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lavoro pubblicato lunedì 2 novembre 2009
ultima lettura sabato 14 settembre 2019

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Xux - Il ritorno

di mostriciattolo. Letto 823 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ma tornare indietro alle cose che si sarebbero o non si sarebbero mai dovute fare, cercando conforto nel pentirsene, non poteva rappresentare una consolazione, per gli xantariani come per gli umani.

Dedicato a mio figlio Mauro, che ha fortemente voluto un epilogo diverso della storia

*

*

Uxi era molto preoccupato. L’astronave Axar2, comandata dal suo fratello maggiore Xux, non s’era presentata al rendez-vous nei pressi del pianeta Marte.

Gli accordi erano precisi: le due navi gemelle partite da Xantar, separatesi all’altezza della costellazione di Orione secondo direzioni opposte, si sarebbero ritrovate esattamente dopo nove xit (l’equivalente di due anni terrestri) nei pressi di Deimos, il satellite più esterno del pianeta rosso. Ma sul luogo stabilito c’era solo Uxi con la sua Axar1.

Sebbene i rivelatori di posizione della flotta xantariana coprissero una portata di svariate decine di milioni di chilometri, non v’era segno di comunicazioni utili a localizzare l’astronave scomparsa. Le ultime tracce radio rivelavano una perdita di controllo del velivolo penetrato all’interno dell’atmosfera terrestre, e di conseguenza la peggiore delle congetture – Uxi ne era quasi certo – lasciava immaginare un catastrofico impatto al suolo.

La rotta di collisione del mezzo disperso venne calcolata ed affidata al sistema di guida di Axar1, che puntò decisa verso il cortile dell’ora d’aria d’un piccolo carcere italiano. L’astronave azionò un sofisticato sistema d’offuscamento che la rese praticamente invisibile ed atterrò dolcemente nel piazzale; ma nessun segnale d’alcun tipo proveniente dalla nave scomparsa confortò Uxi. Rimaneva un’ultima speranza: almeno che qualcuno dei sopravvissuti - sempre ammesso che ancora ve ne fossero - si trovasse entro un raggio di cinquanta chilometri: quella era infatti la massima portata a cui il chip – innestato, alla nascita, alla base del capo d’ogni xantariano, per motivi di sicurezza – avrebbe reso localizzabili gli eventuali dispersi. Il detector rimase tuttavia muto per qualche interminabile minuto, con grande sconforto di Uxi e del suo equipaggio... poi, come fortunatamente qualche volta accade per le grandi attese, le loro speranze non vennero deluse. Un debolissimo segnale, localizzato a circa quattro chilometri dal punto d’atterraggio, individuò l’esistenza d’un ultimo xantariano ancora in vita. Il codice genetico riportato sul display non lasciava dubbi: si trattava di Xux.

Uxi, trafelato ma felice, organizzò una consistente squadra di recupero. La qualità del rilevamento lasciava poche speranze sulle condizioni del superstite, ma non aveva percorso cinquanta milioni di chilometri - da Deimos sin lì - per arrendersi proprio allora. Il detector mostrava come il segnale provenisse chiaramente dal piccolo ripostiglio d’uno strano locale in cui gli umani s’affollavano per nutrirsi, chiamato trattoria da Gino.

I figli di Gino, ad un paio di settimane dal suo efferato omicidio, avevano riaperto il modesto ristorante, ancora molto scossi e addolorati per l’inspiegabile accaduto. Non erano riusciti a separarsi dagli ultimi effetti personali del loro compianto padre, ed avevano voluto conservare la “divisa” che indossava al momento del folle gesto dell’ex detenuto. Anche le scarpe – un paio di polacchini neri con la suola Vibram a carrarmato – erano rimaste nel ripostiglio, così com’erano state calzate in quello sventurato momento. Gino a lavoro le aveva praticamente sempre, da quando un giorno, portando un paio di mocassini con la suola liscia, era scivolato malamente su una chiazza d’olio in cucina, fratturandosi una gamba.

