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lavoro pubblicato sabato 28 dicembre 2002
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Mia figlia

di LIBERA EVA. Letto 7976 volte. Dallo scaffale Eros

Mia figlia ha gli anni di zingara che aspetta il primo figlio, ha gli anni di indiana ammantata da fiori d’arancio promessi da tempo. Mia figlia...

Mia figlia ha gli anni di zingara che aspetta il primo figlio, ha gli anni di indiana ammantata da fiori d’arancio promessi da tempo. Mia figlia è bella quanto quel fascio di luna che m’ha rischiarata quella notte d’aprile, quando tremante nel letto avevo i suoi anni. Non ho avuto alcun dubbio di come a breve sarebbe cambiato il mio corpo, di come da subito sarebbe cambiato il mio mondo. Che direbbe mia figlia se sapesse quante volte convinta ho aspettato il mattino, quante volte sull’orlo ho ascoltato sirene per sgonfiare la bolla piena di solo imbarazzo. Ora ho il doppio dei suoi anni e ancora mi domando per quale strano caso sia venuta al mondo, da quale errore sia nata questa stupenda creatura che, se natura volesse, vorrei ancora portare dentro e cogliere l’emozione che al tempo mi dava solo disagio. Sapesse mia figlia quanti suoi coetanei sono affogati nel fiume prima di nascere, quanti ancora hanno visto la madre per pochi secondi, per poi giurare convinti d’essere figli di donne che non hanno mai partorito. Dalle mie parti è cosa normale che la figlia più grande sia destinata a suo padre, che al primo rossore che colora mutande sia pronta per essere donna. Ma a me non è successo, perché la luna ha rischiarato i ciuffi di erba che calpestavo, m’ha illuminato la strada per fuggire di notte da quei fiati di vino che ogni sera sentivo più forti e vicini. Fino a ritrovarmi in una città poco distante ad aiutare una lontana parente ad offrire rose e gardenie, sorrisi e fortuna a belle dame sottobraccio a signori. Passò qualche giorno finché una signora vestita di seta accarezzò la polvere sulla mia faccia, e subito dopo mi comprò pane e sapone. Ero bella, ero bella davvero, con la voglia nel cuore e i capelli di grano, quando mi ritrovai sopra un divano a mostrarmi spoglia come quando facevo il bagno nel fiume. Ed ero contenta perché mi davano attenzione, perché la bella signora m’aggraziava ogni sera per prepararmi all’evento. Passarono dei mesi, dove imparai a camminare con una moneta sulla testa senza farla cadere o ad accavallare le gambe che al tempo desideravano solo correre e cadere e sbucciarsi contro le zolle di terra arida quando non piove. Ma non avevo rimpianti! Non cercai mai di fuggire da quella casa di tende e pomelli, di tappeti e divani che ospitavano donne fatte di stoffe e profumi, di seni di carne che saziavano la fame di truppe e i digiuni di uomini soli. E parlavano a modo pur essendo volgari, intercalando da vere signore quel pene di maschio che a sera imbrattavano di rossetto fino a vederlo sazio e sconfitto. Aspettavo solo impaziente il momento di sentirmi come le altre, desiderata mentre salivo le scale, seguita da quegli occhi avidi e giovani che a breve si sarebbero confusi nei miei. Avevo un’unica amica che invidiavo dall’alba al tramonto e soprattutto di notte quando sola andavo a dormire, mentre lei vestita di fiori passava le ore sui divani, spartendo le gambe a sguardi e carezze fino a quando la frenesia di maschio non può più trattenersi, e suddita cede salendo le scale. Margherita aveva gli stessi miei anni, ma una vita più disgraziata che l’aveva condotta già pronta ed esperta dentro quella casa di bambole. Nei momenti da sole mi dava consigli, mi spiegava per filo e per segno di come si doma una voglia dando a vedere il contrario, di come s’accalappino gli uomini ospitandoli il prima possibile dentro un ventre di donna, perché, da quando è nato il mondo, è la loro unica conquista, l’unico trofeo, che se potessero lo imbalsamerebbero appendendolo al muro. Perché una volta che è dentro una puttana può già riposarsi, pensando ad altro o a niente, in attesa che esploda il liquido maschio, convinta d’aver fatto a pieno il proprio dovere. Lei