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lavoro pubblicato martedì 28 luglio 2009
ultima lettura giovedì 17 gennaio 2019

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Russia

di DieselNoir88. Letto 1096 volte. Dallo scaffale Sogni

I miei occhi si sono chiusi e, come per incanto, si materializzano visioni dai contorni sfumati. E viaggio nella steppa innevata a bordo di un veicolo...

I miei occhi si sono chiusi e, come per incanto, si materializzano visioni dai contorni sfumati. E viaggio nella steppa innevata a bordo di un veicolo, seduto sul lato del passeggero. Un volto che conosco mi sorride: è Jurij. Guarda i miei occhi tristi e, parlandomi in russo, mi dice di non preoccuparmi, discorrendo di come sia bella la steppa in primavera e di quanto sia buona la vodka, adatta a riscaldare i cuori e a far sgorgare il riso, profondo e sincero, dalle gole...
Ma lui, il capitano, mi narra anche della morte della Vecchia e di come può capire il dolore che provai. Io comincio a piangere ma Jurij mi cinge la spalla con un gesto affettuosamente paterno, quasi a volermi a consolare. E mi racconta storie sugli spiriti che infestavano l'isba del suo antenato nelle pianure dell'immensa Russia fredda e malinconica.
Si, dico io, con gli occhi pieni di lacrime. Anche al funerale della Vecchia io vidi il demone della fortuna seduto sul suo petto ormai immoto. E baciando le sue labbra rendeva il corpo adagiato nella bara sempre più rigido e gelido.
Ma il capitano mi sta spiegando pazientemente che questo è il gioco triste della vita e che io sono ancora un ragazzo ingenuo e che solo le rughe che incideranno lentamente la mia fronte saranno in grado di portarmi a capire tutto ciò. Jurij accenna un sorriso stanco. Sul suo corpo grava il peso di cinquanta inverni e non vuole trasmettermi l'amarezza e le delusioni che ha vissuto.
Mi dice che non sono le cicatrici che rimediò alle porte di Kandahar ad aver ferito il suo cuore. Il corpo soffre per un istante, l'anima può soffrire in eterno. Lo guardo mentre si accende una sigaretta. Ha solo cinquant'anni Jurij, ma il suo volto e le sue parole lo fanno sembrare più vecchio. Come se avesse accumulato tanta sofferenza dentro, ma rendendolo incapace di esprimerla.
Sono solo delle mie riflessioni, estranee a tutto, dal momento che lui è tranquillissimo e non sembra farci caso. Mi parla con disinvoltura degli anni passati nel GRU e del suo soggiorno a Vladivostok, la Dominatrice dell'Oriente. E mi dice di quanto è bella sua figlia Tatijana che ora è all'ultimo anno di università, e di quale enorme soddisfazione proverà nel vederla conseguire la laurea. Non gli chiedo di sua moglie perchè già mi fu detto quale fu il suo destino. La sua Elena Fedorovna morì nel dare alla luce l'unica figlia, straordinariamente somigliante a lei.

