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lavoro pubblicato giovedì 12 novembre 2009
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sera

di mostriciattolo. Letto 992 volte. Dallo scaffale Fiabe

Una donna spesso ha più bisogno di certezze che d'apparenze, e d'apparenze in vita sua sì che ne aveva incrociate e subite: anche troppe.......

Liberamente ispirato alla canzone 
Un pagliaccio in Paradiso di D. Modugno



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"Pagliaccio" di Pietro Rovedatti - matite colorate
*
*

Come tutti i giorni, aveva i secondi contati. In un piccolo circo di periferia, può capitare di passare in pochi minuti da un esercizio d'acrobazia - magari dopo aver venduto i pop corn all'ingresso - alle Polaroid tra i bambini con lo scimpanzé in braccio, sino a vestire i panni del clown per intrattenere il pubblico, durante il montaggio della gabbia dei leoni. Cambiando ogni volta nome e nazionalità.

Serafino non s'era scelto questa vita, anzi... andava dicendo che quella vita avesse scelto lui. Madre italiana, paternità incerta almeno quanto l'età, comunque ormai prossima ai quaranta, aveva appena terminato di volteggiare coi Castello's (nome di assoluta fantasia per rappresentare un quintetto d'acrobati a terra) che già gli toccava svestire la tutina aderente in elastan, per indossare i panni assai più abbondanti ed improbabili del clown.


Il tempo a sua disposizione per il cambio costume era legato all'esibizione di Adelina - figlia del proprietario del circo - e dei suoi barboncini ammaestrati: non più di dieci minuti per cambiarsi e truccarsi, ma solo una manciata di secondi per "entrare" mentalmente nel nuovo personaggio. Era innamorato di lei da sempre, senza mai esser tuttavia riuscito a scalfirle il cuore; ed un bacio galeotto, rubato al tempo ed al destino dietro ad un carrozzone, gli aveva regalato un'inutile speranza. In realtà la donna aveva cercato solo d'ingelosire il domatore Svlotan, un omaccione croato che non la filava affatto... un bacio per dispetto insomma, che Serafino aveva scambiato per una promessa, poi... nulla più: solo quell'amore non ricambiato, tanti sguardi fugaci e una vaga speranza, ormai ridotta ad un filo sottilissimo. Qualche non richiesto consigliere gli aveva suggerito prudenza: Adelina era la figlia del padrone, viveva in una roulotte esclusiva che sembrava una reggia ed aveva la fama di donna frivola e capricciosa; solo Serafino non aveva compreso quanto la donna soffrisse il disinteresse di Svlotan. Le era sembrata una sfida da rintuzzare a suon di provocazioni, come quella di baciare l'uomo più buono ed umile del circo; e - seppure inizialmente solo per dispetto - aveva messo in atto il suo proposito.


Come spesso accade per i cuori semplici, Sera - come lo chiamavano tutti - aveva rifiutato d'accettare la realtà e s'era illuso di poter avere una chance. Tanto illuso da averle chiesto di manifestargli in modo assai semplice le sue intenzioni: quando fosse entrato in pista, durante quello spettacolo (e come tutti i giorni lei gli avesse porto un fiore, a titolo di testimone), se esso fosse stato bianco avrebbe indicato un sì... fosse stato rosso, lui non l'avrebbe mai più cercata.

A questo, solo a questo pensava Serafino, mentre si truccava secondo l'antica arte dei clown: un fondo di biacca pesante sul viso, la testa cinta d'una calotta in gomma con una zazzera d'un rosso rame indefinibile sui lunghi capelli scuri, e due crocette nere sugli occhi, a sovrastare il classico naso scarlatto in spugna, a forma di pallina. Sotto il naso, quell'immenso esagerato sorriso rosso dai contorni neri, disegnato tra zigomi e labbra, passando un pelino sopra il mento. Il finto sorriso sotto cui spesso i clown possono piangere senza che nessuno se ne accorga.



In attesa del momento che desiderava ma temeva, indossò una redingote nera sulla camicia a scacchi ed un paio di calzonacci verdi sugli scarponi alla Pippo. Un gigantesco papillon al collo ed il cappellino mezzo floscio calzato sulla parrucca completarono l'immagine che il pubblico - soprattutto i bambini - amavano tanto. Raccattò da una mensola l'ombrellino giallo e s'avviò verso il suo destino, trotterellando. Quando scostò la tenda rossa che lo separava dalla pista, il cuore pareva esplodergli in petto.


Adelina s'era appena profusa nell'ultimo inchino di ringraziamento, inseguita dall'onnipresente riflettore ad occhio di bue, quando Serafino comparve, quasi rubandole la scena: applausi ed evviva, che ormai andavano scemando, ripresero forza e vigore, ed il clown ringraziò il pubblico con un'impacciata riverenza seguita da un voluto e sgraziato tonfo. Alla caduta seguì una fragorosa risata, in cui il clown riconobbe l'unica linfa capace di restituirgli forza ed energia, in quel momento, a parte la segreta speranza covata in cuore: la divertita ilarità dei bambini. S'avviò tremando - ma nessuno se ne accorse - verso la ragazza, che con un sorriso le porse il fiore.


