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lavoro pubblicato lunedì 31 agosto 2009
ultima lettura domenica 24 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro - cap. VIII

di rasna. Letto 1046 volte. Dallo scaffale Fantasia

  Consigli di un gufo.  Ahimè era stata rapita... Perché mai? Povera Biancofiore... Eppure già molto il fato aveva tramato contro di lei, e dovremo pur raccontarlo... Ma prima di evocare il doloroso ricordo di quella te...

Consigli di un gufo.

Ahimè era stata rapita... Perché mai?

Povera Biancofiore... Eppure già molto il fato aveva tramato contro di lei, e dovremo pur raccontarlo...

Ma prima di evocare il doloroso ricordo di quella terribile notte, una notte funesta di ben quindici inverni prima, ci chiederemo cosa avesse fatto Traballa la sera precedente il rapimento, dopo aver dato la buona notte a tutti... Dove se ne era andato? Daniele lo aveva visto allontanarsi con passo furtivo...

"Cosa vuoi dirmi?... Cosa vuoi dirmi, piccolo uomo di pane?..."

Traballa continuava a torturare i duri peli della sua barba diradata: era preoccupato e assai inquieto. Gli esiti delle sue divinazioni semi-pagane non mancavano mai di creargli come un senso di latente oppressione; un po' per l'ansia di carpire brandelli di un futuro reticente e oscuro, un po' per un vago senso di colpa dovuto alla consapevolezza di far uso di arti confinanti in maniera incerta con le pratiche cultuali lecite.

L'omino-di-pane, per quanto il monaco fosse tornato ad interrogarlo, aveva continuato a fornire sempre lo stesso responso: la piccola sagoma farinosa muoveva verso il contenitore dell'acqua e poi volgeva ogni volta indietro verso il centro della tavola divinatoria.

Perché?

"Perché questa ostinazione, omino-di-pane?..."

Il vecchio monaco si era rifugiato nella piccola chiesa minore del priorato, ricavata un tempo da una porzione delle cripte sottostanti la chiesa maggiore. Solo un cero era acceso, su uno dei due lati lunghi dell'unica e stretta navata. Il piccolo luogo di culto misurava in lunghezza una dozzina di passi, e il lato illuminato dalla tremolante fiamma era quasi per intero dominato da un affresco incompiuto.

Traballa ricordava ancora l'esile figura del giovane maestro che l'aveva realizzato. Fino a circa venti anni prima il priorato era stato ancora assai prospero, prima che le scelte dell'abate di san Benedetto, dal quale il priorato dipendeva, avessero decretato la cessione dei suoi grassi possedimenti al vescovo di Torre Gentile, essendo ormai il presule in possesso di tutto il territorio circostante il borgo del Priorato Vecchio, che all'epoca però non si chiamava ancora ‘Vecchio', e solo da allora in poi i rustici avrebbero preso a definirlo tale...

In cambio il vescovo si era impegnato a rispettare la completa giurisdizione dell'abbazia su di un corridoio di terre ad essa sì appartenenti, ma stretto fra il feudo di Barbadura, beneficiario del vescovo, e i possedimenti di Rodolfo del Lago, di fatto a loro volta soggetti al potere territoriale del vescovo stesso.

Da quel momento il florido priorato era velocemente decaduto. Dei più di venti monaci in esso dimoranti, ben presto non ne erano rimasti che cinque o sei. E col passare del tempo i più vecchi erano morti, e ora non restavano che Traballa e Daniele, non vecchissimi, ma neanche giovani, pure loro...

Insomma, la realizzazione dell'affresco si era interrotta proprio quando l'atto di cessione si era perfezionato, e a quell'evento era legato un oscuro e strano episodio, da allora in poi considerato miracoloso...

La parte compiuta dell'opera rappresentava le figure centrali della raffigurazione progettata. C'era l'arcangelo Michele che torreggiava al centro con le sue belle ali dispiegate, facendo leva con una lancia dentro la gola squarciata del drago. Il drago era ovviamente il demonio, e a Traballa faceva molta più paura quel drago dipinto, rispetto ai draghi che effettivamente era possibile vedere in Umbria a quel tempo. La natura brulla intorno a questa figure centrali era poi appena abbozzata sulla malta che ricopriva la superficie in tufo, con piatte figure di alberi cui mancava ogni sfumatura e volume. Ai lati dell'affresco compiuto stavano, solo sgrossate a ocra e ormai assai sbiadite, rappresentazioni di martiri e santi, e abati particolarmente venerati e ricordati. Soltanto una grande quercia contorta, che faceva ricadere le sue folte chiome sul glorioso santo guerriero, era disegnata in grande dettaglio su un intonaco finissimo. Là si era interrotto il lavoro del mastro pittore, prima che potesse sovrapporre i pigmenti sul supporto ancora fresco. Traballa corse con la mente a quel giorno.

