ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 16 settembre 2009
ultima lettura giovedì 21 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro - capp. IX e X

di rasna. Letto 1095 volte. Dallo scaffale Fantasia

  CAPITOLO IX (Il vescovo è contento)"Bene... molto bene..."Una sottile smorfia di perversa soddisfazione si aprì sul volto del vescovo, evidenziando l'intreccio maligno delle rughe e delle piaghe, nella luce tagliente e mo.....

CAPITOLO IX (Il vescovo è contento)

"Bene... molto bene..."

Una sottile smorfia di perversa soddisfazione si aprì sul volto del vescovo, evidenziando l'intreccio maligno delle rughe e delle piaghe, nella luce tagliente e mobile dei bracieri.

"Bene, non c'è dubbio... Robusto ed il suo seguito di scellerati hanno ben operato. La bellissima e pura Biancofiore è infine in mio potere, pronta per acquietare il mio demone..."

Ebbe un moto impercettibile di autocommiserazione, mentre si volgeva alla grande finestra aperta sulla vallata, lasciando che la lieve e gelida brezza della sera sfiorasse il suo volto emaciato, che solamente al crepuscolo ormai liberava dalla maschera di morbida pelle umana.

"Così bella... so bene, pur nel mio empio e cattivo animo -che tuttavia non mi dispiace- che ella non merita quanto subisce..."

Per un attimo l'esitazione fece tremare le sue mani.

"Ma il corso di ciò che deve oramai essere, io stesso lo determinai tanto e tanto tempo fa. Non posso eludere ciò che Egli, eternamente perfido, mi chiede..."

Subitamente una rinnovata piega di malignità si rimpossessò del suo volto lugubre:

"..E l'unica cosa che conta è ciò che il suo sangue puro mi procurerà..."

Una folle risata proruppe dalla sua gola, dapprima gorgogliando trattenuta, poi sprigionandosi apertamente, esprimendo tutte le sfumature di un animo chiaramente perduto.

Dai primi alberi di fronte a lui, un frullio d'ali disordinate s'alzò spaventato in volo, inseguito dalle vibrazioni di quelle risa blasfeme.

Temuto da tutti. Odiato senza riserve; eppure signore incontrastato nei vasti territori dell'antica diocesi di Torre gentile. La dinastia del conte ormai da lunghi anni vedeva il proprio potere ritrarsi sempre più, fino ad abbracciare soltanto le terre in diretto possesso della famiglia. Strangolati fra gli ampi possedimenti della cattedrale, i conti di Torre Gentile avevano per alcuni anni conservato sulle loro terre e sulle loro clientele una giurisdizione limitata a dispute di entità minore e alcuni diritti di esazione, ma ben presto si erano visti costretti a donare le proprie terre al vescovo, ricevendole poi in beneficio e divenendo così a loro volta suoi feudatari, soggetti in tutto alla giurisdizione del presule e schiacciati dall' assai esosa fiscalità da lui imposta in modo camuffato: mensilmente il vescovo chiamava alle armi il conte ed il suo seguito. Il conte giungeva a Torre Gentile con i milites, seguito dai carri di vettovagliamenti raccolti nelle sue terre per far fronte alla fittizia campagna militare. Quindi il vescovo congedava il conte e i suoi, mentre i rifornimenti rimanevano presso i suoi magazzini. In questo modo il vescovo tassava di fatto terre che erano in beneficio del conte, riducendolo in uno stato assai prossimo alla povertà. Ma il grande rispetto di cui godeva il conte aveva fatto sì che egli conservasse un'amministrazione di fatto della giustizia minore, poiché nelle terre un tempo a lui appartenute ancora ognuno riteneva giusto e naturale affidarsi alla sua parola, e il vescovo stesso si era risolto a tollerare tale pratica.

Poche famiglie conservavano un potere signorile indipendente dal vescovo di Torre Gentile. I Caroli prima di tutti, con i Raynaldi a loro fedeli: i Raynaldi esercitavano anch'essi, sui territori a loro soggetti, una giurisdizione minore, e conferivano ai Caroli una parte delle esazioni bannali. E poi c'erano i Petruzzi, signori fondiari con piena giurisdizione, sebbene legati al vescovo e a lui teoricamente fedeli in virtù di alcuni antichi benefici ricevuti diverse generazioni prima dai Nocchiamolla, vale a dire la stirpe del presule stesso.