Era un papavero.


Serafino l'annusò fintamente estasiato e poi tolse il cappello, in segno di deferenza, pur avendo la morte nel cuore; e mantenne lo sguardo basso, preoccupato di cogliere un qualunque dispiacere negli occhi di lei. Nemmeno in quel momento, seppe pensare soltanto a sé.


Rientrata in camerino, Adelina - sfilato il vestito scintillante di paillettes rosa, ed indossata una comoda vestaglia - cominciò lentamente a struccarsi. S'era chiesta più volte - negli ultimi giorni - quanto fosse il caso di dare una possibilità a Sera e a se stessa: lui era umile, buono, gentile con tutti e l'aveva sempre fatta sentire l'unica donna al mondo. Le sue attenzioni erano sincere, le sue piccole e tenere sorprese ormai quotidiane avevano lentamente fatto breccia nel suo cuore, al punto di convincerla a concedersi un tentativo. Una donna spesso ha più bisogno di certezze che d'apparenze, e d'apparenze in vita sua sì che ne aveva incrociate e subite: anche troppe.


Rifletteva sulla bizzarra richiesta di Sera, quando venne colta con sgomento - proprio mentre portava via l'ultima ombra di fard - dal sospetto d'aver forse sbagliato colore: un po' per distrazione, un po' per fretta, un po' presa dal numero e dalla strana irrequietudine dei cani, prima d'entrare in scena s'era ritrovata stretto in pugno il primo fiore a portata di mano. L'aveva sfilato senza pensarci da quel mazzolino che tutte le mattine Serafino gli porgeva, con un cioccolatino ed un sorriso innamorato. Il drammatico era non ricordare assolutamente di che colore fosse... la sua memoria rivisitò come ultimo dettaglio lo sguardo basso di Sera, dopo aver ricevuto il testimone floreale. Indossò rapidamente una tuta e corse verso il palchetto dell'orchestrina, tormentata da un dubbio ormai atroce.

Sera aveva salito la scaletta di corda inciampandovi ripetutamente, come da copione. Ma quella sera non s'accorgeva nemmeno della goffaggine dei suoi gesti, né del clamore festante che lo circondasse. Quel papavero gli scottava in mano come un tizzone ardente, per lui rappresentava una sconfitta: la fine d'ogni speranza. In quel momento avrebbe voluto esser mille miglia lontano, ma... lo spettacolo doveva continuare.


Lassù quel filo d'acciaio, teso tra due montanti laterali del tendone a strisce verdi e gialle, l'attendeva, come tutte le sere. Non aveva mai voluto la rete di protezione, in quanto - a dispetto delle apparenze e dei timori del pubblico - aveva eseguito quella passeggiata mille volte, ed altre mille avrebbe potuto ripeterla, in qualunque momento; persino ad occhi chiusi. L'ombrellino spalancato in una mano, il fiore nell'altra, le braccia aperte a mo' di contrappeso e la grande superficie degli scarponi sul cavo metallico, gli avevano sempre garantito sufficiente sicurezza; e dove non arrivavano le condizioni fisiche del suo numero, subentravano agilità ed allenamento. S'era sempre sentito tanto sicuro di sé, da arrischiare persino qualche finta caduta o perdita d'equilibrio... che servivano tuttavia solo a divertire il pubblico, o ad aggiungere un po' di pathos al numero, non certo a rischiare inutilmente la vita.

Ma non quella sera.

Nessuno da laggiù poteva scorgere le sue lacrime, sotto quel trucco pesante. E poi un pagliaccio innamorato che pianga la sua disperazione sul filo gli apparve un luogo comune scontato e prevedibile a cui non intendeva piegarsi. Nessuno colse le sua labbra tremanti, sotto il sorriso posticcio, nessuno la disperazione in quegli occhi umidi. Adelina gli aveva detto no... s'era preparato mille volte anche a questa eventualità, ma in quel momento no, non riusciva proprio a sopportarlo.

Mai quella fune gli era sembrata tanto instabile, mai l'altro capo tanto distante ed irraggiungibile. I mille occhi attenti, mescolati all'odore acre delle cipolle fritte degli hot-dog, dei popcorn appena saltati e degli elefanti, quella sera non gli regalavano alcuna familiarità, nessun particolare agio. Il riflettore lo inseguiva - come i suoi mille cattivi pensieri - in quel caracollare incerto, ma una volta tanto non voluto.


Si sentiva solo lassù, Serafino. Solo ed abbandonato dal mondo e senza più ragioni per continuare a vivere, mentre svogliato sfidava gravità e dolore, su quel filo... ed a volte il dolore può risultare troppo grande, persino per il cuore eternamente ragazzino d'un clown. Ripensò alla sua infanzia nomade, tra un carrozzone da tenere pulito ed un cavallo da strigliare, l'invidia per la tv ed i comodi giacigli delle roulotte più lussuose, lui che aveva sempre dormito con la mamma in un letto singolo. Rammentò gli esercizi ripetuti sino alla nausea sotto gli occhi attenti e severi degli istruttori, d'estate e d'inverno, sotto stelle o nuvole, sole e vento, l'emozione violenta del primo numero e del primo applauso. E poi... la scomparsa di sua madre, e l'amore inutile per Adelina.