Xux doveva la sua salvezza proprio al profilo a carrarmato di quella suola. Fortuna aveva voluto che - scaraventato per terra dopo quel volo terribile - il gesto di Gino avesse leso gli arti ed una parte dell’addome, ma preservato testa ed organi vitali, venutisi a rifugiare in una rientranza della suola. Si trovava tuttavia in quelle condizioni da troppo tempo, forse più di dieci giorni, e le forze perciò – nonostante la sua fortissima tempra e la proverbiale resistenza fisica degli xantariani - gli stavano venendo meno. Non avvertiva nemmeno più dolore né paura: ormai la sua condizione d’immobilità, gli arti fratturati, la fame e la sete lo stavano lentamente uccidendo, ma… ciò che maggiormente l’addolorava era la certezza che per causa sua Amedeo fosse tornato tra le sbarre. Li aveva ascoltati, i discorsi dei figli di Gino, quelli in cui il suo amico fraterno veniva definito come uno sporco assassino senza pietà, un folle senza cuore e senza scrupoli; ed aveva realizzato come il destino del suo Amedeo avesse ancora il sapore amaro e rassegnato della carcerazione. Era consapevole di quanto la sorte dell’uomo fosse dipesa sia pure indirettamente dalla loro straordinaria amicizia, da un istinto irrefrenabile di protezione nei suoi confronti, e da quella vendetta quasi necessaria, unica scelta possibile per Amedeo. Di fronte alla certezza che il suo amico Xux, tanto adorato ed amato, fosse finito sotto la suola d’una scarpa per un banale fraintendimento, l’uomo aveva afferrato il coltello ancora sporco di spezzatino, infierendo sull’oste. Gino non aveva colpe, perché non poteva sapere né capire; ma aveva pur sempre ucciso Xux.

Mille volte s’era ripetuto che non avrebbe mai dovuto uscire dalla scatola quella sera, consigliando maggiore prudenza ad un Amedeo che - dopo aver bevuto di quello strano liquido rosso - non sembrava più lui. Ma tornare indietro alle cose che si sarebbero o non si sarebbero mai dovute fare, cercando conforto nel pentirsene, non poteva rappresentare una consolazione, per gli xantariani come per gli umani.

Questi erano stati i suoi pensieri dominanti, in quelle quasi due terribili settimane. Si sentiva in colpa, in quanto impotente a difendere se stesso ed il suo amico. Ed era ormai rassegnato a vivere una fine orribile da solo, dimenticato e disperato, a miliardi di chilometri dalla propria terra. Che dipartita ingloriosa e dimenticata, per Xux… nessuno avrebbe mai nemmeno potuto seppellirlo.

Certamente dovette pensare ad una visione onirica, tipica della morte ormai imminente, quando si vide di fronte Uxi. Lo riconobbe subito, ma solo quando si sentì circondato dalle zampe forti e carezzevoli di suo fratello e degli altri della squadra di soccorso, capì d’aver ancora qualche speranza. Eran più di due anni che non sentiva parlare la sua lingua, ed ebbe qualche difficoltà a riconoscerla; si sentiva debolissimo ed affamato, il ritmo cardiaco ridotto ad una manciata di pulsazioni al minuto e lo sguardo spento, in fondo ai suoi grandi occhi azzurri. Le labbra emaciate e rinsecchite, le piccole ali ripiegate dietro il corpo, come a cercare protezione ed intimità, offrivano un quadro davvero disperato.

Con un filo di voce e raccogliendo le ultime stille d’energia che gli rimanevano, ebbe solo il tempo di dire in uno xantariano un po’ stentato l’equivalente di

Uxi, tu qui… voi qui… questo è un miracolo… pensavo che ormai…

Poi perse i sensi.

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Dal ritrovamento e dal salvataggio di Xux erano ormai trascorse quasi sei settimane. La squadra di soccorso aveva dovuto amputargli cinque zampe per rimuovere il corpo dalla suola di quella maledetta scarpa, ed a bordo della Axar1 l’equipe medica aveva eseguito un’addominoplastica per l’exeresi d’un tratto addominale. Il piccolo alieno, disidratato e debilitato, era rimasto in coma vigile per oltre un mese, spesso articolando strani e ripetuti suoni gutturali che ripetevano la stessa parola, qualcosa che in xantariano suonava più o meno come amiidioo. Aveva poi subìto cinque interventi di reimpianto delle zampe amputate; l’avanzato stato dell’arte delle biotecnologie su Xantar consentiva infatti l’impiego di protesi naturali, clonate in laboratorio partendo da cellule staminali e dal DNA del paziente; una metodologia avanzatissima, ancora sconosciuta ai terrestri.

