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lavoro pubblicato lunedì 26 ottobre 2009
ultima lettura mercoledì 5 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Xux

di mostriciattolo. Letto 666 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Dedicato al mio fraterno amico Antonio ed alla nostra felice adolescenza

*

L’astronave, ormai priva di controllo, si fracassò violentemente al suolo, nell’ampio piazzale in cemento armato del carcere. Vista la sproporzione tra i suoi occupanti le dimensioni degli umani, nessuno dei detenuti - intenti all’ora d’aria - parve avvidersi dello schianto di quella che sembrava una semplice lampadina; né dell’equipaggio, integralmente perito nell’incidente. Tutti morti.

Tranne Xux.

Xux, come i suoi compagni deceduti nello schianto, era poco più piccolo d'un centimetro, ed assomigliava in modo impressionante ad una comunissima mosca. Non senza un groppo in gola vide ramazzare via da un detenuto, addetto alle pulizie, quel che rimaneva della sua astronave e del suo contenuto:

Queste lampadine attirano un sacco d’insetti, guarda questa qui quanti ne ha fatti fuori!

Potendo ancora contare su un paio d’ali, e sebbene addolorato ed indolenzito, prima ancora di stabilire il da farsi Xux decise d’esplorare la zona adiacente all’impatto. Ed intento nella sua perlustrazione si ritrovò, senza nemmeno forse rendersene conto, all’interno della cella di Amedeo.

Amedeo era rinchiuso lì praticamente da sempre. Condannato all’ergastolo per omicidio poco più che ventenne, andava tristemente famoso per essersi chiuso in una sorta di asociale mutismo. Non riusciva a gestire i rapporti umani, non aveva legato con nessuno, e viveva in un mondo tutto suo - il più delle volte immaginario, se non fiabesco - in cui quel pizzico di mitomania tipico dei cuori semplici lo trasformava, a seconda delle evenienze, da un eroe delle fiabe ad un vendicatore alla Rambo. A volte restava per ore ad osservare con la sua lente d’ingrandimento gli insetti che gli capitavano a tiro, per i quali provava rispetto sì, ma... anche un po’ d’invidia. Dopo l’omicidio aveva imparato a rispettare la vita, seppure nelle sue forme più insignificanti; ed invidiava quei piccoli animali perché mentre loro erano liberi, lui si sentiva prigioniero.

Sebbene fosse dunque un introverso, e tutti lo considerassero una via di mezzo tra un cuor contento ed uno un po’ fuori di testa, Amedeo era molto rispettato e benvoluto perché fondamentalmente mite ed anche perché - tenendosi sempre al di fuori di qualunque discussione o disputa – non aveva mai pestato i piedi a nessuno.

E fu proprio mentre, sdraiato nella sua branda, fantasticava di liberare l’ennesimo prigioniero dei Vietnamiti armato sino ai denti, che Xux cominciò a ronzargli insistentemente attorno al viso. Amedeo aveva di sicuro gran rispetto per gli insetti, ma quello era proprio fastidioso: fece come per afferrarlo con la mano a coppa, più per allontanarlo che per fargli del male, quando Xux con tutte le forze rimastegli urlò:

Tu vuole uccidere anche io?

Amedeo trasalì e fu riscaraventato da quel quasi impercettibile bisbiglio alla misera realtà della sua cella. Dapprima si sollevò seduto sul materasso, poi tartagliò, tremante:

Chi... ha parlato? Ho… sentito bene? Chi c’è qui...?

Non ricevendo risposte, sembrò tranquillizzarsi, almeno in apparenza; e decise di tornare alla sua foresta vietnamita, risdraiandosi. Xux planò esausto sulla federa bisunta del cuscino, accanto all’orecchio destro di Amedeo, e molto guardingo provò a comunicare con lui:

Io Xux, da pianeta Xantàr, ultimo vivo di spedizione di esplorare. Conosce tua lingua ma non parlare meglio, io somigliato mosca, ma non mosca. Tu capisce me? Tu non fare male, io solo come tu, io amico.

L’uomo si rimise seduto, atterrito. Non era sbronzo (e non avrebbe mai potuto esserlo, visto che era astemio), si sentiva sveglissimo, ed in cella non vedeva nessuno oltre se stesso. Scorse Xux immobile sul cuscino e con curiosità e molta circospezione gli si avvicinò, la lente d’ingrandimento in mano, per osservarlo meglio. Per poco non svenne nel rendersi conto come quella specie d’insetto in realtà non avesse i tipici occhi composti delle mosche comuni, ma due grandi e singoli occhi azzurri che lo fissavano incuriositi; ed al posto dell’apparato buccale delle mosche, una bocca vera e propria, con tanto di labbra e denti.

Xux gli rivolò intorno ad un orecchio, sebbene per lui fosse molto faticoso parlare in volo. Nel suo italiano maccheronico gli chiese di tornare sdraiato, per potersi esprimere da fermo, e si posò nuovamente sul cuscino.

