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lavoro pubblicato domenica 19 luglio 2009
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro - capitolo IV

di rasna. Letto 857 volte. Dallo scaffale Fantasia

  CAPITOLO IV (Vespri) Stroncaferro aveva mangiato insieme alle monache nel vasto refettorio sotterraneo, rischiarato e riscaldato da grossi bracieri di ferro. Le cupe e basse volte invitavano ad un pasto silenzioso. E anche Stroncaferro mangiava...

CAPITOLO IV (Vespri)

Stroncaferro aveva mangiato insieme alle monache nel vasto refettorio sotterraneo, rischiarato e riscaldato da grossi bracieri di ferro. Le cupe e basse volte invitavano ad un pasto silenzioso.

E anche Stroncaferro mangiava in silenzio, ma non poteva fare a meno di lanciare timidi sguardi in direzione della tavolata ove sedevano le novizie. Fra tutte spiccava l'acerba e purissima bellezza d'una fanciulla, che in realtà non era una novizia, e che tanta parte avrà in questa storia, ma è ancora presto per dire di lei.

"Cosa guardi, furfante?... mangia e guarda la tua ciotola."

Ulrica lo redarguì seccamente, e Stroncaferrò si concentrò sul cibo.

Aveva ricevuto per tutto il tempo fastidiose gomitate da una monaca mancina che sedeva alla sua destra, e sentiva su di sé gli sguardi arcigni e diffidenti delle religiose intorno a lui. Fu con sollievo che accolse la fine della cena, quando in silenzioso ordine le monache si alzarono, nei loro mantelli neri, per recarsi ai vespri. Stroncaferro stava per dirigersi furtivo in direzione opposta, quando avvertì sulla spalla la presa sicura di Ulrica. Capì che il suo destino era seguire le monache in chiesa.

Quando le ultime religiose ebbero varcato la soglia del refettorio, Stroncaferro dovette strabuzzare gli occhi per lo stupore...

I lunghi tavoli sui quali queste avevano consumato il pasto presero ad animarsi, sotto lo sguardo prima distratto e poi sbalordito del ragazzo. Come docili armenti procedettero sicuri sulle loro gambe per dirigersi ordinati verso una sala attigua, quindi remissivamente si posero in attesa, finché le serve di cucina non presero a sparecchiarli.

"Vieni! Non sono cose che ti riguardino..."

Ulrica lo strattonò senza tanti complimenti, costringendolo ad avviarsi speditamente con lei verso il chiostro. Il ragazzo fece solo in tempo a notare che la bellissima fanciulla che aveva ammirato durante il pasto s'era separata dalla schiera delle novizie dirette in chiesa, per raggiungere le serve di cucina.

Stroncaferro se ne stupì, tuttavia era ancor più colpito dalla magia cui aveva appena assistito.

Obbedì ad Ulrica, seguendola docilmente, ma prese a rimuginare fitto fitto. Era interdetto; non certo per la magia in sé, perché anche la madre di sua madre, che era mezza-strega, sapeva far fare agli utensili della casa alcuni semplici lavori domestici. Ma un tale artificio magico adoperato all'interno di mura consacrate non era una cosa tanto normale. Molte volte, mentre era a rubacchiare in qualche piazza di mercato o fiera, aveva udito spiritati arringatori della fede scagliarsi contro la magia, strumento del maligno. Mai avrebbe pensato di vederne un utilizzo palesemente quotidiano e disinvolto in un luogo abitato da religiose.

Ma benché Stroncaferro non ne fosse a conoscenza, da lungo tempo circolavano nelle campagne circostanti dicerie circa le meraviglie che era possibile vedere all'interno del Monastero-delle-monache-morte. I rustici ammessi fra quelle mura per prestare i loro servigi e opere, nonostante essi spendessero la loro vita nelle povere case a ridosso del monastero stesso, non mancavano in rare occasioni di venire a contatto con gente di passaggio o altri contadini. Ecco che allora le voci indiscrete si moltiplicavano, passavano di orecchio in orecchio, e si ingigantivano, e non era più tanto facile dire cosa ci fosse di vero. Tavoli che camminavano, certo; li avevano pur visti le donne a servizio nelle cucine... ma anche porte che davano accesso a stanze diverse a seconda del giorno o dell'ora, stanze che rimpicciolivano, corridoi che si allungavano indefinitamente, e monache sconosciute che improvvisamente comparivano da dietro un angolo senza che nessuno le avesse mai viste prima, e poi ancora succedeva -dicevano- che il numero delle religiose sembrasse in certi giorni assai maggiore, ma se le contavi erano sempre lo stesso numero...