Ora però sono distratto e faccio solo finta di ascoltare; il mio sguardo si perde lungo l'immensa pianura innevata che sembra non avere fine.
Jurij se ne accorge e mi dice:
- Non è bello per un ragazzo della tua età uccidere così le emozioni invece di pensare al modo di volare in alto! -
Il suo tono di voce è così gentile... Ma non riesco a dirgli che le ali che mi permettevano di volare in un cielo di ingenuità e spensieratezza le ho perse quattro anni or sono, quando gli eventi infausti e la vita sbagliata si abbatterono su di me. E mi tolsero il tempo, le cure, l'ideale e tutto...
Il viso di Jurij si acciglia e mi rimprovera per questo. Mi spiega che la vita è dura e piena di queste avversità, ma bisogna impedire che queste scalfiscano certi valori. L'ideale è sacro, dice il capitano. E' la ragion d'essere per un uomo.
- Anche Fevronija, nonostante il dolore per la morte di Vsevolod, mantenne intatto l'orgoglio e il suo giuramento, promettendo di non rivelare l'ubicazione di Kitezh! -
Io annuisco e mi chiedo come faccia questo duro veterano a conservare ancora intatte le sue certezze e a non essere stato inasprito dalle esperienze. E la citazione dell'opera di Korsakov mi suona come un qualcosa di estremamente suggestivo e raffinato...
Ma con quest'affermazione il suo tono di voce cambia: si fa più duro, quasi cattivo. L'ideale! L'ideale, mi dice, è nella Madre Russia ciò con cui ingannarono i semplici. Lo strumento con cui si creò un sistema marcio di burocrati ingrigiti nelle scartoffie e di arrampicatori sociali disposti a vendere ciò che hanno di più caro in cambio del potere.
- Io sono un soldato - mi dice. - Non è un bel vestito o un'automobile a rappresentare ciò che sono, quella è roba da occidentali corrotti dal denaro. Il mio biglietto da visita nella società è rappresentato dalle mie cicatrici. -
E stringendomi la mano, quasi come se volesse spezzarmela, mi dice che è nella forza fisica la differenza tra il soldato russo e gli amerikanski, persi dietro alla loro tecnologia folle che un giorno finirà per rivoltarsi contro.
Si accende un'altra sigaretta, con l'altra mano tiene il volante, e si sfoga imprecando contro il suo paese.
Con un gesto di stizza Jurij ricomincia:
- Fu il rispetto e la fedeltà che ereditammo dai nostri avi. Non era quella la via che doveva imboccare il mio paese schiacciato da quella triste ideologia. Parte da un presupposto bieco, secondo il quale tutti noi siamo uguali. Ma c'è gente che, allo stesso tempo, pensa di essere più in alto degli altri. Costoro, che chiamano chiunque "tovarisch", sono dei tiranni. Ovunque arrivano portano decadenza. La nostra cara casa cinese era una città santa, dominata dai ritmi antichi dell'uomo a contatto con il lato divino della quotidianità. Ora quella sacralità è ormai profanata e intorno agli edifici sacri non vi sono altro che case dalle lanterne rosse. -
Gli faccio notare che l'episodio a cui si riferisce non accadde nel suo paese, e lui mi risponde che è il pensiero ad essere sbagliato, non la lingua o il colore della pelle di chi lo mette in atto.
- Sono molti gli uomini che dormono al di sotto della Strada delle Ossa. - mi dice con un sospiro. - Mi raccontava mio padre di quanti suoi amici finirono lì, di quante lacrime e di quanto sangue vi scorrono ancora, perchè le anime delle persone morte in quel modo non avranno mai pace! -

Il nostro mezzo continua a scorrere dolcemente in mezzo alla steppa. Jurij ora tace e sul suo viso grava un'ombra di paura. Non riesco a capire come mai il suo umore sia così tetro.
Parla poco ora, quasi come se ogni parola gli provocasse un dolore enorme. Provo a chiedergli cosa gli stia succedendo, ma con la sua voce rassicurante e dolce, mi dice di non preoccuparmi e di essere felice.

Ad un certo punto Jurij sospira. Rallenta ed arresta il motore. Mi dice di scendere e di seguirlo.
Appena apro la portiera vedo neve dappertutto, pochi alberi, e accanto un'isba. Strano vedere una costruzione così antica ancora in piedi... Lui si dirige verso l'ingresso della casa e varca la soglia, avendo cura di pulirsi per bene gli scarponi. Non ho il coraggio di entrare ma dall'uscio riesco a scorgerlo inginocchiato davanti ad alcune icone, sussurrando qualcosa nella sua lingua. Decido di voltarmi e rimango ad ascoltare per non so quanto, la voce fischiante del vento e a contemplare le distese bianche.

Dopo non so quanto tempo, lui esce dalla casa, mi guarda e, senza una parola, mi fa segno di seguirlo e si dirige sul retro. Ad attendere ci sono due uomini dalle lunghe barbe, vestiti alla maniera dei religiosi ortodossi, che stanno salmodiando qualcosa in una lingua strana.
Allora guardo il viso di Jurij e vedo i suoi occhi azzurri lucidi di lacrime e solo adesso mi rendo conto che non è altro che uno spettro. Morto non si sa come, nè quando.
Con le lacrime che sgorgano piango il mio amico e voltandomi verso il luogo di sepoltura del capitano, mi accorgo che l'isba è scomparsa. Non è esistita altro che nei miei pensieri. E capisco che il singolare personaggio con cui ho condiviso questo viaggio è passato all'oltretomba in un modo singolare e inquietante.
Le mie labbra ora sono increspate in un lieve sorriso e mi rendo conto che non tutto è stato inutile. Ma non so il perchè, non voglio saperlo.


"?????? ????????????? ??????."
"La Russia è un paese meraviglioso"



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