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lavoro pubblicato giovedì 2 luglio 2009
ultima lettura domenica 9 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Invisibile a volte è anche ciò che non si vuol vedere di Andrea Saviano

di Galahad. Letto 756 volte. Dallo scaffale Generico

Invisibile a volte è anche ciò che non si vuol vedere Le luci e i festoni brillavano e, ovunque uno camminasse, si poteva vedere scritte...

Invisibile a volte è anche ciò che non si vuol vedere

Le luci e i festoni brillavano e, ovunque uno camminasse, si poteva vedere scritte augurali: buone feste, buon natale, buon anno...

Per un mese e mezzo almeno la notte non sarebbe stata buia in nessun centro città e persino le campagne si sarebbero rischiarate di luci intermittenti.

Tutto ciò, in ogni caso, non avrebbe disturbato la sua insonnia. Questa a differenza del sonno, che può essere disturbato, è scevra da ogni possibile turbamento.

Il "Poeta" - così lo chiamava la gente del quartiere - avrebbe passato anche quella notte a scrivere surreali racconti, delicate favole o struggenti poesie. Con quelle parole, a volte in prosa altre volte in rima, riusciva a scaldare i cuori degli altri come, ormai, non riuscivano più a scaldare il proprio. Era una vigilia di Natale anche il giorno in cui sua moglie, insieme al loro figlio, era partita in macchina per andarlo a prendere all'aeroporto. Era più di due mesi che era lontano da casa per maledetti motivi di lavoro.

Non faceva particolarmente freddo quell'anno. Quel 24 di Dicembre il tempo era piuttosto bello. Niente pioggia. Niente nebbia. Niente neve. Il cielo particolarmente terso, come spesso accade d'inverno, era così limpido da poter intravedere la via lattea. Quella notte d'inizio inverno era caratterizzata da una temperatura molto bassa, ma trattava di un freddo asciutto, ma avendo l'abbigliamento adatto era facile da sopportare.

Quel giorno lui, irrequieto, era andato avanti e indietro per la sala d'attesa dell'aeroporto, impaziente per la voglia di riabbracciare il suo piccolo e di baciare nuovamente la moglie. I pensieri erano rivolti soltanto all'ansia di vedere il figlio scartare i regali di Natale e al desiderio di fare di nuovo l'amore con la compagnia di una vita.

Insomma, un universo riassunto in due soli nomi.

Chissà che ora della notte era adesso, fu il suo fuggevole pensiero. I campanili non battevano più le ore notturne da quando qualcuno s'era lamentato che la cosa disturbava il sonno dei giusti e lui, da quel 24 di Dicembre, non portava più l'orologio al polso.

Da allora non aveva più voglia di vedere i minuti d'attesa farsi ore. Non aveva più voglia di provare apprensione per un ritardo che si prolunga oltre ogni plausibile spiegazione. Non aveva più voglia di chiamare un numero di telefono che non risponde. Non aveva più voglia di sentire lo squillo di un telefono, quindi una fredda voce e un altrettanto freddo annuncio che annunciano che il proprio universo non esiste più, che è stato cancellato da un TIR. Un automezzo che, senza un perché, ha invaso l'altra corsia di marcia dell'autostrada.

Guardò al suo fianco e intravide in un'ombra lei, sua moglie. Era lì, sorridente a fissarlo, quasi ad invitarlo ad innamorarsi un'altra volta, non di un'altra donna ma della vita, perché era il gusto per la vita che avevo perso.

Lui le prese la mano, delicatamente, come tante altre volte avevo fatto, trattenendola tra le sue, quasi a volerle scaldare le gelide dita. Quasi un'abitudine nei giorni freddi dell'inverno. La fissò negli occhi, ripensando ai tanti momenti dolci d'amore trascorsi insieme; rivivendo ogni piccola caratteristica che gliela rendeva speciale, unica.

« Vorrei tanto dormire amore, non chiedo altro, mi basterebbe solo dormire, di nuovo, dopo tanto tempo, » disse. « Una volta ero un apprezzato professionista, non un poeta o uno scrittore, tutt'altro! Una volta, oltre ad essere un marito fedele e un padre amorevole, ero anche un tecnico stimato e autorevole. »

Tutto questo fino a quel giorno, fino a quel maledetto giorno.

Da quel 24 Dicembre non riuscì più a dormire la notte e, tutto questo, cominciò a pesare sulla sua professionalità e capacità di concentrazione, in un solo termine: sul lavoro. L'inizio della discesa, perché ci sono poche e fredde regole nella vita, una di queste è che l'economia non aspetta nemmeno i migliori.

Così, a più di quarant'anni, s'era ritrovato senza lavoro. I vari tentativi di risalire la china erano andati tutti a vuoto. Una discesa professionale che non ebbe più fine e che sostituì alla parola lavoro, la locuzione: riuscire a vivere alla meno-peggio, a forza di sacrifici. In conseguenza di ciò, la sua graduale chiusura al mondo, agli amici e ai familiari. La depressione e il rifiuto dell'aiuto degli altri, infine la rinuncia ad andare avanti nella vita, a lottare... in fondo per chi, per cosa?

