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lavoro pubblicato lunedì 19 ottobre 2009
ultima lettura martedì 20 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Oltre la morte di Andrea Saviano - Capitolo II

di Galahad. Letto 884 volte. Dallo scaffale Generico

Continuano le avventure da fantasma di un uomo alla ricerca del perché le cose non stiano andando nell'aldilà come lui si sarebbe atteso

Oltre la morte

Tra cielo e Terra

Se quanto era accaduto durante la mia morte poteva sembrare strano, quello che mi successe poco più tardi parve avvalorare l'ipotesi del sogno.

Nell'esatto momento in cui mia moglie cadde preda del sonno, avvenne qualcosa di miracoloso.

L'urlo di dolore e il successivo interminabile eco psichico prodotto scomparvero all'improvviso, liberandomi da quella specie di soggiogata prigionia che m'aveva prima attratto e poi legato a casa nostra. Il silenzio che ne derivò mi permise così d'udire finalmente e chiaramente l'invito che mi richiamava verso luoghi migliori ma, conscio del fatto che si sarebbe trattato di un addio, prima di dare ascolto a quel suggerimento decisi di fissare per un'ultima volta il volto della mia consorte la quale giaceva supina sul letto.

Inaspettatamente, ne ebbi una visione particolarmente nitida. Mi spiego meglio, quando parlo di un'immagine chiara, non intendo reale e corporea ma l'esatto opposto: incorporea.

Ciononostante, lei m' appariva - a quella che ora era ed è la mia vista - ben definita in ogni dettaglio.

Ho poi scoperto che da "trapassato" si vede chiaro e distinto quello che è incorporeo laddove, al contrario, la realtà appare come qualcosa di confuso e sfuocato.

Insomma, per le cose terrene ero diventato un "non vedente", mentre il futuro, i desideri e i sogni apparivano ai miei occhi quasi fossero realtà, solo che non m'era possibile distinguerli tra loro.

Cosicché riuscivo a scorgere l'orizzonte degli eventi, senza però riconoscere ciò che sarebbe stato possibile da ciò che sarebbe stato certo.

Adesso, che con il passare del tempo ho appreso in che modo funzionino molte cose, so che per i defunti il futuro è una realtà fluida e in continuo mutamento e so anche che mia moglie addormentandosi m'aveva raggiunto in quel "mondo dei sogni". In questa maniera eravamo diventati della stessa consistenza o, meglio sarebbe dire, della medesima inconsistenza.

Ora - mi scuso se mi ripeto, ma è solo per farvi comprendere appieno quanto vi andrò a descrivere - dovete tenere presente un altro elemento, cioè che per i morti la realtà è percepita quasi fosse una moltitudine inconsistente d'immagini che rappresentano oggetti e persone "illusorie", attraverso le quali posso passare ma che in alcun modo riescono a toccare. Venendo al sodo, il mondo dei vivi (per i morti) altro non è che un luogo popolato da "fantasmi".

Tornando a questo punto ai fatti, nonostante nel letto ci fosse un'immagine reale ma sfuocata di mia moglie dormiente, poco al di sopra qualcuno, che ai miei occhi era dotato di fisicità, mi guardava e, cosa ancor più strana, mi sorrideva come se avesse una nitida visione di me.

Per farla breve, di fronte a me (seppure a mezz'aria) c'era mia moglie in "carne ed ossa", almeno questa era la percezione che ebbi.

« Ciao, » mi disse sorridendo e togliendomi ogni dubbio riguardo al fatto che anche lei mi vedesse.

« Ciao, » risposi quasi incredulo.

Istintivamente mi diressi verso lei e il primo gesto che mi venne in mente di fare fu quello di darle una carezza.

Difficile descrivere cosa provai nell'avvertirne, per mezzo di ciò che sapevo essere solo l'idea dei miei polpastrelli, il contatto con la sua pelle vellutata.

Era qualcosa di ben più complesso della semplice sorpresa, basti pensare al fatto che per tutta la giornata avevo provato a toccarla senza riuscire nell'intento.

