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lavoro pubblicato giovedì 31 dicembre 2009
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

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La favola del 31 dicembre

di mostriciattolo. Letto 1285 volte. Dallo scaffale Fiabe

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S’avvertiva un freddo pungente, proprio da sera del trentuno dicembre, a quella fermata del tram. La notte di San Silvestro s’avvicinava a grandi passi, e qualche ritardatario - rifiniti gli acquisti per l’imminente cenone – attendeva l’arrivo dell’ultima corsa del dodici barrato.

Simone e Claudia condividevano da tempo - e con alterne vicende - una storia senza amore e senza prospettive, di quelle per metà compromesso e per l’altra convenienza che servono sostanzialmente ed unicamente a non stare da soli; ma come può talvolta accadere quando la mancanza d’amore si protragga nel tempo, a quel rapporto mancavano allegria e tenerezza. A dispetto di questa malinconica realtà, entrambi coltivavano in un angolo segreto del cuore il sogno del grande amore… seppure, quando gli anni avanzino e l’anima gemella sia diventata solo un miraggio (se non un’utopia), spesso – non potendo vivere una bella storia per intero - si finisca con l’accontentarsi di storie a metà.

Claudia – statura media, florida senza apparire volgare, con la fissa degli zigomi troppo alti - era davvero graziosa, forse anche per via di quelle efelidi che la rassomigliavano ad una bambola antica un po’ impertinente, per i capelli vagamente arricciati e per i grandi e profondi occhi azzurri. Simone dal canto suo incarnava l’eterno ragazzone - mezzo realistae mezzo bohémien, nonostante il suo lavoro di programmatore – tenacemente all’inseguimento d’un sogno troppo più veloce delle sue aspirazioni. Dopo un inizio intenso, la storia con Claudia s’era appiattita in un mediocre tran-tran senza calore e senza gioia, tanto da indurre più volte entrambi a concordare una necessaria separazione. Alla fine, il terrore d’una prevedibile solitudine in quella grande città del Nord, o forse una sorta di perniciosa reciproca abitudine alla presenza dell’altro, e perché no, persino una lieve dose di vigliaccheria, li avevano fatti desistere.

Quella sera – dopo aver acquistato del salmone affumicato, una bottiglia di spumante ed un po’ d’affettato nell’unica pizzicheria ancora aperta – attendevano l’arrivo del tram, che li avrebbe ricondotti nel monolocale condiviso da quasi tre anni. Non si prospettava certo una cena memorabile, ed il clima tra i due avrebbe fatto rimpiangere il più sgangherato e raffazzonato veglione dei dintorni… ma alla mezzanotte avrebbero almeno brindato con un flut d’Asti Gancia, e si sarebbero augurati un duemiladieci migliore, nascondendo dietro un bacio senza passione il loro mal de vivre. Poi chissà… prima d’addormentarsi, magari, un bicchiere di troppo, un perizoma rosso ed un paio d’autoreggenti a rete avrebbero incendiato sensi ed immaginazione, invogliandoli a fare l’amore. Ma in quel momento, su ogni diverso pensiero, prevaleva il freddo delle venti e dieci della sera, e l’attesa sbuffante d’un tram ormai in ritardo.

Simonetta aveva appena concluso il suo turno in Ospedale, e dopo aver declinato con un sorriso gli inviti a cene e veglie varie dei colleghi e delle colleghe (per carattere e per abitudine detestava infatti sentirsi porre l’odiosa domanda che fai a Capodanno?), s’apprestava a rientrare a casa. Non avrebbe comunque trascorso da sola il Capodanno, aveva infatti deciso di stare accanto sino all’indomani alla signora Pina, rimasta vedova da pochi mesi: i suoi figli le sarebbero rimasti colpevolmente lontani, anche in quella notte così speciale. Preferiva quella compagnia a certe cene-riunioni di singles starnazzanti, immerse in un clima da addio al nubilato e piene di buoni propositi mescolati a lagnanze e recriminazioni su sfortune varie, che si concludevano inevitabilmente con la più classica delle sbornie tristi. Non aveva da tempo storie importanti ed il suo atteggiamento apparentemente rigido aveva tenuto distante una buona manciata d’agguerriti corteggiatori… ma in realtà il suo cuore aveva le porte spalancate, ed attendeva solo la persona giusta. Per quella sera, poi, s’era concessa una botta di vita: aveva indossato sotto i jeans ed il golfino di lana un completino in tulle rosso che – l’aveva proprio notato, con un impalpabile e quasi impudico compiacimento – la rendeva proprio sexy. Sexy per sé e per i suoi sogni, forse… ma non certo per un uomo ancora senza volto né nome. Nonostante non avesse più vent’anni (…e nemmeno trenta), era ancora bella, di quelle avvenenze non sfolgoranti ma immediatamente riconoscibili nella dolcezza dei lineamenti, nel fare garbato e gentile, ed in due grandi e magnetici occhi scuri su un fisico da mannequin. L’esser rimasta prematuramente orfana di padre e madre l’aveva costretta a laurearsi in fretta, e ad accettare un incarico non proprio ideale, in quell’Ospedale di periferia: non rappresentava forse la vita che aveva sempre sognato e la solitudine a volte le pesava, ma sebbene dedicata quasi per intero agli altri, era pur sempre vita. In quel momento non vedeva l’ora di rientrare, anche perché sin da piccola era illogicamente atterrita da tuoni e botti di Capodanno. Erano questi, i suoi pensieri, mentre attendeva il dodici barrato.

