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lavoro pubblicato venerdì 5 febbraio 2010
ultima lettura lunedì 20 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il cerchio del diavolo

di Garinius. Letto 913 volte. Dallo scaffale Fantasia

I primi 5 capitoli del mio nuovo romanzo. Una storia fantasy diversa, lontana, parallela, tanto da farla diventare quasi un contro-fantasy. Visitate il mio blog per i capitoli successivi: http://cerchiodeldiavolo.splinder.com/........












CAPITOLO 1


Il vecchio Bartolo”



Il bagliore rossastro che produceva il falò al centro dell'aia di Bartolo aveva cominciato a vomitare piccole scie giallastre tutto intorno. Era un'ora buona che aspettavo; ero stato il primo ad arrivare mentre ancora gli uomini del fattore riponevano gli strumenti di fatica nella rimessa. L'appuntamento era fissato per il tramonto e ora mancavano pochi minuti. Arrivò di corsa anche Lyut, il mio migliore amico, che dalla faccia e dalla brache sudicie non doveva essere ancora passato a casa dopo il lavoro.

Ha già iniziato?” mi chiese indicando col mento il vecchio Bartolo che stava arrivando con un grosso tomo sotto il braccio.

Gli dissi di no con la testa mentre il cuore cominciava a pulsarmi forte e la faccia mi bruciava.

Il vecchio teatralmente salutò gli astanti con un lieve cenno del capo, poi fattosi portare una sedia si accomodò con fare istrionico.

Ho finito di comporre il progetto che ha caratterizzato i miei ultimi 4 anni. La “storia delle storie” è ultimata. Sedetevi comodi, fratelli miei, perché ciò che sentirete questa sera vi rimarrà impresso per parecchio tempo”

Detto questo apri il grosso volume dalla copertina di cuoio scuro e ne sfogliò le prime pagine.

Io e Lyut ci guardammo ancora una volta, poi Bartolo iniziò la sua lettura.





LA STORIA DELLE STORIE.

(Vicende storiche della nostra terra)


Quel mondo lontano”


Claudio odiava poche cose, ma di quelle poche ce n'era una che lo faceva andare in bestia: le code.

Quella fila di macchine impotenti e nevrotiche, abitate da gente allucinata che usa il clacson a guisa di machete. Claudio in quelle circostanze si dimenticava di essere una persona a modo e si calava nella parte del cittadino medio che trovandosi nell'immobilità cittadina si scaglia contro la società e la sorte, la sfortuna e il fato.

Quella mattina per corso Unità d'Italia sembrava che tutti si fossero dati convegno. Una croce uncinata si era già formata alla prima rotonda e a sbirciare più avanti le cose non sembravano migliorare. Cercò di saltare da una corsia all'altra per prendere un abbrivio giusto, poi si dovette arrendere e seguire il resto del cordone a passo d'uomo. Ci volle una buona mezzora per arrivare al bivio di corso Vittorio e un bel po' di fortuna per fargli trovare un parcheggio inaspettato proprio a 100 metri della libreria Cavezzi.

A maggio Torino si colora di tinte nobili. La città rimarca l'austero aspetto sabaudo, ma le macchie verdi delle aiole o gli alberi che disegnano le cornici delle arterie principali ricordano i colori melanconici dei quadri di Jules Dupre. Claudio ne respirò a pieni polmoni, poi varcò la soglia della libreria.

Buongiorno Signor Umberto, volevo sapere del libro”

Si eccolo!” Disse compiaciuto l'uomo al bancone "E' stata dura, ma l'ho trovato"

Bene! Benissimo! Lei non immagina con quanta ansia abbia atteso” disse Claudio felice come un bambino e il signor Cavezzi, titolare dell’omonima libreria, ne tenne conto.

E’ un edizione del 1964, il distributore ne aveva una copia in un angolo del magazzino. E’ stato fortunato…”

Quanto le devo?”

32€. Lo so è caro, ma…”

Claudio non batté ciglio, quasi lanciò le banconote e trafelato uscì dalla libreria. Camminò per le vie del centro in quel caldo venerdì di maggio sfogliando quel grosso tomo senza neanche guardare dove mettesse i piedi; urtò una vecchietta che per poco non fece cadere, si scusò, ma continuò imperterrito a cercare nel libro sfogliandone velocemente le pagine. Dopo alcuni minuti fu davanti a casa; non perse tempo a cercare le chiavi e suonò nervosamente il citofono. Dall’altra parte poco dopo aprirono.

Claudio, ma non te le prendi mai le chiavi?!”

Lascia perdere Alberto, guarda che cosa sono andato a ritirare. Lo vedi?! E’ il libro di Cornelliusson, l’ho trovato!”

Non è possibile. Ci stavo quasi per perdere le speranze”

Saltellarono nella cucina e s’immersero all’interno del grosso libro. Era un volume enorme con la copertina rigida marrone scuro, e si notava che l’edizione non era delle più recenti. Conteneva le poesie e i trattati scientifici di un certo Plinio Ancorio Cornelliusson, figura di secondo piano della poesia medievale. Costui era nato presumibilmente nel 1236 nelle campagne Svedesi e lì aveva passato tutta la sua giovinezza per poi intraprendere un lungo viaggio che infine lo aveva portato a vivere il resto della sua esistenza nei pressi di Cuneo. Oltre che poeta era anche alchimista, ingegnere e botanico. Qualche storico tende a definirlo anche mago. Era insomma una delle tante figure arcane che compongono il novero di poeti e pensatori minori prodotti dal medioevo.

Ma Claudio e Alberto non erano interessati alla poetica come forma d’arte, a loro interessava quel libro perché conteneva la soluzione ultima alla ricerca che durava ormai da anni.

Erano felici come bambini, loro che bambini non lo erano più. Claudio Trovati aveva 34 anni ed era un medico abbastanza noto in città, Alberto Masi di anni ne aveva 37 ed era un professore di biologia e chimica, anche lui parecchio conosciuto. Due personaggi diversi, due vite diverse; Claudio era cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia piemontese, cullato nella bambagia di una colta mentalità ignorante. Il padre era un noto neurologo e la madre reggeva la cattedra di dermatologia all’università, lui avrebbe voluto cambiare strada, avrebbe voluto fare l’archeologo, un sogno da bambino che non aveva abbandonato neppure quando, finito il liceo, avrebbe voluto poter scegliere con autonomia. Quando comunicò in casa l’intenzione di non volersi iscrivere a medicina, scoppiò un putiferio tale che per poco i genitori non lo cacciarono di casa. Cedette e diventò un buon medico per forza invece che un ottimo archeologo per passione. Alberto invece proveniva da un ceto sociale completamente diverso, i suoi genitori, entrambi operai, sognavano un figlio professore, un figlio rispettato e rispettabile, un colto insomma. Ci rimasero parecchio male, loro aggrappati alla cultura della famiglia e del matrimonio, quando il figlio prese un’altra strada…. La fama che Claudio e Alberto si erano fatti derivava soprattutto dal fatto che i due fossero fidanzati, e in una piccola cittadina essere gay dichiarati faceva subito salire la notorietà. Vivevano la loro relazione alla luce del sole, abitavano insieme ormai da più di 10 anni e avevano avuto parecchie difficoltà ad essere accettati dalla comunità. In realtà le difficoltà non erano finite neanche adesso; Alberto, solare ad oltranza, doveva combattere quotidianamente con i velati sfottò di qualche suo alunno, con le prese di posizione anche estreme di qualche genitore dalla morale altisonante e più di una volta aveva rassegnato le dimissioni al preside, che da persona saggia quale era, riusciva sempre a farlo ravvedere. Claudio, più serioso e compassato, all’ospedale ne vedeva quotidianamente di tutti i colori, una volta per esempio, un ricoverato non volle farsi visitare da lui per paura di contrarre l’AIDS. Oramai tutti e due ci avevano fatto il callo e non davano più importanza a ciò che la gente diceva sul loro conto, non perdevano mai il buon umore e la gentilezza che li contraddistingueva in ogni loro attività. La loro vita si dipanava tra lavoro e letteratura, soprattutto quella fantasy, una passione che li aveva portati a leggere centinaia di libri e al continuo ricercarne di nuovi. Ultimamente, tuttavia, avevano intrapreso un progetto segretissimo. Si erano messi in testa, leggendo antichi manoscritti cui erano venuti in possesso, che esistesse un portale tra il mondo reale e un altro mondo parallelo. Un mondo fatto di guerrieri e di maghi, di eroi e di assassini. Pazzia per chiunque, illusioni infantili, sogni immaturi, ma non per loro; iniziarono quindi ricerche alacri su centinaia di testi e manoscritti, consultarono antichi papiri in biblioteche sparse in mezza Europa e conclusero che in quel tomo ci fosse la risposta definitiva.

Quello di Cornelliusson era un testo di circa 400 pagine molto fitte, ricche di poesie in latino, in svedese (tradotte in Italiano) e in volgare; nella seconda parte del libro erano riportate formule alchemiche e trattati pressoché incomprensibili di botanica La traduzione era stata fatta col metodo dello “spizzico e bocconi”, cioè in modo assolutamente affrettato e incompleto e i commenti alle poesie erano di un banale insopportabile. Di tutto questo Claudio e Alberto non se ne curavano, loro continuavano imperterriti a leggere velocemente le pagine travolti da un irrefrenabile smania di trovare ciò che cercavano. Dopo mezzora avevano già letto una settantina di poesie, ma sembrava che non avessero ancora focalizzato niente d’interessante. Le pagine scorsero alacremente, ma tutto lasciava pensare che la ricerca sarebbe durata ancora a lungo. Dopo un paio di ore Alberto chiese a Claudio se non era il caso di mollare per un attimo la lettura e fare il punto della situazione, si sentivano stanchi e decisero di prepararsi un buon caffè che li avrebbe aiutati nel proseguo dell’impresa.

Ne ha scritta di roba questo qua” disse Alberto quasi stremato “Siamo sicuri che non dobbiamo cercare nella sezione di botanica e alchimia?”

Non lo so, intanto andiamo per ordine. La parte de “La grotta del trapasso” potrebbe essere ovunque…”

Ecco dunque ciò che cercavano i due. Avevano appreso da altri testi che Cornelliusson nel periodo Italiano era riuscito a perfezionare lo scopo della sua vita: trovare il portale verso un altro mondo. Probabilmente questo portale, grotta o chissà che, era situata proprio nelle immediate vicinanze di Cuneo. Bastava riuscire a definire precisamente il dove e il gioco era fatto. Ma non era facile…

E’ ora di riprendere la ricerca” Disse Claudio folgorato dalla smania di ricominciare..

Ripartirono di buona lena confidando di finire nel più breve tempo possibile. Di lì alla mezzora successiva le pagine si succedettero velocemente, ma nella parte dedicate alla poesia non trovarono nulla che facesse al caso loro; passarono di getto nella seconda parte, quella di alchimia e botanica. Qui le cose si complicavano e non poco, i concetti erano molto complessi, altre cose addirittura non tradotte o se lo erano, risultavano assolutamente incomprensibili. Lessero per molto tempo ancora, ma non trovarono nulla di realmente interessante. Alla fine Alberto si alzò e andò a sedersi sul divano della cucina davanti al televisore. Claudio spostò gli occhi dal libro e stette ad osservarlo.

Non ci capisco niente” esordì ululando “ Non c’è nulla che faccia riferimento alla grotta. Non vorrei che avessimo sbagliato tutto” disse col volto teso e la delusione amara. Avevano pensato che quel testo potesse risolvere il loro arcano progetto, ma fino a quel punto Cornelliusson parlava di tutto fuorché di portali.

Non scoraggiamoci, continuiamo a leggere, non possiamo mollare proprio ora che ci mancano cento pagine alla fine” disse Claudio cercando di rincuorare Alberto, in realtà cominciava a perdere le speranze pure lui: “Dai continuiamo, vedrai che qualcosa di sicuro lo troviamo”

No, basta. Abbiamo sbagliato tutto” Alberto s’irrigidì come un bambino “Non ho più voglia di perdere gli occhi su quelle pagine piene di stronzate. Basta! Lasciamo perdere…”

Claudio lo guardò con tenerezza, si alzò e lentamente si avvicinò a lui, quindi lo abbracciò e lo baciò. Non fu un bacio sensuale, fu un bacio tenero e consolatorio. Stettero lì abbracciati per un po’, poi Claudio lo prese dolcemente per la mano e lo accompagnò al tavolo sul quale era appoggiato il grosso tomo.

Abbiamo girato mezza Europa dietro questo progetto e non dobbiamo mollare adesso che siamo arrivati al capolinea”

Va bene” Si limitò a dire Alberto, ma si vedeva che lo faceva più per compiacere Claudio che per un convinzione reale.

