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lavoro pubblicato venerdì 9 ottobre 2009
ultima lettura giovedì 24 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro - capp XI e XII

di rasna. Letto 896 volte. Dallo scaffale Fantasia

scarica gratis l'intero romanzo su www.torregentile.jimdo.com  CAPITOLO XI (Uno strano incontro) E Stroncaferro? Quando Traballa aveva lasciato il Priorato Vecchio per recarsi alla volta del bosco del Gufo-che-sa, e poi verso gli Stagni-bassi, e q...

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CAPITOLO XI (Uno strano incontro)

E Stroncaferro? Quando Traballa aveva lasciato il Priorato Vecchio per recarsi alla volta del bosco del Gufo-che-sa, e poi verso gli Stagni-bassi, e quando Ulrica s'era incamminata di nuovo verso il Monastero-delle-monache-morte, ebbene quella stessa mattina Stroncaferro aveva indugiato a lungo nel giaciglio allestito per lui da Daniele. Non per pigrizia, anche se pigro lo era davvero e parecchio, bensì per l'inaspettata piega che aveva preso il suo inevitabile tentativo di fuga, perpetrato durante la notte appena trascorsa.

Stroncaferro era sgattaiolato fuori dalla cella assegnatagli da Daniele al Priorato Vecchio con passo vellutato e guardingo...

"Stupido piccolo diavolo, ti ho visto che sei lì..."

Quarto-di-diavolo, scoperto, fece capolino dalla fessura fra due grosse pietre del muro.

"Ma guarda... il nostro ladruncolo evade... niente male, sono ammirato..."

"Bada agli affari tuoi..."

"Ma come?... siamo della stessa pasta tu ed io... portami con te e vedrai che le mie idee geniali ti frutteranno grandi ricchezze..."

Stroncaferro fece un mezzo sorriso di derisione.

"Idee geniali... sei buono solo a raccattare le briciole di questo monastero..."

Quarto-di-diavolo, inalberandosi, fece per sgusciare fuori dalla fessura, ma prontamente Stroncaferro lo ricacciò nel suo buco premendogli sul capo col pollice.

"Resta qui, diavolo, là fuori c'è un mondo poco tenero con chi è di taglia piccola... io la mia fortuna l'ho tratta dall'agilità di queste mani..."

In effetti la serratura con la quale il diffidente Daniele aveva sperato di spegnere la sua tentazione di fuggire, era un insulto alla sua abilità di scasso. Ma mentre passava davanti alla cella del buon vecchio monaco, che russava sonoramente, provò un lieve e per lui inusitato senso di colpa. Era fuor di dubbio, in cuor suo, che dovesse fuggire; nessuno aveva mai potuto costringerlo, e Stroncaferro percepiva la libertà come un dovere ed una naturale sfida.

Ma Traballa, quel monaco un po' matto, gli ricordava tanto qualcun altro; e come si sa è nel fondo della nostra sfera cosciente che si agitano forze al di là della volontà o della comprensione; e a volte un ricordo a noi caro può assai più di mille ragioni della logica... Traballa gli rammentava in effetti Elia, il vecchio taglialegna, laggiù sui monti di Amelia.

Elia il taglialegna, che la gente riteneva un po' tocco, forse proprio per quella sua vita distante da tutti. Aveva la sua casa nel bosco, non troppo lontano dal villaggio dove Stroncaferro viveva con i suoi genitori e la vecchia e decrepita nonna, quella che era anche un po' strega.

Una volta Stroncaferro, forse nell'età di sette o otto anni, era salito, in uno dei suoi già frequenti vagabondaggi, fino alla casa del taglialegna, e si era appostato dietro una catasta di legna per osservare i movimenti del vecchio...