Ricordava di aver chiesto al pittore, incuriosito dall'estrema cura che questi poneva nel rappresentare la quercia, il perché di tale sforzo, profuso in un dettaglio marginale. Quello, senza voltarsi dal suo lavoro, aveva risposto sorridendo:

"Monaco, non conosci la storia dell'Albero-che-parla?..."

Traballa lì per lì non aveva capito, poi il suo volto si era riempito di stupore.

"l'Albero-che-parla?...!"

Certo che conosceva quella vecchia leggenda, come le mille altre che si rincorrevano da sempre nelle antiche terre di Torre Gentile e in tutte le plaghe dell'oscura e boscosa Umbria. Traballa aveva riso a sua volta.

"Vorresti dirmi che quello è l'albero che vegliò sulla spada Vorandaga?"

Lo disse in tono lievemente canzonatorio.

"E dov'è la spada?... vedo solo una lancia, fra le mani del santo..."

Traballa sapeva che se la spada fosse stata aggiunta a secco in un secondo momento, essa non avrebbe resistito a lungo al passaggio impietoso del tempo.

"La dipingerò per ultima...con la cera bruciata... sarà la cosa più brillante che tu abbia mai visto, monaco..."

Traballa aveva soppesato con lo sguardo quello stravagante artigiano. Mai aveva potuto vedere affreschi così raffinati. Era abituato alle pitture ad ocra rossa eseguite direttamente sulla malta grezza dei muri. Quel giovane invece aggiungeva uno strato sottile d'impasto, che preparava con la calce e una sabbia finissima. E mescolava a quelle componenti una polvere che otteneva sminuzzando della paglia; ciò, aveva rivelato, gli consentiva di mantenere fresca più a lungo la superficie.

In silenzio il pittore aveva continuato il suo quieto lavoro, stendendo i vividi colori, della cui composizione si era però ostinato a mantenere il segreto.

Fra le mille storie che si tramandavano da sempre, la leggenda della mitica spada era una di quelle che innumerevoli volte erano state ripetute davanti ai focolari. Una spada che si voleva appartenuta a re antichissimi la cui memoria era ormai perduta. Una spada in grado di inghiottire letteralmente i nemici di chi la brandiva. E si diceva che essa fosse custodita da un albero miracolosamente parlante, nelle impenetrabili selve a nord di Torre Gentile, in quella parte che adesso rientrava nei poco raccomandabili possedimenti del Vecchio-della-montagna. E la tradizione dei rustici voleva che Vorandaga fosse in origine appartenuta niente meno che all'arcangelo Michele, in una curiosa sovrapposizione e rimescolamento di credenze cristiane e pagane.

Dunque l'artigiano pittore, ritraendo l'albero, aveva inteso mostrare nel dipinto del santo il "futuro" della spada, destinata, secondo il sedimento di leggende, ad esser poi custodita dal miracoloso albero. Il giovane maestro sorrise furbescamente a Traballa:

"Mi raccomando, monaco, non rivelare al tuo priore che qui ho raffigurato l'Albero-che-parla... non deve sapere che nel mio intendimento fra le mani dell'arcangelo vi sarà proprio Vorandaga..."

Traballa trovava sempre grande conforto in quel ritiro solitario in preghiera; la sua fantasia veniva rapita da quelle figure misteriose ed incomplete, e la deriva di pensieri che ne scaturiva favoriva una meditazione profonda. Come ogni volta il suo sguardo si fissò sulla figura plastica del santo teso nello sforzo, con la lancia che il mirabile pittore aveva rappresentato leggermente curva, a suggerire in modo assai naturalistico la pressione esercitata da Michele su di essa. Ma il dettaglio che lo aveva sempre incuriosito e su cui sempre inconsciamente si soffermava, era il disegno, incredibilmente ben fatto, della spada confitta nel collo del drago. Il pittore pareva aver dato il massimo della propria arte proprio in quel dettaglio.

