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lavoro pubblicato mercoledì 5 agosto 2009
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro - cap. VI

di rasna. Letto 700 volte. Dallo scaffale Fantasia

   CAPITOLO VI - Stroncaferro incontra Traballa Tempi oscuri, indecifrabili. Fra non molto Ottone sarebbe sceso dal nord a rivendicare la corona di un regno sminuzzato e sfuggente. Grandi forze si agitavano in quei tempi lontani. Una lun...

CAPITOLO VI - Stroncaferro incontra Traballa

Tempi oscuri, indecifrabili. Fra non molto Ottone sarebbe sceso dal nord a rivendicare la corona di un regno sminuzzato e sfuggente. Grandi forze si agitavano in quei tempi lontani. Una lunga teoria di potenti aveva per decenni tentato di ricondurre ad impossibile unità quelle plaghe riottose. Berengario del Friuli, Guido da Spoleto e suo figlio Lamberto, la cui madre, Ageltrude, chiese ed ottenne l'orrendo scempio dal cadavere del pontefice, Formoso, riesumato e processato coi suoi paramenti, colpevole d'aver eletto imperatore Arnolfo di Carinzia. E poi Rodolfo II di Borgogna e Ugo d'Arles che pure a lungo regnò, in un susseguirsi di alterne vicende.

Accadimenti lontani, i cui echi a malapena lambivano le deserte lande incolte, i radi insediamenti di quell'umanità decimata. Torre Gentile non contava ormai più di duemila anime.

In quegli anni Lotario, figlio di Ugo, debolmente reggeva l'antica terra d'Italia, insidiato da Berengario d'Ivrea, che un giorno l'avrebbe malignamente avvelenato. Ma ovunque il ribellismo di conti e signori rendeva instabile ogni controllo, ed effimera ogni velleità regale. E la nobile Torre Gentile non faceva eccezione, insensibile a quelle forze lontane che si agitavano vanamente...

Traballa pensava al suo ometto di pane, a quel responso così fumoso e incomprensibile, dove si prendeva un simbolo di vita, cioè l'acqua, per significare un qualche cosa d'infausto. Non riusciva a trovarci un senso.

Il vecchio monaco se ne stava tutto avvoltolato in una spessa coperta di pelliccia, mentre Daniele attizzava il fuoco e intanto controllava le castagne. I due, come di consueto dopo il pasto serale, si facevano la loro silenziosa compagnia, povera di parole e ricca di ricordi, che si suggerivano reciprocamente con occasionali sguardi. Ne avevano viste di cose insieme; i cicli della terra, e la carestia che bastonava i rustici, e i soprusi di tracotanti signori; avevano visto alti e bassi. Forse soprattutto questi ultimi. Come adesso che nella grande cucina in penombra, i due religiosi potevano permettersi solo un piccolo fuoco.

Che freddo che faceva...

Il vento spazzava le colline inondate dal buio e per i vicoli stretti del borgo neanche gli scarafaggi mettevano il naso fuori.

Come ogni sera anche Chiodofitto stava coi monaci davanti al camino, mentre Quarto-di-diavolo era rimasto nel suo buco, limitandosi ad osservare stancamente la scena, gustando la sua minuscola misura di vino, che Daniele gli elargiva in un mezzo guscio di nocciola utilizzato a mo' di ciotola.

Chiodofitto? No, non lo avevamo ancora nominato, certo. Eccolo nel suo angolo con la sua faccia di legno. Ben strana creatura, invero; nato da un ciocco di legno ribelle, che aveva deciso un giorno di fare a modo suo. Stava lì al priorato da sempre.

Un antico, anzi antichissimo crocifisso ligneo, con un Cristo rozzamente scolpito e inchiodato su due rami d'ulivo messi a croce. Niente di speciale, in fondo, ma quel Cristo di legno, quando era stato benedetto subito aveva preso vita, e da allora ogni notte non c'era stato verso di tenerlo sulla sua croce. Muto, con i grossi occhi intagliati, si aggirava per il priorato osservando il prodotto delle attività diurne dei monaci, eternamente bisognoso di compagnia.

Nessun priore era mai riuscito a domare quell'irrequietezza notturna, ed ora Traballa e Daniele, unici monaci rimasti al priorato, ogni sera lo accoglievano nella vasta cucina, riservandogli un posto vicino al fuoco, dove il suo vecchio legno annerito scricchiolava rinfrancato.