Ricominciarono lentamente a leggere e dovette passare una buona mezzora fino a che non trovarono una descrizione su di un luogo che Cornelliusson aveva visitato nell’estate del 1269. Quel lungo racconto incominciava dal fondo di una pagina con caratteri ancora più piccoli del testo normale. Parlava di una località sopra un paesello chiamato Demons che ospitava abeti bellissimi piantati stranamente in forma circolare. Quella radura colpì talmente il poeta che volle studiarla più attentamente:




Arrivato in località denominata Demons, m’incamminai su un sentiero che conduceva alla borgata di Chiusa delle Valli. Intrapresi un sentiero impervio che saliva lungo il costone occidentale

della montagna e dopo una buona ora di cammino, in prossimità di un enorme parete di roccia bianca, m’imbattei in una radura che ospitava degli abeti bellissimi di una specie che non avevo mai visto prima. La cosa che mi colpì subito fu la forma circolare in cui erano cresciuti quegli alberi. Descrivevano un cerchio perfetto e la cosa era un insieme di bellezza e mistero mescolati. Gli abeti distavano circa tre passi uno dall’altro e ne contai sette, alcuni dei quali erano praticamente appoggiati alla parete della montagna. Stetti ad osservare questa meraviglia della natura per parecchi minuti, approfittandone per rifocillarmi dalla stanchezza del mio lungo viaggio, quindi ripartii alla volta di Chiusa delle Valli. Una volta giunto a destinazione, incominciai a dedicarmi allo studio che mi aveva condotto fino a quelle contrade così romite, aiutato da un monaco di nome Remigio che viveva in un monastero che distava poche miglia da quel posto. La sera eravamo ospitati da una famiglia che viveva nella borgata. La storia degli abeti mi era passata praticamente dalla mente quando una sera intorno alla tavola imbandita mi rivenne il pensiero di quegli strani alberi. Chiesi informazioni ai montanari che ci ospitavano e quelli mi guardarono con circospezione mista a spavento. Fu allora che il Monaco mi raccontò una storia spaventosa. Egli raccontò che quegli alberi vennero fuori misteriosamente da un giorno all’altro, tutti sapevano di chi fosse la colpa ma nessuno osò chiederne spiegazioni. L’accusato era un tal Bernardo da Triuzzo un eremita che viveva su quella stessa montagna, un uomo che tutti temevano perché veniva riconosciuto quale mago. Remigio mi raccontò che quegli abeti non crescevano normalmente in quelle valli, anzi il botanico nel monastero tale Guglielmo di Armand non ne conosceva l’esistenza e stette parecchio tempo a studiare gli alberi, ma un giorno mentre ispezionava la radura venne attaccato da lupi enormi, così grandi che lui stesso li definì 4-5 volte più grossi del più grosso cane che avesse mai visto. Preso dallo spavento lasciò perdere lo studio, ma qualche tempo più tardi ci giunse la notizia che due viandanti fossero stati trovati dilaniati proprio in quella radura nella quale probabilmente si fermarono proprio per osservare quello strano fenomeno della natura. Altri ebbero a morire in quella zona nel corso degli anni per cui la gente del posto cominciò a vedere quegli abeti come un’opera diabolica. Da allora venne definito “Il cerchio del lupo” e nessuno per nessuna ragione al mondo si fermerebbe mai al cospetto di quella manifestazione demoniaca. Io stetti ad ascoltare questo racconto con molta attenzione e poi, forse ingenuamente, chiesi di essere accompagnato all’eremo di Bernardo. Il Monaco mi guardò in modo compassionevole e mi spiegò che quell’uomo era morto quasi dieci anni prima. Probabilmente io arrossii, ma non mi diedi per vinto e chiesi a qualcuno se era disposto ad accompagnarmi all’eremo del mago. I montanari che assistettero alla conversazione mi guardarono come si trovassero al cospetto di un pazzo, l’unico che sembrava roso dalla tentazione era proprio il monaco Remigio. Insistetti per un po’ ma lui rifiutò sempre. Dopo un po’ uscimmo per andare nelle nostre stanze e fu lì che Remigio mi si avvicinò e mi disse che lui mi avrebbe accompagnato e che non aveva accettato prima perché aveva paura che qualcuno avrebbe riferito di quella spedizione in terra diabolica al priore del monastero. Decidemmo di non perdere tempo e ci demmo appuntamento alla mattina seguente per intraprendere il nostro sopralluogo. Il giorno dopo partimmo di buon ora, il sole non si era ancora del tutto svegliato e cominciammo a salire lungo il versante della montagna, non c’era un sentiero definito da seguire, passammo in mezzo a boschi fitti di vegetazione, a mulattiere sospese su ripidi burroni e infine stanchissimi giungemmo a destinazione. La costruzione inserita in mezzo ad un’ampia radura era ancora in buono stato, era una casa abbastanza grande con a fianco un’altra piccola costruzione che probabilmente veniva adibita a stalla dall’eremita. In mezzo a quella che sembrava una normale aia dominava uno di quegli strani abeti che componevano “Il cerchio del lupo”. Giungemmo sull’uscio della porta principale e vidi che Remigio si era fatto molto teso, non ci pensai un attimo e aprii la porta. Ci trovammo in un’ampia stanza rettangolare, da un lato parecchi libri riposti in scaffali di legno, sulla parete opposta campeggiava una raffigurazione in bassorilievo su legno di una battaglia che però io non seppi riconoscere, infine nella parete di fronte a quella della porta di entrata erano accatastate una serie di armi e armature da guerra. Dopo un attimo di tentennamento iniziale mi avvicinai agli scaffali dei libri. Molti testi erano di autori che io conoscevo o di cui avevo sentito parlare, altri però erano a me assolutamente sconosciuti; fu proprio su quelli che io accentrai l’attenzione. Ne presi uno e l’appoggiai su di un piccolo tavolo rotondo che campeggiava in mezzo alla stanza e lo aprii. Trattava di botanica (lo capii dalle figure illustrate che ogni tanto comparivano), ma era scritto in una lingua strana e incomprensibile. Le uniche nozioni che riuscii a capire furono delle annotazioni in latino che qualcuno aveva scritto in fondo ad alcune pagine. Lo sfogliai ancora un po’ e poi decisi di cambiare libro; ne presi un altro ma vidi subito che era scritto nella stessa lingua di quello precedente. Intanto vedevo che Remigio vagava per la stanza sempre più teso, borbottava qualcosa e muoveva convulsamente le mani come se stesse parlando con qualcuno. Ebbi per un attimo paura, mi avvicinai e mi accorsi che stava pregando: era sconvolto. Lo lasciai alle sue preghiere e continuai a perquisire la stanza e consultai ancora qualche libro, ma erano tutti scritti in quella lingua incomprensibile, quindi concentrai le mie attenzioni sulle armi che erano accatastate contro la parete. A prima vista sembravano armi comuni, cioè di quelle usate normalmente dalla fanteria in un campo di battaglia, ma poi con immenso stupore mi accorsi che erano costruite non con le normali leghe metalliche in uso nelle nostre botteghe dei fabbri. Erano nere e affilatissime, ma la cosa che mi sconvolse di più fu quando constatai che erano leggerissime; una leggerezza soprannaturale. Preso dallo spavento la feci cadere per terra, facendo sobbalzare di terrore Remigio. Il monaco mi guardò con occhi dominati dalla paura, era pallido e la sua fronte madida di sudore, mi guardò e mi disse con una voce che non sembrava più la sua che sentiva qualcosa di diabolico all’interno di quelle mura. Lo tranquillizzai e continuai la mia ispezione. Consultai ancora un po’ i libri e poi mi avvicinai alla porta vicino al bassorilievo. La aprii e mi trovai in un’altra stanza molto più piccola della prima, non c’era praticamente nulla , se non un pagliericcio, quindi pensai che mi dovevo trovare in quella che era la stanza da letto di Bernardo. Vidi un’altra porta e l’oltrepassai, conduceva in una stanza grossa e completamente spoglia, con una piccola porta in fondo. Chiamai Remigio, che non rispose subito, poi lentamente lo vidi entrare nella stanza camminando lentamente. Notai che doveva stare male parecchio e gli feci vedere la porticina e gli dissi che ero fermamente intenzionato a oltrepassarla. Lui mi guardò e capii che non aveva più neanche la forza di opporsi. Mi avvicinai velocemente alla porta e provai ad aprirla. Era chiusa. Riprovai, nulla. Comunicai a Remigio che l’unico modo di entrare era quello si sfondarla, il monaco cercò di obiettare ma non stetti neanche ad ascoltarlo, radunai tutte le forze e diedi una spallata decisa, la porta non si aprì ma sentii che aveva accusato il colpo, ripresi una rincorsa breve e riprovai. La porta aveva ceduto, la aprii velocemente e vidi una piccola scala di legno che scendeva verso l’ignoto. Trassi dallo zaino una piccola torcia, l’accesi e m’incamminai nel buio. Remigio, terrorizzato ma fattosi curioso mi seguiva a breve distanza. Dopo un lungo tragitto che durò una decina di minuti arrivammo in fondo e feci luce nel vuoto, ci trovavamo in una stanza che doveva essere il vero studio dell’eremita. C’erano molti libri e diverse ampolle su una credenza, alcune avevano ancora liquido dentro. La stanza era abbastanza stretta ma molto lunga e mi ci volle tempo per giungere fino in fondo. E fu proprio lì nel fondo della stanza che trovai ciò avrebbe cambiato la mia vita: La grotta del mondo diverso. (shikyer trex andremis laresiun). Portai via diversi testi da quella casa e tornammo alla borgata di Chiusa delle valli.

Chiesi a Remigio di non parlare con nessuno di ciò che avevamo visto, perché poteva trattarsi di un’opera del demonio (mentii per avere la certezza che non avrebbe mai raccontato questa storia a nessuno) e incominciai la mia ricerca.

Fu il giorno più bello della mia vita.






E poi…?” Chiese Alberto aspettando notizie da Claudio “Non può finire così…!”

Cercarono qualche altro riferimento nelle pagine seguenti, ma non trovarono più nulla sulla continuazione della storia del portale.

Ragioniamo…Sappiamo che ciò che cerchiamo è situato sopra Demons, che adesso verosimilmente si chiama Demonte” disse Claudio sicuro “Lo conosco quel paese, è poco distante da Cuneo sulla strada che porta al colle della Maddalena. Ignoro se la borgata di Chiusa delle Valli esista ancora, comunque abbiamo discreti riferimenti di dove si possa trovare la casa dell’eremita. Domani prendiamo la nostra bella macchinina e andiamo a mettere il naso da quelle parti, se la casa esiste ancora la troveremo…”

Da quel momento la frenesia dei due cominciò a salire vertiginosamente, cenarono al volo e subito dopo si stravaccarono sul divano guardando involontariamente la tv.

Potrebbe essere l’ultima serata passata davanti alla televisione” Disse Alberto eccitato come un bambino all’apertura dei pacchi natalizi. Claudio lo guardò divertito e gli diede una pacca sulla spalla.

Alla mezzanotte decisero di andare a letto, si diedero un bacio e cercarono di prendere sonno. Dopo una buona ora nessuno dei due era ancora riuscito a chiudere occhio, il pensiero di aver individuato il portale li aveva eccitati parecchio.

Claudio come lo immagini il mondo al di la del portale?” Era una domanda che si erano fatti mille volte negli ultimi due anni, ma tutte le volte sentivano una risposta diversa.

Bellissimo, anche se adesso mi mette un po’ paura..”

La mia forse non è paura vera, ho solo il timore di non dimostrarmi all’altezza” disse Claudio buttando lì quella frase che non voleva dire nulla, ma che rendeva perfettamente l’idea. Si guardarono e cominciarono a sorridere.

Claudio adesso cerchiamo di dormire, domani ci toccherà una giornata molto faticosa suppongo”

Buona notte amore”





CAPITOLO 2


Il grande giorno...”



Alberto aprì gli occhi e rimase qualche secondo a vagare con lo sguardo verso l’ignoto della stanza, lentamente si girò verso destra e guardò la sveglia sul comodino: erano le cinque e ventisei. Fino ad allora non aveva minimamente pensato a ciò che l’attendeva in quella giornata, era ancora intontito da un sonno agitato e ricco di sogni strani. Poi ad un tratto arrivò come una stilettata di adrenalina il ricordo della sera precedente. Il portale -pensò - oggi andiamo alla ricerca del portale. D’istinto svegliò Claudio, lo toccò quasi con violenza e quando vide che l’altro aveva ripreso un barlume di ragione gli spiegò che era già tardi e dovevano prepararsi per intraprendere la ricerca su per i monti. Claudio in realtà non aveva capito subito cosa muovesse tanta eccitazione in Alberto, poi sentendo parlare di portale ebbe un sussulto che lo portò a saltare giù dal letto con le gambe tremanti dall’emozione.