Xux fu definitivamente considerato fuori pericolo nello stesso giorno in cui l’astronave s’apprestò a ripartire per Xantar. La lunga permanenza in quell’angolo fuori mano del cortile del carcere, che aveva già visto la distruzione di Axar2, era stata resa necessaria dalla condizioni di Xux, che sicuramente non sarebbe sopravvissuto né all’accelerazione del decollo, né alla fase iniziale del viaggio. Il sistema d’occultamento aveva reso invisibili astronave ed equipaggio agli umani ed il luogo offriva cibo ed acqua in grande quantità. Era insomma valsa la pena di trattenersi il necessario a rivedere Xux ristabilito, per ripartire con calma e senza inutili rischi verso la terra madre.

Allora, fratellone, finalmente di nuovo in piedi! Stiamo ultimando la procedura di decollo per far nuovamente rotta verso casa. Ho già avvertito la base a Xantar delle vicende che t’han visto coinvolto… t’attendono grandissimi festeggiamenti, verrai acclamato come un eroe!

Uxi era raggiante. La missione era compiuta – sia pure con la distruzione della seconda astronave – e Xux era salvo. Nonostante le gravi perdite, di più non avrebbe davvero potuto chiedere: né alla sorte, né a se stesso, né al suo equipaggio.

Xux l’aveva ascoltato in silenzio - apprezzandone il perfetto accento xantariano - e a sguardo basso, come a volerne sfuggire l’imminente reazione… aveva riflettuto molto su quanto stava per dire. Nelle ultime settimane, quando la completa guarigione si stava ormai avvicinando, s’era sentito molto combattuto tra l’innegabile voglia di guarire e la certezza che ristabilirsi avrebbe significato abbandonare la Terra per sempre. Certo, grandi onori e festeggiamenti l’attendevano su Xantar: avrebbe ritrovato la sua casa, le sue cose, le sue abitudini, tutti i suoi fratelli e gli anziani genitori. Magari nel giro di qualche anno avrebbe incontrato la compagna giusta, si sarebbe sposato ed avrebbero messo al mondo un paio di centinaia di pargoli. Ed a proposito di compagne ideali, aveva scorto tra i sottufficiali dell’equipaggio anche Xia, con cui in gioventù aveva avuto una storia travolgente, poi finita senza un preciso motivo. Ma in quel momento il suo unico pensiero era per Amedeo: dove fosse finito, in che condizioni si trovasse, quale sorte l’attendesse.

Di sicuro non era affar suo… nessuno avrebbe certo potuto imputargli d’esser fuggito o d’averlo abbandonato al suo destino; oltretutto, essendo un soldato, doveva comunque rispondere gerarchicamente delle sue azioni.

Ma non era riuscito a dimenticare Amedeo né i due anni di amicizia che li avevano legati. Amedeo protettivo, Amedeo sempre sorridente, Amedeo che l’aveva nascosto a tutti coloro che avrebbero potuto nuocergli, o fargli del male; più semplicemente, a tutti coloro che non avrebbero capito. Lo rammentò imboccargli la colazione con uno stuzzicadenti, pulirgli la stanza con un cotton-fioc, cambiargli il letto con l’ovatta pulita dell’infermeria; rimboccargli la coperta fatta con un lembo del suo sdrucito maglione di lana. Certo, il suo alloggio nell’astronave era splendido e confortevole… ma rimpiangeva la scatola di fiammiferi in quella vecchia cella. E rimpiangeva tutti i programmi su cui lui ed Amedeo avevano fantasticato insieme, per gli anni che ancora avrebbero condiviso in quel piccolo monolocale in città. La voce che riuscì a trovare non sembrava nemmeno la sua:

Io non vengo, Uxi – sibilò Xux, sempre a testa bassa – Non parto. Io resto qui, perché… perché… - sembrò inseguire un pensiero, improvvisamente sfuggito alla sensatezza del discorso – perché il mio posto ormai è sulla Terra, col mio amico Amiidioo.