...Quello se ne stava sul retro della sua casupola di pietra, e accudiva una vecchia scrofa che teneva in un bugigattolo di legno costruito addosso alla casa. Stroncaferro, quando fu certo che Elia sarebbe stato indaffarato ancora per un po' di tempo, saltò fuori circospetto dal proprio nascondiglio e penetrò nella povera casa del taglialegna, che si rivelò essere una specie di magazzino ingombrato da ogni sorta di attrezzi e oggetti dalla indecifrabile natura. L'occhio malandrino di Stroncaferro individuò subito, pur nella gran confusione, una piccola madia. Con circospezione vi si appressò e la aprì: fu subito investito dalla fragranza di un grosso pane di ghiande; istintivamente fece per prenderlo e scappare via di corsa, ma subito dopo ci ripensò e, afferrato un coltello che stava sopra la madia, tagliò una grossa fetta di quel pane e lasciò il resto. Il giorno dopo tornò ancora alla casa del taglialegna, aprì la madia e con grande stupore trovò una fetta già tagliata, della stessa misura di quella che il giorno precedente si era affettato da solo. Da allora era ritornato ogni giorno, trovando esattamente la stessa misura di pane già tagliato...

Insomma vogliamo dire che Stroncaferro non era in fondo proprio un cattivo ragazzo.

Mentre con una punta di malinconia ricordava quel tempo ormai lontano, un dubbio si insinuava in lui e rallentava i suoi passi, ma era ormai giunto sulla strada che portava fuori dal borgo del Priorato Vecchio... Doveva lasciare quelle terre, non c'era altro da fare... quelle terre dove ormai rischiava di essere riacciuffato da Ulrica, la monaca impicciona, e dal suo amico Traballa... la libertà prima di tutto, altro che storie...!

A malincuore pensava al suo rifugio nel torrione, lontano da sguardi indiscreti, la sede ideale per un ladro di tutto rispetto quale egli si considerava. Doveva abbandonarlo e cercare un covo altrove. Ma prima di tutto doveva recuperare il suo cavallo, Odorante, che si trovava nelle stalle del Monastero-delle-Monache-Morte. Camminando svelto e guardingo nel chiarore pallido della luna, cercava di non pensare al freddo.

Ricordava perfettamente dove si trovavano le stalle e vi penetrò indisturbato.

"Odorante... incredibile, stasera puzzi meno del solito, le brave monache hanno ordinato di farti strigliare, se non altro per impedirti di appestare le loro bestie... su vieni, che dobbiamo sloggiare e di corsa..."

Mentre con queste parole bisbigliate convinceva il pigrissimo cavallo ad abbandonare il caldo e comodo alloggio, inciampò in qualcosa che stava a terra sotto la paglia.

"Ma porca... che diavolo c'è qua sotto?!"

Si rialzò da terra indolenzito e vide che Odorante rimestava con uno zoccolo nella paglia, proprio nel punto dove lui era inciampato.

"Spostati, aborto di cavallo, fai vedere a me..."

Sotto la paglia toccò un oggetto che intuì subito essere metallico.

"E' a forma di anello... che sia un prezioso bracciale?..."

Ma per quanto tirasse con tutte le sue esili forze, l'oggetto resisteva alla sua avidità.

"Cacchio ma è fissato al suolo!"

Si alzò in piedi per tirare con più forza e di colpo l'anello obbedì al suo sforzo senza opporre resistenza, facendolo capitombolare di nuovo a terra. Il suo cavallo lo guardava perplesso.

"...Odorante... non emettere un singolo rumore di commento o giuro che diventi cavallo-arrosto..."

Si alzò di nuovo e con estremo stupore si rese conto che l'anello di metallo altro non era che la maniglia di una botola, e che prima non si era aperta perché era egli stesso a bloccarla col proprio peso, mentre ora una buia apertura quadrata occhieggiava dal pavimento della già buia stalla.

Che fare?... Stroncaferro era un ladro, e una botola, nel suo personale manuale dei simboli, non poteva significare altro che facile accesso a beni tenuti nascosti dai loro provvidi proprietari. Chissà, forse laggiù le monache conservavano l'argento che lo Spirito-dei-vespri filava per loro...