veniva a trovarmi dopo aver fatto l’amore, dopo che l’uomo di turno l’aveva conciata di santa ragione, tanto da non potersi sedere o accavallare le gambe tenendole aperte per tutta una notte. A fatica s’appoggiava sul bordo del letto e mi bucava la pelle con le sue unghie lunghe già rosse, con le sue mani che odoravano ancora di sesso di maschio, con le sue dita appiccicose di seme raffermo, ma piene di brama che al tempo credevo di sola amicizia. Negli anni, col corpo pieno di nausea e uomini, ho ceduto alle sue grazie fino ad essere ora testarda e convinta che solo una donna può scoparti anima e corpo, può scavarti in profondo dove nessun pene potrebbe mai arrivare. Ma al tempo, alla bella signora non chiedevo altro, solo che la voglia di chiunque sarebbe stato il fortunato, fosse acerba come la mia, come il sapore delle pere rubate all’albero prima del tempo. Di notte, tra i sospiri delle altre stanze, l’immaginavo soldato con la foto nella tasca del petto di sua madre lontana, che, come ospite inatteso, mi chiedesse permesso prima d’entrare. Era bello il mio soldato, unico uomo al mondo che nel sogno non rideva davanti alle cosce vergini di una puttana, davvero intatte in qualsiasi parte il suo desiderio si fosse posato. Ogni sera mi pareva di sentirlo, mi chiedeva se era giunto il momento, se non fosse per caso quella la notte che la mia padrona aveva deciso. Mi baciava e m’accarezzava fino a sentire le sue dita tremanti e leggere, proprio uguali alle mie! E poi tornava impalpabile trattenendosi sopra la mia parte più umida ormai pronta a darsi oltre quel sogno che ricorreva di notte sopra quel letto. Ma piansi lacrime e delusione quando venne il mio tempo e la padrona m’indicò un uomo che sapeva di tabacco e lavanda, con le rughe sul volto più nette di quelle di mio padre. Premurosa cercò di rendermene conto, d’avermi affidato ad un vecchio esperto e tranquillo, ma non ci fu verso e ragione finché, per nulla convinta, salii quelle scale con la morte nel cuore e il tremore evidente tra le gambe insicure. E fu amore, almeno di quelli dove il maschio non deve sforzarsi d’inventare illusioni e parole per spalancarti le gambe, almeno di quelli dove la donna si sente più donna, montata sul muro o ai piedi del letto e non finge di provare pudore. E fu amore, almeno di quelli che finora ho visto e sentito, ed ancora credo che non ce ne siano altri, perché non c’è sentimento che tenga quando l’orgoglio avido di maschio ti prende e t’inchioda, perché non c’è affetto dentro un pene che ti tappa la bocca o ti cerca nel fondo per misurare negli urli di femmina la propria potenza. Mia figlia pensa di essere sfortunata perché la sorte le ha riservato una madre che gira il mondo illudendosi di fare l’attrice, ed un padre che non ha mai visto e nessuno ne potrebbe parlare! Se sapesse mia figlia da quale seme è sbocciato il suo fiore, quale destino l’ha fatta così bella. Cosa direbbe se sapesse che ogni tanto dai padri bisogna solo fuggire per poi farti pagare dal primo che hai accolto per generare un tesoro. Non capirebbe né ora né mai, come non riesce ora a capire questo collegio circondato da prati dove crescono rose che non hanno spine e sterpaglie. Alle volte mi sembra d’impazzire pensando che alla stessa sua età sapevo benissimo cosa ci fosse sotto la terra rimossa o dentro sacchetti di plastica che affioravano dal fiume. Sapevo benissimo perché quella notte, rischiarata dalla luna, fuggii senza destino. Tutto ciò che è successo in seguito non ha nessuna importanza, come quei tanti uomini che ho dovuto ospitare e m’hanno presa fino a poco prima che lei nascesse, eccitati dal mio stato che a malapena tenevo segreto. Ora la guardo innocente che dorme e mi si spezza il cuore di doverla lasciare, di dover aspettare un’altra domenica quando gli uomini tutti la dedicano alle mogli. La casa di bambole è stata chiusa dalla legge per sempre qualche anno più tardi, ma per noi ragazze il lavoro non si è certo interrotto, perché finché esistono gli uomini, al mondo ci saranno sempre puttane!


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