Meditando fra sé su quanto appena visto, Stroncaferro avvertì un senso di disagio, come se quel luogo santo gli mostrasse un volto ambiguo. Alzò di sottecchi lo sguardo verso Ulrica, per cercare anche nel suo viso duro quella stessa piega sospetta che l'ambiente sembrava promanare. Ma il muso squadrato della matura monaca, si disse Stroncaferro, sembrava semmai suggerire una forza interiore incrollabile, non certo ambiguo commercio con forze occulte. Avrebbe voluto dunque domandarle qualcosa circa il piccolo prodigio cui aveva appena assistito, ma avevano ormai già attraversato il chiostro silenzioso e la fila di monache era ormai stata inghiottita dalla piccola entrata laterale della chiesa. Entrò dunque a sua volta a fianco di Ulrica, attraversando l'eco di fruscii che riempiva la buia navata centrale.

Le monache ordinatamente riempirono il coro, in perfetto silenzio. Ulrica fece segno a Stroncaferro, e quando questi si fu avvicinato, gli sussurrò in un orecchio di entrare in una porta socchiusa accanto al coro stesso, e di ascoltare da lì l'ufficio. Stroncaferro non capì il perché di tale comando, ma eseguì comunque quell'ordine: sebbene solo sussurrato, non aveva l'aria di poter essere trasgredito.

Le religiose, una volta preso ciascuna il proprio posto, osservarono alcuni attimi di raccoglimento. Poi d'incanto il silenzio sospeso della chiesa, invasa dalle tenebre della sera, fu dolcemente interrotto dalla voce cristallina ed acuta di una giovane monaca, che intonò l'antifona del primo salmo con voce sottilissima, quasi timorosa di violare la bella quiete di tutte le cose.

Stroncaferro ne fu subito rapito. Mai aveva udito suono più squisito e puro. Sentiva il proprio spirito lentamente acquietarsi, appeso al filo di quelle note, rapito alla danza di quegli intervalli intonati morbidamente. Quando l'antifona fu conclusa, tutte le monache intrapresero l'attacco del salmo, entrando con sincero trasporto nel vivo dell'ufficio dei vespri.

Stroncaferro sentì poco a poco, cullato dalla monodica ripetitività dei moduli melodici, che il sonno cominciava ad invadergli la mente con le sue lingue di soffice torpore. E con il sonno avvertiva anche il freddo penetrargli le ossa.

"Ma dove caspita mi fa stare, la monaca..."

Si alzò in piedi intirizzito, e cercando di non farsi vedere da Ulrica scivolò attraverso la porta dell'umida sacrestia nella quale era stato relegato, quindi andò verso una delle colonne basse e pingui che dividevano le navate; entrò nella nicchia che ivi si apriva e salì la scaletta che si attorcigliava dentro la colonna, fino al pulpito massiccio di arenaria che si apriva subito al di sopra del pilastro stesso.

Lì si accucciò, rinfrancato dal tepore che saliva dal grosso braciere proprio al di sotto del pulpito medesimo. Chiuse gli occhi e subito, spossato, si addormentò, mentre le monache attaccavano oramai il terzo salmo.

Stroncaferro già dormiva quando, all'inizio della melodia propria del capitulum, cominciò a materializzarsi, sopra le teste delle religiose intente al canto, come una nebbiolina densamente fluida, che lentamente prese a diffondersi per tutta la navata centrale, divenendo via via più consistente, fino ad addensarsi in una confusa figura, simile ad un vecchio dalla lunga barba, avvolto in bende fluttuanti.

Non era uno spettro. Era qualcosa di diverso, e lo vedremo fra poco che cos'era davvero. Però sembrava un vegliardo imbalsamato e rinsecchito, quasi del tutto trasparente, e vorticava per la chiesa come un'anima in pena.

Stroncaferro, che non si era accorto di niente, si svegliò intorpidito dopo il breve sonno, quando le religiose intonavano infine il responsorio che chiudeva l'ufficio dei vespri. Sbatté le palpebre appesantite, e non fu subito conscio della forma semi-umana, traslucida e grottescamente allungata che fluttuava nei volumi chiusi dalle navate del luogo sacro...

Quando si rese conto di quanto accadeva, si destò di colpo e per intero, colto da un terrore raggelante che non gli consentiva di muoversi. Rimase lì ad osservare le evoluzioni aeree di quella strana entità nella penombra della chiesa, inebetito.