Ogni mattina s'alzava ricordandosi di ispirare ed espirare, attendendo solo il giorno in cui non avrebbe più dovuto rammentarsi di ciò.

Sul pezzo di carta che teneva tra le mani aveva scritto una favola, una di quelle che raccontava al figlio. La metteva su carta prima che il tempo ne cancellasse il ricordo.

Nelle orecchie, mentre consonanti e vocali componevano parole che un tempo erano uscite dalle proprie labbra, sentiva ancora le risate argentine del piccolo. Storie che mutavano trama seguendo la richiesta d'introdurre questo o quel personaggio. Due manine strette al suo corpo. I soffici capelli tra le dita. Le labbra, morbide ed umide, a baciargli le guance o la fronte mentre pronunciava le parole: « Ti voglio bene, papà! » Quindi, un leggero tonfo e il rumore di piedini sul pavimento ad indicare che il suo piccolo uomo si stava dirigendo verso il proprio lettino. Era una regola. La frase "e vissero tutti felici e contenti" segnalava che era ora di dormire e non c'era la possibilità di spendere altro tempo nel lettone con mamma e papà, perché la mattina una "sveglia birichina" avrebbe trillato avvisando che i bambini bravi dovevano andare a scuola e i loro genitori al lavoro.

Prima che regnasse il silenzio, una vocina, proveniente dall'altra stanza, avrebbe sommessamente recitato la preghiera dell'angelo, mentre un seno morbido e sensuale si sarebbe posato sulla sua schiena mischiando amor sacro e amor profano. A quel punto, come ogni notte, la voce della moglie gli avrebbe sussurrato in un orecchio: « Ti amo, » due braccia gli avrebbero cinto la vita e due mani si sarebbero strette al torace, permettendo alle dita di accarezzarglielo.

A quel punto, lui si sarebbe voltato per scambiare con lei un bacio di "vero amore" e, qualche minuto più tardi, quando il sommesso russare del figlio li avesse avvertiti che già dormiva, lui si sarebbe perduto in lei, come già altre volte era accaduto dal giorno del loro matrimonio.

Una goccia percorse lenta la sua guancia, rigandola. Non era una lacrima, avevo smesso di piangere tanti anni fa, durante una notte di Natale, quando ogni sua lacrima era stata prosciugata dal dolore. Cominciava semplicemente a piovere e quel riparo improvvisato non era idoneo a proteggerlo da un acquazzone.

Arrotolò la vecchia coperta dentro la quale, un attimo, s'era avvolto, e ripiegò i cartoni che gli fungevano da isolante per proteggerlo dal gelo della pavimentazione.

Avrebbe dovuto cercarsi un altro posto per quella notte. Un porticato, un ponte o comunque qualcosa di abbastanza coperto da ripararlo dalla pioggia.

Prima di andarsene attaccò al muro la favola che avevo appena finito di scrivere. Una fiaba con protagonista un bambino, tale e quale il figlio, e dove c'era anche una principessa, tale e quale la moglie. L'indomani qualcuno nel quartiere gli avrebbe certamente dato un po' di cibo, altri ancora un po' di carta da dare, la maggior parte un po' di soldi. Lui avrebbe avuto del cibo per nutrire il suo corpo, alcuni di loro delle storie per nutrire il loro spirito e la maggior parte delle persone la convinzione d'avere eliminato un po' del disagio che alberga nel mondo, quello legato alla propria coscienza che non ha mai il coraggio d'approfondire il perché delle cose, ma preferisce con un po' di denaro cullarsi dell'idea d'essersi ripulita la propria anima di buon cristiano dal peccato originale.

Guardò la facciata monumentale della chiesa che gli aveva fatto da riparo e, prima d'allontanarsi, lesse l'indicazione toponomastica del sagrato: "Piazza Grande". Sorrise e s'incamminò intonando una popolare canzone dedicata a quella piazza.

PIAZZA GRANDE

(Baldazzi, G. - Bardotti, S. - Cellamare, R. - Dalla, L.)

*

«Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è

sulle panchine in Piazza Grande,

ma quando ho fame di mercanti come me, qui non ce n'è.

Dormo sull'erba e ho molti amici intorno a me,

gli innamorati in Piazza Grande,

dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.

A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io.

Una famiglia vera e propria non ce l'ho

e la mia casa è Piazza Grande,

a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.

Con me di donne generose non ce n'è,

rubo l'amore in Piazza Grande,

e meno male che briganti come me qui non ce n'è.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.

Avrei bisogno di pregare Dio.

Ma la mia vita non la cambierò mai mai,

a modo mio quel che sono l'ho voluto io

Lenzuola bianche per coprirci non ne ho

sotto le stelle in Piazza Grande,

e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.

E se non ci sarà più gente come me

voglio morire in Piazza Grande,

tra i gatti che non han padrone, come me, attorno a me.»



Commenti

pubblicato il 02/07/2009 16.02.07
sothis85, ha scritto: Trovo il tuo testo molto interessante e mi scuso di non averli letto prima.Complimeti! Ruben

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