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lavoro pubblicato mercoledì 2 settembre 2009
ultima lettura lunedì 6 maggio 2019

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Islanda, terra di vulcani surgelati

di trap56. Letto 1205 volte. Dallo scaffale Viaggi

    Questa sera, al momento di andare a dormire, lasciate socchiuso il rubinetto della vasca da bagno e tappate lo scarico dell'acqua. Sotto il letto collocate un candelotto di dinamite con miccia lunga ma non troppo, accesa. Fra il materasso...

Questa sera, al momento di andare a dormire, lasciate socchiuso il rubinetto della vasca da bagno e tappate lo scarico dell'acqua. Sotto il letto collocate un candelotto di dinamite con miccia lunga ma non troppo, accesa. Fra il materasso e il letto posizionate un potente vibromassaggiatore che si accende e spegne diciamo ogni mezz'ora. Poi andate a letto tranquilli.

Ora avete un'idea di cosa significhi vivere in Islanda. Se, in stagione non invernale, appena ti togli dalla via di comunicazione principale (anche là si chiama A1) e ti getti sulle strade interne o peggio ancora sulle piste, come niente l'avrai a che vedere con più di un guado. A volte si tratta poco più che di ruscelletti, ma c'è di quei fiumi che la pioggia gonfia e rende arroganti, come tori aizzati dalla folla durante una corrida. E allora anche giganteschi pullman che definirei 8 x 8 devono arrendersi, piegarsi, arretrare. Superbi vichinghi dall'istinto di nocchiero sono costretti a rispettare la momentanea superiorità del dio fiume: non si passa e basta. Resti col fiato sospeso (a parte qualche strillo, qualche bestemmia) mentre alcune tonnellate di pullman cominciano a pattinare sul fondo del fiume e vedi acqua color fango che si accanisce contro la sua fiancata come arieti imbestialiti e qualche rivolo filtra dalle portiere e sei in mezzo al guado e capisci che di là non si arriva. Poi il vichingo al volante, glaciale come il fiume che lo fronteggia, al momento giusto innesta la retromarcia e lentamente, incredibilmente, recupera la sponda dalla quale ci eravamo allontanati. Noi decidiamo che non vogliamo viverne altre di queste avventure.

Acqua e fuoco: l'Islanda è butterata di vulcani, caldere, fumarole, solfatare. Una terra che bolle: in superficie; poco sotto la superficie; in profondità - ma mai così distante da non poter venire a galla in poco tempo. Colate laviche non ne abbiamo vissute, ma abbiamo attraversato, in macchina e a piedi, deserti neri di lava, campi sterminati di forme inverosimili, performanches di titanici artisti infernali.

E quei vapori caldi, visti vagare sui pendii in lontananza e poi attraversati a piedi con percorsi guidati. Non sembri una snobistica citazione erudita: in alcuni tratti venivano spontanee alla mente infernali citazioni dantesche. Sarà che avevamo anche noi una guida... che ci mostrava gli esiti dell'ultima eruzione del Krafla (solo nel 1984) e che non fece danni solo perché in Islanda vivono 300.000 persone in 100.000 kmq e l'interno è praticamente deserto. E abbiamo visto l'Hekla che eruttò nel 2000 e altri grandiosi spettacoli sull'Askja e poi il Laki e il racconto di come sfogò la sua rabbia nel 1783 (http://en.wikipedia.org/wiki/Laki_(volcano) e il Katla, atteso a breve a una catastrofica, devastante eruzione. E abbiamo visto (nel filmato e con i nostri occhi) cosa succede quando un vulcano erutta sotto un ghiacciaio e dà vita a un lago sotterraneo che si gonfia si gonfia si gonfia e poi esplode all'esterno stravolgendo il preesistente fiume glaciale e la terra lungo il suo percorso. Ti chiedi come si possa dormire tranquilli in una terra così violenta e ribollente. E oscenamente bella.

Fosse tutto qui... Dove non arrivano i vulcani a trasmetterti la precarietà della vita, subentrano i terremoti: paradosso dei paradossi, questa terra dal cuore infuocato, trema. Ora sono brividi leggeri, che la notte un po' angosciano chi è fresco del sisma aquilano; ora salgono alla superficie come un parkinson impazzito - e la guida ti mostra i risultati sui pannelli di certe esposizioni che gli islandesi hanno sparso un po' qua un po' là, quasi moniti perenni: la Terra non dorme mai! E poi ti porta a vedere i crepacci che i terremoti aprono, baratri sull'inferno. Ti porta anche a vedere la famigerata faglia, nel Parco nazionale di Þingvellir (Thingvellir): qui si incontrano la placca tettonica americana ad ovest e quella Euroasiatica ed est. La prima tende a spostarsi ulteriormente verso ovest, mentre la seconda marcia imperterrita verso est. Fra le due si è formata un'ampia pianura, quasi una terra di nessuno. Movimenti valutabili in tempi geologici, certo; ma ogni tanto un microaggiustamento ricorda che se coma pare, coma non è - e son sempre dolori.