L'antica famiglia dei Poricci invece era ormai del tutto asservita al vescovo: erano signori fondiari con piena disponibilità delle tasse raccolte sui loro terreni, ma con una iuris dictio limitata a cause di diritto comune scarsamente importanti.

Un vero oppositore era Giovanni-il-Santo, che molti chiamavano anche il Vecchio-della-Montagna, che un tempo aveva tenuto per conto del vescovo alcune fortificazioni sui monti a nord, e che a seguito di dolorose vicende aveva un giorno deciso di ribellarsi, forte delle ricchezze derivategli dai diritti boschivi di cui beneficiava... del suo inveterato odio per il vescovo diremo più avanti...

E c'era poi anche l'antichissima e potente abbazia d' Arco-di-Monte, con la bella chiesa intitolata a san Benedetto, giù a meridione. Essa vantava un'immunitas antichissima, e fieramente resisteva, conservando una signoria fondiaria di banno anche sui Prati-alti: era stato proprio per preservare il pieno potere su quei grassi pascoli lontani da Arco-di-monte che essa aveva donato alla cattedrale il castro di Guardaponte e i territori a ovest di Torre Gentile, compreso il Priorato-vecchio e le sue pertinenze.

Insomma il numero dei nemici del vescovo superava di certo quello dei suoi fedeli; anche fra i suoi diretti beneficiari c'era chi non desiderava altro che liberarsi dal suo giogo. Fra tutti soprattutto Guido da Massa Bruna, e certamente anche il bonario Contuccio, che era in ottimi rapporti con l'abbazia. E inoltre Barbadura, che beneficiava delle terre a sud-est, il quale amava le armi e mal tollerava l'esosa amministrazione che doveva condurre per conto del vescovo, cui conferiva buona parte della taglia raccolta. Gli altri beneficiari del vescovo -Martino Nocchiamolla, suo lontano cugino, e Gotoberto e Rotprandulo- erano invece solo gretti esecutori del suo volere.

Stretti fra le terre dell'abbazia, quelle del conte, ed infine quelle che direttamente circondavano Torre-Gentile, stavano i territori di Severo Nocchiamolla, detentore delle terre d'origine del casato cui apparteneva lo stesso vescovo. I Nocchiamolla erano stati in epoca carolingia semplici tenutari di una corte fortificata; ma avevano saputo sfruttare assai bene quella modesta posizione, con il vuoto di giurisdizione che progressivamente si era creato nell' antico comitato di Torre Gentile. Ora che il vescovo Nocchiamolla aveva consolidato un potere del tutto personale, che si fondava sugli ampi territori della cattedrale, i suoi cugini, con Severo in testa, non anelavano niente di meglio che liberare i possedimenti del casato dalla sua influenza. Le loro terre erano ricche, le locazioni davano canoni ingenti, le tasse e i diritti d'uso confluivano copiosi a Castro-cerreto, dove da sempre stavano i Nocchiamolla... Ma l'alta giustizia la amministrava il vescovo, e questo Severo non riusciva a tollerarlo.

Un caso ancora diverso era quello di Rodolfo del Lago. Egli era un semplice proprietario allodiale di vaste zone paludose fra Torre Gentile e i Prati-alti, e non aveva alcuna signoria sulle sue terre: ogni potere di banno era del vescovo, e i suoi coloni gli versavano solo i magri canoni che riuscivano a strappare a quel suolo disgraziato. Però si favoleggiava, e forse era vero, che sull'isola-delle-Fate, che stava al centro del lago omonimo -unico possedimento che egli teneva come dominicale- Rodolfo serbasse gelosamente tesori misteriosi dall'oscura e antichissima origine. Era per questo che sull'isola, inespugnabile, mai alcun soldato del vescovo aveva potuto metter piede: sull'isola-delle-Fate Rodolfo era signore assoluto.