Non poté fare a meno di tuffarcisi, scendendo giù per una serie di stretti ed alti gradini scavati nella terra umida, e non ci si vedeva un accidente.

Percorrendo a tentoni il passaggio sotterraneo cui la botola consentiva l'accesso, finì con l'impigliarsi in un fitto muro di vegetazione che si trovava alla fine del cunicolo. Faticosamente riuscì a districarsi, ritrovandosi dall'altra parte.

"Ma qui sono di nuovo all'aperto... ma a che cavolo serve un passaggio segreto che non porta a un tesoro? È ridicolo..."

Si guardò intorno perplesso. Si trovava in una specie di chiostro naturale, con un pergolato tutto intorno, chiuso da alte, fitte siepi e svettanti alberi che quasi intrecciavano le loro fronde come in una cupola, lasciando solo un piccolo cerchio di cielo visibile.

L'aspetto era quello di una bellezza a lungo trascurata. Al centro di quel giardino segreto stava un pozzo, con una grossa e monolitica pietra scavata che fungeva da parapetto. Aveva un'aria molto antica, pur per quei tempi già antichi. Tutto intorno, su alti piedistalli, stavano numerose statue, che rappresentavano giovani fanciulli e fanciulle in atteggiamento sofferente. Le statue erano ricoperte come da un sottile strato di ghiaccio.

"Questo posto mi da i brividi..."

Perlustrando nervosamente i confini del giardino, si rese conto ben presto che non v'era altra uscita se non il passaggio da cui era venuto.

"Ma che senso ha?..."

Si grattò il capo come a sottolineare quell'interrogativo irrisolto.

"...in ogni caso è ora di andare..."

Ma sì, meglio recuperare Odorante e svignarsela definitivamente. Stava per riguadagnare il passaggio, quando una sottile vocina acuta lo raggelò.

"...chi sei?"

Per un lungo attimo non osò voltarsi, preferendo non sincerarsi della natura della creatura che aveva emesso quella voce simile a quella di un bambino.

"Dico a te... chi sei?", insistette la voce

Lentamente Stroncaferro si voltò, tenendo gli occhi semi-chiusi per paura di veder cose non del tutto gradite...

Sul bordo del pozzo, dove prima non stava nessuno, sedeva ora effettivamente un bambino, corrispondente alla vocetta di poco prima . Rinfrancato Stroncaferro fece per avvicinarsi a quello che pareva un bimbetto di sei o sette anni.

Ma via vi a che si appresava a lui, il corpicino gracile che sedeva sul pozzo pareva perdere consistenza, quasi fosse in parte trasparente. Un violento brivido di terrore gli irrigidì la schiena: normalmente, inutile nasconderselo, i corpi traslucidi appartenevano ai fantasmi.

Il bimbetto, vedendo la sua espressione atterrita, si fece a sua volta triste.

"Sì... lo hai capito..."

Stroncaferro temeva le successive parole.

"C-cosa ho capito? Eh?..."

Il bambino diafano lo guardò sorridendo mestamente.

"...che io sono uno spettro..."

Stroncaferro, per riguadagnare il caldo giaciglio a lui riservato al Priorato Vecchio, aveva impiegato un terzo del tempo che invece gli era stato necessario per coprire, all'andata, la stessa distanza nel senso inverso. Scosso ancora da brividi che erano insieme di freddo e paura, considerò che tutto sommato anche il suo buon cavallo, Odorante, si meritava una o due notti in più di riposo in un luogo caldo e sicuro...

"In effetti s-sarebbe sconveniente offendere l'ospitalità di questi buoni monaci... c-credo che resterò presso di loro ancora qualche giorno..."

Si raggomitolò su sé stesso finché ben presto la stanchezza estrema lo fece precipitare in un sonno profondo, che prese nella sua mente il posto di quello spettrale volto di fanciullo che aveva lasciato là, seduto sul bordo del pozzo.

Quante forti emozioni in così breve tempo, era troppo per Stroncaferro, quel povero simpatico scavezzacollo; spiriti, fantasmi, magia oscura... ma al priorato per il momento si sentiva sicuro.

