specchio.



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