Aspettano un settimo grado della scala Richter, gli islandesi - ma se migrano all'estero non è per quello: fuggono dalle conseguenze (già pesanti al momento) del terremoto finanziario che li ha sconvolti molto più di qualsiasi altro fenomeno geologico. S'erano fatti prendere in massa dalla vertigine del facile guadagno, della ricchezza dietro l'angolo - dopo secoli di vita stentata e precaria. Si sono indebitati sia i privati che le banche e ora, come al solito, i primi pagano per le seconde. Rischiano la bancarotta come Paese. C'è solo da sperare che gli antichi vichinghi rispolverino la loro cotenna e tornino come un tempo a vivere del loro lavoro, della loro terra e del loro mare. Proprio la crisi e il crollo del valore della loro corona (meno due terzi rispetto all'euro in due anni!) ha spinto quest'estate autentiche folle di turisti a godere le bellezze di una terra rimasta ai più inaccessibile per i costi proibitivi degli scorsi anni. Il futuro è anche nel turismo.

Raccontare l'Islanda è come descrivere una donna dal fascino ammaliatore, bella però di una bellezza asimmetrica, non quella classica della classicità ellenica. Una bellezza irregolare, che varia secondo che ti sposti e ad ogni mutare di posizione ti si presenta nuova e inaspettata e struggente. Mai ripetitiva, simile a se stessa. E capricciosa, la bella donna; volubile e facile agli scatti d'ira, ma capace sempre di sedurre, suscitare grandi passioni, amori che incatenano per la vita.

Una bellezza non certo angelica.

Non mette conto elencare le tappe del viaggio, come il programma di un'agenzia: è un susseguirsi, un accavallarsi di cascate pompose, tonitruanti; ghiacciai così vasti che li vedresti per giorni e giorni di cammino, se non fossero perennemente avvolti dalle nubi che loro stessi contribuiscono a generare; vulcani con derivati liquidi e solidi; fiumi glaciali tronfi e aggressivi come tori in calore; deserti petrosi e lavici da seccarti l'anima per la totale assenza di vita che non siano uomini in viaggio su mostruosi fuoristrada ma anche su mostruosi motocicli a tre e quattro ruote e pure su incredibili biciclette spinte da maschere di polvere e fango.

E il vento a condire il tutto, in alcuni luoghi (il fronte di un ghiacciaio, una spiaggia da Stretto di Magellano...) capace di immobilizzarti, ributtarti indietro, inibirti il respiro - il pensiero, quasi. Raffiche gelate, da toglierti ogni briciola di calore, da farti desiderare un superalcolico bollente, una doccia incandescente.

Non manca la pioggia, compagna inseparabile del viaggio: fuori Reykjavik ci gratifica tutti i giorni della sua umida, tenace compagnia. Scende su noi partendo da cieli spesso plumbei - e passi la scarsa originalità dell'espressione ma è quella che rende meglio l'atmosfera.

Ci sono anche le pianure verdeggianti costellate di balle di fieno incelofanate e qua e là, molto sparse, fattorie linde con i tetti rossi, poche pecore e cavalli. Animali liberi per tutta l'estate, senza mai conoscere l'oppressione di tetti e pareti. Esseri amanti della libertà e dei grandi spazi aperti, tutti quelli che qui nascono e vivono.

Che dire delle piste? Lunghe traiettorie mal definite che si snodano sinuose fra pietraie, campi di lava, deserti terrosi, rocce nude - e a volte s'impennano, s'inerpicano, si tuffano a capofitto, sfiorano corsi d'acqua che sei contento quando li vedi da lontano. Velocità da centro città nelle ore di punta. Sobbalzi e scossoni senza sosta, da chiedersi come possano non sfasciarsi il nostro furgone e non accartocciarsi le nostre colonne vertebrali. Trasferte di ore e ore e ore, stemperate in paesaggi allucinati, allietate dagli scenari e dai rari incontri umani.

Gli islandesi? se sono sopravvissuti in una terra così irascibile e poco rassicurante, devono avere una filosofia di vita molto semplice e solida (quella che probabilmente li risolleverà da un attimo di follia collettiva). Non sono di grandi chiacchiere, ma ospitali e gentili sì. Hanno poca Storia alle spalle e allora ti portano a visitare anche una piccola casa con annessa chiesetta , dove vive Philippus, un arzillo novantottenne che tutti i giorni, alle sedici in punto, va al bar del paese vicino. Ci va guidando la macchina e ci va per prendersi cioccolata calda e biscotti. E perché ci trova giovani donne a deliziare gli occhi.

E la guida racconta che ha una sorella di centotre anni e, se capiamo bene, una di centocinque. Davanti casa c'è una vecchissima auto incidentata: è lì, forse a monito, da quando il fratello di Philippus ci fece un incidente. A novantotto anni, uscendone indenne. Morì d'altro.

Anche questa è Islanda.



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