Nessuno si era accorto quella notte della sua assenza, anche perché Traballa, quando Stroncaferro era tornato, era ancora addormentato nella piccola chiesa sotterranea dell'affresco e solo di lì a poco si sarebbe riscosso per andare a cercare il Gufo-che-sa.


CAPITOLO XII (Traballa e Ulrica)

Traballa, pur nella vaga preoccupazione dovuta ai poco rassicuranti presagi degli ultimi giorni, si accingeva a consumare il frugale e quieto pasto serale. In fondo l'ultima divinazione, che aveva compiuto ancora una volta stando ben attento a non farsi scoprire da Daniele, aveva sovvertito la serie di infausti presagi. Sì, inspiegabilmente l'ometto di pasta era rimasto immobile al centro della tavola divinatoria. Anche tale comportamento era assai inconsueto, ma almeno lasciava intravedere un qualche cambiamento nel presunto corso infausto degli eventi.

Aveva impastato l'ennesimo omuncolo dopo esser tornato dagli Stagni-bassi, prima che il buio precoce dell'inverno imminente fosse riuscito a raggiungerlo per via. Certo il monaco avrebbe potuto improvvisare un giaciglio fra le rovine che stavano poco distante dagli stagni, e riaffrontare il difficile cammino il giorno seguente. Faceva un freddo spaventoso, ma per scaldarsi sarebbe bastato usare un letto di braci sotterrate, sulle quali stendere una pesante coperta in cui giacere avvoltolato -come ora che aspettava che Daniele finisse di preparare la cena-, ma aveva preferito affrettarsi a tornare, proprio per interrogare ancora l'omino-di-pane.

Come un bacherozzo pago del calore della terra, adesso si crogiolava nel manto di pelliccia e guardava le braci scoppiettanti del camino come un cielo di stelle infinite, sperando il meglio per tutti loro, anche se ancora non sapeva se e da che parte aspettarsi gli strali della mala sorte. Sperava che l'omino-di-pane, cambiando avviso, intendesse riferirsi ad un ritrovato equilibrio delle cose, e che comunque non volesse intendere niente di male per Stroncaferro, quel ladruncolo del quale ben intravedeva il cuore puro, nonostante tutto.

Traballa ancora non sapeva di Biancofiore.

Tornato al priorato, dopo il nebuloso colloquio con la Carpa-che-cammina, aveva preso con sé Stroncaferro, a sua volta reduce dalla disavventura notturna col fantasma, per portarlo con sé a far breve visita ad una delle famiglie che stavano poco fuori dal borgo, dove avrebbe recato un lenitivo per le spalle doloranti di un vecchio.

Di nuovo al Priorato-Vecchio aveva poi lasciato Stroncaferro con Daniele, che aveva cercato d'attrarlo con una dissertazione su alcuni diversi modi di conservare la carne, in attesa che fosse ora dei vespri, ma il ragazzo, scarsamente propenso agli insegnamenti domestici, s'era addormentato assai rapidamente.

Traballa aveva approfittato dell'impegno educativo di Daniele per ritirarsi nel locale attiguo alle stalle, dove un tempo aveva lavorato il fabbro del Priorato-Vecchio. Là aveva acceso un fuoco nella fornace e messo insieme un altro omuncolo di pane, stavolta minuscolo, con un pugnello di farina che s'era messo in tasca.

L'omuncolino di pane, interrogato esplicitamente in riferimento ai responsi forniti precedentemente, era rimasto assolutamente immobile. Che la farina fosse troppo poca?

Traballa sperava che l'immobilità del fantoccio si riferisse al fatto che il pericolo era scongiurato, ma un tarlo continuava a tormentarlo suggerendogli che se ora la sagoma di mollica rimaneva immota poteva ben essere perché ciò che prediceva era ormai avvenuto. Cosa poteva mai essere? Il colloquio con la Carpa-che-cammina, con i riferimenti a quella strana creatura spettrale legata all'acqua, non aveva certo dissipato i suoi interrogativi.