Sono le 5 e 30, se ci sbrighiamo per le 6 riusciamo a partire. Prima partiamo, prima arriviamo...”

A turno entrarono in bagno, prepararono un caffè e riempirono lo zaino col necessario per una giornata tra i monti. Alberto curò con dovizia anche la valigetta del pronto soccorso. Alle 6 e 10 la station wagon di Claudio era in moto. Partirono.

Demonte distava dalla loro città un’ottantina di chilometri, dovevano arrivare fino a Cuneo e poi seguire la strada che porta al valico con la Francia. Quella zona loro la conoscevano abbastanza bene, Alberto in gioventù aveva trascorso diverse vacanze estive a Sant’Anna di Vinadio un paesino da favola a pochi chilometri da Demonte. Si ricordò di quanto si era divertito in quelle circostanze, aveva quindici forse sedici anni, le partite a bocce con suo padre e suo zio, il bar con il juke box dentro il vecchio castello e quella ragazza, Paola, che si era innamorata di lui e una sera prendendolo alla sprovvista lo aveva baciato ripetutamente. Quella sera non se la dimenticò mai, l'imbarazzo a quei baci appassionati, con un sorriso ricordò che comincio ad accarezzare i seni della giovane, li sentì turgidi e scatenò una reazione incontrollabile nella ragazza, si toccarono ripetutamente e si sentì imbarazzato quando lei scoprì che il suo pene era in erezione; fu come se avesse scoperto un suo segreto. Poi l’anno successiva la ragazza non andò più in villeggiatura e lui ricordò di averne sentito parecchio la mancanza. Anni dopo seppe che Paola si era sposata con un avvocato di Cuneo, ma che il matrimonio era stato breve e tormentato. Il ricordo del passato continuò ad intrecciargli la mente, e adesso le sue mani abbarbicate al volante stringevano quella nuda gomma con la stessa bramosia con la quale avrebbe voluto, un tempo, palpare quegli acerbi e piccoli seni. Improvvisamente gli scappò un sorriso compiaciuto. Claudio lo vide e non volle indagare, ignaro si limitò a sorridere anche lui.

La macchina corse allegra lungo la strada deserta e, arrivati alle porte di Cuneo, varcarono il lungo ponte che intrometteva nel budello della città e puntarono decisamente verso destra. Un cartello indicava che Demonte distava ancora 25 chilometri. Continuarono velocemente lungo le strade che salivano verso le montagne, attraversarono il comune di Borgo San Dalmazzo e finalmente davanti ai loro occhi comparve il piccolo borgo di Demonte. Non era cambiato granché da come se lo ricordava Alberto; passarono la via centrale con i portici in classico stile Piemontese e arrivarono sulla piazza all’estremità opposta del piccolo paese. Lì parcheggiarono l’auto. Era una mattina di Maggio che poteva essere tranquillamente scambiata per una di autunno inoltrato, tanto era grigio e freddo. Guardarono l’orologio: le 7 e 15! Il paese era desolatamente inanimato, decisero di entrare nell’unico bar aperto per fare colazione e soprattutto chiedere informazioni sulla borgata di Chiusa delle Valli.

Due cappuccini e due brioches per favore” chiese Alberto al barista con cortesia forse eccessiva “Senta, volevamo chiedere un’informazione: dovremmo andare alla borgata di Chiusa delle Valli, ci può indicare la strada?”

Chiusa delle valli?” Il barista, un uomo sui 55 anni che non doveva amare troppi i convenevoli, rifletté un po’ e poi scosse la testa “Che io sappia non esiste nessuna borgata con quel nome. Siete sicuri che sia proprio in questo comune?”

Stiamo facendo una ricerca storica” disse Claudio prendendo la parola “abbiamo trovato il nome Chiusa delle valli su un libro molto antico. Magari adesso si chiamerà in altro modo”

Non so come aiutarvi” rispose il barista poco disposto a perdere tempo con i due. Poi si fece un attimo pensieroso e suggerì “ Potreste parlare col professor Mariani, di solito viene a far colazione verso le otto, lui sicuramente vi saprà aiutare”

D’accordo, aspetteremo le otto”

Mancavano un quarantina di minuti all’incontro col professore, decisero di farsi una passeggiata per le vie del piccolo paese. Demonte si presentava nel centro di una piccola e verde valle tagliata in mezzo dal passaggio del fiume Stura, le montagne che sorgevano ai suoi fianchi erano per lo più brulle con punte frastagliate che formavano denti e spuntoni dall’aspetto lugubre. Il paese era piccolo, un migliaio di abitanti circa, e manteneva nella maggior parte delle abitazioni un sana e austera architettura alpina; il turismo, quello di massa per intenderci, probabilmente non aveva ancora deturpato l’ambiente come aveva già fatto nelle valli limitrofe. In lontananza verso Ovest, le grandi montagne ancora imbiancate sorgevano da guardiane del confine di stato. Alle otto meno cinque minuti Claudio e Alberto si ripresentarono al bar, entrarono e videro che il locale era molto più popolato di quanto non fosse tre quarti d’ora prima; lanciarono un’occhiata d’intesa verso il barista e questi scosse la testa. Il professore non era ancora arrivato. Si sedettero e ordinarono due caffè. I minuti trascorsero lenti come l’acqua dello Stura, e del professore ancora nessuna traccia. Alle 8 e 15 entrò un ragazzo di circa 35 anni, alto più del normale con capelli lunghi e ricci, disse qualcosa in un piemontese asciutto ad un uomo che era seduto e questi gli rispose qualcos’altro che fece scoppiare in una gran risata tutti i presenti. Poi, non appena il giovane arrivò al bancone, il barista gli disse qualcosa indicando il tavolo di Claudio e Alberto. Il professore si avvicinò al tavolo dei due con un sorriso cortese ed affabile.

Buongiorno signori, Matteo mi ha detto che state cercando qualcosa qui a Demonte. Posso esservi d’aiuto?”

Si, assolutamente. Stiamo cercando una borgata che un tempo si chiamava Chiusa delle valli. Lei la conosce?”

Certo che si” rispose il professore mantenendo un sorriso cortese “Sicuramente avrete trovato quel nome su qualche testo di Arnaldo Fois o di Bartolomeo di Tolmè”

Esatto!” annuì Alberto pronto a prendere la palla al balzo.

Che genere di ricerca state svolgendo?”

Sulle terre occitane. Cultura e tradizione nelle terre d’oc” Anche questa volta Alberto aveva organizzato una risposta pronta e fenomenale. Claudio lo guardò con una certa ammirazione.

Bello!” S’illuminò il professore che sembrò berla ”Comunque mi presento: io mi chiamo Emanuele Mariani, insegno storia e filosofia in un liceo di Cuneo” E allungò la mano verso i due.

Alberto Masi, piacere”

Piacere, Claudio Trovati”

Bene, torniamo al dunque, la borgata di Chiusa delle valli è in alta montagna e di essa non esiste più un granché, solo ruderi e qualche costruzione ancora decente che viene usata d’estate dai pastori per l’alpeggio. Continuando la strada principale che porta a Valdieri, vi troverete sulla vostra destra un cartello che indica la località di Bagnolin, seguite quella direzione e percorrete la strada fino a che non arrivate ad una chiesetta. Lì vi conviene parcheggiare perché fin su con la macchina non potrete arrivare, quindi prendete il sentiero sterrato che continua oltre quello spiazzo; non è molto lunga a piedi, diciamo un’oretta di marcia allegra; riconoscerete Chiusa delle valli perché è situata in una splendida radura. Non so cosa potrete ancora trovare in quel ammasso di pietre, ma la passeggiata è uno spettacolo della natura che va visto”

Ringraziarono Emanuele e di tutta fretta si avviarono all’uscita del bar.

Ancora una cosa” li fermò il professore praticamente sulla porta del locale “ Troverete un bivio lungo il sentiero, a sinistra si va per Chiusa delle valli, a destra si va verso il “Cerchio dell’angelo”, dateci un’occhiata; è bellissimo, sono dei faggi che sono cresciuti descrivendo esattamente un cerchio. E’ una cosa stranissima; credetemi, ne vale la pena”

Ringraziarono ancora ed uscirono allegramente dal locale, ma fatto qualche passo nella grassa piazza, Claudio trasalì. Come dei faggi? Cornelliusson sosteneva che fossero degli abeti stranissimi, non dei faggi. E poi non lo chiamava “cerchio dell’angelo”, ma più draconianamente “cerchio del lupo”. Che strano!

Partirono quasi sgommando e percorsero la strada principale, dopo un paio di chilometri arrivarono al bivio indicato dal professore, svoltarono a destra e salirono per una stradina tutta curve che li portò, dopo un breve tragitto, ad intravedere il lontananza una sagoma di chiesetta tutta bianca con piccolo campanile annesso. Una volta giunti al cospetto della chiesa parcheggiarono la macchina, si caricarono i piccoli zaini sulle spalle e iniziarono la marcia sul sentiero che partiva proprio da quello spiazzo. Il sentiero si faceva più stretto man mano che i due camminavano e, all’entrata di un piccolo bosco, scomparve del tutto.

Maledette sigarette” imprecò Alberto ansimando come un cavallo alla fine del palio “Non ce la faccio più. Non sono abituato a scarpinare così tanto. Tappa?!”

Claudio, che un paio di volte alla settimana andava a correre e soprattutto non fumava, lo guardò così devastato e sentenziò “Tappa!”

Si sedettero su una roccia e s’attaccarono alla borraccia. Il panorama era fantastico e anche la giornata li aveva aiutati volgendo al bello, e adesso cominciava anche a fare caldo.

Si riparte!” sentenziò Claudio alzandosi deciso, e ad Alberto non rimase che abbandonare quella confortevole roccia piatta.

Il problema di non avere più un sentiero come riferimento li fece sbagliare strada un paio di volte, ma dopo aver raggirato un enorme masso, iniziarono a camminare su una mulattiera che proveniva dalla direzione opposta a quella da cui erano arrivati. Pensarono che quella doveva essere la strada più breve e continuarono seguendo la nuova via. Passati una decina di minuti si ritrovarono su di un ampio prato che terminava alle soglie di un bosco; lì la strada prendeva una biforcazione, verso destra si entrava in una selva di piante ad alto fusto, a sinistra si proseguiva verso il costone della montagna.

Ecco il bivio che ci ha detto il professore. Io a questo punto andrei a vedere ‘sto “cerchio”del lupo” o dell’angelo che dir si voglia. Che ne dici?”

Claudio si voltò e vide Alberto ripiegato sulle ginocchia e col volto quasi paonazzo, era stremato e annuiva.

Il bosco era più piccolo di quello che voleva dimostrare e i due lo attraversarono in poco tempo. Salirono lungo una pietraia e arrivarono al limite di un costone. Rimasero sorpresi: sotto di loro compariva una piccola radura ospitante degli alberi che formavano effettivamente un cerchio. La loro posizione rialzata rendeva ancora più curioso quel fenomeno, lo guardarono per un po’ stupefatti, poi scesero lentamente lungo un piccolo sentiero che conduceva vicino ai tronchi. Oltrepassarono i faggi ed entrarono nel cerchio. In mezzo era stata posata una piccola lapide in gesso raffigurante un angelo che teneva aperta un pagina di diario sulla quale c’era scritto:




Innalzato a te o Angelo del bosco

per preservare l’incolumità di noi tutti dal terrore del diavolo del passato.

13 Settembre 1869


Ecco perché non si chiama più Cerchio del lupo!” affermò Claudio tranquillo ”Hanno fatto benedire questo posto e messo una guardia contro il male”

Bisognerebbe capire se funziona davvero” Rispose pronto Alberto “La benedizione in ogni caso è un fatto marginale, il problema è che qui una volta c’erano degli abeti, adesso stranamente ci sono dei faggi. A meno che non abbiano sradicato quelli per mettere questi…”

Stettero un po’ li a pensare, poi d’improvviso Alberto si accorse di una cosa strana

Guarda Claudio, guarda queste radici. Hai visto come sono cresciute?”

E’ vero sembrano formare dei disegni” Disse Claudio eccitato “ E’ veramente strano….”

No è quello ad essere strano!” Disse Alberto alzandosi di scatto e guardando fisso gli alberi “La cosa strana è che questi alberi non hanno radici!”

I due si guardarono sbalorditi. Poi Claudio con voce tremante prese la parola.

Come non hanno radici? Ne sei sicuro?”

Dammi una mano Claudio!” disse Alberto cominciando a scavare alla base si un tronco di quegli strani alberi. Claudio notò, effettivamente, che a mano a mano che il compagno scavava, emergeva solo terra e pietra, ma di radici neanche a parlarne.

Saranno finte?” provò a chiedere il dottore, capendo immediatamente la stupidaggine della domanda.

Sì, magari se guardiamo meglio troviamo pure scritto “made in China” da qualche parte” ironizzò Alberto.