Anche Olderico ‘il chierico' , era un caso in verità assai particolare. Fra i possedimenti dell'abbazia e le Terre-buone, aveva anch'egli terre allodiali e in parte avute in enfiteusi e beneficio dall'abate, che rientravano però nella signoria territoriale d'Arco-di-monte. L'abate tollerava però che egli conservasse sulla parte dominicale una limitata giurisdizione. Ciò non era un atto meramente simbolico. Lo scopo dell'abbazia era quello di attrarre progressivamente i piccoli proprietari delle Terre-buone nella iuris dictio dell'antico monastero, sebbene per il resto essi pagassero pesanti diritti alla signoria del vescovo. Segreto intento dell'abate era di sfruttare la fama e il rispetto di tutti per Olderico, che ‘chierico' non era affatto, ma che per lunghi anni era stato valoroso capitano degli armati dell'abbazia e che ora, dimesse le armi, era stato premiato per il suo lungo servizio con le terre che ora amministrava. L'abate sperava così di incunearsi nel cuore delle Terre buone e riunire infine i possedimenti d'Arco-di-Monte ai Prati-alti.

Grande tormento animava quelle terre, in quegli anni lontani. Molti odiavano il vescovo, ed ognuno per vie segrete ed indirette cercava il modo per contrapporsi al suo grande potere.

Sì, ecco, tutti lo odiavano, ma pochi avrebbero osato osteggiarlo apertamente.

CAPITOLO X (La Carpa-che-cammina)

Traballa abbandonò il sentiero, e tenendosi agli alti ciuffi di erica scese per il ripido declivio innevato, digradando rapidamente verso il tortuoso letto del Marruto, stretto in una gelida e profonda valletta.

Stava allontanandosi dal borgo del Priorato-vecchio, e ben presto divennero sempre meno riconoscibili i confini dei campi, via via che l'incolto prendeva il posto degli ordinati appezzamenti.

Le terre attorno al borgo appartenevano tutte alla chiesa cattedrale di Torre Gentile, e tutti i mansi coltivati -una quindicina- erano allivellati, per lo più alle stesse famiglie che li avevano tenuti quando le terre erano state dell'abbazia di Arco-di-monte.

Ma i contratti di livello imposti dal vescovo erano assai più aspri. La durata in verità era quella usuale di ventinove anni, ma il canone non era quasi mai parziario; generalmente era fisso, dunque qualunque fosse stata l'annata, la misura di farro dovuta era la stessa, e in quell'anno le famiglie del Priorato-vecchio avevano dovuto dare quasi tutto per il canone, con poco cereale rimasto per la sopravvivenza. Anche quando il canone era parziario, non era mai inferiore ad un quarto del raccolto. Inoltre il vescovo pretendeva esosi donativi di frutta o uova o pollame, come corrispettivo per l'erbatico e il glandatico, cioè per il pascolo e la raccolta nei boschi. E poi c'erano le giornate di lavoro dovute dai rustici nelle vigne dominicali del vescovo, che stavano sui declivi che digradavano dalla rupe di Torre Gentile.

Traballa e Daniele, anche quell'anno, con l'aiuto di Ulrica e di ciò che ella riusciva a portare dal suo monastero, cercavano di far fronte all'inverno, che si preannunciava assai duro per i coloni.

Intanto il monaco era giunto giù in basso, e cercava di non inzaccherarsi la tonaca nell'acqua fredda del Marruto.

Era poco più di un fosso, qualcosa come un ruscello; qua e là, scendendo per il suo corso, ancora affioravano dalla vegetazione i resti di muri a secco tirati su in epoche remote per contenere le terre franose. Rinfrancato dal sole ormai alto, che occhieggiava fra gli spogli rami di roverella e carpino, Traballa procedeva spedito, attento a non scivolare sulle pietre ghiacciate.

Camminò incespicando per circa tre ore, tenendosi alle fitte liane che pendevano dagli alberi, e avvertendo distintamente il minor rigore del freddo via via che scendeva a valle, fin quando giunse al limitare dell'umida boscaglia, dove il Marruto incontrava la piana del Tevere.