Né del resto era facile prestar fede ad un pesce dotato di due ridicole zampette.

La celebrazione dei vespri era corsa via normalmente con lui e Daniele che, riuniti nella Cappella-Piccola, intonavano a voce trattenuta, quasi a voler limitare riverberi che nell'inquietudine della sera potessero agitare animi già troppo moti. Stroncaferro aveva continuato a dormire davanti al fuoco.

"Sveglia, pigra bestiola..."

Daniele lo aveva destato gentilmente toccandogli appena un braccio.

"Non avrai passione per i riti cristiani, ma scommetto che non disdegni il cibo..."

Stroncaferro, nel pigro risveglio avvertì i sottili odori della campagna promanare dal calderone che allegramente ribolliva sul fuoco e scattò in piedi di colpo. Daniele ridacchiò, ponendo il pane sulla tavola.

I due monaci lo osservavano di sottecchi, con istintivo affetto, mentre divorava il cibo con una foga che destava simpatia. Ignoravano la sua tentata fuga notturna. Rischiando continuamente di strozzarsi, alternava bocconi e spezzoni di racconti. Reso loquace dal pasto caldo, sciorinava allegramente le sue improbabili storie. Daniele, scettico, ogni tanto corrugava la fronte, mentre Traballa si lasciava andare senza riserve alla vena affabulatoria del ragazzo. E così si stupiva e rideva alle iperboliche trovate di Stroncaferro, preoccupandosi dei presunti pericoli da lui affrontati ed esortandolo ogni tanto ad essere più prudente.

"Stai tranquillo, monaco, so come difendermi... sono agile... veloce..."

E giù un altro boccone colmo.

"... e poi..."

E giù a deglutire.

"E poi cosa, ragazzo?"

Stroncaferro atteggiò la faccia di chi la sa lunga e fece una pausa ad effetto degna di un mimo.

".. e poi ho questo!"

Da una tasca nascosta che si era cucito nella camiciola trasse un piccolo involto di tela, che srotolò lentamente con una cura rituale. Quando fu certo che la curiosità avesse acceso anche il volto del dubbioso Daniele mostrò il suo tesoro. Un pezzo di carbone.

Subito gli sguardi dei due monaci si spensero delusi, provocando il risentimento di Stroncaferro.

"Ehi, dico! Ma lo sapete che è questo?!"

Daniele scoppiò a ridere.

"Illuminaci, oh sapiente ladruncolo..."

"Ebbene, questo non è altro che un frammento della croce bruciata di Nostro Signore!..."

Daniele si fece serio.

"Attento a quel che dici, ragazzo. Divertiti pure a raccogliere e a giocare coi pezzi di legno bruciato, ma non mettere in mezzo Colui che non dovresti neanche nominare!"

"E invece ti dico che è vero, citrullo di un monaco! Questo pezzetto di croce me lo ha dato un suonatore di crotta alla fiera di Monticoli, in cambio di ben tre pere che avevo rub... ehm, insomma lo aveva raccolto dopo che era bruciata la pieve di S. Damiano, che conservava questa reliquia nella cripta. Puoi tu negare che San Damiano è bruciata?"

"No, sciocco ragazzo, è bruciata due inverni fa... ma non trovi strano che quel pezzetto di legno bruciato venga proprio ritrovato fra i resti di una chiesa bruciata?..."

Stroncaferro rimase di sasso. Col viso corrucciato riprese a mangiare in silenzio.

Ulrica bussò con decisione alla porta dei monaci, facendoli trasalire. Quando si accomodò con loro vicino al fuoco, il suo volto esprimeva una preoccupazione impossibile da celare, nonostante la forte mascella squadrata. Teneva fra le mani la ciotola di brodo caldo offertole da Daniele, senza consumarlo. Guardò appena Stroncaferro, e questi temette d'aver combinato qualcosa.

Se la monaca aveva osato sfidare le tenebre e la campagna solitaria doveva esserci un motivo ben serio ed impellente, si disse Traballa.