Ma come il giovane maestro avesse potuto compiere il suo lavoro era un mistero. Traballa ricordava di averlo visto implorare in ginocchio il priore di lasciargli ultimare il suo soggetto. Ma quello non aveva inteso ragioni. Preparandosi a lasciare il priorato, ceduto al vescovo, non intendeva foraggiare per intero quell'inutile opera che aveva finanziato con il suo personale patrimonio. Liquidò al maestro dell'affresco un congruo compenso e lo fece cacciare dal monastero.

Ma l'indomani si era compiuto un prodigio: contro la volontà del priore, una sfolgorante spada stava saldamente nel pugno dell'arcangelo Michele, dipinta da una mano invisibile ed ultraterrena.

Traballa si svegliò di colpo, intorpidito dal freddo. Si rese conto di essere rimasto nell'angusta chiesa sotterranea per molto tempo, cullato fino alle soglie del sonno dal fluire dei suoi ricordi lontani.

"Sarà ormai quasi l'alba... la mia povera schiena..."

Si stiracchiò cautamente, temendo cedimenti improvvisi delle sue vecchie ossa; quindi si alzò in piedi, avviandosi incerto su per la buia scalinata che risaliva dai sotterranei. Una volta in cima, si affrettò in punta di piedi verso il portone d'ingresso. Ma lì si arrestò, drizzando le orecchie per cogliere eventuali movimenti dell'unico altro suo confratello, ovvero Daniele.

"Daniele non è ancora sceso nelle cucine..."

Se ne rallegrò, poiché detestava dover sempre fornire spiegazioni.

"Se sapesse che mi sono di nuovo addormentato nei sotterranei..."

Tornò dunque indietro verso le cucine e prese un pezzo di pane da mangiare lungo la strada; quindi uscì risoluto.

"...e se Daniele mi vedesse fuori, e sapesse dove intendo recarmi adesso..."

Un risolino chioccio gli fece vibrare la pappagorgia.

Costeggiò furtivo i muri delle case in pietra, sperando che in quell'ora tarda i rustici abitatori del borgo fossero tutti profondamente addormentati.

Abbandonato il centro abitato scese poi un ripido sentiero ingombrato di neve, che digradava velocemente verso valle, nascosto dietro le ultime case arroccate su uno sperone roccioso al limitare del villaggio. La luna rischiarava debolmente il cammino, ma seppe orientarsi anche quando fu ormai dentro il cuore del bosco.

Non c'era molta strada da fare, e la strada la conosceva bene: in breve giunse dunque all'albero del Gufo-che-sa.

Anche di gufi sapienti non è che ne esistessero poi tantissimi. O meglio, sebbene la ponderatezza e riflessività dei gufi sia in generale riconosciuta, la capacità di proferire parola non è mai stata particolarmente diffusa, nella loro specie.

A quel tempo però, da quelle parti, c'erano molte più cose di quelle che possiamo vedere odiernamente, e in fondo non si può escludere del tutto che qualche gufo parli ancora oggi. Non sono certo stati esaminati tutti, uno per uno.

Comunque era un grosso e vecchio gufo, su questo non c'è dubbio. Un grosso e vecchissimo gufo la cui zona di caccia aveva un tempo abbracciato un territorio vasto quasi quanto i possedimenti del priorato. Ora, in età vetusta, si accontentava di quella porzione di bosco dove i gufi più giovani, che si erano spartiti il territorio da lui abbandonato, non osavano entrare. Traballa sapeva di poterlo trovare a quell' ora appollaiato sullo stesso ramo di sempre, dove soleva meditare a lungo verso l'alba, subito prima di dormire, dopo essersi durante la notte levato faticosamente in volo in cerca di qualche piccola preda bastevole al suo limitato fabbisogno.

"Buona notte, Gufo..."

Il vecchio animale -che come si è detto era in grado di parlare- volse di poco la testa guardando Traballa attraverso due fessure sottili.

"Buona notte a te, o meglio, quasi buon giorno monaco..."

Una risatina gorgogliò nel petto del volatile.

"...sto davvero invecchiando: avverto solo adesso la tua presenza... tempo fa avrei percepito i tuoi passi ed il tuo odore da molto lontano, monaco..."

Traballa sorrise affettuosamente, scrutando a sua volta le prime tracce dell'aurora imminente. Erano vecchi amici, o forse è meglio dire che erano ottimi e cordiali conoscenti, poiché un residuo di involontaria diffidenza dovuta al fatto di appartenere a specie così diverse permaneva. Ma da lunghi anni Traballa spesso si recava nottetempo a far visita a quell'anziano sapiente, che riteneva depositario di cospicua conoscenza.

