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lavoro pubblicato giovedì 1 ottobre 2009
ultima lettura sabato 20 luglio 2019

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Loi, Lai e quell’altro

di trap56. Letto 1332 volte. Dallo scaffale Umoristici

  Notte rorida di neri presagi (neri... quel micragnoso dell'editore per risparmiare mi ha imposto un grigio topo. In sintonia, anche Dio ha installato sulla volta celeste il tasto ENERGY SAVER per limitare i consumi stellari). Ugo Lai, noto indus...

Notte rorida di neri presagi (neri... quel micragnoso dell'editore per risparmiare mi ha imposto un grigio topo. In sintonia, anche Dio ha installato sulla volta celeste il tasto ENERGY SAVER per limitare i consumi stellari).

Ugo Lai, noto industriale del pellame, camminava pensoso alla volta del suo Club. Rifletteva sulla suprema lungimiranza dei genitori: quel nome e cognome di tre + tre lettere gli avevano consentito, nel corso dei decenni, favolosi risparmi in tempo e inchiostro. Vide qualcosa luccicare per terra e si chinò a guardarlo; scoprì con terrore che l'alluce destro aveva in parte sfondato la tomaia, pur questa di robusta fattura e non più vecchia di dieci anni. Il bastardo insisteva nel produrre quell'unghia spessa e tagliente, che gli martoriava i calzini e scarnificava il cuoio del mocassino. Mentre malediceva la natura con il suo inutile spreco di escrescenze, giunse al Club Arpagone, del quale era fondatore e presidente emerito. Un ritrovo esclusivo, per pochi eletti: vi si entrava solo se in possesso di due requisiti fondamentali:

1. un patrimonio di almeno 10 milioni di euro;

2. poter dimostrare di non aver mai offerto a nessuno nemmeno un bicchiere di acqua minerale al bar.

Criteri sui quali il Lai era inflessibile. Fin dalla prima gioventù era stato più agile di un'anguilla nel sottrarsi alla tortura del pagamento: portafogli dimenticati, smarriti, rubati, bruciati, allagati, centrifugati, divorati da bestie avide di sensazioni cutanee. Il bancomat? Ce l'aveva, ce l'aveva: la sua banca gliel'aveva quasi imposto - accettato perché era a canone zero. Ma il suo conto corrente alla faccia del nome ristagnava più di una palude ibernata: mai l'avevano oppresso depositi a due cifre. Il Cavalier Lai prevenne eventuali accuse di tirchieria (le malelingue stanno sempre in campana, come calciatori che si riscaldano a bordocampo) destinando da subito in beneficenza l'intero ammontare degli interessi maturati. Che, puntualmente, portava in detrazione nella dichiarazione dei redditi come ‘erogazioni liberali'. Né mai se n'era fatto vanto pubblico, perché "... la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto".

Dotato di una sensibilità poco comune, spesso fraternizzava con i suoi dipendenti: non era raro sentirgli dire frasi del tipo: "Con quel che costa una mozzarella, come fate voi a potervela permettere!?". Il che non gli impediva di tagliare i rami secchi in periodo di crisi.

Entrò nella sede del Club, data l'ora morbidamente adagiata in un cieco sonno; diede la sveglia con l'interruttore della luce, lasciando il locale bar non poco perplesso per l'ora insolita.

La sera dello stesso giorno, anche Ivo Loi e Leo Rea, gli altri due membri del Club Arpagone, furono indotti a visitare il loro covo: il Presidente fondatore non dava segni di vita da quasi 24 ore. La moglie, dopo un attimo di umana euforia che l'aveva portata a lasciar scorrere l'acqua del rubinetto del bagno per più di dieci secondi, cominciò a preoccuparsi: il marito, uomo sensibile alle tematiche ecologiche, non si coricava mai prima d'aver ispezionato tutte le stanze, per sincerarsi che non ci fossero subdole lampadine intente a minare il suo patrimonio o elettrodomestici vittime dello stillicidio dello stand-by. Non l'aveva mai fatto, in 20 anni di oculata gestione matri-patrimoniale. Quella notte, invece, l'applique del bagno dei figli si era scatenata in un'orgia di energia a fondo perduto. Qualcosa era successo - e pure di molto serio.

Chiamò di primo mattino uno dei due sodali del marito, l'avvocato Loi, che la tranquillizzò come poté, anche lui, però, subito inquieto nel più profondo dell'anima. Chiudendo l'ufficio, lanciò un sasso alla persiana della finestra antistante la sua: al richiamo il Rea si affacciò e fu informato del dramma in corso. Inforcate le biciclette, i due si precipitarono al Club, la cui porta d'ingresso era socchiusa. Lo spettacolo che aggredì i loro occhi non l'avrebbero facilmente scordato: il Lai sedeva, le spalle al muro, di fronte a quello che aveva sempre considerato il più ricco dei bar: una smodata collezione di distillati di tutto il mondo invecchiati almeno 30 anni. Un vero capitale. Naturalmente, non una delle bottiglie era mai stata aperta: ogni sera, i soci sceglievano un distillato da degustare; poi, fissavano con libidine la bottiglia e leggevano le degustazioni scaricate da internet. Accompagnate da gemiti di piacere e salivazione intensa. Con quelli più alcolici e invecchiati riuscivano ad ubriacarsi davvero.

Il Lai sedeva rigido come una statua di marmo inamidata, privo di vita come solo sa esserlo un morto; lo sguardo dannato di chi ha letto tutto Stephen King in un fine settimana. Davanti a lui, tutte le bottiglie del suo tesoro, inesorabilmente aperte, ognuna con tre millimetri di tesoro in meno.

San Pietro scosse il capo bofonchiando, ancora una volta discorde sulle scelte della premiata ditta ‘Dio&Figlio', con sede legale a Trinidad e Tobago. D'accordo, da quando erano stati chiusi i paradisi fiscali l'economia celeste aveva subìto duri contraccolpi; ma ridurre così drasticamente i dipendenti gli pareva proprio una crudeltà. Il Capo, persona priva di spirito, era stato inflessibile: "Taglio dei rami secchi!" che per lui erano quelli che non facevano circolare il contante.

Aveva dichiarato guerra agli avari - proprio lui, l'unico Dio di tre lettere.



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