Là, nei pressi di un antico rudere divorato dalle piante rampicanti, disseccate dal rigore invernale, si formava come un mosaico di stagni, contornati e protetti da un'alta cornice di lecci che in essi placidamente si specchiavano. Tutto intorno il silenzio, rotto appena da cinguettii sporadici.

Davvero il gracidare di un qualche anfibio sonnolento e il ronzio beato degli insetti erano un ricordo dell'estate ormai lontana. Da quell' oasi raccolta non si percepiva alcunché del paesaggio circostante, e Traballa, spossato dal lungo ed impervio cammino, era rapito dalla quiete di quell' angolo nascosto, cristallizzato nel nitore del freddo.

Si guardò attorno a lungo. La sua natura distratta e così facile alle derive del pensiero lo portò a dimenticare per un attimo il motivo della sua discesa alle pianure del grande fiume. Si perse nella contemplazione di infiniti dettagli, delle tante e belle geometrie tentate dagli spogli arbusti; ammirò la loro pervicace volontà di lambire la luce, là ove le perenni e spesse chiome dei lecci lasciavano loro uno spiraglio.

Seduto vicino alle acque di un piccolo stagno, rincorreva con gli occhi i giochi di riflessi, nell'intrico della vegetazione subacquea, che come una foresta in miniatura traspariva limpidissima.

Poi d'improvviso si riscosse.

"La carpa-che-cammina... misterioso pesce... dove ti nascondi?..."

Si chiese come fosse possibile che un pesce, la carpa di cui il Gufo-che-sa gli aveva parlato, potesse far udire la propria voce nell'aria. Né sapeva del resto come poter chiamare o evocare quel pesce miracoloso.

"Se esiste, deve pur trovarsi da qualche parte qua intorno... ma dove?.."

Stava ponendo a se stesso tali quesiti, quando nel silenzio dolce di quel luogo incantato, udì una voce rompere la quiete. Essa, come attutita e come risonante in una stretta cavità, vibrò nell'aria immota, con un tono canzonatorio.

"Monaco... sei lì fermo da così a lungo che mi chiedo se tu sia già passato nel regno di quelli che non ritornano -intendo i morti- o se tu sia piuttosto semplicemente un povero vagabondo demente perso sul filo labile dei propri pensieri incoerenti..."

Da dove veniva mai quel suono beffardo? Traballa si guardò intorno, ma niente che non fosse insetto o altra creatura comunque inferiore pareva muoversi lì intorno, fra le code-di-cavallo sempreverdi che contornavano lo stagno; niente che fosse in grado di produrre un suono umano, per quanto strano come quello che egli avvertiva in quel momento.

"Monaco, sei forse anche sordo?!.."

"Chi è là?!"

Non riuscendo a ricondurre quella voce ad una sicura origine, Traballa provò un senso di timore.

"Chi mi chiama?..."

"Oh! ...Ma allora sei in te, monaco... se proferisci verbo..."

Il vecchio Traballa, a questa ultima battuta, posò istintivamente lo sguardo su un tronco di radice che spuntava da terra, sul limitare dello stagno, proprio accanto a lui. Ebbe la netta sensazione che la voce provenisse da lì, per quanto ciò potesse apparire strano. Si avvicinò, e guardò nella buia cavità di quel tronco secco e coperto di rampicanti.

"C'è forse qualcuno qui sotto?... non sarai mica un'anima degli inferi... uno spirito che cerchi di fuggire di nuovo sulla terra, per ovviare al giusto supplizio?.."

"Ma quanta fantasia, monaco... in quel tronco cavo non c'è proprio nessuno; ma di certo è grazie ad esso, confitto sul fondo di questa pozza d'acqua, che tu puoi udire la mia voce.."

Il tono di quell'essere invisibile era irritante. Traballa era disorientato.

"Ma allora..."

Guardò di nuovo verso l'acqua dello stagno, cercando di vedere oltre i riflessi, per distinguere il fondale. Scrutò a lungo nella fitta foresta subacquea di brasca e ceratofillo, finché il suo sguardo vagante non incontrò una forma scura, immobile fra i fasci di alghe lentamente fluttuanti, che contendevano lo spazio alla tenera erba gamberaia. Si accovacciò vicino all'acqua e osservò meglio, cominciando pian piano a distinguere le sembianze di un grosso pesce. Era senza dubbio una carpa, ma di dimensioni tali che il monaco non avrebbe mai ritenuto possibili.

