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lavoro pubblicato mercoledì 6 gennaio 2010
ultima lettura mercoledì 17 aprile 2019

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QUELLO CHE RESTA

di Nigel Mansell. Letto 647 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un vento caparbio e tenace si stava portando via quello che rimaneva del natale; lui, malinconico, osservava passivamente dalla scatola di latta in cu...

Un vento caparbio e tenace si stava portando via quello che rimaneva del natale; lui, malinconico, osservava passivamente dalla scatola di latta in cui era costretto.

Mannaggia a lui, si era cocciutamente fatto trascinare dalla corrente di quel fiume di macchine, convinto di uscirne velocemente: invece ora si ritrovava bloccato in una di quelle code che si creano improvvisamente e poi come sono apparse, si dissolvono senza nessuna ragione razionale: spariscono senza lasciare traccia, senza neanche la soddisfazione di poter capire che sia successo; che so due che si sono tamponati, un cane svampito schiacciato perché non ha guardato prima di attraversare o chissà che altro; almeno un qualcosa di curioso che possa ricompensarti del tempo perso e del nervosismo accumulato nell'osservare gli stop delle auto davanti...

Scatole di cartone vuote che promettevano la felicità, ora rotolavano abbandonate a se stesse per strada: aperte istericamente nella speranza di ricevere qualcosa di insperato e poi ripudiate quando si era constato per l'ennesima volta di aver ricevuto il solito insulso ed insensato regalo.

Obbligato all'inattività, con le gambe costrette tra il ventre ed il volante, le seguiva con lo sguardo mentre il vento le disperdeva, cancellando le ultime tracce della festa natalizia, che ogni anno di più, finiva per assomigliare ad una carnevalata piuttosto che ad una festa religiosa: ma poi Natale era ancora una festa cristiana, boh?

Si consolava rimuginando che ora, anche i burberi responsabili degli addobbi delle proprie abitazioni stile night-club, con luci improbabili ed indecorose, che facevano sembrare ancora più ingiustificata quell'espressione seria che ostentavano in pubblico, avrebbero dovuto rimuovere il tutto, per riporlo in qualche angolo buio della cantina, sino al prossimo anno. I babbi natale dai vestiti ormai laceri, erano strattonati dai palazzi da quel vento tagliente ed irrispettoso ma che iniziava pure a stargli simpatico; e poi avevano proprio stufato quelle sagome rosse che dall'inizio dell'avvento avevano intrapreso ovunque la scalata di edifici e balconi: visti da lontano parevano piuttosto gli impiccati di un regime assolutista, messi alla mercé del pubblico disprezzo.

Ma sì, desiderava proprio che quel vento folle e violento si portasse via tutto, il natale, il capodanno, la befana con i saldi e tutto il ciarpame che ne sarebbe seguito: carnevale, sanvalentino e sanremo, poi la pasqua ecc. ecc.... già dopo l'overdose di festeggiamenti di cui era stato vittima era diventato insofferente. L'inizio dell'anno era sempre stato tempo di buoni propositi, ma lui proprio non sapeva con quale spirito affrontarlo, oltretutto sospettava che quello che l'attendeva sarebbe stata solo l'esasperazione degli aspetti più negativi di quello passato.

Stava divagando, davanti a lui c'era una realtà più concreta: era ormai bloccato da mezz'ora in quel traffico folle... così, esasperato, aveva iniziato a riempire di pugni la circonferenza del volante cercando di dare sfogo alla tensione accumulata. Porca di quella... non poteva mica perdere la giornata in macchina, iniziava pure a farsi buio!

Ma ecco, forse si stava avvicinando al nocciolo del problema, al crogiolo del caos, al punto G del collasso della circolazione, alla madre di tutti i casini.

No dai non poteva essere vero, impossibile: era un disco volante quello che aveva davanti. Ma sì certo, quell'enorme coso era proprio atterrato nel mezzo della provinciale ed ora aveva quasi ostruito le due carreggiate.

Come oramai stavano facendo tutti gli altri automobilisti, decise di scendere anche lui dalla macchina, avvicinandosi all'oggetto proveniente dagli spazi siderali (tra l'altro fuori dall'auto faceva anche un freddo boia).

Era proprio come lo avevano rappresentato nei film di fantascienza dei primi anni sessanta, quello che anche lui si era sempre immaginato: un disco di metallo luccicante, con tante lucine intermittenti, appoggiato sull'asfalto con tre zampe che sembravano quelle di un ragno. Ecco ora dall'oggetto stava fuoriuscendo una scaletta, sì li vedeva, c'erano pure i marziani, naturalmente verdi con le classiche antennine sul quel loro piccolo capo, scosse leggermente dal vento dispettoso.

Ma chi gli avrebbe mai creduto... già che scemo, adesso avrebbe fatto la foto con il telefonino e poi vediamo se gli amici al bar avrebbero ancora potuto dubitarne. Ma lo aveva subito constatato, certo che stupido a non pensarci prima, il telefono non funzionava, lo sanno tutti: quante volte si è visto nei film, che quando arrivano gli extraterrestri vanno in tilt tutti gli apparecchi elettronici?

Non gli restava che avvicinarsi per vedere meglio, oltretutto la gente stava iniziando ad accalcarsi, se non si sbrigava sarebbe rimasto dietro e addio spettacolo.

Il marziano aveva poggiato finalmente a terra quelle che più che gambe si potevano dire zampe, si era guardato in giro e tra lo stupore generale, rivolgendosi alla gente che lo guardava allucinata, con una vocina acuta e metallica aveva proferito:

  • EMBE'!

Ma che fregatura è, aveva pensato, come poteva raccontarla: arrivano gli ometti verde da Marte e parlano come dei burini coatti?

Vicino a lui c'era il solito saccente, che prontamente intervenne a tamponare la disillusione dei presenti, (sapeva il fatto suo, non si era perso neanche una puntata delle cialtronate di quei programmi pseudo-scientifici):

  • E SE CAPISCE, ER TIPO HA IMPOSTATO ER TRADUTTORE SIMULTANEO CO LA LINGUA TERRESTRE LOCALE, SE VEDE CHE AVRA' RILEVATO ER ROMANESCO

Il capannello di curiosi si era rassicurato, aveva approvato la spiegazione eleggendolo così per acclamazione come il loro districatore di misteri paranormali.

Il marziano continuò:

  • MA CHE ER SABATO C'E' STA SEMPRE STO BORDELLO AR CENTRO? SO' SAPEVO ME NE RIMANEVO SUR SOFA' A FAR NA PENNICA!

Così, senza indugiare ancora, come era sceso dalla scaletta ora si apprestava a risalirla.

Fu allora che lui, di impulso, convinto che è un'occasione del genere non gli si sarebbe mai più ripresentata, si prostrò ai piedi dell'alieno pronunciando quelle parole che aveva sempre serbato nel suo intimo più profondo, sin da quando era bambino, la canzone di Eugenio Finardi:

  • EXTRATERRESTRE PORTAMIA VIA, VOGLIO UNA STELLA CHE SIA TUTTA MIA, EXTRATERRESTRE VIENIMI A CERCARE, VOGLIO UN PIANETA SU CUI RICOMINCIARE!

L'ometto verde lo squadrò indagatore, poi risoluto rispose:

  • DAI SBRIGATE, NAMMO!



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