"La tua saggezza va ben oltre l'acume dei tuoi sensi..."

Traballa, indugiando in quella piccola innocente adulazione, si sedette su un tronco cavo e rugoso che giaceva nella neve, davanti all'albero del gufo. Questi ridacchiò a sua volta, riscuotendosi dal torpore.

Si guardarono in silenzio per un po'.

"Monaco... Non è ancora giorno, e fa freddo... molto freddo... devi avere una buona ragione per sfidare la notte e l'autunno..."

" Non vengo per amabile e dotta disputa, temo..."

Mentre i primi richiami delle creature del bosco cominciavano ad animare le ombre schiarite dall'alba, Traballa mise il Gufo-che-sa al corrente delle divinazioni che tanto lo preoccupavano, sottolineando la peculiarità del comportamento dell'uomo di pane, che molto faceva pensare ad eventi infausti.

Il Gufo-che-sa rifletté a lungo, ed ancora più a lungo, con gli occhi semichiusi, immobile... solo un lieve tremito delle sue piume a tratti lo faceva sembrare ancora vivo; intanto il cielo si faceva poco a poco più chiaro, finché la luce non si insinuò negli angoli abbandonati dalla notte.

"Monaco, quello che poni è davvero un quesito di ardua soluzione, persino per colui, cioè io, che tu definisci un sapiente..."

Tossicchiò, schermendosi per quel limite della sua scienza.

"... ma la presenza dell'acqua, pur in modo ambiguo, sembra essere la trama sottesa a questa intricata matassa; l'acqua... intesa non in guisa puramente simbolica, come vorrebbe normalmente la tua tavola divinatoria, ma piuttosto come elemento fisico, sensibile, concreto..."

Traballa non comprendeva il senso di quelle parole, ed il Gufo-che -sa se ne avvide, scuotendo la grossa testa.

"...intendo dire che l'acqua, elemento e simbolo vitale, rappresenta invece in questo caso un evento pernicioso, poiché il tuo omuncolo ne denega il valore positivo... va quindi inteso non nel suo senso simbolico e benigno, bensì tangibile e maligno... è l'acqua stessa a determinare il male!..."

Dopo una pausa, che il gufo impiegò per lisciarsi le penne, meditabondo e pago della propria esposizione, Traballa osò chiedere ancora.

"Saggio Gufo... se così fosse, come posso capire quale male attendermi dall'acqua?..."

Il gufo fece due passetti laterali sul ramo, ed un'altra pausa ad effetto.

"...se così fosse, monaco, credo che allora nessuno potrebbe darti miglior ausilio della Carpa-Che-Cammina..."

Traballa inarcò un sopracciglio.

"Carpa-che-Cammina? Nobile gufo amico mio, sai bene che fra noi umani quella è soltanto una favola da raccontare ai bambini... e quando crescono nessuno più ci crede..."

Traballa dubitava, eppure lui stesso vedeva un gufo parlare... Che differenza poteva fare una Carpa-che-Cammina in più, in un epoca in cui tante cose inusitate erano possibili? Ma le cose inaudite che si vivono in prima persona vengono sempre prese per buone ed ovvie, mentre quelle raccontate e riferite appaiono sempre incredibili...

Il Gufo-che-sa si stiracchiò, assumendo un'aria dotta.

"Si tratta forse del più sapiente fra gli animali... e il fatto che gli uomini non lo credano esistente la dice lunga assai sulla sapienza degli uomini stessi"

Traballa sorrise conciliante, per placare il rapace notturno così rapidamente inalberatosi.

"Venerabile gufo, non metto certo nel dubbio la tua conoscenza..."

Il Gufo-che-sa stava ancora sulle sue.

"Monaco, se davvero desideri comprendere il segreto che si nasconde dietro il velo dell'acqua, devi andare oltre il velo di ciò che ritieni possibile..."

A quella lapidaria affermazione, Traballa accennò un inchino col capo.

"...ti prego di volermi confidare dove io possa rintracciare quell'animale mitico che certo sarà profondamente edotto circa i misteri dell'acqua..."

Il Gufo-che-sa, rabbonito, si accinse allora a spiegare il cammino per raggiungere la dimora della leggendaria carpa.