Gianclaudio guardava quasi irritato l’orologio. Il dodici barrato era in ritardo di qualche minuto, ed il tempo per preparare la cena che avrebbe voluto stringeva inesorabilmente. Ma chi gliel’aveva fatta fare, ad impelagarsi tra fornelli e microonde, allestendo un cenone per il solito gruppo d’amici squattrinati e squinternati, altrimenti destinati a restar da soli a piangere dei loro guai? Forse l’amicizia, forse il bisogno di non trascorrer da solo anche quella notte così speciale, o forse chissà… l’illusione di stemperare tra un piatto di lenticchie, un cotechino ed una porzione di baccalà in umido l’insoddisfazione per la sua vita; e di condividere per una sera la felicità d’uomini che in apparenza erano stati meno fortunati di lui, ma in realtà avevano il calore ed il sostegno d’una compagna innamorata. Un bel ragazzo, un buon partito, l’uomo che ogni madre vorrebbe per sua figlia, quante volte se l’era sentito ripetere? Sennonché, troppo spesso aveva finito col piacere più alle madri che alle figlie, ed il risultato in conclusione era stato comunque lo stesso: era solo, si sentiva solo, e forse l’idea d’esser utile ad una manciata di coppie - che quella notte non avrebbero potuto permettersi più d’un modesto pizzebbirra – gli riscaldava il cuore. Aveva ereditato dai suoi una grande casa su due livelli nella periferia della città; amava condividere i suoi spazi ed un modesto benessere - che lavoro e rendite varie gli consentivano - con le persone che gli erano sempre rimaste vicine ed amiche. Quella sera poi… non aveva preso l’auto, perché temeva il traffico dei ritardatari, e s’era impelagato negli ultimi acquisti presso l’unico esercizio d’alimentari ancora coraggiosamente aperto. Ma aveva ancora e davvero assai poco tempo, ed il dodici barrato era decisamente in ritardo.

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L’Angelo si chiamava in codice Cupido67… ed il suo reale nome non sarebbe stato umanamente pronunciabile. Apparteneva ad una categoria d’Angeli declassati, ovvero per qualche motivo dequalificati ed asserviti ad un’incombenza minore assai particolare, ma comunque piuttosto delicata. Certo, la ferrea regola del Capo - secondo cui innamoramento e relazioni interpersonali fossero esclusivamente demandate al libero arbitrio - non avrebbe dovuto conoscere eccezioni; l’amore tra un uomo ed una donna non poteva scaturire da alcun tipo di Divina intromissione, ma anzi era vincolato a restar unico appannaggio di scelte ed emozioni umane. Gli Angeli della classe Cupido (o, come benevolmente il Capo li chiamava, AA, gli Angeli-Aiutino) avevano, nonostante questo assioma, il compito d’agevolare con un… intervento al momento giusto la nascita d’un nuovo sentimento. Le consegne erano rigorose: un aiuto, e non una spinta; una scintilla, e non un incendio. Gli AA dovevano solo dare una mano alla nascita delle storie che già presentavano una loro naturale predisposizione; ed in nessun caso, pena un ulteriore e ben più severo declassamento, avrebbero dovuto prevalere sul libero arbitrio.

