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lavoro pubblicato giovedì 14 gennaio 2010
ultima lettura venerdì 15 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Dialogo di un padre e di un figlio sulla morte

di Alexander. Letto 1737 volte. Dallo scaffale Filosofia

Ho trovato l'ispirazione per scrivere questi brevi dialoghi leggendo le "Operette Morali" di Giacomo Leopardi. Sono i miei primi tentativi, spero di intrattenervi e stimolarvi. Grazie dell'eventuale lettura e di eventuali commenti (positivi e non).

DIALOGO DI UN PADRE E DI UN FIGLIO SULLA MORTE

Padre. Buondì figlio mio!

Figlio. Buongiorno padre! Vengo di finire i miei esercizi.

Padre. Sei stato diligente nei tuoi studi figliolo?

Figlio. Assolutamente… ma non so risolvermi un certo dubbio.

Padre. Allora spiegati, perché possa esserti d’aiuto.

Figlio. Ho letto che Giacomo Leopardi (1) morì nell’anno 1837.

Padre. Codesto che tu mi dici è corretto. Ebbene in cosa consiste il tuo dubbio?

Figlio. Dunque io mi chiedevo: che cos’è la morte di cui si sente tanto parlare?

Padre. La morte è il momento in cui il buon Dio chiama la nostra anima in cielo, perché possa vivere a suo fianco in eterno.

Figlio. Chi è il Dio di cui mi parli?

Padre. Dio è padre di tutti gli uomini, giustissimo in ogni sua azione e regolatore del Bene nell’universo da lui creato.

Figlio. Dunque la morte è felicità, mentre la vita è sofferenza, in quanto scorre lontano da Dio?

Padre. Tu sbagli figlio mio, infatti la vita è il dono più meraviglioso che Dio nostro Signore possa fare all’uomo, e la morte altro non è che il prolungamento eterno della nostra vita.

Figlio. Se, una volta creata la tua anima, Dio ti avesse concesso di incarnarla sul mondo terreno in un uomo a tua scelta, chi tra tutti gli abitanti di questo mondo avresti preferito?

Padre. Senz’altro un re, di modo da possedere una reggia e da poter condividere codesta dimora con te figlio mio. Di questo io sarei sommamente felice.

Figlio. Dunque padre, credi che la tua vita sarebbe doppiamente felice se la tua casa fosse doppiamente grande?

Padre. Ebbene, sì.

Figlio. Dunque, io non esito a credere che anche un re desidererebbe una reggia doppiamente ampia.

Padre. Senza dubbio.

Figlio. Perciò, per quanto sia grande la casa di un uomo, codesto sarà sempre invidioso di una casa più grande, di modo da non poter mai definire sommamente felice la propria vita; anzi essa sarà sommamente infelice, in quanto consumata in tale sentimento di invidia. In realtà, dunque, la casa, come ogni ricchezza umana, altro non è che illusione di felicità, la cui unica funzione è distrarre l’uomo dall’odio che prova verso la sua stessa vita, giacchè codesta non mi pare che si possa definire felice.

Padre. No, per nulla.

Figlio. Ebbene, tu sostieni che la morte è il dono da parte di Dio di prolungare la nostra vita in eterno, e che Dio è sommamente buono.

Padre. Sì.

Figlio. Ora, sapendo che la vita è a tal punto infelice, accetteresti volentieri codesto dono e considereresti Dio come sommamente buono nel voler rendere eterna l’infelicità terrena?

Padre. Questo che tu dici, figlio mio, non lo farei…

Note

(1) Giacomo Leopardi è sembrato essere, tra tutti i morti, il più adatto a essere citato in questo dialogo.



Commenti

pubblicato il 25/01/2010 12.40.04
Midori, ha scritto: Leopardi è sicuramente uno dei personaggi che più mi aggrada e mi intriga, amo la sua poesia e la sua poetica e le sua operette morali sono davvero dei grandi insegnamenti.. Le tue parole fanno riflettere molto, mi piace davvero il tuo modo di scrivere.
pubblicato il 25/01/2010 18.29.24
Alexander, ha scritto: Grazie mille Midori, ho molto apprezzato il commento. Comunque se ti è piaciuto prova a leggere anche i miei altri dialoghi. A presto!

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