Cosicché, qualcosa di simile a un pianto di gioia riempì di lacrime l'idea che avevo dei miei occhi e, prima di dire una qualunque frase o concepirne anche solo il pensiero, le mie labbra si posarono su quelle di mia moglie. Fu un bacio così intenso che parve quasi strapparmi alla vita o (vista la mia situazione contingente) restituirmici.

L'emozione inattesa che provammo in quel gesto la portò a svegliarsi all'improvviso e l'immagine (per me concreta) che avevo di fronte svanì inaspettatamente, simile a una bolla di sapone esplosa all'improvviso.

Così mi trovai di nuovo a fissarne i lineamenti sfuocati nello stesso modo in cui l'avrebbe fatto un astigmatico.

Adesso, lei non era più supina sul letto, ma se ne stava seduta sul bordo. Aveva un'espressione stupefatta. Il che era del tutto plausibile, visto che non ero "morto" o almeno non lo ero del tutto. Insomma, c'era ancora la possibilità di rincontrarci. Per ora la cosa si sarebbe realizzata nel mondo dei sogni, ma più in là (in quest'altra vita) sarebbe stato possibile concretizzare la nostra condivisa promessa di un amore "per sempre" ricongiungendo le nostre anime.

Felice per quanto avevo sperimentato, pensai che l'aver vissuto quest'esperienza l'avrebbe risollevata e decisi di non dare (almeno per il momento) ascolto alla Voce.

Non fu così, perché fu presa da una crisi di pianto isterica e le conseguenze, perlomeno per i giorni successivi, furono tragiche.

Ogni volta che m'incontrava nel mondo dei sogni tendeva a cacciarmi e fuggire da me gridando: « Andrea vattene, lasciami in pace! »

Così feci.

Me ne andai, se non altro per un po' di giorni, perché qualcosa in cuor mio mi suggeriva che era giusto così, che sia lei che io dovevamo abituarci a questo nuovo stato di cose e, quando entrambi avessimo ben "digerito" cos'era successo, tutto sarebbe stato possibile.

Fu così che ricominciai a sentire nitidamente la voce di Dio che mi chiamava a sé.

Nel giorno in cui anche a voi accadrà di finire i vostri giorni terreni, non aspettatevi di trovarvi al cospetto di un vegliardo ancora in gamba. Niente veste candida. Niente nuvolette eteree. Nessuna parodia cinematografica.

Dio esiste - questo ve lo posso assicurare - ma è inconsistente. Pur non potendolo definire un "qualcosa", non è nemmeno un "qualcuno". È forse più simile a una Voce dentro la testa.

Vedrò d'essere più chiaro utilizzando un paragone più vicino alle vostre esperienze terrene. La cosa funziona un po' come la radio di un'automobile. In un'autoradio sintonizzata sulle frequenze medie la bontà della ricezione risente del fatto che la vettura si muove. Allo stesso modo la voce di Dio giunge a noi "disturbata".

Lo so quest'immagine è più calzante a "d.j. ‘O" che a Dio, per questo tenterò di spiegarmi meglio. Dio trasmette sempre, ma noi non sempre siamo in grado di recepirne il segnale in modo chiaro e distinto. Anzi, il timor di Dio e i sensi di colpa spesso ci portano a spegnere quell'autoradio, tuttavia Dio non è misero come lo sarebbe un qualsiasi essere umano e, fortunatamente, la sua misericordia è infinita. Tanto per intenderci, maggiore di quella che un genitore indulgente avrebbe per i propri figli.

Fu così che imparai a creare intorno a me il "mio" ambiente. Un qualcosa a mio specifico uso e consumo, quindi a mia misura.

Nonostante la grandezza, non era nulla di megalomane o egoistico. Tenendo conto che nulla mi sarebbe stato impossibile, si trattava di una villetta immersa in uno sconfinato parco, popolato da numerosi animali selvatici e attraversato da un corso d'acqua che, dopo alcune cascate, formava un piccolo laghetto dove io potevo bagnarmi. Qualcosa di simile alla casa nel bosco dei sette nani di Biancaneve - tanto per intenderci - in cui cerbiatti, coniglietti e uccellini gironzolavano liberamente e in armonia con me e tra loro.