Rimasero inebetiti ad analizzare quel fenomeno per qualche minuto, poi decisero di riprendere la strada per chiusa delle valli. Arrivati al bivio si diressero verso sinistra sul sentiero che scavalcava il costone di roccia. La strada era diventata adesso impervia, la roccia friabile e la velocità della marcia inevitabilmente ne risentiva; per una attimo finirono le pietre e si aprì una piccola radura stretta in una gola tra le sue pareti della montagna. Era uno scorcio bellissimo, i raggi del sole entravano timidamente in quel antro recondito creando giochi di luci e ombre sbalorditivi e una frescura irreale refrigerava i corpi provati dei due. Fu un’illusione troppo breve per essere assaporata fino in fondo, fuori la strada ricominciava a salire e il sole si faceva ancora più caldo. Non si erano più scambiati una parola dopo aver abbandonato quel cerchio di alberi strani; erano stanchi, un po’ spaventati, ma nessuno dei due accennò a fermarsi. Salirono ancora per un bel pezzo e quando le forze dei due furono al limite, si ritrovarono come per incanto all’imbocco della radura di Chiusa delle valli.

La piccola borgata sorgeva in fondo ad un ampio spiazzo verdissimo, le case, o ciò che ne era rimasto, erano state costruite quasi appoggiate sulla parete della montagna ed erano per lo più ammassi informi di pietra, tranne un paio che mantenevano un discreto stato di conservazione.

S’incunearono in quello che doveva essere il cuore del villaggio, guardando con grande interesse ogni cosa.

Lentamente giunsero davanti a una delle costruzioni ancora in stato decente ed entrarono dalla grande porta centrale che era socchiusa; qualcuno aveva trascorso lì la notte. Un materasso sul quale era abbandonato qualche indumento, dei piatti, bottiglie e una buona scorta di alimenti in scatola testimoniavano la presenza umana.

Qui ci vive un pastore!” Dichiarò sicuro Alberto “Potremmo andarlo a cercare, magari sa dove si trova la casa di Bernardo”

Uscirono dalla casa e si guardarono intorno. Il pastore doveva trovarsi in un qualche luogo nella direzione dalla quale erano venuti, dall’altra parte non c’era verso di superare la montagna.

E’ inutile scarpinare senza meta. Aspettiamo un po’ qui e se tra un po’ di tempo non arriva, lo andiamo a cercare. Intanto riposiamoci”

Era l’idea più saggia e Alberto ne convenne. Si distesero sull’erba e aspettarono. Dovettero aspettare un bel po’ visto che nel frattempo Claudio si appisolò. All’improvviso da lontano si udì il rintoccare inconfondibile di campanacci e capirono che il pastore stava rientrando. Guardarono l’orologio, il tempo era passato molto più in fretta di quanto avessero immaginato, le lancette indicavano le 15 e 45. Quando la mandria li oltrepassò videro che il pastore non si era ancora accorto della loro presenza e cercarono di attirare la sua attenzione. Il vecchio ebbe un sussulto nel vedere esseri umani in quella zona, poi avanzò verso di loro e cordialmente li salutò

Buongiorno”

Buongiorno”

Come siete arrivati fin qui?”

Stiamo svolgendo una ricerca sulle tradizioni locali. Ci hanno detto che in questa zona esiste una casa che una volta era definita maledetta. Lei non ne sa nulla?”

In questa zona di case maledette ce ne sono tante…” rispose il vecchio mantenendo una certa cortesia nella sua voce “dipende quale cercate voi”

Quella di un antico mago del medioevo, un certo… Bernardo” disse Claudio stentando un attimo a pronunciare quel nome per paura della curiosità del vecchio. Il pastore ebbe un piccolo sussulto, poi allargò un amabile sorriso.

Certo che la conosco “la ca’ d’le masche”. E’ tutta distrutta, non penso che ci sia qualcosa d’interessante. E poi…

E poi?” Claudio incalzò

E poi circolano brutte voci su quel posto, pure i pastori evitano di passare da quelle zone. Anch’io non ci vado da parecchio tempo…”

Noi avremmo bisogno solo di fotografarla, ci basterebbe questo” lo incalzò Alberto che ancora una volta aveva avuto la risposta pronta

Ho capito…”

E’ molto distante da qui?”

Direi di sì” spiegò il pastore “Un tre ore di marcia. E’ dall’altra parte della montagna e il sentiero è abbastanza pericoloso” disse guardando l’orologio tratto dal taschino “Partendo adesso e camminando di buona lena arrivereste su verso le sette, il problema sarà ritornare giù prima che faccia notte…” Poi improvvisamente si fece serio “E passare la notte sperduti tra le montagne non è una bella cosa”

Quest’ultima frase spaventò Claudio e Alberto che si guardarono cercando una soluzione. Il vecchio li vide indecisi e abbozzò una proposta.

Ascoltate, facciamo così: stanotte dormirete qui, io un paio di materassi ve li posso procurare, domani mattina di buon ora partite così avete tutto il tempo di andare e tornare”

L’idea del vecchio non pareva essere niente male anche perché tornare fino a Demonte voleva dire farsi quattro ore di marcia in discesa e poi rifarsele in salita l’indomani mattina; in più c’erano d’aggiungere le altre tre per arrivare alla casa di Bernardo. I due si lanciarono un’occhiata d’intesa

Se non disturbiamo…” Abbozzò Alberto

Per niente” Rispose il vecchio sorridendo..




CAPITOLO 3


Il vento canta sulla montagna...”


Alberto entrò nello stanzone della casa e vide il vecchio armeggiare con dei tronchi da ardere vicino al caminetto.

Da quanto tempo è quassù?”

Da un mese circa”

E fino quando ci starà?”

Dovrei andare via all’inizio di settembre”

Lei è sposato?” Chiese Alberto involontariamente.

Sì, sono sposato” Ripose il vecchio sorridendo.

E sua moglie dove vive?”

Poco distante di qui, in un’altra valle”

Non viene mai a trovarla?”

Si, di solito passa qui il mese di luglio. Sa, abbiamo tre figli, il più piccolo ha 15 anni e non ha nessuna voglia di passarsi sei mesi in mezzo alle montagne. Studia e mi ha già detto che non ha intenzione di diventare un orso solitario come me, dice che diventerà un medico e scapperà dalle montagne molto presto. Le altre due sono femmine che hanno già messo su famiglia. Così mia moglie è costretta a rimanere a casa per badare al più giovane”

Ho capito” Disse Alberto cercando di deviare immediatamente la discussione “Mi scusi, ma non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Alberto e il mio amico Claudio, siamo di un paese della provincia di Torino”

Piacere. Io mi chiamo Piero, ma tutti mi conoscono come Pierot”

Claudio, che nel frattempo era entrato con in mano del legno da ardere, si mise a sedere vicino ai due

Che lavoro fate” chiese Pierot

Io sono un professore e lui è un medico”

Il pastore guardò in tralice Claudio.

Perché tutti sognano di diventare dottore?” chiese al brucio il vecchio.

Non so….” Balbettò l’altro.

Suo figlio è convinto di diventare medico, ha 15 anni…” Disse Alberto per vincere l’imbarazzo del compagno.

Lei non è contento che suo figlio diventi medico?” Chiese cortese Claudio.

Lo sarei di più se prima diventasse pastore, non voglio che si vergogni del lavoro di suo padre”

Qui calò il silenzio. Ci pensò Alberto ad avviare una nuova conversazione

Lei oggi pomeriggio ha detto che da queste parti ci sono molte case maledette, ci può raccontare qualcosa di più?”

Queste sono montagne strane. Si racconta che centinaia di anni fa da queste parti vivessero alcuni maghi che massacravano tutti quelli tentavano di passare per queste strade. Per scacciarli gli abitanti della valle radunarono un piccolo esercito. Ci fu una battaglia qui vicino in cui morirono molti uomini, ma alla fine i maghi riuscirono ancora una volta ad avere la meglio. Allora si pensò di costruire un monastero cercando di scacciare quegli uomini con l’aiuto dei monaci. I maghi probabilmente ebbero paura del potere divino dei frati e poco per volta si ritirarono in un'altra valle. Di loro non si ebbe più notizia per centinaia di anni, ma quando il monastero fu distrutto durante la Guerra, nella valle ricominciarono quegli strani fenomeni” Alberto e Claudio rimasero fissi sul vecchio che subito riprese il suo racconto “Molti anni fa durante la resistenza, vicino ad una casa diroccata non molto distante di qua, una pattuglia partigiana trovò una ragazza che piangeva, era spaventata e ferita, parlava uno strano italiano che nessuno riusciva a capire bene. La portarono dal parroco del paese che la curò. Dopo qualche giorno la ragazza si riprese e raccontò di chiamarsi in un modo buffo: Elbea. Diceva di essersi persa e non riusciva a ricordare dove fosse la sua casa. Molti in principio pensarono che fosse una spia dei tedeschi, ma sbagliavano. Era semplicemente una ragazzina spaesata che quando vedeva passare le macchine o sentiva sparare in lontananza si nascondeva e cominciava a piangere. Ma la gente è cattiva e cominciò a dire che quella giovane donna era vittima del demonio. Una strega forse. Una notte alcuni contadini andarono in chiesa a prelevare la poverina per bruciarla viva. Non la trovarono perché si era uccisa nel pomeriggio buttandosi giù dal ponte dello Stura. Non si è mai saputo chi fosse veramente quella donna”

E’ una storia molto interessante” Disse Claudio inebriato da quei racconti “E del cerchio dell’angelo cosa ci dice?”

Adesso mangiamo” Disse Pierot incamminandosi verso il fuoco “Dopo cena vi racconterò un’altra storia”

Cenarono in silenzio; la zuppa che il vecchio aveva cucinato doveva essere ottima da quanta ne avevano ingurgitavano; mangiarono anche del cibo in scatola e quando ebbero finito uscirono si sedettero su una panca nello spiazzo davanti alla casa. La temperatura si era abbassata di un bel po' tanto che la pelle cominciava ad incresparsi. Ma era una sensazione bella, rifocillante. Pierot si assentò un attimo e dopo un po’ ritornò con una bottiglia e tre bicchieri

Assaggiate questa grappa, la faccio io: è la fine del mondo!” E ne versò un po’ nei bicchieri.

E’ davvero buona…” Disse Claudio sforzandosi di mascherare il bruciore che aveva provocato quel liquido nel suo intestino. Era una bevanda fortissima che aveva poco a che fare con la grappa, sembrava che avesse il fuoco dentro, ma dava una sensazione bellissima appena arrivata nello stomaco.

Signor Pierot, lei prima di cena ci aveva promesso qualcosa” Intervenne Alberto “Però, come è buona questa grappa!” disse sincero mentre brandiva quel bicchiere con una certa convinzione. Era quasi ubriaco e Claudio gli lanciò un’occhiataccia da antologia.

Volevate notizie a proposito del Cerchio dell’angelo non è vero? Bene, allora dovete sapere che quel posto una volta era chiamato il cerchio del lupo per la comparsa di enormi lupi in quella zona. I vecchi mi hanno raccontato che gli alberi che formano il cerchio sono diabolici e furono piantati dai maghi come ricordo di tre compagni uccisi durante le battaglie con l’esercito di cui vi ho raccontato prima. La comparsa di queste enormi bestie fu narrata da parecchie persone e la cosa spaventava parecchio. Fu il prete di Vinadio che fece sradicare quegli alberi stranissimi e posare quel angelo in mezzo al cerchio come protettore della gente della valle. Sembrò funzionare, ma qualche anno più tardi dal paese si vide una luce fortissima provenire dai monti. Il giorno dopo una pattuglia di montanari andò a constatare quello che era successo e trovò che l’angelo di gesso era illuminato di una luce bianca intensissima. Stettero a guardare quel fenomeno per quasi tutto il giorno, poi d’improvviso si spense e scoppiò un temporale fortissimo. Per molto tempo non si parlò più degli alberi, ma solo qualche anno fa un pastore che passava da quelle zone vide che gli alberi non c’erano più, corse in paese e lo disse a al curato e quello si fece accompagnare fin sul posto. Vide pure lui che i faggi erano spariti, allora il prete benedì l’angelo e aspettò. Tre giorni dopo quegli alberi erano di nuovo al loro posto. Questa è tutto quello che so sul cerchio dell’angelo”

E’ una storia incredibile. Ma come fa a sapere tutte queste leggende, chi gliel’ha raccontate?”

Qui in montagna le leggende corrono come il vento…” Ripose Pierot sorridendo “ Forse le ho sempre sapute”

Ma non ha paura a vivere qui tutto solo?”

Non sono solo, ho le mie vacche e i miei cani, e poi la montagna parla, dice cose interessantissime. Basta saperla ascoltare…” Concluse il vecchio socchiudendo gli occhi rilassato.

