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lavoro pubblicato martedì 26 gennaio 2010
ultima lettura martedì 14 maggio 2019

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RASCAL

di Nigel Mansell. Letto 702 volte. Dallo scaffale Fantasia

RASCAL Un tale, mentre si era appoggiati al bancone del bar, narrava questa insolita vicenda; incuriosito lo invitai a sedersi ad un tavolino legge...

RASCAL

Un tale, mentre si era appoggiati al bancone del bar, narrava questa insolita vicenda; incuriosito lo invitai a sedersi ad un tavolino leggermente più appartato, quindi gli offrì un'altra birra e lo pregai di continuare il racconto...

La vicenda narrava di un suo conoscente, un piccolo imprenditore, mi pare avesse detto che fosse della zona del torinese. Pare che quest'uomo si fosse deciso a mettere su casa. Si sarebbe sistemato con i suoceri, con loro avrebbe intrapreso l'investimento per una nuova abitazione comune, poi avrebbero diviso le spese, le incombenze quotidiane e gli impegni che i figli in arrivo avrebbero richiesto: i genitori della moglie sarebbero stati un valido sostegno ed un'irrinunciabile risorsa. Così in poco tempo, grazie agli sforzi congiunti, edificarono una graziosa villetta bifamiliare, ne era molto fiero: girava per il piccolo borgo gonfiando il petto per l'orgoglio; la sua vita procedeva su binari precisi, dritta e spedita verso il successo e la realizzazione dei suoi sogni, nella vita privata come negli affari; non gli mancava più nulla e l'adorata moglie presto gli avrebbe dato un erede.

Storia felice, ma banale e scontata direte voi, sicuramente vi chiederete cosa potrebbe avermi tanto incuriosito...

I suoceri, oltre al nipotino in arrivo riversavano tutto il loro inarginabile affetto su di un impresentabile quadrupede, un cane dalle discendenze oscure, nato dall'incrocio di mille razze e storie, crogiolo di innumerevoli orgasmi di cagne dalla dubbia moralità. Il suo nome era Rascal, letteralmente dal dizionario inglese-italiano il significato che vi si legge è: furfante, farabutto; mascalzone e poi ancora briccone; monello, canaglia e per finire birbante; mai nome poteva essere più azzeccato, nefasto e portatore di oscuri presagi, messaggeri di terribili disgrazie.

L'animale presentava un manto chiaro, qualche malalingua sosteneva pure si tingesse, dal pelo rado, privo di corpo e lucentezza, si sarebbe potuto dire infeltrito, come se la bestia fosse stata sottoposta alla centrifuga di mille lavatrici, macchinate rigorosamente a novanta gradi e senza ammorbidente. Il cane, di modestissima e trascurabile taglia, usava trascinarsi con camminata stanca e lasciva, aggirandosi per il giardino o magari per casa, imbrattando le superfici con le sue tozze e sempre luride zampe. Nonostante l'aspetto dimesso, disgustoso alla vista ed all'olfatto, si atteggiava con il fare di un prepotente padrone, abbaiando continuamente a tutto e a tutti, anche per un nonnulla: con versi bassi e catarrosi affermava la sua supremazia. Ogni volta che apriva la bocca per emettere i suoi guaiti, l'orripilante cane diffondeva l'olezzo del suo alito, paragonabile solo al nauseabondo tanfo delle fogne a cielo aperto di Nuova Delhi, note per la presenza di ogni genere di sostanza in decomposizione. L'animale, nonostante il suo inguardabile aspetto, godeva dell'incommensurabile affetto dei suoceri, che riponevano in lui la loro incondizionata stima e fiducia: sua moglie, per non ferire i propri genitori, era portata a fare altrettanto.

Andrea, l'imprenditore protagonista dei fatti,non lo sopportava, peggio lo detestava: lo odiava con tutte le sue forze. Aveva come la sensazione che quell'ammasso maleodorante di pulci e pelo riuscisse a piegare gli eventi alla sua volontà, come se ogni accadimento fosse stato programmato e deciso da lui. La bestia non accettava lo scontro diretto con lui, sapeva di essergli fisicamente inferiore, così usava l'astuzia e con una macchiavellica determinazione, unita alla più fine strategia criminosa, lo colpiva vendicandosi con macchinosi espedienti. Nei primi tempi di convivenza forzata, Andrea esasperato dai versi del cane accidioso, che non si potevano definire un abbaiare ma erano piuttosto una sorta di tosse grassa, quasi lamentosa, prendeva a pedate il cagnaccio, ma poi inspiegabilmente veniva sempre scoperto dai suoceri o magari punito da quello che erroneamente definì il destino beffardo: si trovava ad inciampare su oggetti inspiegabilmente lasciati sul suo cammino, od a sprecare intere giornate nella ricerca di oggetti misteriosamente spariti. Ma poi i suoi sospetti furono tristemente confermati, ne fu certo: il responsabile di tutto ciò era Rascal.