Uxi l’osservava senza fiato. L’eco delle ultime parole del suo fratellone non s’era ancora spenta del tutto, che la reazione si manifestò in un quasi urlato

amiidioo? E chi sarebbe questo amiidioo? Ma tu devi essere completamente pazzo! Ti rendi conto di quello che dici? La tua gente t’aspetta a braccia aperte a miliardi di chilometri da qui, la Terra t’ha portato solo guai, abbiam perso un’astronave e decine di compagni, tu poi hai vissuto sempre di nascosto, ed ora… vorresti tornare da colui che, per il poco che m’hai raccontato, è stato quasi causa della tua morte? O devo forse ricordarti che come ufficiale dell’aviazione di Xantar hai dei doveri precisi a cui non puoi sottrarti?

Nel frattempo molte orecchie e sguardi attenti avevano affollato la grande sala operativa dell’Axar1. Qualcuno scuoteva la testa, tra l’incredulo e l’indignato, altri facevano con una zampa il segno di matto su una tempia. Altri ancora si limitavano ad ascoltare per scoprire come sarebbe andata a finire.

Uxi, e tutti voi, amici miei. Ci son scelte nella vita che non dipendono dai doveri, o dalle necessità, e nemmeno dalla logica. Ci sono valutazioni che discendono dai sentimenti, dal cuore, dalla riconoscenza, da ciò che davvero sentiamo di volere con tutti noi stessi. Una parte di me resterà con voi, e con la nostra terra, ovunque io vada, ed ovunque voi andiate; ma il mio posto adesso è qui. Tradirei assai più me stesso che voi e Xantar, se m’allontanassi da questo luogo.

Il silenzio innaturale e denso di riflessioni personali, che seguì alle parole dell’affranto Xux, fu interrotto dalle trenta dita di Uxi che tamburellavano nervosamente sul grande tavolo di briefing della sala.

E sia, Xux. La tua scelta è sacra, qualunque cosa ne pensiamo noi altri; su Xantar lo sai, tutte le scelte personali sono sacre. Mi comprenderai se - prima di accordarti la permanenza sulla Terra - dovrò sincerarmi che tutto l’equipaggio non smentisca la versione formale da fornire a Xantar: un’improvvisa crisi di rigetto, conseguenza degli interventi e della tua condizione debilitata, t’hanno stroncato subito dopo il decollo; e sei stato cremato con tutti gli onori militari, come è usanza durante i viaggi interplanetari. Da questo momento per noi e per la nostra gente - capi compresi - tu, Xux, sei ufficialmente morto.

Alle parole di Uxi seguì un nuovo, interminabile silenzio. Per l’equipaggio prese parola Kix, il comandante in seconda:

Credo di poter parlare a nome dell’equipaggio, e se qualcuno non fosse d’accordo, parli ora o taccia per sempre. Confermeremo la versione secondo cui Xux non sia sopravvissuto alla fase di riabilitazione dopo gli interventi subìti, e sia stato cremato durante il viaggio di ritorno.

Nient’altro sembrò opporsi al congedo di Xux da suo fratello e dalla sua gente; in altre parole, da quella parte del suo mondo ancora materialmente presente. Le parole, altre parole non avrebbero avuto senso; le scelte importanti della vita avvengono sempre nel silenzio e nella solitudine interiore. Quella non fece eccezione.

Nessun membro dell’equipaggio seppe trattenere un moto di commozione, alla vista del lungo ed intensissimo abbraccio tra i due fratelli. E come forse era giusto fosse, Xux senza voltarsi indietro abbandonò lentamente l’astronave. La vide ripartire dopo qualche minuto; e forse perché era quanto avrebbe di cuore desiderato, gli parve di scorgere da un oblò il cenno di saluto di Uxi con una zampa.

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Xux sapeva molto bene dove andare. I figli di Gino avevano ripetutamente nominato il nome dell’Ospedale psichiatrico ove Amedeo era stato rinchiuso, e non gli fu difficile rintracciare quel luogo aiutandosi con la tecnologia xantariana: intanto perché il suo vecchio amico gli aveva spesso parlato dell’utilità di treni e stazioni, e poi servendosi del localizzatore portatile che Uxi gli aveva lasciato in dotazione (ufficialmente comunicherò che è stato cremato con te… aveva detto durante l’abbraccio di commiato). Il luogo non era nemmeno così male, e non gli ricordava affatto la vecchia prigione di quei due ultimi splendidi anni. C’era tanto verde, tanti fiori, e tante persone gentili e premurose che s’occupavano dei malati. Non sembrava nemmeno di trovarsi in un luogo di vera e propria detenzione.