Anche Claudio e Alberto stettero in silenzio assecondando le parole del pastore. Il vento soffiava e creava dei suoni ora gutturali, ora sibillini, creando variopinte melodie. Si lasciarono trasportare da queste soavi note cercando di carpirne gli arcani messaggi.

Si ridestarono parecchi minuti più tardi testimoni del concerto che la montagna aveva eseguito per loro.

E’ ora che io vada a dormire” Disse il vecchio ferendo il silenzio “Domattina la sveglia è alle 4.30. Buonanotte”

I due aspettarono che il pastore rientrasse in casa, poi si guardarono.

Ho sentito davvero la voce delle montagne, era una sensazione bellissima e allo stesso tempo spaventosa” affermò Alberto un po’ soddisfatto e un po’ sconvolto “Poi di colpo ho sentito un brivido sulla pelle e una voce che urlava cose spaventose. Claudio ho paura!”

L’altro lo guardò e poi si scoppiò in una fragorosa risata

Tu non hai sentito la voce delle montagne, hai sentito la voce della grappa. Sei ubriaco perso!” rispose dandogli una pacca sulle spalle “Andiamo a dormire va’…”

Si avviarono nel buio verso l’edificio e entrarono in una stanzetta che il pastore aveva frettolosamente adibito a camera degli ospiti. Accesero una candela, si tolsero le scarpe e si misero a letto. Prendere sonno quella notte non fu difficile, erano stremati dalla fatica e anche la grappa del vecchio aveva dato contributo alla causa. Si addormentarono di botto.

Il sole non si era ancora destato quando Alberto sentì un qualcosa di bagnato passargli addosso; si svegliò di soprassalto e vide che uno dei cani di Pierot, quello più grosso, era venuto a dare la sveglia passando il naso umido sulle sue mani e sulla testa. Decise allora di scendere dal letto e guardò fuori della finestra, le prime luci dell’aurora coloravano quella piccola valle di tinte fredde che andavano dal blu al viola. Uscì e s’accorse che l’aria che proveniva dalle montagne era gelida. Pierot era già al lavoro e stava radunando delle fascine dall’altra parte dello spiazzo. Guardò l’orologio, erano le cinque meno un quarto. S’avvicino al vecchio e lo salutò, Pierot si girò e alzò la mano

Non vi conviene tardare a partire. Avete ancora parecchia strada da fare” Disse il vecchio mentre con lo sguardo era impegnato ad annodare le fascine ”Se volete la prima parte della strada la facciamo insieme, anch’io vado da quella parte”

Benissimo…”

Allora d’accordo, preparatevi che tra cinque minuti si parte”

Il vecchio se ne andò e Alberto raggiunse Claudio e lo esortò a prepararsi per la partenza.

S’avviarono dopo alcuni minuti; tra i sentieri irti e sinuosi camminarono in coda alla mandria in compagnia del pastore, ed era uno spettacolo vedere come quelle vacche fossero tanto ordinate nella marcia, quelle poche tetragone all’ordine venivano immediatamente riportate nei ranghi dai cani che erano dotati di un senso assoluto del comando. Avevano già lasciato da parecchi minuti la radura di Chiusa delle Valli quando entrarono in una piccola e verde insenatura che nasceva dalla confluenza di due alte rocce, lì la mandria si fermò e il pastore s’avvicino a Claudio e Alberto

Qui io mi fermo, voi adesso prendete il sentiero che esce dalla valle e non abbandonatelo mai. Tra un’oretta di cammino incontrerete un grossa pietraia, lì i troverete la casa che cercate. Fate attenzione, mi raccomando!”

I due ringraziarono calorosamente e promisero al vecchio di passarlo a trovare al ritorno se ce ne fosse stato il tempo. Immortalarono quel momento con la Konica di Claudio, quindi s’avviarono in direzione del sentiero. La marcia divenne subito difficile perché la strada salì rapidamente dipanandosi lungo appuntite rocce chiare; camminarono prima sulle pietre, poi sull’erba, poi, alla fine di un boschetto di aceri, incontrarono i ruderi di una antica costruzione in pietra. Lì si fermarono al cospetto di quelle macerie per rifocillarsi perlustrando con lo sguardo quella massa informe di pietre; non c’era nulla d’interessante, s’augurarono di non trovare in quello stesso stato anche la casa di Bernardo.

Ripartirono decisi, la pietraia cui faceva riferimento il vecchio non doveva essere molto distante e infatti, passato uno spuntone di roccia aguzzo, si ritrovarono su un ampio crinale in fondo alla quale s’intravedeva la sagoma grigia di un edificio. Accelerarono il passo e in pochi minuti raggiunsero la costruzione. Constatarono subito, non senza delusione, che quella casa era per lo più crollata e non rimaneva granché d’interessante. Si sedettero su un blocco di pietra e studiarono il da farsi. Videro che sul lato sinistro della costruzione il muro non aveva ceduto del tutto, solo in basso c’era una grossa crepa, ma il resto era rimasto quasi integro. Decisero di entrare da quella breccia. L’interno dell’edificio era crollato quasi interamente, tuttavia s’intuiva la forma delle antiche stanze. Dovevano essere in quella che Cornelliusson definiva la cucina di Bernardo, cercarono vicino alle pareti la sagoma di un entrata che conducesse verso il basso. Non era facile, le macerie obnubilavano le basi delle pareti originarie. Decisero di cercare sul lato destro della stanza e cominciarono a spostare le pietre, ma s’accorsero immediatamente che non ce l’avrebbero mai fatta a rimuovere i blocchi più grossi. Furono presi dallo sconforto e uscirono dalla casa.

Un modo ci sarà per entrare in quel cunicolo”

Dalla porta principale non ci riusciremo mai”

Dalla porta principale no, ma da un’altra entrata…” Disse Claudio con gli occhi illuminati “E’ possibile che abbiano costruito quel cunicolo con più derivazioni. Nel medioevo facevano così!”

E’ vero Claudio, ma dove la cerchiamo? Siamo sperduti nel bel mezzo delle Alpi Cozie e dobbiamo trovare un buco che conduca in quel cunicolo…”

Teoricamente non dovrebbe essere molto distante di qui. A meno che non abbiano trivellato tutta la catena delle Alpi per fare un’altra entrata sul monte Bianco, il “buco” come lo chiami tu, dovrebbe essere qui vicino”

Alberto lo guardò con occhi spenti e gli diede una pacca sulle spalle.

E cerchiamo questo buco….” Disse alzandosi, e ciondolante, s’avvio nella pietraia.




CAPITOLO 4



il buio oltre la barriera...”




Niente di niente. Qui non c’è nulla. Ci sono solo pietre, pietre e basta!”

L’unica soluzione è quella di inoltrarci in quel bosco la in fondo” Propose Claudio, che dei due era quello a non aver ancora perso le speranze.

Si guardarono un po’ intorno poi, lentamente, partirono in direzione del rigoglioso bosco che terminava al cospetto della più alta vetta di tutto il comprensorio. S’avviarono lento pede in quella direzione intuendo che se non avessero trovato nulla sarebbero dovuti rientrare a Demonte per il sopraggiungere della notte. Erano le 3 e 30 del pomeriggio quando s’inoltrarono nel bosco. Dopo mezz’ora di cammino i due sconsolatamente stavano valutando di tornare indietro, quando videro una piccola costruzione appoggiata su una parete di roccia nera. S’avvicinarono a quello strano edificio che sembrava essere partorito dalla montagna stessa quindi entrarono per una grossa crepa che si faceva largo tra i grossi blocchi di roccia. Si trovarono in una piccola stanza che non testimoniava la recente permanenza di un essere umano, sul lato opposto dell’entrata si disegnava la sagoma di una piccola porta che era stata murata con grossi blocchi di pietra.

Ma dove diavolo conduce questa porta. Oltre questo muro inizia la montagna. A meno che…”

A meno che non conduca all’interno della montagna” Disse gioviale Alberto come se avesse asserito qualcosa di clamorosamente ovvio.

Si guardarono e senza dirsi nulla cominciarono ad armeggiare intorno a quei blocchi di pietra. Erano pesantissimi, Alberto ad un certo punto si ferì ad una mano, ma volle continuare lo stesso. Faticarono come dei matti, si sentivano sudati e sporchi, ma dopo un’ ora di lavoro cominciarono a vedere il buio oltre la barriera.

Ci siamo! Alberto passami la pila che c’è nello zaino…”

La piccola luce della torcia rivelò la presenza di scale che conducevano verso il basso. Sgattaiolarono dentro la breccia ricavata dai blocchi di pietra e lentamente cominciarono a scendere. Il cunicolo era abbastanza largo e alto da poterci camminare comodamente. Non si sentivamo rumori se non quelli dei loro passi che risuonavano ovattati. Poco dopo la discesa finì e iniziò il piano; qui la strada si allargava e confluiva in un’enorme insenatura circolare. S’accorsero che l’aria emanava un puzzo terribile, acre, nauseabondo, poco dopo Alberto, che teneva la piccola pila, ebbe un sussulto: la flebile luce scovò poco più avanti la figura di un uomo disteso per terra con la faccia rivolta in giù. S’avvicinarono con circospezione e Claudio, presa la torcia da Alberto, constatò che il suo corpo era in avanzato stato di decomposizione; stabilì che doveva essere morto qualche giorno prima, forse una settimana. Lo guardarono riverso nella fredda terra, era poco più di un ragazzo e vestiva un uniforme militare non meglio specificata. Si misero un fazzoletto sulla bocca per ripararsi da quell’aria malsana e perlustrarono velocemente lo stanzone. In un angolo trovarono qualcosa che doveva essere appartenuto a quel giovane: una giacca, un fucile, qualche provvista. Claudio frugò nella giubba e trovò delle carte, se le mise in una tasca; sentì Alberto avere dei conati di vomito, s’accorse che anche lui cominciava a respirare a fatica; fece cenno di abbandonare la zona e s’incamminò per il cunicolo che usciva dall’insenatura. Percorsero un centinaio di metri quando in lontananza videro una flebile luce: era l’uscita. Accelerarono ulteriormente il passo e appena giunti all’aperto si lasciarono cadere e ripresero fiato. Di lì ad un paio di minuti si guardarono intorno e costatarono che quel cunicolo li aveva portati in qualche punto della valle che non riconobbero.

Ci siamo imbattuti in un morto, siamo passati vicino al centro della terra, abbiamo rischiato di morire soffocati, ma del portale nessuna traccia. Bella giornata!” Disse Alberto che non si era ancora ripreso del tutto da quella esperienza.

A questo punto non ci resta che rientrare a Demonte” Rispose Claudio accorgendosi che stringeva ancora tra le mani i documenti. Li sfogliò e per poco non svenne.

Cristo! Quel ragazzo è nato ad Asti il 23 Aprile 1924. Dovrebbe avere più di ottanta anni. Non è possibile!”

Magari quei documenti non sono i suoi” rispose quasi subito Alberto.

I documenti magari no, ma questa lettera sicuramente sì. Ascolta:


21 Febbraio 1945

Cara madre,

I tedeschi ci hanno accerchiato sopra Vinadio, ma dobbiamo resistere. L’altro giorno abbiamo combattuto dalla mattina alla sera e due dei nostri sono morti. Siamo stremati.

Mi è venuta anche la febbre e strane macchie mi sono comparse sul corpo, ma un compagno che ha fatto l’infermiere mi ha detto che guarirò in fretta. Passiamo la notte in una caverna al sicuro, ma il cibo sta per terminare. Dovrebbero arrivare nuovi rifornimenti, ma a questo punto nulla è più certo.

Solo la notte prima di addormentarmi riesco ad avere un po’ di serenità e penso che tutto questo un giorno finirà e allora ti prometto che ti porterò al mare.

Ti voglio bene

Matteo


Questa è la prova che quel morto è lui; le macchie sul corpo, la febbre: quel ragazzo aveva il tifo!” Claudio non badò neppure un momento a quelle parole struggenti tanto era preso dalla stranezza della vicenda. Poi continuò “Quello che non mi riesce di spiegare è che la lettera sia datata 1945, ma il giovane è morto al massimo sette, dieci giorni fa. E’ assurdo pensare che abbia passato cinquanta anni in quella grotta. Poi ci sarebbe da spiegare come mai quel uomo ha ottanta anni e ne dimostra sì e no venti…”

Dobbiamo andare dai carabinieri per denunciare il ritrovamento. Torniamo a Demonte, loro sapranno spiegarci chi è davvero quel ragazzo” Replicò Alberto sentendo irrompere il caldo brivido della paura. Non avrebbe voluto passare più neanche un minuto su quelle montagne “Oltretutto ci si dovrà preoccupare di fargli avere una degna sepoltura”

Partirono immediatamente incamminandosi per la discesa di una piccola mulattiera che immetteva in una rigogliosa selva; il freddo stava diventando pungente e Demonte doveva essere ancora parecchio lontana. Scarpinarono una buona mezzora discendendo un ripido sentiero stretto e malfermo alla fine del quale scorsero una formazione di alberi disposti a cerchio simili a quelli incontrati il giorno precedente.