Io viene in pace su terra ma perso nave e ogni compagni. Io solo come tu. Io e tu amici? Tu parli me ed io parlo te di nostro mondi? Tu vuole?

Nel silenzio solitario della cella, le parole di Xux stavolta s'udirono distintamente. Ricordando i giochi che faceva da bambino, Amedeo costruì un cono di carta con un foglio di quaderno, poi ne tagliò il vertice con le dita avvicinandolo a Xux, perché il marchingegno amplificasse la sua voce.

Io non lingua per parlare, io usa modulazione di battito di ali, tu capire, sì?

Con la voce accartocciata dall’emozione, ed avendolo ascoltato ancor più chiaramente, Amedeo rispose sorridendo uno stentato

Sì...

realizzando dunque come non fosse un sogno né uno scherzo. E sembrò subito rassegnarsi a quell'apparente assurdità; era tuttavia una rassegnazione piacevole, che lo faceva sentire fortunato e speciale. Per la prima volta aveva un amico, e che razza di straordinario amico!

I giorni, le settimane, i mesi successivi videro lo strano ed improbabile rapporto tra Xux ed Amedeo divenire sempre più stretto. Il tanto tempo a disposizione, la cella singola, le scarsissime esigenze in termini di cibo ed acqua dell’alieno e le sue dimensioni insospettabili consentirono alla strana coppia di passare altamente inosservata, all’interno del carcere, sebbene il rapporto si basasse soprattutto sulla conversazione. Spesso gli altri detenuti o gli agenti di custodia vedevano Amedeo sorridente, quasi amabile, intento a parlare - a prima vista - da solo, tendendo l’orecchio poi verso uno strano cono di carta. E tutti finivano col concludere, scuotendo divertiti la testa, che la capacità di quell'uomo di sentirsi felice nel suo mondo immaginario, senza far del male a nessuno, fosse tutto sommato da invidiare.

Amedeo aveva costruito a Xux un vero e proprio appartamento in una scatola vuota di fiammiferi svedesi, dotata d'un paio di finestre e di veri e propri locali, separati tra loro da legnetti del gelato… bagno compreso. A Xux bastava qualche briciola e qualche goccia d’acqua per sostentarsi; nel letto d’ovatta pigiata dentro un tappo di aranciata ci dormiva proprio bene. E l’uomo ripensava compiaciuto a quante volte avesse sentito dire di se stesso non farebbe del male nemmeno a una mosca…

I due strani amici si raccontarono la storia delle reciproche vite e del mondo che li aveva visti nascere e crescere. Xux un giorno - commosso - rivelò d’essere il settimo di duecentosettanta fratelli e raccontò della sua partenza da Xantàr, osannato come un eroe, alla ricerca di mondi lontani da esplorare; usanze e costumi così diversi, credenze religiose, sessualità, sentimenti, cibo, aneddoti… non ci fu argomento che i due non sentissero d'affrontare e confrontare, ciascuno con la propria sensibilità od esperienza; e quella cella, la stessa cella che ad Amedeo per anni era sembrata il simbolo d’una eterna punizione, s’era trasformata in un gradevole appartamento. Il luogo in cui una singolarissima coppia d’esseri così particolari e diversi poteva vivere serenamente la propria amicizia.

Col tempo, Xux riuscì a parlare sempre meglio l’Italiano. Amedeo coccolava il suo piccolo compare più come il figlio mai avuto che come un amico; e con una ritrovata tenerezza e facendo molta attenzione a non fargli del male, qualche volte era persino riuscito ad accarezzarlo. L’uomo riuscì a nascondere Xux per quasi due anni, Dio solo sa cosa sarebbe accaduto, se gli altri avessero scoperto la verità… avrebbero potuto mettere in cella di isolamento lui, o fare del male al suo piccolo compagno, se non addirittura portarglielo via.

Era ormai più che cinquantenne, quando la giustizia italiana decise che avesse ormai espiato le sue colpe: l’ergastolo venne trasformato in una condanna a venticinque anni ed il resto condonato per buona condotta. Avendo già interamente scontato la pena, Amedeo venne dunque rimesso in libertà.

Non volle gli venisse organizzata alcuna festa, temendo potesse sfuggirgli anche una sola parola sul suo piccolo amico volante; si limitò ad accettare gli abbracci e le pacche sulle spalle di tutti, e d’esser aiutato a cercar un monolocale in città. Coi suoi risparmi e i pochi soldi racimolati nel quarto di secolo che si lasciava dietro, aveva aperto un conticino in banca, e contava con qualche lavoretto di sbarcare il lunario. S'allontanava dal carcere senza rimpianti, ma anche senza timori circa il suo futuro; soprattutto, non si sentiva solo, perché c’era Xux. Già, Xux che – ben protetto sino ad allora nella sua scatola-appartamento – quella mattina gli aveva dedicato una danza propiziatoria xantariana con tanto di canti beneauguranti in lingua madre, una sorta di bentornato alla libertà; e nella sua semplice ingenuità, pur non avendo affatto colto il reale significato di quegli strani fonemi, Amedeo s’era persino commosso. Sino alle lacrime.