Chiodofitto insomma non era altro che uno di quei crocifissi viventi che nel decimo secolo andavano per la maggiore ed era ancora possibile ammirare, sebbene già allora fossero piuttosto rari. Diverse cronache del tempo ne parlavano, e quasi certamente ce n'era uno anche nella piccola e antichissima chiesa di Santa Pudenziana, nelle campagne vicino Narni. Si diceva che fossero in grado di animarsi solo i Cristi intagliati nel legno di leccio proveniente dai monti della Sibilla, ma anche questo non ha molto a che vedere con la nostra storia...

Daniele si girò verso Traballa sentendo il suo respiro farsi più pesante e un mezzo sorriso gli segnò un angolo della bocca quando lo vide già addormentato. Gli si avvicinò per rimboccargli bene la coperta sotto il mento, quindi gli tolse di mano il vino che rischiava ad ogni sussulto di rovesciarsi sul pavimento.

"Vecchio monaco beone..."

Sussurrò un rimprovero affettuoso, ma era proprio Daniele che ogni sera gli preparava quella coppa di vino caldo e miele.

In fondo Daniele non riusciva ad arrabbiarsi veramente neanche quando Traballa indulgeva in quelle sue ridicole divinazioni pagane. Non che l'anziano cuciniere di un tempo - che oramai si occupava insieme a Traballa di ogni necessità della vita del monastero - si preoccupasse dell'aspetto blasfemo di quell'attività notturna del suo confratello. Il suo cruccio erano semmai gli sprechi delle sempre scarse provviste del Priorato-Vecchio. Sembrava che Traballa proprio non potesse fare a meno di combinare fra loro generose misure di preziose sostanze per le sue improbabili letture di eventi futuri o per i non meglio precisati esperimenti di cui sempre bofonchiava.

"Sogna pure le tue formule strampalate..."

Gli carezzò il capo spelacchiato, quindi raccolse il panno in cui aveva radunato le castagne bollenti e fece per avviarsi verso la scala di servizio che dalla cucina portava su all'antico chiostro - ormai ridotto a selva di erbacce e arbusti -, e da lì congiungeva agli alloggi dell'ormai sparuta comunità monastica.

Come ogni sera Daniele avrebbe lasciato le castagne nella cella di Traballa; sapeva che il vecchio monaco amava trovarle nella nicchia accanto al pagliericcio: le avrebbe biascicate, prima di dormire, per placare il vuoto di stomaco da cui sempre si diceva tormentato, ma in realtà era un vizio di gola e lo sapevano tutti e due...

D'improvviso però si udì un bussare risoluto alla porta in fondo al corridoio, adiacente le cucine. Daniele si arrestò sulla scala e Traballa si svegliò di soprassalto. Si cercarono con lo sguardo allarmati. Di solito i poveracci che mendicavano la pietà dei monaci non si presentavano a quell'ora tarda.

"Chi può essere a quest'ora?..."

Daniele era assai allarmato, ma Traballa gli sorrise.

"Per scoprirlo basta aprire la porta... non preoccuparti..."

Si alzò faticosamente in piedi e borbottando fra sé raggiunse la porta secondaria del Priorato Vecchio. Aprì senza esitazioni, perché Traballa aveva una gran fiducia nel prossimo, e scarsa attitudine alle precauzioni. Per sua fortuna quella volta si trattava di amici.

"Salve, Traballa..."

Il monaco cercò di discernere la sagoma che dal buio gli parlava. Il ghigno di denti bianchissimi che balenò nella notte gli tolse ogni dubbio:

"Ulrica!..."

Non era certo inconsueto che la monaca facesse loro visita, ma il momento era assai peculiare, e fuori c'era un vento che portava via.

"...ma... cosa ti spinge ad andare vagando nella notte, con questo freddo?... Con i ceffi che si aggirano per queste campagne... Entra subito... ma chi c'è con te?"

Con una spinta Ulrica fece venir fuori da dietro il suo ampio mantello Stroncaferro, che riluttante si parò davanti al monaco col capo basso.

"Questo campione è Stroncaferro, che male ha cominciato e speriamo prosegua meglio..."

"Oh... ma questo gallinaccio spaurito dove l'hai pescato!?..."

Monaco e monaca scoppiarono a ridere e Stroncaferro si disse che dovevano essere entrambi un po'matti.

Traballa lo guardò di sottecchi e già intuiva molto, ma non fece domande a quel ragazzo infreddolito.

"Ora basta, venite dentro!"

Quando furono davanti al fuoco, rinfrancati dal calore e dal vino caldo, Ulrica raccontò succintamente di come aveva fatto conoscenza del ragazzo e delle circostanze e timori che la spingevano a chiedersi cosa fosse meglio per quel ladruncolo che non si sentiva di rimandare da solo nel mondo.