"Ulrica... che cosa c'è?... cos'è che ti preoccupa in questo modo?... Ci hai quasi sfondato la porta... Perché sei uscita dal monastero a questa ora?"

Traballa cercava di infonderle tranquillità affinché la monaca trovasse la forza di parlare.

"Biancofiore... la mia Biancofiore è stata rapita, l'hanno portata via..."

Disse quelle parole tutte in un fiato, lasciando i due monaci di stucco, incapaci di rispondere alcunché. Daniele fu il primo a riscuotersi.

"Ulrica, come è possibile... quando è successo?"

"Questa mattina... poco prima che io rientrassi al monastero, dopo aver passato la notte qui al priorato..."

Traballa le lesse nel pensiero.

"Ulrica, certo tu non hai alcuna colpa... qualunque sia il motivo per cui Biancofiore è stata rapita..."

"Io non ero là..."

Traballa la vide ergersi nelle sue spalle larghe e possenti: di sicuro anche un uomo ben piantato l'avrebbe temuta, ma doveva pure assicurarle che il suo intervento non sarebbe servito a molto.

"Ulrica, il monastero è il luogo più sicuro in cui la ragazza potesse trovarsi e chiunque possa osare introdursi fra quelle sante mura difficilmente si sarebbe arrestato di fronte al tuo tentativo di difenderla... Siedi, piuttosto, e racconta cosa è successo..."

La monaca, in stato di evidente agitazione, faticò a trovare la coordinazione per sedersi sullo sgabello che Daniele prontamente le offriva.

"Ciò che mi tormenta è proprio il fatto di non saper molto oltre il fatto stesso che Biancofiore è stata sottratta al nostro affetto..."

Traballa notò ancora una volta come i modi solitamente spicci della monaca si facessero teneri allorché si riferiva alla sua protetta, Biancofiore.

"...Coloro che si sono introdotti nel monastero hanno avuto cura di farlo senza clamore, senza violenza, in silenzio... Quel poco che so lo devo ad una delle piccoline... si era allontanata dal chiostro, dalla custodia di sorella Alienora, proprio per spiare Biancofiore che come al solito se ne stava in disparte, e che proprio per le sue eccentricità attira la simpatia delle più piccole.... La piccola Illuminata mi ha raccontato, fra le lacrime, tutto ciò che ha visto... Temo non possa esservi dubbio alcuno..."

Fece una pausa, come per raccogliere il coraggio necessario ad una rivelazione assai pesante. I due monaci pendevano dalle sue labbra, i volti contratti dalla preoccupazione.

"...si trattava senza dubbio degli sgherri di Sua Grazia il vescovo..."

Vi fu un lungo silenzio, rotto soltanto dal crepitare benigno del fuoco. Senza bisogno di parole, tutti e tre sapevano che se Biancofiore era stata rapita per volere del vescovo, qualunque potesse essere l'inimmaginabile motivazione, ella si trovava nelle mani di un potere assai forte, sia nei termini concreti della signoria territoriale, che in quelli forse più temibili dell'aura magica e maligna che tutti, in quelle terre -sebbene nessuno osasse riferirvisi apertamente- attribuivano a Sua Grazia.

Traballa strinse forte la mano di Ulrica.

"Sappiamo tutti quanto ti sia cara la piccola Biancofiore... tutti noi ricordiamo gli eventi dolorosi che la portarono sotto la tua amorevole custodia, nella protezione del monastero..."

I tre si guardarono l'un l'altro, come per condividere tacitamente la memoria di accadimenti lontani che non era necessario né utile rievocare apertamente.

Stroncaferro per tutto quel tempo se ne era stato in disparte. Più ascoltava e meno gli piaceva quella combriccola in cui s'era imbattuto. Tavoli deambulanti, spiriti venuti fuori da non si sa bene cosa, rapimenti di fanciulle ad opera di vescovi.

"Ma non è che quella ragazza l'ha rapita lo spirito-dei-vermi?!"