Abbiamo ritrovato la strada” Disse rinfrancato Claudio.

Manco per niente. Non vedi che questi non sono faggi ma abeti?”

Ma è possibile una cosa del genere?”

No!”

E allora?”

E allora torniamocene a valle!”

Ripartirono cominciando a maledire quella giornata campale. Avrebbero voluto scoprire nuovi mondi, nuove sensazioni, e invece si ritrovavano a camminare per quelle maledette montagne tutte uguali. E intanto la strada continuava a scendere vorticosamente….

Erano passate due buone ore da quando avevano ripreso il cammino e la speranza di scorgere il mondo civile giù nella valle si faceva palpabile, ma davanti a loro continuava a riemergere solo lo splendore della natura incontaminata. Si fermarono un attimo e si guardarono intorno, fu lì che balenò l’idea che si fossero irrimediabilmente persi.

Ma dove cazzo siamo?” Chiese Alberto lasciandosi cadere sull’erba.

Claudio si guardò intorno per cercare qualche riferimento provvidenziale, poi alzò lasciò cadere le braccia lungo il corpo.

Non lo so!”

Ripartirono immediatamente, il buio avrebbe bussato al giorno non più in la di due ore dopo. Verso le 7 e 30 giunsero in un’ampia valle in fondo alla quale erano sparpagliate alcune abitazioni. Ci siamo - pensarono i due - e s’incamminarono velocemente verso quel luogo abitato. Arrivati ad un centinaio di metri dall’inizio delle case, videro in lontananza alcuni uomini che stavano armeggiando intorno ad una palizzata e alzarono il braccio in segno di saluto. Ricambiati, proseguirono.

Il borgo era composto da una decina di case fabbricate in modo rudimentale, alcune avevano addirittura il tetto ricoperto di paglia. Nell’aia delle prime abitazioni qualche bimbo giocava rincorrendosi e poco più in la alcune donne parlavano sull’uscio di una casa. I due s’avvicinarono e cortesemente salutarono.

Buonasera. Ci siamo persi e vorremo arrivare a Demonte, da che parte dobbiamo andare?” Chiese Claudio.

Le donne, intimorite, squadrarono quei due uomini da testa ai piedi, alcune si misero le mani sopra la bocca, altre si scambiarono occhiate dubbiose, ma nessuna rispose alla domanda dell'uomo.

Vorremmo andare a Demonte!” ribadì Claudio perdendo per un attimo la pazienza.

Aspetta Claudio” disse Alberto inserendosi nella contesa “Capite la nostra lingua?”

Si, capiamo la vostra lingua” Rispose la donna, dall’apparenza la più anziana, facendosi avanti e affrontando i due “Cosa cercate?”

Dobbiamo rientrare a Demonte, ma ci siamo persi. Da che parte dobbiamo andare?”

Qui non esiste un posto con quel nome. La città più vicina è Nabersat, ci vuole un giorno di cammino verso Sud”

Nabersat?! Che città è Nabersat?”

Senta Signora, ci dica dove possiamo trovare il paese più vicino con un Albergo e una stazione dei Carabinieri per favore”

La donna probabilmente non capì, ma continuò “Nabersat, andate a Nabersat…”

I due intuirono che non avrebbero ottenuto molto da quella conversazione, salutarono il raduno di donne e s’allontanarono. Ripresero tosto il cammino camminando sulle sponde di un piccolo ruscello scintillante che si tuffava a valle dalle alte montagne. Una piccola ansa del rigagnolo diede loro l’opportunità di rifocillarsi.

Non è che abbiamo passato il confine e adesso siamo in Francia? Magari Nabersat, o come diavolo si chiama, è una località Francese”

Può essere. Adesso però che facciamo? Sono le 8 e 30 e tra un po’ farà buio. Dove passiamo la notte?”

Guardarono il cielo, erano sì le 8 e 30, ma il sole era ancora parecchio alto nel cielo.

Com’è possibile? Ma a che ora cala il sole?”

Non lo so, ma visto che abbiamo ancora qualche ora di luce, tanto vale sfruttarla. Riprendiamo la marcia e cerchiamo di arrivare ad un paese”

Ripartirono poco rinfrancati continuando sul sentiero che usciva dalla valle. Alberto di tanto in tanto guardava il cellulare per vedere se in quella zona c’era campo, ma ogni volta il display del telefonino rimaneva desolatamente inanimato. Intanto il sentiero continuava a scendere vertiginosamente senza che nessun essere vivente incrociasse il loro cammino. Cominciarono a sentirsi irrimediabilmente soli, e il sole era sempre alto in vetta al cielo.

Alberto guarda…” Disse d’improvviso Claudio quando scorse in lontananza una mandria che pascolava in un campo da basso “E’ Pierot, sono le mucche di Pierot”

Si sentirono salvi, si lanciarono di corsa verso quel pascolo e cominciarono a gridare forte il nome del vecchio pastore.

Buongiorno Pierot” Disse Claudio ansimando per la corsa a perdifiato “Che piacere rivederla, non sa cosa ci è capitato”

Il vecchio non ostentò nessuna emozione, li guardò con occhi gravi, quasi rimproveranti. Poi ad un tratto chiese:

Chi siete?”

Come chi siamo?! Pierot?” Disse Claudio trasalendo “Siamo Claudio e Alberto, i due che hanno dormito nel suo rifugio stanotte…”

Io non vi ho mai visti prima. Cosa volete?” Rispose quasi minaccioso il vecchio.

Ma Pierot ….Non si ricorda? Le leggende sulla vallata, il cerchio del diavolo, la voce delle montagne….”

Andate via subito se non volete che vi aizzi contro i miei cani” Disse il pastore con una collera quasi inumana “Via!”

I due s’incamminarono lentamente guardando quello strano vecchio che li osservava minaccioso. I cani si erano avvicinati rabbiosi, erano enormi e sprizzavano collera e crudeltà. Si allontanarono lungo il sentiero e appena si sentirono al sicuro dalle bestie di Pierot si fermarono.

Ma che cazzo gli è preso a quel vecchio? Non è possibile che non ci abbia riconosciuto”

Ascolta Alberto, di cose strane oggi ce ne sono già state troppe. Non ci resta che continuare a scendere e cercare di arrivare in fretta al primo paese civile dove qualcuno ci possa spiegare cosa diavolo sta succedendo”

Alberto lo aveva guardato con sfiducia, era moralmente a pezzi e la sua mente era obnubilata a tal punto che le sue gambe non rispondevano più lealmente agli impulsi nervosi.

Claudio, io non ce la faccio più. Sono a pezzi!”

Claudio si avvicinò e lo abbracciò teneramente, poi appassionatamente lo baciò. Un bacio estraneo alle intemperie dell’anima sconfitta da quella giornata particolare, un bacio di amore vero. Le due bocche si staccarono e gli occhi si riaprirono, Claudio lo accarezzò sui primi virgulti di barba incolta.

Per favore resisti!” gli sussurrò.




CAPITOLO 5


il vecchio, la loro salvezza...”



Io mi fermo qui. Non ce la faccio più, ho male ai piedi, il cuore va a mille e mi sono rotto le palle di camminare. Claudio lasciami qui!”

Alberto non fare il bambino. Finché c’è luce dobbiamo camminare, quando verrà la notte ci fermeremo. Dai su….”

No, ho detto che mi fermo e mi fermo. Non ne discuto più” Gridò Alberto in preda ad una crisi isterica “Adesso fumo e non rompere i coglioni i con la storia che fa male”

Erano passate ormai molte ore da quando i due avevano incontrato il pastore, la strada aveva continuato a scendere ma di paesi non se n’erano visti e alle montagne scavalcate se ne aggiungevano di nuove pronte per essere domate.

Claudio cosa diavolo fai?” disse Alberto incuriosito nel vedere Claudio ritto su una pietra a guardare nel vuoto.

Shhhhh. Ascolta! Alberto guarda la…”

Dalla selva che si ergeva davanti a loro si sentirono dei rumori e alcune frasche si mossero. I due rimasero lì fermi, senza percepire lo stimolo della fuga in balia del loro destino. I rumori si fecero più chiari, sembravano degli animali, grossi animali. Claudio prese per un braccio Alberto per tentare una disperata ritirata. Partirono a perdifiato lungo il sentiero che scendeva; veloci, più veloci che potevano; qualcosa li braccava con una forza oscura che non avrebbero potuto combattere. Claudio durante la fuga si girò, ma il nemico non mostrava ancora la propria malvagia identità. Arrivarono alla fine della discesa, la strada ora ricominciava a salire lungo un dente mozzato di roccia, correre era diventato molto più difficile per via delle pietre che rendevano sdrucciolevole il percorso. Poi d’improvviso sentirono dietro di loro la furia della paura; non ebbero la forza di girarsi, udivano solo il disegnare di passi veloci avvicinarsi rapidamente alle loro spalle. Cercarono di risalire il sentiero verso il dente che si parava davanti a loro, forse lì avrebbero avuto un rifugio sicuro. Forse… Il culmine del sentiero era a cinquanta, quaranta passi, ma le forze li avevano abbandonati. Trenta, venti metri ancora…

Fermi!” Una voce potente lì ridestò. Sulla punta del dente si ergeva un uomo con la mano alzata. Il suo ordine fu perentorio.

Fermi!”

I due fuggitivi si bloccarono sul posto. Dietro di loro il rombo dei passi sembrò attutirsi. Claudio per inerzia s’avvicino all’uomo.

Aiuto Pierot, siamo inseguiti”

Lo so. Sono i miei cani che vi cercano”

Alberto si girò di scatto e vide i tre enormi cani che ringhiavano fermi a pochi metri da loro.

Ma porca puttana Pierot. Cosa cazzo fa?”

Avvicinatevi” Disse per un momento calmo il vecchio “Sedetevi qui e ascoltatemi. Avrei voluto mandarvi allo sbaraglio, ma non me la sono sentita. Ieri sera ho sbagliato, ma non posso continuare a farlo anche oggi…”

Senta Pierot si spieghi: prima ci ha detto che non ci conosceva, adesso si ricorda che ci siamo visti ieri. A che cavolo di gioco stiamo giocando?!”

Signor professore stia calmo che le spiego. Ieri quando vi ho visto, non ho pensato minimamente che voi foste intenzionati a fare una cosa tanto pericolosa, ma vi avevo sottovalutato…”

Che cosa avremmo fatto di tanto pericoloso?”

Avete trovato quello che cercavate…” disse il vecchio per la prima volta cortese. Sorrise anche.

Lei ci vuole dire, beh insomma, cioè lei ci dice che abbiamo passato il portale?”

Non era ciò che volevate?”

Si, però non pensavamo….”

Ascoltate, abbiamo pochi minuti per parlare e non vi posso raccontare tutto. Sappiate che il portale fu chiuso parecchio tempo fa e io fui incaricato di controllare che nessuno cercasse d’oltrepassarlo. Ho visto tantissima gente transitare da quelle valli sopra Demonte, ma nessuno intenzionato a passare in questo mondo, così ho pensato che neanche voi foste al corrente del portale. Ma ripeto: ho sbagliato!”

Ma scusi noi…”

No, signor dottore non m’interrompa. Dicevo che il portale fu chiuso in quello che nel mondo reale era il 1644, quando l’ultimo uomo passò e creò talmente tanti scompensi da indurre il consiglio dei cinque a chiuderlo definitivamente. Da allora chiunque passi il portale viene ricercato e ucciso immediatamente. E’ una misura di sicurezza crudele, ma credetemi, necessaria. Le guardie brune del consiglio a quest’ora saranno già in marcia alla vostra ricerca. Le troverete presto lungo il vostro cammino, loro sanno chi siete e vi troveranno. A meno che….”

A meno che…?” Chiesero i due all’unisono.

Ho in mente un piano. E’ difficile che riesca ma è l’unica opportunità che vi rimane. Ascoltate…” Pierot si sedette vicino ai due “ Esiste una città che si chiama Artheram, è ad un paio di giorni di cammino da qui, lì potrete essere al sicuro. Il problema sarà arrivarci, perché potreste incappare nelle guardie; dovrete sempre camminare fuori dal sentiero, rimanere al coperto il più possibile e mai, ripeto mai, per nessuna ragione al mondo, avere rapporti con essere umano fintanto che non sarete giunti ad Artheram. Le guardie arriveranno fino a qui e io penserò a depistarli, così avrete un buon vantaggio su di loro. Vi darò degli abiti più consoni a questo mondo, così darete meno nell’occhio” Poi riprese fiato e continuò “Una volta arrivati in città cercherete un uomo di nome Garinius e gli darete questa pergamena, lui saprà cosa fare”

E chi ci dice che non è una trappola?” insinuò Alberto sicuro.

