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lavoro pubblicato martedì 29 dicembre 2009
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

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Il mare stellato

di gabberthomson. Letto 903 volte. Dallo scaffale Generico

La spiaggia finiva pochi metri davanti a lui, poi subito blu, scuro ed immobile. Anche i riflessi del sole che si frantumavano sulla distesa d’acqua sembravano non spostarsi di un millimetro, come se il mare fosse un cielo stellato. Se ne stava s...

La spiaggia finiva pochi metri davanti a lui, poi subito blu, scuro ed immobile. Anche i riflessi del sole che si frantumavano sulla distesa d’acqua sembravano non spostarsi di un millimetro, come se il mare fosse un cielo stellato. Se ne stava seduto, cingendosi le ginocchia con le braccia, lo sguardo fisso sulla bottiglia che galleggiava a poche decine di metri da lui. Inclinata di 45 di gradi, ed immobile. Doveva essersi spostata di qualcosa da quando l’aveva scagliata con tutte le sue forze. Qualche metro, gli sembrava. Oppure era lui che aveva cambiato posto. Si girò a controllare la sabbia dietro le sue spalle, eccole, le sue orme, distingueva quelle profonde della rincorsa. Poi un segno più profondo, lì doveva essersi seduto ad osservarla subito dopo il lancio. Già, quindi si era spostato. Forse la bottiglia si trovava ancora nella stesso punto dove era caduta. Dio come era difficile trovare dei riferimenti in quel niente di sabbia e mare. Non riusciva più a mettere in fila quello che aveva fatto. Ogni ricordo, ogni immagine di quel luogo si assomigliava così tanto che non capiva come ordinarli. Senza distinguerli non riusciva nemmeno più ad intuire lo scorrere del tempo.
Prese una manciata di sabbia e la scagliò davanti a sé, una nebbia finissima che cadeva lentamente, i riflessi del sole sull’acqua che danzarono un istante, un moto apparante, un gioco di luci, poi tutto nuovamente fermo. Si alzò in piedi ed emise un urlo, gli occhi serrati, il suono che si propagava intorno a lui rievocando rumori ed immagini confuse e veloci. Il mare che ribolle, il terreno della barca che ad ogni onda sembra sparire sotto i suoi piedi, mentre un treno d’acqua lo investe sbattendolo a terra, frenato solo dalla cima con la quale si è assicurato. Il rumore acuto delle sartie che gemono sotto la tensione dell’albero, la randa che sta ancora lì, ammainata solo per metà, di più non era riuscito a fare. Ogni tanto qualche lampo, lontano, il tuono che non arriva, ma tutto che si illumina a giorno per una frazione, montagne d’acqua intorno, pronte a franargli addosso. La sensazione di impotenza, la corsa dentro la cabina, gli occhi fissi sulle coordinate mostrate dal gps, 20° 41’ 32’’ N, 19° 30’ 65’’ W, sei numeri da ricordare in fila 20 41 32 19 30 65, due lettere N W. Ancora, 20 41 32 19 30 65, e ancora 20 41 32 19 30 65, la mente che li recita come un rosario. Il vento non più rumore di fondo, costante, ma un sibilo sempre più acuto, il terreno che si inclina, le braccia che si muovono in cerca di appigli, una mano dietro l’altra, prima sul tavolino, poi su qualcos’altro, il bordo della scale e poi su, finalmente fuori, sul pozzetto, la barca completamente sbandata sotto la forza del vento. La mente che vorrebbe pregare ma che riesce solo a ripetere la sequenza di numeri 20 41 32 19 30 65. Poi come il rumore di colpi di pistola, le sartie che saltano via, una dopo l’altra. La consapevolezza di essere colpito, del mare che lo sovrasta, poi niente.
Scosse la testa per allontanare quelle immagini. Il mare continuava ad essere un cielo stellato e la bottiglia era ancora lì. Vedeva al suo interno il pezzo di maglia che si era strappato e su cui era riuscito a scrivere quelle maledette coordinate. Perché non si muoveva? Eppure delle correnti dovevano esserci, altrimenti non si spiegava quella cosa là. Quell’ammasso che ad un tratto era comparso sulla riva, spinto da chissà quale corrente. Quel corpo senza vita che se ne stava ad un centinaio di metri da lui, unico evento che riusciva in un qualche modo a collocare nel tempo. Unica anomalia in quel niente tutto uguale, per la quale provava un terrore profondo, intimo, che lo teneva a distanza, rendendolo incapace di avvicinarvisi. Eppure doveva farlo, lo sentiva, anche solo per aggiungere un’azione che lo aiutasse a distinguere il prima dal dopo. I piedi cominciarono a muoversi quasi in automatico, la sabbia che con le orme contava i suoi passi. Uno, tredici, sessantadue, duecentoventuno. Raggiunse quel corpo che giaceva supino di fronte a lui. La faccia era tumefatta, gonfia d’acqua, praticamente irriconoscibile. Eppure i tratti erano stranamente somiglianti. Forse colpa del mare che livella tutto rendendo i corpi informi, plasmabili dall’immaginazione e dal terrore di chi li osserva. Si fece coraggio e si chinò sul poveretto. Con un gesto che non seppe spiegarsi nemmeno lui accarezzò quel viso così familiare prima di spingerlo verso le acque scure. Rimase a guardare il mare che con dolcezza inghiottiva quella figura. Qualche decina di metri oltre vide la sua bottiglia di vetro. La sua speranza. Che lo aveva seguito fin lì. Fece un cenno di saluto con la mano, quasi un gesto di pace, e questa volta la vide allontanarsi verso l’orizzonte.


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