Particolare strano, almeno per un vivente, era quello che nella mia villa non ci fossero i servizi igienici, perché (ovviamente) nell'aldilà non ci sono funzioni corporali. Soprattutto, cosa per cui forse varrebbe la pena morire, non esiste lo sporco!

Seppure a questo punto possa apparire strano, c'era la cucina. Questo perché il bere e il mangiare non sono solo due funzioni necessarie, ma fanno parte delle cose gratificanti della nostra esistenza e, anche se non era più necessario nutrirsi (c'è lo spirito del Creatore che provvedeva a ciò) avevo voluto mantenere nel mio piccolo mondo soprannaturale questa prerogativa terrena.

Grazie alla mia fantasia e al materiale plasmabile di cui sono costituiti i sogni, avevo generato il luogo in cui mia moglie e io avremmo desiderato consumare la nostra vecchiaia insieme, perlomeno se ci fosse stata concessa questa possibilità dalla vita.

Nella villa, priva di finestre perché la luce di Dio pervadeva ogni cosa, le pareti erano popolate di quadri e librerie piene di capolavori letterari e testi scientifici. Qualsiasi cosa avessi desiderato leggere durante la mia esistenza terrena era lì, rilegata in edizione di lusso, e le pareti non erano popolate di quadri dozzinali ma dei simulacri immateriali dei capolavori che più amavo. Così il "tondo Doni" di Michelangelo faceva bella mostra di sé sopra a un caminetto, quasi l'avessi sottratto alla galleria degli uffizi di Firenze per collocarlo lì dove l'avevo sempre desiderato durante la mia esistenza.

Un altro concetto che risulta assente è quello dell'usura o, più in generale, del danneggiamento o dell'invecchiamento. Vedo di chiarirvi meglio il concetto: le poche pareti libere erano, infatti, dedicate ai più bei affreschi della storia dell'arte ma nel loro stato primigenio. La parete nuda della mia cucina accoglieva il cenacolo, ovvero l'ultima cena dipinta da Leonardo da Vinci. Lì, Gesù Cristo e tutti i suoi commensali erano perfettamente nitidi e i loro lineamenti integri, così come lo erano nel giorno in cui la mano dell'autore li aveva dipinti.

Nel salotto i due maestri italiani si sfidavano uno di fronte all'altro con le loro versioni della battaglia d'Anghiari, capolavori che in realtà erano andati perduti. Nella mia camera da letto, la scuola di Atene di Raffaello Sanzio mi fungeva quasi da testiera.

Chiarito il concetto, torniamo ai fatti: lasciate le ansie terrene al mio passato, mi distesi sulla comoda poltrona al centro della libreria lasciandomi rapire dalla bellezza del capolavoro di Michelangelo e dalla perfetta finitura del caminetto che esso sovrastava.

Un istante dopo, il crepitio delle braci accompagnò e ravvivò la danza delle fiamme nella parte interna del focolare.

Ovviamente il caminetto non serviva per scaldare l'ambiente. Qui non si patisce né caldo né freddo e, nonostante non ci sia il concetto di stagione, il mio giardino assume i colori della primavera, dell'estate, dell'inverno o dell'autunno in base a come mi sento, cosicché mi basta pensare al Natale perché giungano i colori della stagione fredda e un candido manto di neve ricopra ogni cosa ma il tutto senza che vi sia gelo.

Insomma, sarebbe stato tutto perfetto o quasi ma, nonostante tutta quest'armonia, qualcosa dentro di me continuava a non andare per il verso giusto.

Era quasi mi mancasse qualcosa, anche se non dovrebbe mancare alcunché nella casa del Padre perché, se in quel luogo si provasse un senso di bisogno, allora non potrebbe più essere il Paradiso.

Mi parve evidente che quel senso d'incompletezza fosse connesso al fatto che provassi la mancanza di mia moglie.

All'epoca, non trovavo altro motivo per spiegare questo persistente e forte legame che continuavo ad avvertire con le cose terrene.