"Sei dunque tu... sei tu, ed esisti veramente..."

"Sì monaco, come puoi constatare e se non ti dispiace..."

"La tua voce... essa propaga dall'acqua... e la sua flebile vibrazione si sviluppa nell'aria risonante contenuta in questo tronco..."

Traballa era stupefatto.

"...ma ciò che non comprendo è come tu possa di fatto possedere una voce. È nota l'assenza di emissioni sonore dalla bocca di qualsivoglia pesce, quale di certo tu sei."

"I pesci in effetti non parlano, né emettono suoni, come tu ben sostieni... ma la confusa e cattiva volontà degli uomini furono la causa della mia del tutto involontaria ed innaturale esistenza..."

Evidentemente, con dolore mai sopito, la Carpa-che-camina rievocava l'antica persecuzione subita.

Si mosse, e con un che di penoso nel moto della coda, virò fra la vegetazione d'acqua, poggiando sulle corte zampette, per allontanarsi verso un angolo ombroso dello stagno.

"No! Ti prego, saggia e venerabile carpa. Non è per offendere la tua mirabile natura che giunsi fino a questo luogo nascosto; bensì perché quegli uomini stolti che tu dici necessitano del tuo consiglio..."

Traballa ancora una volta adulava, ma non per condiscendenza; semmai per necessità.

"...mi manda qui alla tua ‘ittica' presenza, se così posso dire, un altro saggio, il vecchio Gufo-che-sa delle foreste di Colle Alto.."

A queste parole il pesce si arrestò e lentamente tornò a girarsi verso il monaco.

"Conosco quel saggio di fama..."

La carpa esitava. Quel monaco la contrariava, ma la curiosità la tratteneva.

"Ebbene monaco, dopo tutto credo di poterti ascoltare ancora per un poco..."

Traballa raccolse i pensieri e cercò di esporre in modo chiaro ed ordinato le sue preoccupazioni circa gli inintelligibili responsi dell'omino-di-pane. Raccontò ancora, così come aveva fatto con il Gufo-che-sa, dei suoi dubbi circa il significato di quelle divinazioni legate all'acqua, elemento di vita, che però parevano venire al tempo stesso contraddette. Quando ebbe finito di parlare la carpa stette a lungo in silenzio, immota e sospesa nell'acqua ancor più ferma.

"Monaco, riconosco nel tuo racconto la contraddizione che tu stesso ammetti di aver scorto nella lettura dei movimenti del tuo fantoccio di pane. Ma ricorda che l'acqua, elemento necessario alla vita di tutte le creature, assurto per ciò stesso a simbolo della vita medesima, è pur sempre una forza agente, al pari di tutte le altre, nella concreta realtà naturale, come il saggio gufo ha ben sostenuto... È dunque in continua ed ambigua relazione con tutti gli elementi che incessantemente si rimescolano nel fluire delle cose..."

Traballa, uomo in fondo semplice, abituato a dare significati univoci a quanto vedeva, era poco avvezzo al dubbio e all'ipotesi. Perciò stentava ad afferrare quanto la carpa intendeva dirgli; e il vetusto pesce colse l'espressione incerta sul suo volto.

"Monaco, il tuo sguardo vacuo non lascia ben sperare... Ebbene, pensa: l'acqua non travolge forse a volte, nella furia della piena, costruzioni umane o raccolti? La pioggia, che è acqua anche essa, non deprime forse gli animi più disposti ad un'attitudine melanconica? E la lacrima stessa dell'infelice, non è forse acqua? Tutto ciò avviene nonostante essa sia al medesimo tempo la linfa vitale d'ogni creatura..."

Traballa riconobbe dentro di sé la verità di quegli esempi.

"Oh, monaco, capiresti assai bene quel che intendo se tu conoscessi una storia di questi stagni, ben risaputa fra le creature acquatiche che li popolano..."