Se non mi credete continuate per la vostra strada, non arriverete a domattina…”

No! Adesso ci spiega per quale motivo prima ci ha sguinzagliato contro quei cinghiali che chiama cani e adesso è disposto a rischiare la vita per noi” urlò Alberto con una rabbia immensa.

D’accordo vi spiegherò. Garinius è un fraterno amico da molto tempo, ha aiutato moltissimo la mia famiglia quando tanti anni fa sono stato rinchiuso nelle carceri delle colonie e per questo gli devo un favore…”

Che cazzo vuol dire vecchio? Cosa c’entriamo noi con i favori che devi fare a Garinius” Disse Alberto urlando come un pazzo e quasi scagliandosi contro Pierot.

Voi potreste aiutare Garinius in una faccenda che lo tiene molto in apprensione”

E come per Dio? Come?”

Ascoltate, non ho tempo di spiegarvi tutti i particolari, le guardie del portale potrebbero arrivare da un momento all’altro; sappiate soltanto che io rischio come e più di voi in questa storia. Se avessi voluto annientarvi vi avrei fatto assalire dai miei cani e voi non avreste avuto nessuna possibilità di salvezza” poi il vecchio si avvicinò ulteriormente “Dovete fidarvi di me, è l’unica via d’uscita che avete”

Secondo me ha ragione. Non abbiamo scelta, dobbiamo fidarci di Pierot!” disse Claudio mettendo una mano sulla spalla di Alberto che non sembrava per niente convinto.

E sia! Ma tu vecchio non mi piaci. Sappilo!”

Bene. Allora cambiatevi, lì nel sacco ci sono degli abiti da contadini; lasciate tutto qui, anche le vostre cianfrusaglie tecnologiche che da queste parti non servirebbero a nulla”

Ma Claudio scusa…” Disse Alberto alzandosi di scatto non ancora sicuro della strategia del vecchio “Ma perché non riprendiamo il portale e torniamo indietro, chi ce lo fa fare di rischiare la vita qui?”

Non è possibile” rispose il vecchio interrompendo la discussione tra i due “Non si può ritornare da dove si è arrivati. Quel cunicolo non esiste più una volta che l’avete passato per arrivare di qua”

E lei come fa?”

Questo a voi non deve interessare”

A noi interessa sì invece, siamo noi che rischiamo l’osso del collo. Ci dica come fa a tornare indietro!”

No!” disse il vecchio urlando d’improvviso e facendo ricominciare a ringhiare i cani. Poi ritornò calmo “Io vi posso aiutare ad eludere le guardie brune, altro non posso fare. Decidete subito, perché di tempo ne è rimasto davvero poco”

Alberto dobbiamo andare! Per favore ascoltami” disse Claudio supplicando Alberto che annuì, ma era evidente che quella idea non gli piaceva affatto.

I due si spogliarono e indossarono vecchi e lisi abiti marrone scuro di lino, simili a quelli indossati dai montanari. Posarono a malincuore i loro cellulari, le loro pile e tutto quello che poteva recare impiccio al proseguimento del viaggio. Claudio portò con se la piccola valigetta del pronto soccorso.

Bene signori, è tempo di partire. La vostra strada passerà per quella grossa montagna, una volta superata arriverete ad Artheram. Tenetela sempre come riferimento, sarà la vostra guida. Mi raccomando: non camminate mai sul sentiero ed evitate qualsiasi incontro. Una volta arrivati in città dirigetevi alla torre Sud, lì troverete Garinius”

Grazie Pierot” si accomiatò Claudio tendendogli la mano “Spero di rincontrarla un giorno. Magari dall’altra parte…”

Il vecchio sorrise amaro e scosse leggermente la testa

Andate ora e buona fortuna”




CAPITOLO 6


Il capitano Datan”



Phorien! Phorien! Maledetto, dove ti sei cacciato!”

Dalla selva emerse un vecchio “Oh capitano Datan, buongiorno. Meno male che è arrivato: ci sono novità!”

Lo so che ci sono novità, dove sono?”

Il vecchio sorrise compiaciuto “Li ho incontrati un paio d’ore fa, non si erano ancora accorti di nulla. Li ho mandati a Nabersat. Se vi affrettate li incontrerete prima che arrivi la notte”

Il capitano lo guardò con occhi colmi d’odio e il vecchio s’impaurì. Anche se era ormai anziano, Datan riusciva ad incutere timore a tutti quelli che gli si paravano davanti; i lunghi capelli grigi risaltavano quegli occhi piccoli ma crudeli, e la cicatrice sulla guancia sinistra testimoniava il passato che l’aveva reso celebre nell’intero regno. Giravano brutte voci sulle sue imprese; era stato arruolato nell’esercito delle colonie contro le popolazioni autoctone e lì aveva trucidato molta gente, molta della quale innocenti. Poi negli anni della tregua aveva accettato l’incarico nelle guardie del portale, infine la vecchiaia era arrivata e il comando supremo aveva ritenuto troppo anziano quel guerriero per potergli affidare compiti militari nella seconda guerra degli Dei. Erano ormai molti anni che Datan marciva in quelle inutili caserme e la mancanza d’azione lo aveva reso ancora più crudele e burbero. Dal suo arrivo la valle piombò sotto una sorta di tirannia militare, fu lui a far mettere a ferro e fuoco alcuni villaggi di montanari e fu sempre lui che diede l’ordine d’impiccagione per quei sette innocenti che, dopo una stagione di assoluta carestia, non erano riusciti a pagare le gabelle alla colonia.

Perché non li hai fermati? Che tu sia maledetto, vecchio incapace” Le parole di Datan rimbombarono.

Perché ho pensato che si avessi fermati loro avrebbero tentato la fuga, invece adesso marciano tranquillamente verso Nabersat ignari del vostro arrivo”

Mhhh…” Mugugnò il capitano “Non hai agito male”

Grazie” Disse timidamente il vecchio.

Non ringraziarmi vecchio! Avrei dovuto farti impiccare per come ti facesti gabbare quella volta che non riuscisti a fermare quel monaco. Ne paghiamo ancora le conseguenze”

Non fu colpa mia….”

Bada vecchio, non forzare la fortuna perché la corda è sempre pronta” Urlò inviperito Datan. Poi si girò verso le guardie che erano al suo seguito e ordinò perentorio “Andiamo adesso, abbiamo una faccenda da sbrigare”

Phorien lo vide partire al galoppo lungo il sentiero che portava a valle e nervosamente sputò per terra.








Le due valli”



Camminare nella notte era diventato impossibile nell’enorme bosco in cui si erano addentarti molte ora prima, anche i pochi raggi della luna erano diventati flebili e l’unica soluzione logica era quella di fermarsi. S’accamparono vicino a grossi alberi cibandosi dei pochi viveri che avevano serbato da quando erano partiti da casa. Crollarono subito dopo in un profondo sonno. In tutta quella lunga marcia non si erano scambiati neanche una parola, erano rimasti confusi e impauriti loro che avevano sempre immaginato il mondo della fantasia cavalleresca come una dimensione irreale e magica, e adesso si sentivano soli in un luogo che per loro esisteva come esiste un bellissimo quadro da ammirare per un po’ e poi via. I Guerrieri coraggiosi, i maghi saggi e i druidi gloriosi che avevano immaginato leggendo righe di rara arte narrativa li avevano spinti, loro che rappresentavano l’antitesi classica dell’eroe epico, ad avventurarsi in un’impresa che nascondeva le insidie e le paure che ogni uomo si porta dietro pressoché dalla nascita. Adesso erano loro ad essere finiti dentro quel immaginazione, e come un romanzo dei tanti che avevano letto, erano loro che dovevano completare la missione. Vederli lì distesi sulla nuda terra rigidamente rannicchiati, faceva scaturire una tenerezza primordiale e s’intuiva la sicura illusione dei due che la mattina seguente quel sogno sarebbe svanito e la vita di quelle terre fosse solo il frutto di un insolito incubo. Ma tutte le cose che iniziano male hanno la caratteristica di finire peggio e si svegliarono che diluviava. I tuoni, cupi e selvaggi, sembravano scaturire dalla terra stessa; si ridestarono di soprassalto e si trovarono immersi in una selva primitiva molto più folta di quella che avevano immaginato la notte precedente. Si misero velocemente in marcia cercando un rifugio che li transitasse incolumi in quella calamità della natura. Albero dopo albero, passo dopo passo, la vegetazione si faceva più folta e il diluvio veniva attutito dalla barriera provvidenziale che la natura gli offriva, poi, come d'incanto, il rimbombare scemò e i primi raggi di sole fecero breccia da quel tetto verde. Camminarono parecchio fendendo gli ostacoli che il bosco aveva creato a protezione di quella verginale macchia e, ad un tratto, l’enorme montagna che fungeva loro da bussola si manifestò in tutta la sua maestosità. Il bosco era finito, ma l’ultima parte del viaggio sarebbe stato il più faticoso. Si guardarono sfuggenti incrociando occhi disillusi e spenti.

Lo so, non ce la faccio più neanche io, ma dobbiamo continuare. Non abbiamo scelta!” Disse Claudio intuendo la disperazione del compagno.

Cristo…!” E con quel imprecazione Alberto raccolse tutto lo sconforto che aveva nell’anima.

Guardarono per l’ultima volta la cima; una sterminata pietraia, ecco cos’era. Una montagna sproporzionata completamente brulla, il cui unico parto aveva prodotto solo pietre, pietre e basta.

Partirono dalla base seguendo una piccola mulattiera che saliva a perdita d’occhio. Si ricordarono che il vecchio aveva proibito loro di seguire tracciati battuti, ma l’unico modo di scavalcare quella montagna era quel piccolo sentiero. Si sentirono giustificati e s’inerpicarono. Il sole si era fatto caldissimo, la pelle arrossata ora cominciava anche a bruciare, le gambe a dolere, il cuore a tambureggiare. Camminarono senza mai guardare la cima, senza mai alzare la testa. Solo Alberto, che rimaneva affannosamente qualche passo indietro, ogni tanto guardava indietro per vedere l’enorme foresta la in basso diventare un’antiestetica macchia verdastra sulla cornice grigia. Poi, quasi senza accorgersene, arrivarono in cima. S’affacciarono sull’altro versante e furono colti dalla sorpresa di una rigogliosa valle verdeggiante che nasceva da sotto i loro piedi; da una parte un grosso lago e dall’altra pulsava la forma ellittica di una città. Quella montagna separava due mondi diversi, di qua nuda e sterile pietra, di la meraviglia e fecondità; di qui sconforto, di lì speranza.




Artheram, la città magica”



Fermi! Chi siete?” La guardia appostata sul grande portone brandiva una scura lancia e aveva anche l’aria di saperla usare “Non vi ho mai visti prima. Da dove venite?”

Siamo forestieri. Siamo venuti per far visita ad un nostro amico”

Chi è questo amico?”

Garinius, ci ha detto che abita nella torre”
”E’ vero, abita lì, ma non pensavo che avesse amici. Comunque se conoscete Garinius potete passare, ma guardatevi bene dal non crearci grane”

I due entrarono spauriti ed emozionati all’interno delle mura: era esattamente come avevano sempre immaginato le città raccontate nei libri. Grosse vie con abitazioni su entrambi i lati, alcune basse costruite con grossi blocchi di pietra, altre a due piani con colorazioni pastello che andavano dal azzurro al rosa; strade sterrate che testimoniavano il recente passaggio di qualche gregge e bancarelle di mercanti ambulanti che strillavano la bellezza delle proprie merci. Tutto ciò immerso in un puzzo rancido e nauseabondo. Claudio e Alberto transitarono per quelle vie con gli occhi sbarrati, ora sì che si sentivano davvero dentro un grosso sogno; qui c’erano davvero i guerrieri, e se avessero cercato probabilmente avrebbero trovato anche i maghi e i druidi. Arrivarono alla confluenza di più vie che sfociavano in una grossa piazza: c’era il mercato. La folla affluiva da tutte le parti creando una marasma irreale. S’inoltrarono anche loro e guardarono le merci che quegli uomini vendevano con tanta foga; videro armi e armature argentate, collane e anelli dall’aspetto magico ma che in realtà rientravano nella chincaglieria più bieca, abiti sgargianti per donna e pozioni medicamentose che venivano vantate quali taumaturgiche contro ogni male. Il puzzo in quella calca era insostenibile. Finita la piazza, la via principale continuava sfociando in una miriade di vie e viottoli, ma di torri in lontananza non se ne scorgevano. Fermarono un passante e gli chiesero se sapesse dove avrebbero potuto trovare un certo Garinius e quello li indirizzò per un angiporto che sbucava su un’altra piazzetta, all’estremità opposta della quale campeggiava una torre in pietra che non nascondeva un grave stato di degrado. Bussarono alla grossa porta di legno e aprì un ragazzino dall’aria sveglia che chiese che cosa cercassero in quella casa. Fecero il nome di Pierot e dissero che cercavano Garinius per un affare di assoluta importanza. Un individuo sbucò all’improvviso, si fece dare la pergamena del pastore, la sbirciò e velocemente li fece entrare controllando che nessuno li avesse visti varcare la soglia della sua torre.