Badate, se ancora non lo avete intuito, mia moglie per me non è una donna come le altre. Lo so, tutti i mariti innamorati dicono così, anche quelli la cui moglie li tradisce, ma per me lei era ed è unica ed insostituibile.

A differenza di molti amici o conoscenti che avevano abbandonato le loro consorti, oppure le avevano frequentemente tradite o anche perse per cause più o meno naturali, ma poi comunque "sostituite"; io non sarei mai riuscito a tradirla o "rimpiazzarla". Le sarei rimasto sempre e comunque fedele. Se l'avessi perduta prima della fine dei miei giorni, sarei rimasto dignitosamente solo a consumare la mia esistenza nel ricordo.

Credo che fu nel momento stesso in cui presi coscienza di ciò, che il collegamento tra lei e me - che pareva interrotto - si rimise in funzione.

Dopo quelli che per me erano stati giorni d'irrequietezza, fui pervaso d'improvviso da un senso di pace, cosicché compresi che lei s'era fatta una ragione della mia morte, che - nonostante non desiderasse un altro uomo nella sua vita - il dolore che all'inizio l'aveva sopraffatta ora era scomparso. Già, seppur con notevole difficoltà, infine l'accettazione della mia dipartita aveva sostituito l'iniziale rabbia e con essa l'ottuso diniego della cruda realtà dei fatti.

La lontananza da lei, in questo mio dorato esilio, le aveva consentito di transitare attraverso tutte e cinque le fasi che accompagnano la morte di una persona cara e che precedono il ritorno alla quotidianità:

  • la negazione e persino il rifiuto che la dipartita del congiunto possa essere accaduta,
  • la rabbia e il rancore nei confronti del divino - se si è credenti - o del destino,
  • la depressione e il desiderio di raggiungere nell'aldilà la persona amata,
  • il tentare di farsene una ragione, per poter continuare a vivere,
  • il ritornare a vivere con la serena accettazione del distacco e della conseguente fatale assenza.

Quando quel canale fu riattivato - cioè quando la disponibilità d'animo di mia moglie la rimise in grado di ricevere i segnali d'amore che continuavo nonostante tutto a inviarle - il mio spirito venne letteralmente risucchiato verso di lei, quasi fosse stato aria per dei polmoni.

Così, un attimo prima ero a passeggio per il parco che circondava la mia villa e un attimo dopo mi ritrovai in un cimitero. Non uno qualsiasi ma quello di Angarano. Il camposanto in cui erano stati sepolti tutti i miei cari e da ultimo anch'io.

Aleggiavo proprio davanti alla mia lapide e, dietro di me e in caratteri d'ottone su marmo, c'erano:

  • il mio nome: Andrea Bizzotto;
  • la mia data di nascita: 10 agosto 1999;
  • il giorno della mia dipartita: 17 ottobre 2031;
  • l'epitaffio: "non piangete per me, perché io depongo nelle mani del Padre la mia vita per riprenderla poi dalle Sue mani";
  • una mia foto.

Quest'ultima non era una generica foto-tessera, ma quella che mia moglie - Anna Cadore - aveva sempre amato particolarmente perché avevo un'espressione felice. Io tendenzialmente non ridevo mai e nelle foto sembravo sempre o pensoso o arrabbiato ma lì sorridevo.

Di fronte a quel sepolcro, intenta a fissare quell'istantanea c'era mia moglie Anna. Pallida e smunta come mai l'avevo vista in vita mia. Probabilmente intristita da quella strana forma d'amore che si nutre nei confronti dei morti.

Tra le mani reggeva un mazzo di fiori che esitava a deporre. Intuii da tutti quegli imbarazzi che questa doveva essere la sua prima visita al cimitero dopo quella del giorno del funerale.

Come non potevo comprenderla? Avevo già vissuto anch'io quella tragica esperienza con i miei nonni e con i miei genitori poi.

Entrare lì dentro, durante il periodo della negazione e della rabbia, le avrebbe provocato solo dolore, ma adesso - con l'accettazione di quanto era accaduto - ritornare le avrebbe potuto infondere serenità, nonostante fosse atea.

