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lavoro pubblicato sabato 1 agosto 2009
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

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Una favola del medioevo oscuro - cap V

di rasna. Letto 1788 volte. Dallo scaffale Fantasia

  CAPITOLO V (Il vescovo)Uno sventurato prigioniero proveniente dalle segrete di quella fortezza dannata, qualora avesse avuto la sventura ancor peggiore di riuscire a fuggire, avrebbe certamente vagato per giorni e giorni fra i boschi impenetrabi...

CAPITOLO V (Il vescovo)

Uno sventurato prigioniero proveniente dalle segrete di quella fortezza dannata, qualora avesse avuto la sventura ancor peggiore di riuscire a fuggire, avrebbe certamente vagato per giorni e giorni fra i boschi impenetrabili che si stendevano in ogni direzione, prima di cedere alla disperazione, lasciandosi così morire di sfinimento, offrendo il proprio corpo smagrito allo scempio delle fiere. La gente comune dei radi villaggi sulle propaggini dell'Appennino, sapeva sì che lassù, da qualche parte esisteva quella tremenda fortezza, che nei racconti tramandati nelle fredde sere d'inverno si coloriva dei dettagli più lugubri; ma nessuno, o quasi, sapeva dare precise indicazioni, ammesso che qualcuno ne avesse volute, circa l'ubicazione esatta di quella raggelante roccaforte d'incubo.

Forse qualche vecchio taglialegna, aduso a risalire gli antichi sentieri fin dove questi si confondevano con le tracce dei lupi, aveva intravisto qualche volta, nelle nebbia delle prime luci, una sagoma lontana stagliarsi sul dorso duro di un monte, ma di certo non era argomento di cui quegli uomini semplici avessero desiderio di parlare.

E neanche i signori, le abbazie, e qualunque altro depositario di una qualche frazione di potere o giurisdizione, nelle incessanti lotte che nei secoli avevano portato gli uomini a combattersi sempre, era mai arrivato a presentare di persona le sue insegne insanguinate in quei luoghi che, pur segnati nelle vecchie approssimate carte, e pur menzionati nel latino sbiadito di notai incartapecoriti, nessuno, dopo averli conquistati, si prendeva mai il fastidio di visitare. Toccava sempre a qualche laido intendente, scortato da una risicata soldataglia rattoppata, far visita alle sparute masserie, ai porcari rintanati con le loro bestie, per grattare ciò che la brava gente quietamente si lasciava sottrarre. E di certo quegli improvvisati esattori, non avevano nessuna voglia di salire sui monti per scovare quell' imprecisato possesso che, nella migliore delle ipotesi non poteva essere oramai altro che un cumulo di macerie; tutto ciò a dispetto di quegli antichi atti quasi illeggibili, che dagli archivi ammuffiti parevano pur rammentare gli echi di passate maggiori fortune, di cui nessuno ora aveva più memoria. Era come se quel luogo maledetto volesse farsi scordare, e gli uomini fossero contenti di dimenticare.

E così, ora che infine i monti a nord di Torre Gentile parevano rientrare nella sicura giurisdizione del vescovo, nessuno avrebbe saputo dire, ne avrebbe potuto verificare, se quel castro leggendario fosse realtà o sogno infernale. Il vescovo di Torre Gentile ne aveva dunque fatto segretamente la propria dimora, l'officina magica dei suoi esperimenti e il luogo di atroce persecuzione dei suoi pur rari oppositori. L'ottuso Gotoberto vigilava per conto del vescovo sulle selve del nord, dove i lecci lasciavano il posto alla silenziosa foresta di faggi e abeti.

Rocca-arborea, luogo leggendario; impensabile equilibrio di strutture in legno e tufo che antichissimi architetti visionari avevano voluto sfidasse il cielo, se ne stava appollaiata sul suo letto aereo, fra i rami poderosi di sette enormi fusti di rovere, ciascuno dei quali avrebbe potuto esser cinto solo dalle braccia di molti e molti uomini.

Nell'ora del crepuscolo, la corte interna del castello era quieta, nessuna attività animava più i laboratori e i magazzini che su di essa si aprivano. La guarnigione, discretamente occupava i posti di guardia.

Il vescovo osservava soddisfatto gli alti e mostruosi guerrieri che aveva prodotto con uno dei suoi incessanti esperimenti di magia infernale.

"Li chiamerò formìgoni..."

I mostri stavano chiusi in una cella, e il vescovo li guardava da uno spioncino. Essi si dimenavano contro le pareti e camminavano sul soffitto, con una rapidità inquietante. Proprio come le piccole formiche da cui il vescovo li aveva ottenuti.

"Potrò avere illimitati eserciti... di guerrieri invincibili... devo solo fornire loro una disciplina..."