Ancora una storia? Fili che riconducevano ad altri fili, e non si arrivava mai in fondo. Ma ogni cosa era allora intrecciata di storie che portavano ogni volta più lontano, e Traballa stesso ne era parte...

"Ti prego, allora, degnissimo pesce d'acqua dolce, raccontami..."

La gran carpa parve qui assumere, ammesso che ciò sia possibile alle carpe ed ai pesci in generale, un'espressione di velata compassione, ed una posa affettata.

"Ebbene... lo sanno le vane rane di queste pozze trasparenti, monaco... Lo sanno le schive libellule... ed anche le ottuse anguille e tutti i pesci. Persino la serpe d'acqua sa, e prova un poco di compassione.."

Qui la carpa si fermò un attimo, per sincerarsi d'aver ben salda l'attenzione di Traballa.

"Devi dunque anche tu sapere, monaco, che molti e molti anni fa comparve in queste acque uno spirito... "

"Uno spirito?..."

"Ma sì, certo... quello che definiresti uno spirito, poiché la sua natura non era quella dei viventi, sebbene la sua consistenza traslucida riproducesse le fattezze come di un fanciullo, di un cucciolo umano appena un poco cresciuto....

Nessuna delle creature di queste acque ha mai saputo da dove provenisse quella presenza inconsistente, ma da allora è ben nota l'espressione di paura e dolore di quel povero spirito, che schivo fluisce per le acque cupe dei fondali, come impaurito e a sua volta rifuggito dalle creature viventi, che molto lo temono, per quanto egli appaia così inerme....

Il suo regno sono le polle desolate di pesci, i torrenti rapidi... in cui egli fluisce pazzamente quasi a lavar via una pena indicibile; le cascatelle nascoste in cui tuffa il suo evidente ed antico dolore ... eternamente inquieto, per sempre evitato dai viventi..."

Traballa, soggiogato dall'eloquio della Carpa-che-cammina, sentiva penetrare in sé la pena per quell' anima senza requie, e tuttavia ancora non capiva.

"E' una storia assai triste, nobile e squamoso saggio, davvero... ma perdona se questo monaco ottuso non capisce... se non afferra come la storia di questo curioso spirito abbia a che vedere con i presagi ambigui dei quali ti ha parlato..."

La carpa si stava spazientendo, ma cercò di chiarire ulteriormente.

"Davvero ancora non capisci, monaco?... (sei un po' duro, evidentemente...). Insomma, la storia del piccolo fanciullo acquatico mostra ormai da molti anni come a queste acque pur placide sia legata una ben triste e sofferente anima, per la quale l'acqua è stata dura condanna... uno spirito che discioglie e strugge la sua infelicità in fluidi altrimenti vitali, forieri del rigoglio che in questo stesso momento vedi intorno a te, addormentato nel freddo... è la natura ambigua dell'acqua, e di tutti gli elementi..."

Il monaco non osò chiedere altro. Terminate le parole della carpa, tutto fu avvolto da un lungo silenzio. Il pesce bicentenario non ritenne di aggiungere alcunché.

Traballa rifletteva profondamente su quanto udito, mentre tutto intorno i rami stringevano il loro freddo abbraccio. Il grosso pesce parlante si mosse lentamente, e silenzioso si dileguò definitivamente nelle acque cristalline, muovendo la sua forma scura fra le piante d'acqua aggraziate, lasciando Traballa da solo, a meditare su come, a volte, possedere infine maggior numero di nozioni sulle cose, conferisca minor numero di certezze.

In pratica non ci aveva ancora capito niente. Sia il Gufo-che-sa, sia la Carpa-che-cammina non gli avevano in fondo chiarito in alcun modo da dove dovesse attendersi che l'acqua colpisse. Un nubifragio? Oppure, al contrario, una violenta siccità, cioè l'altrettanto dannosa mancanza di acqua?

O forse la Carpa-che-cammina aveva voluto dirgli che quella storia dello spettro bambino, introdotta a mo' di esempio circa la possibile perniciosità dell'acqua, era legata invece in modo diretto con il male che egli si attendeva in base alle divinazioni dell'omino-di-pane?...

scarica gratis l'intero romanzo su www.torregentile.jimdo.com



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: