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lavoro pubblicato domenica 20 dicembre 2009
ultima lettura venerdì 8 marzo 2019

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IL RICORDO PIU' ANTICO

di Nigel Mansell. Letto 759 volte. Dallo scaffale Pensieri

IL RICORDO PIU' ANTICO Un ricordo che riusciamo a classificare come il più antico, lo abbiamo tutti, ma riguardo la sua rigorosità sto...

IL RICORDO PIU' ANTICO

Un ricordo che riusciamo a classificare come il più antico, lo abbiamo tutti, ma riguardo la sua rigorosità storica...

Ogni volta che lo abbiamo richiamato alla memoria è come se lo avessimo restaurato, dandogli una sostanziosa mano di vernice, che di volta in volta ha eliminato le imperfezioni, rendendo l'aspetto più omogeneo; ed ora, per esempio nel mio caso che sono quarantenne, è difficile stabilire quanto quello che vedo frugando nei ricordi, non sia piuttosto l'aspetto mutato per via dei numerosi ritocchi, invece che ciò che avvenne realmente.

Ad ogni buon conto, il ricordo che posso identificare come il più vecchio è quello della nascita di mia sorella minore, Chiara: era il millenovecentosettantadue, ed io non avevo ancora compiuto quattro anni.

Con Anna, l'altra mia sorella, si giocava nel piazzale assolato della maternità di Premosello Chiovenda. Chiara è nata il venti maggio, pertanto considerando qualche giorno dopo quella data, si può dire che si fosse già in una calda ed inoltrata primavera: quelli che vedo infatti sono vestiti leggeri. Saltellavamo tra il cordolo e la pavimentazione. Mi pare che mio padre per un po' fosse anche lui lì con noi, forse poi salì nei reparti: immagino che la maternità fosse al primo piano dello stabile che avevamo di fronte. Poi la mia immagine con quella di Anna nei sedili posteriori dell'auto, l'Appia.

Tutti i miei ricordi sono indissolubilmente legati alle macchine di famiglia, mi aiuta a contestualizzarli negli anni: la Lancia Appia, appunto, bianca e signorile, con le porte che si aprivano come quelle di un armadio a due ante; una Fiat 850 blu metallizzato, un discutibile incrocio dal motore posteriore, tra la vecchia 600 e la futura 127; la Opel Kadett a due porte, un barcone ammericano solo millecento di cilindrata, ma enorme rispetto alle utilitarie dell'epoca; l'Alfa Romeo Alfasud dall'innovativo motore boxer, grintosa e rombante, che però ci marcì praticamente sotto i piedi, ed infine un'altra Opel Kadett, ma una delle ultime serie, quelle squadrate a cinque porte, che presa la patente ho poi provveduto a riforgiare nelle forme esteriori.

I miei non li vedo, ma ho la sensazione fossero lì davanti, sui sedili anteriori. Appoggiarono la culla lì dietro fra noi: era Chiara, ma a dispetto del suo nome, ci apparì oltre che piccolissima, tutta nera, dalla pelle scura e con due vistose e brune sopracciglia.

Rimase sempre la piccola di casa, anche ora che ha già una figlia. Per mio padre era il "caganios", in sardo l'ultimo uccellino della nidiata, quello più inetto ed inerme. Per noi, invece, "il verme". Non voleva essere così dispregiativo come può apparire la parola: è che frignava sempre, costantemente attaccata alle gonne della mamma e dedita alla delazione ed al collaborazionismo, meritava una lezione. Dalla tivù in quegli anni gli unici insulti che passavano erano sgualdrina, di cui non capimmo mai veramente il significato, ma intuivamo potesse essere qualcosa di scabroso, e verme, le parole che si pronunciavano contro il cattivo di turno; così io ed Anna optammo per il secondo. Chiara è ancora il verme per noi, ma con un'accezione del tutto affettuosa e positiva.

Ma poi fu comunque così bella quell'infanzia: noi tutti e tre piccolini nati nel giro di quattro anni, noi sempre insieme, i fratelli Porcu come i tre porcellini. Noi soli contro tutti i lupi cattivi: c'erano i grandi, inflessibili e severi, non ci comprendevano, sembrava non fossero mai stati bambini; i genitori con i loro editti che comportavano solo divieti, e poi gli altri bambini che in fondo rimanevano sempre un po' degli estranei: certo noi si viveva sospesi tra Aosta, Zoverallo e Tonara, e chi lo capiva quale era la "casa"!

E belli anche quei natali, che ricordo con malinconia, ora che se ne avvicina un ennesimo dell'era globalizzata, e che come ogni anno vivo quasi con fastidio, felice di rimanerne refrattario e distaccato.

Erano natali in bianconero allora, discreti e frugali. Chi recava i doni nella notte più attesa, non era un opulento babbo natale, ma un modesto gesù bambino, che mio padre grazie alla sua goffagine smascherò ben presto. Un gesù bambino che non soddisfaceva quasi nessuno dei nostri desideri: sempre regali utili, scarpe e vestiti, invece dei giocattoli luccicanti che avremmo voluto; ma lasciava intatti i nostri sogni, le fantasie e la voglia con l'inventiva di saper giocare per ore con un nonnulla.



Commenti

pubblicato il 30/08/2010 20.10.17
cri52, ha scritto: Le tue parole ed ecco anche i miei Natali in bianco e nero..grazie!

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