Nei suoi occhi dilatati v'era il delirio, ma proprio in quel mentre un formìgone puntò il grande occhio nello spioncino; il vescovo si ritrasse, inorridito dalla propria creatura.

"Non stanno ancora in piedi come dovrebbero... ma presto saranno pronti..."

Erano in effetti esseri disgustosi, brutti da far spavento, ma di sicuro il vescovo non si sbagliava circa l'efficacia che da loro s'aspettava in battaglia: una formica alta più d'un uomo doveva incutere sicuramente un certo rispetto, e ve n'è forse traccia in alcune fonti sopravvissute all'oblio del tempo...

Nelle cronache di Liutprando da Cremona, infatti, -e ci riferiamo al Liber de rebus gestis othonis imperatoris- c'è un passo controverso che s'è sempre prestato alle interpretazioni più varie da parte degli eruditi. Ivi si parla di non meglio identificate ‘immanes araneae et bipedes', che Ottone di Sassonia avrebbe incontrato nel 964 nei pressi di Spoleto; espressione che i commentatori sempre hanno ritenuto riferirsi all'aspetto di grossi insetti corazzati che evidentemente alcune prime armature in metallo dovevano avere agli occhi dei soldati germanici, non abituati a imbattervisi. Ma non è escluso che la mistura elaborata dal vescovo avesse potuto sopravvivergli, e che di lì a qualche anno qualche oppositore di Ottone fosse riuscito a impadronirsene. Tuttavia non ci dilungheremo oltre su questo punto, che è in fondo solo marginalmente interessante.

Il vescovo però sempre più spesso si ritirava in quel castello, sperduto nelle foreste cupe, e indulgeva in rituali sempre più blasfemi, guidato dalla sua ingovernabile brama di potere e dominio.

La sede ufficiale della sua signoria era la chiesa cattedrale di Torre Gentile, ma sempre più raramente il vescovo risiedeva ormai nella città. Si diceva che egli fosse gravemente ammalato; questo si andava vociferando dopo ogni prolungato periodo in cui egli non lasciava intravedere la sua figura alta ed esile nella cattedrale. Ma puntualmente le voci venivano smentite da una sua apparizione in occasione di qualche celebrazione o messa solenne nella cattedrale.

Solo allora la sua sagoma spettrale traspariva tra i fumi d'incenso, nell'antichissima e cupa navata centrale, soffocata dalle alte e grevi colonne. Esse, strappate ad un ancor più antico tempio romano, opprimevano i muti fedeli con la loro arcana bellezza. Si diceva che solo la basilica di san Salvatore a Spoleto, potesse eguagliare l'austera venustà della cattedrale di Torre Gentile, cui tanto somigliava. E il vescovo nutriva il proprio carisma del timore che quell'edificio instillava nelle semplici menti dei rustici.

Per il vero, nessuno da lungo tempo poteva affermare di aver visto il volto del vescovo da vicino. Gli stessi signori a lui legati da benefici di varia natura avevano ormai in mente solo le sue apparizioni sul fondo di una sala in penombra, ove egli li riceveva; solo la vaga impressione di un viso straordinariamente pallido ed inespressivo, e di una giovinezza miracolosa, per quanto inquietante.

Egli ora camminava solitario sugli spalti del castello impenetrabile e nascosto. Osservava la vallata che si accostava al sonno del crepuscolo, una quiete che urtava il suo animo eternamente irrisolto. Incrociò una guardia che non osò rivolgere alcun saluto, per non incorrere in uno degli imprevedibili scatti d'ira del vescovo. Il suo volto innaturalmente immoto anelava la brezza della sera, ma sembrava non poterne godere.

"Empio signore innominabile, ovunque tu sia..."

Guardava il cielo striato di nubi d'arancio e di azzurro morente, ma sapeva di non poter cercare lassù il proprio signore.

"Quale amaro inganno... una vuota giovinezza senza fine fu il tuo blasfemo dono..."

Guardò in basso, ed una lieve vertigine lo colse.

"...giovinezza svuotata della sostanza stessa della gioventù, che si concreta nel possedere un fresco sembiante di porcellana... nel conservare la venustà atta a richiamare altra venustà, e così goder davvero dell'ora eterna che promettesti... Troppo breve durata ebbe l'incanto. Ma ormai sono tuo indissolubilmente, e al tuo inganno non posso sottrarmi..."

Pur in quell'accento doloroso della voce, il suo volto apparentemente levigato non mostrava cedimenti d'umore.

"Ma ora i codici parlano assai chiaramente... Ebbene, sembra davvero che io possa aver modo di completare il tuo operato imperfetto, o maligno tra i maligni... e la tua opera, come sempre è stato, non può esser compiuta e ultimata che nel sangue..."

Una civetta, dal buio dei boschi, salutò lugubre le cupe parole del vescovo, che stancamente si strinse nel mantello spesso, e rientrò nell'oscurità della rocca.

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