Il vegliardo fatto di nebbia, dopo aver compiuto svariate evoluzioni, si posò come un corvo in una delle nicchie che si aprivano nei muri fra la navata centrale e le laterali. Da lì allungò le lunghe e secche braccia fatte di pulviscolo e, come un ragno che filasse la sua tela argentea, prese a raccogliere i sottilissimi raggi di luna che filtravano dalle feritoie dell'abside. Ne fece un grosso gomitolo, quindi si alzò di nuovo in volo e lo andò a deporre al centro del coro dove stavano le monache. Queste però non davano mostra di notare alcunché.

Stroncaferro era esterrefatto. Si chiedeva come potessero le monache non accorgersi di ciò che avveniva; il loro canto ossessivo gli parve infinito e accolse con gioia la cadenza finale che segnò la fine dei vespri. Sentì le monache muoversi dai seggi del coro, ma ancora non osava muoversi, gli occhi fissi su quel demone biancastro che si allungava e volteggiava come fumo di legna giovane.

Nell'attimo in cui sorella Ulrica, accortasi della sua assenza dalla panca della sacrestia su cui l'aveva lasciato, lo chiamò con voce a stento trattenuta, Stroncaferrro si rese conto che la creatura manifestatasi nella chiesa stava ora prendendo a smaterializzarsi, perdendo velocemente la sua già evanescente consistenza. Il ragazzo prese coraggio e corse giù dalla scala interna alla colonna e istintivamente si gettò al collo di Ulrica.

Ella, interdetta, non espresse il rimprovero che stava per affiorarle alle labbra. In quel momento Stroncaferro, ancora avvinghiato al collo della monaca, notò che la rozza sfera depositata dal demone lattiginoso al centro del coro sembrava in tutto e per tutto fatta d'argento... No, il suo occhio esperto non lo tradiva. Ma com'era possibile?...

"Ragazzo, che hai? Sei pallido da far spavento... usciamo un attimo all'aria del chiostro..."

La monaca sapeva che il ladruncolo aveva visto ciò che non avrebbe dovuto, e mentre lo sorreggeva per accompagnarlo fuori dalla chiesa, si chiedeva se non fosse stato un errore cedere alla pietà e volerlo ospitare nel monastero...

Il freddo stava intanto già rianimando Stroncaferro, ancora sensibilmente scosso per l'inusitata visione.

"Cos'era quella cosa?!..", chiese alla monaca.

Ella esitò, prima di rispondere.

"Cos'era cosa, ragazzo?.. di che parli?".

La religiosa aveva un tono singolarmente evasivo, che strideva con la franca durezza del suo volto.

"Dico quel mostro che volava nella chiesa! Ma non lo avete visto?!"

Inaspettatamente Ulrica sorrise debolmente, e Stroncaferro attribuì ciò alla incredulità della monaca; ma ella rispose poi seria:

"Quello che hai visto, e che non avresti dovuto vedere se avessi ubbidito...non era altro che lo Spirito-dei-vespri..."

"Lo Spirito-dei-vespri?.. "

Stroncaferro non capiva, ma sapeva per certo di avere poca simpatia per gli spiriti in generale.

"Hai capito bene... Devi sapere, piccolo ladro, che ogni ora del giorno ha il suo proprio spirito..."

Stroncaferro era ancora più confuso, e un brivido freddo gli percorse la schiena.

"Ma certo, è chiaro, uno spirito... monaca, ma dico!... quello sembrava un demone!.. mai in una chiesa o luogo sacro a Nostro Signore, per quanto io sia ben poco esperto delle liturgie sante, ho potuto osservare manifestazioni degli spiriti di cui tu dici!!..."

Non era certo strano a quel tempo vedere spiriti inquieti aggirarsi per le campagne di notte, ma era assai inconsueto che ciò avvenisse all'interno di mura consacrate, ove si supponeva che l'unico spirito presente fosse quello Santo, che da Dio procedeva. Stroncaferro si ricordava di quando sua nonna, prima dell'alba, buttava un pizzico di sale nelle braci e diceva una filastrocca su un certo spirito-del-giorno-nuovo, e la mamma la rimproverava sempre, perché non erano cose da cristiani.

Il ragazzo attendeva una risposta da Ulrica, ma questa si rabbuiò, chiudendosi in un pensoso silenzio. Egli decise dunque di non far menzione dell'argento che era sicuro d'aver visto nel coro, depositato dallo spirito. Adesso voleva solo recuperare Odorante e sparire il più in fretta possibile.

"Monaca, lasciami andare..."

Quella alzò gli occhi su di lui.

"E dove mai vorresti andare?... non hai forse mangiato? Non sei stato bene?"

"Oh sì, ma la compagnia è ben strana, in questo posto... oltre a quella monaca che mangia con la sinistra, intendo... c'è qualcosa..."

Il vento si alzò sibilando fra le arcate del chiostro.