"Dunque, monaco, ascolta attentamente... oltre questa selva e questo monte, procedendo verso occidente, troverai una stretta valle scavata nei secoli da un torrente... E' quel torrente che gli uomini di queste terre chiamano Marruto... poco più di una fenditura nella terra boscosa...dovrai scendere fino allo stretto letto del torrente, ed usarlo come una strada... irta di ostacoli, certo... ma è l'unico modo per giungere agli Stagni-Bassi, dimora della carpa, poiché le acque del Marruto, superati gli stagni, si tuffano sotto la terra, per riemergere solo al grande fiume, che voi chiamate Tevere. Mai riusciresti a trovare la carpa risalendo dalle rive di quel fiume a ritroso..."

Traballa scolpiva nella mente le indicazioni fornitegli dal vecchio gufo, socchiudendo gli occhi. Il desiderio di dare un senso alle incomprensibili divinazioni della sua tavola magica lo spingeva a dar fede persino ad una storia come quella della Carpa-che-cammina, storia che lo aveva spaventato e divertito da bambino e che lui stesso aveva spesso raccontato ai figli che i poveracci portavano con loro a sfamarsi presso il monastero.

Traballa aveva raccolto poche cibarie in una sacca, e aveva arrotolato la sua coperta di pelliccia. Sapeva che quella notte, se il cammino si fosse presentato particolarmente ostico, avrebbe corso il rischio di dover pernottare lontano dal Priorato Vecchio, pur essendo la strada per gli Stagni-bassi lunga solo poche miglia. Daniele lo aveva salutato scuotendo come di consueto il capo, mentre Ulrica si era avviata per tornare al Monastero-delle-monache-morte, ignara del fatto che proprio in quel frattempo la sua protetta, Biancofiore, veniva sottratta alla cura del suo affetto.

Intanto che lasciava di nuovo il priorato, alla volta della strada indicata dal Gufo-che-sa, Traballa correva con una punta di nostalgia al volto evanescente della madre di sua madre, inafferrabile e pure così familiare nella nebbia calda del ricordo.

"Mi raccontava quella favola quasi ogni sera... ed ogni sera qualche dettaglio cambiava, per difetto di memoria o per desiderio di render più bella quella storia... la Carpa-che-cammina, se la leggenda dice il vero, secoli fa era in realtà un essere umano, uno stregone in possesso di grande conoscenza sulla natura e sui segreti rituali in grado di modificarne il corso e le leggi... più o meno quel che sono io, ma molto più potente!"

Traballa ridacchiò fra sé a quel pensiero, poi si fece di nuovo serio, mentre approcciava il duro cammino nella neve alta fino al ginocchio.

"Speriamo però di non far la sua fine... la gente delle campagne, che aveva sempre usufruito di quel suo potere, un giorno, sobillata da un predicatore che nella favola dovrebbe rappresentare la virtù e la bontà, si recò in massa presso la sua casa nel bosco...tenendolo fermo gli fecero bere tutte le sue pozioni, spalancandogli la bocca a forza... Poi lo portarono al Tevere e da un barcone lo fecero sprofondare con una grossa pietra legata ai piedi... credettero così d'averlo ucciso, punendolo con le sue stesse malefiche pozioni... ma in realtà quel miscuglio creatosi nella sua pancia lo fece piombare in uno stato di vegetale che lo tenne in vita, seppure come rapito da un profondo sonno. E lentamente, adattandosi all'elemento acquatico e per chissà quale combinazione di sostanze che si era creata nel suo ventre, si tramutò in pesce... gli rimasero solo due tozze zampette al posto delle pinne, che gli consentivano, oltre che di nuotare come gli altri pesci, di camminare semplicemente sul fondo dei corsi d'acqua..."

Traballa scoppiò ancora a ridere.

"Quando la nonna arrivava a questo punto e descriveva mimandolo il buffo modo che il pesce aveva di procedere sulle sue corte appendici umane, noi piccoli esplodevamo in smodate risate, poiché attendevamo proprio quella strana esibizione della nonna... e sempre i bambini ridono a più non posso quando io stesso mimo per loro la Carpa-che-cammina..."

Con il vago sorriso del ricordo affettuoso, Traballa proseguì il suo cammino, mentre il sole, debolmente, carezzava gentile tutte le cose, ancora intorpidite dalla fredda notte.

I cristalli di neve ghiacciata donavano ai corpi più umili mille luccichii cangianti, come se d'incanto si schiudesse il forziere di un qualche antico re dimenticato.

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