Dopo questi primi iniziali, possiamo definire avvertimenti di risposta ai soprusi fisici di Andrea, il piccolo imprenditore dovette suo malgrado convincersi che Rascal fosse anche il mittente delle missive recanti minacce e delle pallottole nelle buste che aveva ricevuto, ma sicuramente anche l'artefice delle teste di animali mozzate e sanguinanti trovate sulla sua scrivania ed infine, del fatto più agghiacciante: il cane fece saltare con del tritolo la sua auto. Quel giorno infatti, giratosi ad osservare il cane, gli parve di scorgere sul suo muso illuminato dai bagliori dell'esplosione, un terribile ghigno satanico di soddisfazione che gli sfigurava l'espressione canina.

Si convinse così che lo scontro era impari e non si permise più di attaccare la raccapricciante bestia; ma non si rassegnò del tutto, doveva comunque vederci chiaro. Così mentre Rascal imperava e disponeva a casa sua, plagiando sua moglie ed i suoceri ai suoi voleri, Andrea passò le sue giornate libere nella biblioteca civica, poi a parlare con un conoscente metronotte che la sapeva lunga ed infine facendo indagini attraverso internet: la verità, la più dolorosa, venne a galla.

Rascal partecipava, grazie all'impegno e l'organizzazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, ad un programma di protezione dei pentiti per mafia: in realtà era Don Calogero Badalamente, detto u'ciancatu.

Il programma chiaramente era stato avviato ad insaputa degli ignari suoceri, loro sapevano solo di aver adottato al canile l'animale che più aveva fatto loro pena, in realtà quello che si erano portati in casa, la serpe a cui avevano consegnato le chiavi di casa era il più efferato e disgustoso dei criminali mafiosi che ad un certo punto, all'apice della sua carriera malavitosa, inspiegabilmente aveva deciso di pentirsi. Qualcuno disse che lo fece per assicurarsi una pensione tranquilla e serena, lontana dai guai e soprattutto a carico dei contribuenti, perché pare che nomi non ne fece mai e delle poche informazioni ricevute gli inquirenti non se ne fecero mai granché.

Quello che non era dato sapere era se le sembianze attuali, più precisamente quelle di un indegno e puzzolente cane, fossero il frutto di un abile trasformazione operata dagli apparati dello stato, per renderlo irriconoscibile o se a capo delle cosche mafiose ci fosse effettivamente sempre stato un piccolo cane di razza meticcia.

Da quando Andrea riuscì a ricostruire la verità, grazie al suo sapiente lavoro di investigazione, rimase sempre vigile e piano piano riuscì a scoprire anche tutti i vizi e sotterfugi, le bassezze morali e le oscure azioni, nonché gli affari illegali che aveva continuato a compiere Don Gaetano in arte Rascal. Soprattutto quando la casa era libera, quando i suoceri e la famiglia erano fuori o comunque quando Rascal riusciva ad allontanarli con i suoi espedienti, allora nell'abitazione si scatenava un via vai di varie umanità: c'era chi chiedeva consigli, chi implorava raccomandazioni nei confronti di potenti, chi veniva a ritirare ingenti partite di stupefacenti od ogni sorta di armamento, dalle mine antiuomo ai missili terra aria, che Rascal procurava importandoli da ogni parte del mondo. Andrea vide anche i vicini, tutti i commercianti della zona e chiunque avesse degli affari nella zona, venire a pagare il pizzo che Rascal crudelmente loro estorceva; poi ad una certa ora, scendevano da scintillanti limousine, bionde femmine dalle gambe chilometriche e dai seni turgidi, pronte a soddisfare ogni desiderio, anche il più sordido, di quell'animale dedito ad ogni più bieco vizio.

La vita di Andrea diventò un inferno, era il depositario di un segreto che non avrebbe mai potuto rivelare: primo perché nessuno lo avrebbe mai ascoltato (e ci aveva anche tentato, ma chi poteva credere ad un cane boss mafioso), e secondo perché se qualcuno gli avesse davvero dato credito avrebbe rischiato di essere incriminato per aver bruciato un pentito o peggio ancora, la sua vita e quella dei suoi cari sarebbe valsa meno di un centesimo, Don Gaetano Rascal non gli avrebbe mai perdonato di aver mandato all'aria tutti i suoi piani.

Viveva così dibattuto tra la paura per la sua sorte e quella dei suoi cari e l'indignazione per quelle riprovevoli azioni commesse dal cane, proprio sotto i suoi occhi; e mentre Andrea soffriva, la bestia lo guardava con occhi sornioni dalle gambe della suocera, mentre si faceva accarezzare quell'orripilante peluria: i suoceri lo amavano infinitamente.

Come poteva concludersi la storia? Come tutte le vicende di mafia e come sennò?

Andrea si ritrovò con un bel paio di stivaletti di calcestruzzo ai piedi, che in realtà gli calzavano anche un po' stretto: lui aveva la pianta larga. Mentre affondava sempre più nei fondali del po, Don Gaetano Badalamente al secolo Rascal lo osservava dalla riva, esprimendo nel modo più cagnesco la sua incontenibile gioia: scodinzolava senza sosta da destra a sinistra la sua appendice pelosa, sottolineando la sua inequivocabile vittoria.

Pare che Rascal o Don Gaetano viva ancora dalle parti del torinese, nessuno sa quanti anni ha, né se vadano poi moltiplicati per sette; dice di essere vittima di un complotto e di un accanimento giudiziario ma continua a spassarsela senza limiti: bene informati sostengono che l'abitazione e tutti gli averi della famiglia di Andrea gli siano stati intestati.

Nigel Mansell



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