Le lacrime scivolavano rapide ed invisibili sulla biacca, offuscando immagini e sensazioni, mentre in sottofondo - dal palchetto dell'orchestra - la tromba solista sussurrava La vita è bella di Piovani. Mai esecuzione gli parve allo stesso tempo tanto struggente e grottesca.


Fu quando ormai aveva da poco superato la metà del tragitto, che perse una prima volta l'equilibrio. Sconforto e magone quasi derisero - avvolgendole in una terribile morsa - preparazione ed agilità accumulate in anni d'esercizio, tanto che Serafino ebbe un mancamento. Sollevò rischiosamente, persino avventatamente una scarpa dal filo e solo per miracolo - dopo due o tre interminabili secondi di movimenti convulsi e disarmonici - riuscì a riprendere stabilità e fermarsi, mentre il cavo oscillava paurosamente. Come un‘altalena.


Ad un ooooooh stupito e preoccupato, inframmezzato da qualche urlo di sgomento, fece seguito un applauso assordante, ancor più convinto in quanto scaturito da una sensazione che serpeggiava tra gli spettatori:


...ma che bravo Sera! L'ha fatto apposta, sembrava quasi vero!


Nessuno poteva sentire né vedere, oltre le apparenze. Tranne Adelina.


Quando scorse nella mano di Serafino quel papavero e successivamente riconobbe come reale quel tentennamento così marcato, lassù, maledisse se stessa e la sua fretta. E forse per la prima volta, così rapidamente messo alla prova, un amore bambino le esplose nel cuore: con tutta la violenza e la forza dell'amore appena nato.


Sera avanzava a fatica, scoordinato e quasi disarticolato, macchia di colore sul fondo scuro del tendone. Tutti gli occhi ed i riflettori erano fissi su di lui, se li sentiva addosso, quasi dentro, come un dolore pungente ed insopportabile: quello che ha il sapore amaro ed un po' angosciato del sentirsi rifiutato.


Perse nuovamente l'equilibrio quando il traguardo era a pochi metri, ed il continuo gioco di braccia tra ombrellino e papavero lo aveva ormai sfiancato. Avanzava a piccoli passi impacciati ed instabili, solo in apparenza voluti: la gambe non gli reggevano più, soprattutto il cuore non gli reggeva più, e per un attimo - ma un attimo solo - accarezzò l'idea di lasciarsi andare di sotto. Lo avrebbero certamente pianto, ma non rimpianto, ne era certo; la sua vita senza Adelina non avrebbe avuto senso, e mai quanto in quel momento sentì d'amarla con tutto il cuore. A volte gli amori perduti o mai corrisposti sono più grandi e straordinari di quelli realmente vissuti, forse perché vivono soprattutto di sogni, fantasia ed attese.


E fu proprio in quell'istante disperato, proprio mentre lo sguardo inseguiva meccanicamente i suoi scarponi ormai incerti ed imprudenti sul cavo, che lui sollevò gli occhi. E la vide.


Nel buio fumoso del circo, solo l'immagine ondeggiante di Sera, lassù, era illuminata. Nessuno s'accorse che a pochi metri da lui, immobile sul predellino del montante d'arrivo, Adelina lo osservava sorridente ma preoccupata, nella penombra, agitando una grande margherita bianca.


Serafino avvertì distintamente tornargli dentro la forza e fluirgli nel sangue l'energia che solo l'amore ritrovato può regalare. Negli ultimi passi stentati azzardò altri due simulati azzardi di caduta, che controllò con la ritrovata agilità di sempre. Poi, con un ultimo formidabile balzo - degno d'un saltatore in lungo - guadagnò quel predellino strettissimo... ma vedendo Adelina che l'attendeva trepidante e commossa, quella piccola piattaforma sospesa venti metri sopra il pubblico gli apparve una piazza sterminata.


L'occhio di bue li colse stretti l'uno all'altra, due braccia al cielo e due mano nella mano, a ricevere un'ultima ovazione.

*



Commenti

pubblicato il 12/11/2009 15.04.22
sothis85, ha scritto: molto brava nel delineare un racconto di memorie e sentimento. Ruben
pubblicato il 12/11/2009 15.17.38
mostriciattolo, ha scritto: Grazie per la tua approvazione e per aver colto un racconto basato sulla memoria; perché è realmente così. Solo, come già scrissi in altro commento, al limite sarò bravo, non certo brava...
pubblicato il 12/11/2009 16.07.25
sothis85, ha scritto: MI SCUSO HO DIGITATO MALE, BRAVO MOSTRICIATTOLO! RUBEN
pubblicato il 12/11/2009 16.27.01
tenera, ha scritto: complimenti, letto d'un fiato, coinvolgente ed emozionante

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