Quante centinaia di migliaia d’amori Cupido67 aveva aiutato a nascere, nei suoi quasi trentottomila anni d’onorata milizia? Ne aveva perso il conto, eppure più d’una coppia celebre era passata per il suo arco, una per tutte – ne andava fierissimo - Dante e Beatrice… e già, proprio l’arco accanto a cui la mitologia aveva rappresentato la figura leggendaria di Cupido, era il mezzo di coercizione assolutamente indolore di cui s’era sempre servito. In compenso, era orgoglioso di non aver mai sbagliato un colpo, e d’aver contribuito a far scoccare la scintilla tra miriadi di coppie che non ne avrebbero altrimenti trovato modo, opportunità, tempo o coraggio. A volte rimpiangeva il lontano passato, in cui faceva parte della schiera ben più nobile e VIP degli Arcangeli; e ricordava con rammarico il giorno in cui una parola di troppo su una tragedia in terra, che aveva osato ritenere evitabile (disapprovazione per di più indotta da un altro AA invidioso), gli era costata un’umiliante retrocessione di grado. In ogni caso non si sentiva sminuito ed il suo incarico, tutto sommato – contribuendo a far nascere dei nuovi amori – non gli appariva così penalizzante.

Le disposizioni, per quella sera, prevedevano due ultimi dardi, destinazione Simone e Claudia; una coppia di brave persone con un percorso comune già condiviso, ma privo del calore del vero amore. Un compito semplice semplice, praticamente di routine; ma… Cupido67, essendosi come sempre ben documentato sulla loro vicenda, aveva concluso che sì… il suo intervento potesse rappresentare una forzatura un po’ troppo fuori luogo. Quei due non solo non s’amavano, ma si sopportavano a malapena, pur avendo mille volte provato ad andare oltre quella che gli umani chiamavano un’affettuosa amicizia, senza peraltro riuscirvi; ed ora le frecce a loro destinate, inutile negarlo, gli bruciavano nella faretra. Da almeno ventimila anni s’era convinto che non fosse suo compito sindacare sugli ordini del Capo… oltretutto, con Lui non si potevano nemmeno nascondere contrarietà o titubanze, perché queste – era risaputo – sarebbero state immediatamente scoperte. Dunque anche quella sera s’impose d’evitare ogni ingerenza. E sia! una freccia a Simone (l’uomo, per consuetudine, andava colpito sempre per primo), una a Claudia, ed avrebbe ultimato le consegne per l’ultimo dell’anno. Fosse o non fosse quanto ritenesse più giusto, la cosa non doveva affatto riguardarlo.

Gianclaudio intanto continuava a guardare impaziente l’orologio, ripassando a memoria il trito di cipolla, sedano e carota la cui preparazione ancora l’attendeva, lo zampone sigillato sottovuoto da tuffare nell’acqua bollente, le lenticchie messe a bagno da quasi un’ora che andavano al più presto ritirate ed il baccalà da cuocere nel pomodoro a pezzetti; nel suo fervore culinario, nemmeno s’era accorto della presenza di Claudia e Simone accanto e di Simonetta dietro di sé, alla fermata. Cacciò una mano in tasca, per estrarre il cellulare e verificare eventuali sms, e non s’avvide di come il gesto avesse fatto scivolar per terra quattro biglietti da cinquanta Euro, piegati a metà l’uno nell’altro e tenuti assieme da una graffetta; inconveniente in cui talvolta può incorrere chi come lui - odiando i portafogli - tenga banconote e documenti in due tasche separate. E dire che si trattava della piccola strenna-aiuto preparata per la coppia meno fortunata sua ospite, quella sera…

Claudia s’era voltata in direzione opposta, sperando di scorgere il tram in arrivo; ma quando lo sguardo le cadde involontariamente per terra, scorse a nemmeno un palmo dalla sua scarpa destra le banconote. Come spesso accade, in una frazione di secondo prima si chiese come mai non se ne fosse accorta prima, indi pensò ad uno scherzo, poi si convinse che se le avesse lasciate lì le avrebbe certamente raccattate qualcun altro, ed infine con gesto fulmineo coprì i biglietti con la suola della scarpa, attendendo il momento migliore per raccoglierli. La scena sfuggì agli altri, compresa un’assorta Simonetta, che si trovava immediatamente dietro di lei.

Cupido67 giunse in quell’istante sul luogo della missione. Poteva contare sull’invisibilità, sulla possibilità di creare un diversivo ad hoc e soprattutto su una mira praticamente infallibile; era ormai sul marciapiede opposto ed avendo già sfilato una freccia, doveva semplicemente e velocemente (la rapidità era essenziale) completare l’incarico prima di tornarsene in Paradiso. Incoccò il primo dardo, scacciando di mente il fastidioso pensiero secondo cui la cosa non gli apparisse del tutto legittima, e prima di mirare al cuore di Simone cercò un espediente che distogliesse l’attenzione dei quattro da quanto stesse per accadere. Profittando della credibilità gentilmente fornita dall’ultimo dell’anno, simulò l’esplosione in sequenza d’una serie di petardi, nella via adiacente. Nulla di particolarmente violento, ma in ogni caso sufficiente a catturare l’attenzione di tutti.