"Ho pensato che forse per qualche tempo potrebbe stare con voi monaci, qui al Priorato Vecchio. Il Monastero-delle-Monache-Morte non è il suo posto..."

Ulrica e Traballa si guardarono negli occhi in modo significativo, alludendo vagamente a quell'alito oscuro che lo stesso Stroncaferro aveva potuto percepire nella casa delle monache. Il ragazzo guardò prima l'una e poi l'altro e si chiese ancora una volta in che strana accolita fosse capitato. Di quale vaga minaccia blateravano? Non erano mica loro stessi la minaccia?

"Sta bene, Ulrica. Egli rimarrà con noi finché non avremo pensato qualcosa di meglio..."

Traballa condivideva i timori della monaca. Per quanto entrambi non volessero parlare esplicitamente del male impalpabile che si era da molti anni insinuato nel Monastero-delle-Monache-Morte, sapevano bene che il ragazzo là non avrebbe potuto essere al sicuro, né certo migliorare quella sua inclinazione che già si era dimostrata assai poco promettente.

"Come sai, Traballa, già molta preoccupazione desta in me la presenza nel nostro monastero della piccola Biancofiore... è stato così difficile, in questi lunghi anni, proteggerla dal male che la circondava..."

Traballa lesse negli occhi di Ulrica il grande amore per quella fanciulla che la monaca considerava alla stregua di una figlia. Solo Traballa e Daniele conoscevano le dolorose circostanze che quindici anni prima avevano portato Biancofiore, allora neonata, sotto la sua amorevole custodia.

"Ella non è protetta da un casato nobile, e adesso, per di più, la bellezza che in lei è sbocciata la sottopone all'invidia odiosa delle sue coetanee, tutte appartenenti a famiglie potenti in questa regione... e forse all'invidia ancor più pericolosa di colei che non vogliamo nominare, ma che aleggia nelle nostre parole."

Si riferiva a Ildegarda, l'ambigua badessa che da lunghi anni guidava la comunità delle monache.

Traballa si era fatto pensoso, ma si riscosse in un sorriso che voleva essere di rassicurazione.

"Non temere, Ulrica; l'invidia dei potenti è un pericolo, certo, in special modo se accompagnata dal potere oscuro... ma ricordiamo sempre che ogni potenza di questa terra è soggetta a quella Potenza infinitamente più grande..."

Ulrica sorrise al vecchio monaco, non certo rassicurata, ma grata per quelle parole che sentiva colme di sincera protezione.

"Stanotte, Ulrica, anche tu starai qui al priorato."

Daniele, che era rimasto con loro accanto al fuoco, si alzò in piedi e silenziosamente si avviò ai dormitori, dove c'erano da preparare due letti in più.

Stroncaferro aveva ascoltato in silenzio, guardandosi furtivamente intorno. Il suo istinto, ovunque si trovasse lo portava a valutare automaticamente le possibili vie di fuga. Ulrica gli lesse il pensiero, prendendolo di sorpresa.

"Sarà meglio, caro il mio razziatore di pollame, che tu non offenda né abusi della buona ospitalità di Traballa. Né tanto meno che tenti di fuggire..."

Il tono era duro, ma subito il buon vecchio monaco intervenne conciliante.

"Non sei certo prigioniero, Stroncaferro. Leggo nel tuo sguardo lo spirito della lepre; ma ti chiedo soltanto di concederti un poco di riposo... Poi sarà quello che vuoi. Forse questa non è la tua casa, ma è pur sempre una casa...", e ridacchiò col suo consueto buon umore.

Stroncaferro, stanco e cullato dal tepore delle cucine, sentì il grande desiderio di poter credere a quelle parole, che avevano accenti a lui sconosciuti. Si morse un labbro e chinò il capo improntando un muso duro. Affinché quel monaco non pensasse di conquistarlo con così poco, o ritenesse di poter disporre della sua libertà.

Quarto-di-diavolo gli si arrampicò sulla spalla e gli bisbigliò nell'orecchio:

"Non dar retta a questi picchiapetto..."

Il ragazzo si volse di scatto

"E tu chi diavolo sei?!"

"Ecco appunto... io sono il diavolo!..."

"Il diavolo? Mi aspettavo qualcosa di meglio..."

Quarto-di-diavolo arrossì:

"Beh, insomma... non proprio ‘il' diavolo, però..."

Stroncaferro se lo scrollò dalla spalla.

"Fila via, nullità..."

Ne aveva abbastanza di quella gabbia di folli. Si ripromise di tentare la fuga quella notte stessa.

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