Garinius si presentò subito. Era costui un uomo anziano ancora di bell’aspetto, con indosso una lunga tunica grigio chiaro, folta barba bianca, alto e segaligno; insomma rispecchiava quello che l’immaginario collettivo associa normalmente alla figura del mago. Li fece accomodare in una grossa stanza polverosa dove li invitò a sedersi intorno ad un grosso tavolo mirabilmente intarsiato.

Avete chiesto di me a qualcuno?” Chiese il vecchio visibilmente preoccupato.

Si, abbiamo chiesto informazioni a una guardia e ad un passante. E’ grave?”

No, ma potrebbe diventarlo” Rispose Garinius camminando ansiosamente nella stanza “In ogni caso non abbiamo scelta: dovrete restare qui fino a quando le acque non si saranno calmate”

Claudio e Alberto trattennero il fiato e guardarono il vecchio passeggiare pensieroso intorno alla grossa stanza. Capirono che la situazione era molto più complessa di come gliela aveva presentata Pierot. Garinius si fermò e ricominciò a parlare.

Sarete stanchi immagino, adesso vi preparerò qualcosa da mangiare, poi riposerete…”

Pierot ci ha detto che potremmo aiutarla in una faccenda che le sta parecchio a cuore” Disse Alberto appoggiandosi con le mani sui braccioli della sedia.

Avrei voluto parlarvene dopo, ma visto che me lo avete chiesto. Venite con me” E improvvisamente si avviò verso una piccola porta all’estremità opposta della grande stanza. Fece cenno di seguirlo “Su, venite….”

Entrarono in una lunga camera buia al fondo della quale era piazzato un piccolo letto sul quale si celava la presenza di un essere umano.

Garinius si fermò qualche passo prima del letto e fissò i due “Sono giorni che dorme in continuazione, il suo corpo è caldissimo, ho parlato col vecchio guaritore del paese, mi ha detto che è un malanno grave e non sa come curarlo. Mi sento impotente!” Poi si avvicinò al letto e lentamente spostò le coperte facendo intuire la sagoma di una creatura che emetteva, di tanto in tanto, un flebile gemito “Pierot mi ha recapitato una lettera stamattina dicendo che tra voi due c’è un dottore”

Claudio lo guardò e fece un cenno col capo

La prego allora signor mio, mi aiuti!”

Claudio chiese che venissero accese più candele e si avvicinò al capezzale. Distesa sul letto giaceva immobile una giovane ragazza che a primo acchito non dimostrava più di 20 anni; i capelli neri e lunghi e gli occhi erano grandi e neri come la pece. Per quanto la malattia l’avesse emaciata parecchio, quella creatura rientrava tranquillamente tra quelle che comunemente vengono definite gran belle ragazze.

Chi è?” Alberto chiese al vecchio.

Si chiama Elinda. E' poco più che una bambina e troppa acerba per essere definita donna. La trovai anni fa nei boschi, allora era poco più che una neonata e capii che qualcuno l'aveva abbandonata. Provai a cercare la sua famiglia in tutti le borgate vicine, ma non trovai niente. Allora l’allevai io. Per me è diventata come una figlia. Non voglio che muoia..” Disse il vecchio e Alberto vide un luminosità cristallina scendere lentamente sul viso rugoso di Garinius.

Non morirà!” Esclamò deciso Alberto senza tuttavia sapere minimamente di cosa soffrisse la giovane, poi si avvicinò a Claudio che intanto aveva cominciato ad armeggiare nella borsa del pronto soccorso che aveva nello zaino.

Cos’ha?”

Non lo so, ma ha la febbre altissima”

Claudio iniziò con l'auscultare con lo stetoscopio il dorso della ragazza, poi le misurò la febbre e le provò il polso. Gli spasmi della giovane diventarono più forti e frequenti, le labbra tese e serrate, la testa si ripiegò in posizione innaturale, il viso vieppiù madido di sudore.

Claudio la fissò per un attimo con gli occhi socchiusi alla ricerca di un indizio del suo male.

Ha il tetano!” Diagnosticò infine.

Puoi fare qualcosa?”

Spero di sì” Rispose il dottore mentre armeggiava con una siringa che caricò con un liquido trasparente.

Cos’è?”

E’ un normale antibiotico. Aiutami a tenerla ferma”

Signore, cos’ha? Cosa le state facendo? Morirà?” Chiese Garinius avvicinandosi velocemente al letto con il volto ormai sfigurato dall’apprensione.

Non lo so, intanto mi aiuti a tenerla ferma”

Rigirarono la poveretta e alzarono sulla schiena la tunica in lino che indossava. Il piccolo ago trafisse la cute turgida della giovane che ebbe un piccolo sussulto.

Tenetela buona ancora un attimo, gliene dovrò fare un’altra?”

Un’altra? Perché?”

Perché l’antibiotico da solo potrebbe non bastare, per essere sicuri dovrò iniettarle un neuroprotettore”

Un neuroprotettore? Cos’è un neuroprotettore?”

Claudio si girò e lo guardò severo “Alberto non mi sembra che questa sia la sede appropriata per fare un corso di farmacologia. Tu tienila ferma e lascia fare a me”

L’ago questa volta stette parecchio nel muscolo della ragazza, e il vecchio guardò con aria di estremo stupore quella pratica sconosciuta. Claudio lentamente ritrasse l’ago dalla pelle della giovane e disse di ricoprirla e di aggiungere cuscini sotto la sua nuca.

Cosa le ha fatto? Che cos’è quella roba?”

E’ una cosa che salverà la sua ragazza” Disse Alberto appoggiando la mano sulla spalla del vecchio.

Usciamo di qui. Questa ragazza dovrà riposare per un po’ adesso” Disse Claudio.

Sopravvivrà?”

Solo il tempo e la fortuna può rispondere alla sua domanda” ma dall’estremità del labbro superiore di Claudio Alberto intravedette un sorriso.




La carne arrostita che il vecchio portò in tavola era ottima, un gusto simile al pollo anche se il colore molto più scuro. Il tutto accompagnata con patate lesse. Ne mangiarono velocemente innaffiandola con del vino dal sapore aspro ma tutto sommato gradevole, poi si rilassarono fumando la pipa che il vecchio porse loro; o meglio, Alberto fumò la pipa, Claudio ci provò ma fu colto quasi subito da una crisi di tosse e immediatamente abbandonò l’impresa. Il tabacco rilasciava un gusto selvaggio e frizzante ed era intensamente inebriante e anche il vecchio ne fumava a grosse boccate, ma a lui non sembrava alterarne i sensi.

Ho letto la lettera del mio amico Phorien, che voi conoscete col nome di Pierot, e mi ha spiegato la vostra vicenda. Credetemi, non è una posizione semplice. Forse è meglio che vi racconti tutto con calma”

I due annuirono e il vecchio si aggiustò la sedia, prese un bel respiro e riattaccò

Il nostro mondo, cioè la piccola parte che conosciamo, è diviso in quattro territori: la colonia delle montagne, dove viviamo noi, fondata dal saggio Naburakes; la colonia delle pianure dove vivono gli Retakay, il popolo del saggio Retak, le paludi all’estremo Sud abitate dai seguaci del saggio Ramiuriath e infine le isole del mare di mezzo in cui convivono molte popolazioni diverse. Il loro capo è il saggio Frebium. Per anni queste terre non hanno visto guerre ne contrasti, ma qualche tempo fa la colonia delle pianure ha cominciato a dare segni d’instabilità. Il saggio Arkat, reggente di quelle terre, sembra che voglia rompere gli accordi con le altre colonie; ha fatto fortificare le città di confine e truppe con l’insegna del leone argentato presidiano le vie di comunicazione. Sono sicuro che prima o poi questa situazione scoppierà…”

Come mai Arkat vuole rompere i rapporti con le altre colonie” chiese Claudio, e la domanda servì a far riprendere fiato al vecchio.

Non si sa di preciso, ma pare che Arkat voglia distaccarsi per questioni religiose. La cosa è strana perché nelle nostre terre la religione ha sempre avuto un’importanza marginale e non ha mai creato tensioni, ma nelle pianure gruppi di uomini hanno cominciato a predicare e pare che facciano parecchi proseliti. Non sappiamo un granché di cosa dicano perché è diventato quasi impossibile addentrarsi nelle contrade di Arkat”

Ho capito, tutto molto interessante, ma cosa c’entriamo noi con tutta ‘sta storia? Insomma: perché ci danno la caccia?” Chiese Alberto spazientito.

Danno la caccia a tutti quelli che passano il portale, non solo a voi. L’ordine fu dato dal nostro saggio Ganar e pare che la colpa di tutto sia di un uomo che passò in questo mondo diverso tempo fa”

Chi?” Chiese Alberto di getto.

Non so chi fosse, ma ho sentito dire di un folle; pare che abbia fatto giustiziare parecchia gente, ma chi sia non so. La vicenda è avvolta da un segreto impenetrabile. Il portale adesso viene visto come una minaccia costante…”

Senta, a noi dispiace di questa situazione e speriamo vivamente che tutto si risolva in più in fretta possibile, ma a questo punto vorremmo tornare indietro. Come facciamo? Pierot ci ha detto che non si può ripassare il portale per ritornare nel mondo reale. E vero?”

Temo di si” Disse il vecchio con voce triste.

Ma ci sarà un modo per Dio! Pierot lo passa e ripassa tutte le volte che vuole, perché noi non possiamo fare come lui”

Lui fu ordinato guardiano dal saggio Ilgheran che gli donò i sacri poteri dell’ubiquità: è per questo che può tornare indietro”

Deduco che a noi questi poteri non saranno mai concessi”

Deduci bene amico mio”

E’ ora di fare l’iniezione alla ragazza” Disse Claudio spazientito dirigendosi verso la stanza della giovane.

Trovò la ragazza immobile nel suo letto, gli spasmi muscolari sembravano diminuiti. Preparò la siringa e iniettò il liquido nel corpo della giovane. Garinius guardò quel procedimento quasi senza respirare, immobile, sperando che le sofferenze della sua bambina finissero presto e per poco l’emozione non sconfinò nel pianto. Alberto che era rimasto sull'uscio della porta rimase a guardare quel uomo dall’aspetto così arcano notando l’assoluta differenza con i maghi dei romanzi epici; forse aveva solo l’aspetto del mago, o forse era solo un vecchio con la barba bianca come migliaia di altri in quel mondo. La sua curiosità fu soddisfatta una volta che furono usciti dalla stanza della giovane.

Chi dispone della magia in questo mondo?”

Pochi, molto pochi. E quei pochi sono tenuti in grande considerazione”

Lei?”

Il vecchio sorrise “Un tempo lo ero, adesso sono vecchio, troppo vecchio”

Cosa vuol dire? I vecchi non possono essere maghi?”

No! La magia con l’andare degli anni scema sempre più fino a finire. E’ parecchio tempo che non dispongo più di poteri magici” Disse Garinius facendosi impercettibilmente triste.

Lei ci sta dicendo che solo i giovani possono disporre della magia in questo mondo?!”

Esatto! Solo i giovani che hanno i caratteri dominanti della magia possono accedere alle scuole d’addestramento, e solo i pochissimi che verranno ritenuti affidabili potranno praticare effettivamente l’arte magica”

Dove sono le scuole d’addestramento?”

Dipende dalla magia che uno può apprendere. Non esiste una sola magia, ne esistono diversi tipi e ogni colonia ne insegna una diversa, solo la nostra colonia non ha scuole d’addestramento…”

Il vecchio fu interrotto dall’arrivo del ragazzino che li aveva ricevuti, sembrava preoccupato, era sudato e scapigliato e si avvicinò precipitosamente al vecchio comunicandogli qualcosa nell’orecchio. Garinius si voltò di colpo verso i due.

Dovete nascondervi immediatamente, venite con me!” E si fece seguire verso una porticina che conduceva ad un corridoio che portava verso il basso.

Che succede Garinius?” Chiese Claudio confuso.

Vi hanno scoperto! Adesso seguite le scale fino in fondo e state lì. Non muovetevi per nessuna ragione al mondo. Quando il pericolo sarà passato, vi avvertirò!”

Garinius….”

Andate ora!” Il vecchio diede una torcia ai due e frettolosamente chiuse la porta alle loro spalle.

I due sbigottiti scrutarono il buio oltre la luce e cercarono conforto incrociando lo sguardo stringendosi in un abbraccio tremulo. Ed ebbero per l’ennesima volta paura!

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