Alla prima esplosione, Simone ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo che fu centrato in pieno dalla freccia destinatagli; ed in un batter di ciglia, una seconda saetta fu pronta a scoccare in direzione Claudia. Era infatti proprio la successione di due dardi consecutivi a provocare l’effetto Cupido tra i due bersagli.

Tutto accadde in una frazione di secondo: alla seconda e più intensa esplosione, quasi simultaneamente partì la seconda freccia, proprio mentre Claudia - profittando della confusione del momento - si piegava fulmineamente a raccattare le quattro banconote, sin allora ben dissimulate sotto la scarpa. La saetta in realtà destinata a Claudia centrò dunque in pieno Simonetta, proprio nello stesso istante in cui - impaurita dall’ultimo boato – la donna lanciava un grido di spavento.

Cupido67 ebbe un moto di sconforto. Era la prima volta dopo migliaia d’anni d’onorata carriera che sbagliava un colpo, anche se non se ne sentiva interamente responsabile e tutto sommato – inutile negarlo - la cosa non gli dispiaceva affatto; ma questo non avrebbe di certo rappresentato un’attenuante, agli occhi del Capo, anche perché su questa Simonetta non s’era per nulla documentato e poi… sarebbe stato suo preciso compito assicurarsi che dietro Claudia non ci fosse alcun altro umano. Aveva memoria di casi analoghi in cui la seconda od entrambe le frecce non fossero giunte a bersaglio, od in cui il diversivo non avesse distolto a sufficienza l’attenzione; ma non ricordava di congiunture nefaste per cui la coppia trafitta non fosse quella prevista.

Cercò allora di ragionare in fretta e di non peggiorare la situazione: non esistevano antidoti alle frecce ormai giunte a doppio bersaglio, e nemmeno poteva inventarsi scuse, perché Lui avrebbe comunque saputo esattamente come fosse andata. Nella faretra gli restavano solo due dardi, che sempre portava di scorta per ogni malaugurata evenienza, casomai qualche colpo fosse andato a vuoto. Decise allora di far l’unica cosa che gli apparisse sensata: Simone era stato ormai sistemato, ma… anche Claudia, quella sera, era stata destinata ad un amore. E sebbene mancasse il tempo per ragionarci pienamente su, e certo che quella scelta l’avrebbe comunque degradato al rango immobile di Angelo-Statua nelle Chiese (il gradino più basso della gerarchia), senza pensarci oltre scoccò le ultime due frecce verso l’incolpevole Gianclaudio e verso Claudia… che intanto - ignara di tutto - s’era rialzata stringendo in pugno le banconote, proprio durante l’esplosione del terzo ed ultimo petardo. Sconsolato, il povero Cupido67 si rimise in viaggio verso il Paradiso.

Simone – uditone l’urlo terrorizzato - si volse istintivamente verso Simonetta… e fu come vedesse per la prima volta una donna. Provò quel fervore inarrestabile che caratterizza la prima fase dell’infatuazione, totalmente dimentico del tram in ritardo, del freddo, della presenza di Claudia, e della busta piena di cose buone causa della sua presenza in quel posto. Osservò a lungo Simonetta negli occhi, sperando di scorgervi altrettanta emozione, come se i primi fiocchi di neve che intanto cominciavano a cadere fossero lievi e sottili carezze e quella fermata anonima un grande prato verde, dove nascono speranze. Simonetta si sentì attraversare da un brivido imprevisto e senza motivo: era uno sconosciuto, aveva accanto quella che sembrava la sua donna, eppure quell’uomo le aveva risvegliato sensazioni che si portava nell’anima da anni, ma solo sotto l’apparenza di sogno ad occhi aperti. Ed era talmente strano ed inusuale sentirsi tanto coinvolta, ed altrettanto illusorio e bizzarro avvertire dentro sé quel fiume di tenerezza e di trasporto traboccarle dal cuore verso le labbra, che rimase per quale interminabile secondo muta, ed incapace d’esprimersi. Di colpo la signora Pina le apparve quasi un impedimento, e per questo si vergognò un pochino; poi rammentò il completino rosso sotto il golf ed il piumino, e questo dettaglio al contrario – irrazionalmente, e senza un reale motivo - sembrò confortarla. Ricambiò lo sguardo di Simone con un sorriso smagliante che parlò più d’un intero discorso, e si presentò per prima.