"...cosa sono questi spiriti? Non che io abbia paura, figurarsi... ma tu sai che io so che quei tavoli del refettorio camminavano... Questo luogo non dovrebbe tener lontane le forze oscure?..."

Ulrica parve soppesare le parole più adatte.

"Non è questo luogo, ragazzo, non c'era niente che non andasse in questo luogo, tanto tempo fa... ma gli spiriti che sogliono tacere quieti nelle cose furono qui risvegliati da eventi orribili, che tu non devi udire..."

Stroncaferro la osservava in silenzio, soffermandosi su quel volto pensoso, mentre la vallata tutto intorno dormiva nel suo letto di tenebre.

"...ma tu non temere... niente potrà farti del male. La luce di Dio, Nostro Signore Onnipotente, è ovunque e tutto rischiara..."

Stroncaferro, poco convinto, notò le rughe addensatesi sulla fronte di Ulrica, ma non ebbe il coraggio di chiedere altro. Fu ella stessa a proseguire, accennando un sorriso rincuorante:

"Mi chiedi del resto cose di cui io stessa poco so e comprendo. Ma puoi credermi: gli spiriti che hai visto non scaturiscono da questo luogo..."

"Sarebbe a dire?..."

"Non è questo monastero a partorire presenze innaturali, ragazzo... bensì il graduale... il libro che contiene quelle melodie.."

"Continuo a non capire..."

Ulrica sbuffò.

"Voglio dire che sono proprio quelle melodie ad essere in grado di evocare, per virtù di sapiente accostamento di suoni, gli spiriti insiti nelle ore create da Nostro Signore... Chiaro? Un maleficio sovvertì qui l'ordine naturale... risvegliando la forza latente nelle cose e volgendola al male... ma nessuno spirito è in sé malvagio"

Senza rendersene conto Stroncaferro si era stretto contro il fianco della monaca, impaurito e infreddolito.

"... una volta risvegliata la forza, basta rievocarla con la giusta chiave, come il libro che contiene le melodie che hai udito. Ma occorre una ferrea volontà maligna per piegare la forza al proprio volere oscuro... del libro che contiene i suoni non esiste copia ulteriore rispetto a quella in possesso della nostra badessa, e dalla quale lei ci insegna. Delle melodie che hai udito non esiste memoria in orecchie esterne a questo luogo. E così è stato sempre. Solo i neumi appuntati sulle linee di quei testi sacri racchiudono il potere degli Spiriti-delle-Ore. Tutte noi siamo vincolate da questo segreto, Stroncaferro... Non rivelare mai ciò che hai udito, e se ricordi qualcosa di quegli intervalli acustici, dimentica... Ma non v'è malvagità in quelle eteree presenze evocate dal canto... esse sono inconsapevole strumento della volontà buona o malvagia che le determina."

Stroncaferro appariva scarsamente convinto e rassicurato.

"...E i tavoli che camminano? Anche quello è una magia innocente?.."

La risposta fu volutamente oscura:

"La nostra badessa, Stroncaferro, è dotata di poteri il cui controllo spero ella possa sempre mantenere al servizio della virtù cristiana... Ma ora basta; questo luogo, mi rendo finalmente conto, non può ospitarti..."

Stroncaferro si rianimò.

"Allora mi lasci libero?!"

Ulrica lo guardò furbescamente

"Non credo proprio..."

Scrutò con disappunto la delusione negli occhi di quel ragazzo, che evidentemente era soltanto desideroso di sottrarsi alla forzata carità delle monache.

"...comunque la badessa è ora in viaggio, assente dal monastero. La attendiamo a giorni, e dubito sarebbe contenta di trovare ospiti inattesi all'interno di queste mura..."

Il suo volto duro apparve d'improvviso pervaso da un'espressione di velata compassione per il ragazzo; ciò lo mise a disagio.

"So io quale luogo sicuro potrà accoglierti... Va a prendere la tua sacca. Il tuo cavallo, per il momento, potrà restare nelle nostre stalle."

C'era da fidarsi di quella monaca? Cosa avveniva entro le mura di quel monastero? Perché vi si faceva uso di magia, e perché soprattutto si evocavano spiriti? A che scopo?

Stroncaferro temette d'esser finito in un antro di demoni.

Chi era la misteriosa badessa di cui Ulrica aveva parlato?

Il ragazzo si lambiccava il cervello, e si domandava dove la monaca intendesse portarlo. Avrebbe forse dovuto far da ingrediente a qualche rituale di streghe?

No, in fondo questo non lo credeva; la manesca religiosa pareva una brava donna.

Ma Stroncaferro avrebbe dovuto imbattersi di lì a breve in fatti ben più inquietanti.



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