« Amore mio, » le dissi d'istinto, anche se sapevo che non poteva udirmi, « se tu avessi la fede! Sai è una gran cosa. Di certo è meglio della rabbia e del dolore, perché conferisce serenità e non afflizione. »

« Lo so tesoro, » affermò, quasi m'avesse ascoltato. « Ti sembrerà strano, ma è come se ti sentissi. Intendo qui, vicino a me, in questo preciso momento. »

Ebbi una sensazione di déjà-vu quando notai che una lacrima le si era formata nell'angolo di un occhio per scorrerle poi lungo la guancia.

Stupidamente volli asciugarla con una carezza.

Rimasi esterrefatto, perché provai la sensazione del contatto epidermico e il "tatto" m'indicò chiaramente che qualcosa aveva bagnato il dito indice.

Osservai la mano e sulla falange del dito indice brillava una lacrima, seppur in modo torbido e confuso, perché è così - come vi ho spiegato - che io percepisco la realtà.

Istintivamente portai il dito alla bocca e, sorpresa tra le sorprese, riuscii ad assaporare il gusto salato di quella lacrima.

Rammentai le parole del sacerdote nel giorno del nostro matrimonio: « Dio ha molti modi per rivelarsi e a volte i miracoli di cui è capace sono in realtà piccole cose! »

Passeggiammo entrambi, fianco a fianco verso casa, come se lei mi vedesse. In realtà credo che lei percepisse solo irrazionalmente la mia presenza. Dopotutto accade spesso che chi sopravvive al proprio congiunto, ami pensare che questo dall'aldilà lo possa ascoltare.

Camminammo nel vicino parco nello stesso modo in cui l'avrebbero fatto due innamorati e nel frattempo lei mi raccontava cosa fosse accaduto nel frattempo, in che modo fosse tornata alla vita e al lavoro, quanto le mancassi.

« Anche tu mi manchi, tantissimo. Se non fossi già morto, ti direi che mi manchi da morire. »

« Che sciocchino! » Parve replicarmi, ridendo.

Non nego che fui colto da stupore nel sentire quel tipo di risposta, data tra l'altro proprio in quel esatto momento.

Privato quasi dalla parola per quanto accaduto, rimasi sempre in silenzio ad ascoltarla, anche perché sembrava avere così tante cose da raccontare!

Giunti a dimora, lei disse: « Eccoci a casa, amore. Forse ti sembrerò stupida e forse lo sono. Una volta non avrei mai pensato in questo modo. Una volta non credevo a niente. Tuttavia, inspiegabilmente, ho quasi la sensazione che tu possa ancora sentirmi e lo psicoterapeuta mi ha detto che, se questa cosa mi aiuta ad andare avanti, l'assecondi pure. Mi ha anche suggerito, eventualmente, di scriverti qualche lettera. »

« Scrivimi pure, ma per posta aerea! Sai com'è, credo che il postino - adesso come adesso - abbia qualche difficoltà a trovarmi! »

« Che sciocchino! Ti saluto. Sono stanca. Era la prima volta che venivo a trovarti in cimitero e tutto questo stress mi ha affaticato. »

Salì nella nostra camera da letto e, con ancora tutti i vestiti addosso, si distese sul letto e chiuse gli occhi, precipitando improvvisamente in un sonno profondo.

A differenza della volta precedente, in cui la sua immagine s'era sdoppiata, questa volta accadde qualcosa di differente, l'involucro corporeo mi divenne all'improvviso nitido, assumendo una consistenza fisica che il resto della casa non aveva.

Quasi si fosse risvegliata all'improvviso, Anna riaprì gli occhi e parve fissarmi.

Ne ero sicuro, non stava osservando il soffitto, stava guardando me che le aleggiavo sopra. Com'ero altrettanto sicuro che in quel medesimo istante l'involucro terreno di mia moglie fosse ancora in preda al sonno.

Non trovando altra soluzione logica, pensai a un attacco di sonnambulismo o a uno stato di tranche.

« Ciao amore, sapevo, anzi avevo quasi la certezza che ti avrei trovato qui, » furono le sue parole.



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