Ma l’atteggiamento più assurdo ed incredibile era rappresentato dal totale ed assoluto disinteresse di Claudia verso l’improvviso allontanamento di Simone: come la cosa non solo non le interessasse o la riguardasse, ma addirittura quasi nemmeno si conoscessero. Claudia porse con un sorriso assassino le quattro banconote appena raccolte a Gianclaudio, sussurrando sommessamente…

…forse ti son cadute…

Gianclaudio dimenticò di colpo carote, sedani, lenticchie, baccalà e cotechini, e nemmeno s’avvide dei biglietti che Claudia gli porgeva – seppure destinati alla più bisognosa delle coppie ospitate - perché troppo impegnato a perdersi nei suoi occhi. Ed erano davvero inspiegabili, senza senso, persino ridicole la confidenza e l’attrazione quasi magnetica avvertite nei confronti di quella sconosciuta; fu come se improvvisamente la donna delle speranze e dei desideri avesse preso forma sotto il suo sguardo. Entrambi percepivano prepotente la tipica sensazione di totale possibilismo del sogno, in cui le cose belle accadono senza impedimenti, senza ostacoli e senza altri protagonisti, quasi si trattasse d’una favola e lieto fine; mentre nella vita, risaputamente, spesso le favole restano solo graziose parole che riempiono patinati libri per l’infanzia. Quanto poco era bastato, a trasformare una mediocre serata di fine anno nell’inizio d’una vicenda così esaltante… sebbene incontrare la persona giusta, casuale o cercato che sia, rappresenti sempre e comunque un piccolo, grande miracolo.

Il dodici barrato arrivò dopo qualche secondo, richiudendo le sue porte a soffietto dietro ad una piccola fetta d’umanità di quattro persone, che salutava l’anno ormai trascorso con una nuova speranza nel cuore.

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Cupido67 non attese d’esser convocato dal Capo. Si presentò spontaneamente, carico di rimorsi e timori, e senza nascondere il pentimento per il disastro che era certo d’aver combinato. Attese pazientemente il suo turno – il Capo aveva sempre un milione di cose da fare, trattandosi per giunta dell’ultimo dell’anno – e quando Gli fu dinanzi non profferì parola; s’inginocchiò, e restando a testa china, attese serenamente la giusta punizione.

Il Capo l’osservò con benevolenza, carezzandosi la lunga barba bianca e guardando poi – amorevolmente, e senza aggiungere una parola - assai più lontano, dove forse solo i Suoi occhi erano in grado di vedere. Con un impercettibile cenno della mano, rese visibili sulla grande parete bianca di fronte a Cupido67 due differenti scenari, popolati di alcuni personaggi che l’ancora affranto Angelo riconobbe all’istante.

Nel primo, Simonetta e Simone attendevano mano nella mano la mezzanotte, sotto lo sguardo compiaciuto e persino un po’ commosso della signora Pina. Ciascuno non aveva occhi che per gli occhi dell’altro, e l’emozione che cominciava ad unirli rendeva inutile qualunque ulteriore spiegazione. Forse se ne avesse trovato il coraggio, Simone alla mezzanotte le avrebbe chiesto d’abbracciarlo, e l’avrebbe baciata dolcemente sotto il vischio. Forse se ne avesse trovato il coraggio, Simonetta - con una punta di civetteria - gli avrebbe confidato d’esser vestita di rosso, sotto, e d’esserfelice d‘averlo accanto, quella notte, ma senza alcuna implicazione erotica: avrebbero avuto talmente tanto tempo, per queste cose…

Nella seconda proiezione, Gianclaudio e Claudia, anch’essi mano nella mano e dimentichi di cenoni, zamponi, panettoni, spumanti e lenticchie in cui gli altri commensali ed amici sembravano gioiosamente immersi, osservavano sereni ma un po’ smarriti i primi fuochi d’artificio illuminare a giorno la notte imbiancata dell’ultimo dell’anno, ancora stupiti ed a malapena consapevoli di quello che stesse realmente accadendo loro. S’erano trovati, incontrati, scoperti, per miracolo o magia: questo solo, contava per davvero.

Il Capo lasciò sfumare lentamente le due immagini, poi rivolgendosi a Cupido67 esclamò con voce calma ma decisa:

Bentornato tra noi, Arcangelo67.



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