Ulrica lo fulminò con lo sguardo.

" ‘Vespri', bestia!... e ti avevo ben detto di non nominare mai più quello che hai visto in chiesa!..."

Traballa fece un gesto conciliante.

"Ulrica, lascia stare il ragazzo... queste sono cose più grandi di lui..."

Quindi si rivolse a Stoncaferro

"...no, piccolo ladro... gli spiriti delle ore non hanno certo il potere di rapire o afferrare qualcuno... non è per questo che Ildegarda li risvegliò dal loro sonno..."

"E allora perché?..."

"Adesso basta!..."

Ulrica si spazientì, e afferrò Strncaferro per la collottola. Traballa intervenne ancora, schiarendosi la voce

"Ehm...Ulrica, c'è forse qualcos'altro di utile che la piccola Illuminata sia riuscita a comunicarti?"

La monaca si rabbonì, acquietando l'istinto manesco.

"Traballa... la poverina era sconvolta... più che il dettaglio, è il terrore a determinare il suo ricordo... ma c'è un fatto che non riesco a non porre in relazione con il ratto di Biancofiore... Ildegarda... ella proprio in questi giorni manca dal monastero, per una qualche ragione che non ha voluto rivelare neanche alle sue più fedeli ‘dame'..."

Per ‘dame' intendeva le monache ruffiane più fedeli alla badessa.

"...La si è vista allontanarsi sul carrozzino; uno di quei suoi strani servitori sempre incappucciati e goffi che compaiono dal nulla conduceva il cavallo, mentre lei seduta dietro, con lo sguardo fisso davanti a sé sfilava via nella neve..."

Traballa si fece ancor più cupo. Se il rapimento era stato compiuto da quelli del vescovo, non era in effetti difficile arguire che la facilità con cui erano penetrati nel monastero fosse in qualche misura da attribuire alla stessa badessa, Ildegarda, dei cui poteri magici si favoleggiava fra gli abitanti di quelle terre, e della cui relazione stretta col vescovo stesso si sapeva con certezza, visto che Ildegarda, molti anni prima, era stata insediata come badessa al Monastero-delle-Monache-Morte proprio per volere episcopale. Che quelle due temibili figure fossero in combutta nel rapimento, ancorché inspiegabile, lasciava presagire sviluppi infausti.

"Ulrica... quanto dici, è inutile nascondercelo, induce a supporre che il rapimento di Biancofiore sia legato ad un qualche scopo di natura magica, se non demoniaca..."

La monaca si accigliò ancor più.

"Ma non disperare... cercheremo di scoprire dove Biancofiore possa essere detenuta. Non credo che ella si trovi fra le mura di Torre Gentile: il vescovo ha a sua disposizione mille altri luoghi in queste terre di cui di fatto è signore, mille servitori fedeli disposti a compiacerlo in atti anche palesemente ripugnanti il senso comune dei buoni cristiani..."

"E dunque... come potremo trovarla?"

Il tono di Ulrica era accorato e di sfinita disperazione, ma Traballa la guardò con un guizzo di fiduciosa furbizia

"Ulrica, io so che tu sai che anche questo umile monaco possiede risorse che forse sarebbe meglio evitasse di possedere... ed ho una mia curiosa ma efficiente fonte di novelle ed informazioni..."

Con questa enigmatica affermazione Traballa si congedò frettolosamente da Ulrica e Daniele, lasciandoli a guardarsi l' un l'altro interrogativamente.

Lo strano monaco si avviò giù per i vicoli, fino alla porticciola che portava fuori dal borgo. Cercò con lo sguardo l'orizzonte di dolci colline innevate divorato dall'oscurità, svuotato ormai anche degli ultimi freddi lucori del crepuscolo; poi senza indugio si incamminò per la campagna intorpidita.

Trovandosi solo, si pose infine la domanda che Ulrica, nella cieca disperazione dell'amore per Biancofiore, non aveva osato porsi.

"Sarà ancora viva?..."

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