Aveva spesso sentito parlare - dalle guardie - della trattoria che si trovava all’inizio del paese: si raccontava che nonostante non fosse quel che si dice un ristorante di lusso ed i modi del proprietario non propriamente oxfordiani, si mangiasse benissimo spendendo il giusto. Decise allora, prima di prendere il treno che lo avrebbe condotto in città con Xux, di concedere a sé ed al suo amico una botta di vita, onde festeggiare la ritrovata libertà; e giunto sul luogo, s’accomodò in un tavolo un po’ defilato, proprio per non dar troppo nell’occhio.

Gino, il proprietario della bettola, gli si fece incontro: capelli unticci con mega-riporto, forfora a zollette sul logoro gilet nero, faccia larga e paciosa con largo sorriso di circostanza, grembiule bianco legato in vita a medaglie di sughi vari, l’omino flautò un

Cosa serviamo di buono al signore?

Pronto a scrivere, col lapis appena rimosso dall’orecchio su cui soggiornava a mo’ di stanghetta degli occhiali, Gino teneva uno strofinaccio non meno lercio del grembiule, saldamente stretto sotto il braccio sinistro, ad umidiccia altezza d’ascella.

Specialità della casa e mezzo litro di vino rosso!

esclamò Amedeo, quasi stupendosi di ricordare ancora come s’ordinasse un pranzo in una trattoria, memore di qualche sceneggiato visto alla tele. E stupendosi ancor più d’aver preso del vino, lui che era astemio da sempre... ma quella era una giornata speciale, e gli era sembrato giusto concedersi anche quella piccola follia. Chissà, se il suo amico se la fosse sentita gli avrebbe anche avvicinato una goccia di vino, su uno stuzzicadenti.

Lo spezzatino di vitello era molto saporito, praticamente delizioso, ed era piaciuto da impazzire anche a Xux. Non era abituato da anni a mangiare così bene, ed ancor meno lo era al vino, che gli provocava un’euforia veramente perniciosa ed insospettabile (a dire il vero non era tanto il tasso alcolico del vino a fargli girar la testa, quanto la spaventosa quantità di bisolfito che l’oste vi aggiungeva, perché durasse più a lungo senza diventare aceto).

E forse fu proprio un pizzico d’euforia di troppo, mentre gli veniva servito un piatto di cavoli stufati con le olive, a far perdere ogni prudenza ad Amedeo. Con fare vanitoso, forse scambiato per irritato, l’ex-detenuto mostrò al taverniere uno stupito Xux, che nel frattempo era uscito dalla scatola ed osservava divertito - ma anche un po’ interdetto - la scena.

Oste, guarda attentamente qui e dimmi cosa vedi…

Bisbigliò sommessamente Amedeo, come di rivelazione riservata, che non si voglia condividere con altri, ed indicando con l’indice Xux, immobile sul bordo del piatto.

Non c’è problema signore, anzi mi scusi il locale è pulito, non era mai successo!

Il taverniere afferrò in un baleno Xux, lo gettò violentemente per terra e lo calpestò per bene con la suola della scarpa destra, roteandola più volte in senso orario ed antiorario e spiaccicandolo senza pietà sul pavimento.

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L’omicidio di Gino aveva gettato in un indignato sconforto la piccola comunità. Non esisteva spiegazione logica ad un crimine tanto efferato, e la presenza d'una banalissima mosca sul bordo di quel piatto di cavoli non giustificava una reazione tanto sanguinaria; nemmeno quel bicchiere di vino motivava una simile furia. Il locandiere era stato ripetutamente accoltellato da Amedeo, decine e decine di volte, sinché le forze lo avevano sostenuto e non era crollato, sfinito... ma ciò che maggiormente aveva stupito i testimoni era stata la calma assoluta, quella strana forma di sinistra indifferenza in cui l’omicidio aveva trovato compimento.

Furono pochissime le voci che si levarono a difendere Amedeo, ricordato come un tipo un po’ strano, ma sostanzialmente buono. I più sostennero, sfoderando i più beceri luoghi comuni, che ai criminali ed agli assassini non andasse concessa una seconda opportunità, nemmeno dopo un quarto di secolo di galera; che chi nasca assassino non possa perdere il vizio, che quell’uomo fosse sempre stato strano e fuori di senno anche in cella, un balordo insomma; ed infine che un omicidio così immotivato e feroce fosse ascrivibile in parte anche all’eccessiva indulgenza dei giudici. L’omicida andava riscaraventato in galera, senza possibilità di appello,

e le chiavi gettate via.

Amedeo oggi vive in isolamento in un ospedale psichiatrico, in quanto ritenuto pericoloso per sé e per gli altri. Nei rari e solo apparenti sprazzi di lucidità che gli psicofarmaci gli consentano, pare ripeta una nenia... una specie di cantilena, nella quale ricorre più volte uno strano nome pieno di X. E sempre in quei momenti, l'hanno visto spesso accarezzare - piangendo - la piccola casa delle bambole rinchiusa in una scatola di fiammiferi.



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