Quando in un angolo del giardino scorse Amedeo, seduto su di una panchina e rannicchiato su se stesso, gli parve di scoppiare di gioia. Sebbene fosse lontano da lui ancora un centinaio di metri e la primavera avanzata esplodesse attorno con ogni suo colore e profumo, Xux riuscì a distinguere nettamente l’odore del suo ritrovato amico. Ed una volta a portata di sguardo, si commosse nuovamente scoprendo come Amedeo stringesse tra le mani quella vecchia casa-scatola di fiammiferi, ripetendo continuamente il suo nome.

S’avvicinò con lentezza quasi rispettosa. L’uomo era dimagrito e sembrava sofferente: aveva la barba lunga, lo sguardo perso e senza luce, e Xux avvertiva nitidamente che si trovasse sotto l’effetto di qualche strana sostanza. Questo non gli impedì tuttavia di servirsi d’ogni prudenza e delicatezza per mostrarsi all’uomo; sperando sì che lo riconoscesse, ma che non ne ricevesse troppa emozione o turbamento. Gli si posò su di un ginocchio, e come spesso faceva ai vecchi tempi, cominciò a danzarvi su in senso orario, battendo ritmicamente le ali.

Un barlume di lucidità apparve improvviso negli occhi rassegnati di Amedeo, che immediatamente si fecero acquosi dalla commozione. Fece come per asciugarli strofinandovi i pugni chiusi, ma forse si trattava solo del bisogno di certezze su quanto stesse accadendo… allora si concesse un’ultima conferma, avvicinando cautamente una mano tremula, a quello che gli era sembrato Xux. Fosse stata una mosca qualunque, sarebbe di sicuro volata via.

Sembrava impossibile che Amedeo – nonostante le condizioni di gravissimo disagio fisico e mentale in cui versasse – fosse ancora capace di tanta tenerezza. Le dita si posarono quasi impercettibili sul dorso di Xux, che al contatto con tanto amore si sentì rinascere: fu come venire alla luce una seconda volta.

Sei tornato… non t’avevano ucciso…

Xux gli volò intorno al viso - come quella prima volta, due anni prima - frullando le ali, impazzite di gioia.

Sì, sono tornato, tu non sei più solo, ci sono di nuovo io. Sei sempre stato tu a proteggere me… Da oggi ti proteggerò io. Ho tante cose da raccontarti, Amiidioo…

Il piccolo alieno non poteva vedere, qualche centinaio di metri sopra la sua testa, l’Axar1 stazionare ancora nell’atmosfera terrestre, dopo averlo seguito sino a quel momento. L’amore fraterno aveva spinto Uxi ad accertarsi dell’effettivo incontro tra Xux ed Amedeo. Sarebbe stato orribile darlo per scontato e ripartire, abbandonando il suo fratellone definitivamente solo sulla terra. Ora ne era invece certo: lo lasciava in buone mani.

Rotta verso Xantar!

ordinò Uxi al primo pilota, con voce rotta dalla commozione. Ed in pochi istanti, la prua di Axar1 già puntava a tutta velocità verso la nuova destinazione.

Amedeo non sarebbe mai più uscito da quell’ospedale; due omicidi alle spalle non gli avrebbero mai reso la libertà personale, la possibilità d’andare a vivere nel monolocale dei sogni o di fare la spesa il sabato mattina, o di guardare novantesimo minuto in panciolle, la domenica pomeriggio. Ma con Xux accanto, era quasi come essere nuovamente libero.

Raccontano che la sua vita di relazione, il modo di porsi nei confronti degli altri e la stessa accettazione della propria condizione di recluso, da quel giorno siano sorprendentemente migliorate, al punto da sospendergli quasi del tutto il trattamento a base di psicofarmaci.

Certo, lo si vede spesso parlare da solo o rivolto alla sua inseparabile scatola di fiammiferi, facendosi delle grasse risate nel mimare l’ascolto di chissà cosa con un cono di carta. Altre volte sembra accarezzarsi dolcemente un ginocchio, come fosse la testolina d’un figlio.

Ma tutto sommato, se questa nuova ed inspiegabile condizione è in grado di farlo star bene, e visti i suoi terribili trascorsi, appare certamente più accettabile. Il nuovo Amedeo - ora ne son tutti certi, e come spesso s’era sentito ripetere ai tempi del carcere - non farebbe davvero del male a nessuno.

Nemmeno ad una mosca.

*



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