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lavoro pubblicato martedì 30 giugno 2009
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una favola del medioevo oscuro

di rasna. Letto 3131 volte. Dallo scaffale Fantasia

Primi tre capitolo del romanzo "Una favola del medioevo oscuro", fantasy/storico ambientato nell'Umbria del X secolo.

L'intero romanzo "Una favola del medioevo oscuro" può essere scaricato gratuitamente dal sito www.torregentile.jimdo.com

CAPITOLO I (Auspici).

Era davvero un'età strana. Pochi uomini veramente saggi, memori, pur in pallida forma, di sapienze più antiche, avrebbero saputo discernere ciò che era reale e sensibile da ciò che era pura creatura del sogno e dell'immaginazione, della superstizione e della paura. Era dunque nella più grande confusione di cognizioni che si potevano ritenere esistenti esseri impossibili o improbabili; oppure si potevano attribuire qualità umane o diaboliche a creature della natura che i buoni cristiani vedevano sì ogni giorno, ma che allo stesso tempo immaginavano impegnate in ambigue vite parallele durante le ore misteriose della notte, quando si pensava che il male avesse più facile accesso fra le cose degli uomini. E molte creature sovrannaturali e demoniache, infine, esistevano davvero. Ed esisteva la magia...

Un vento incessante ululava quella sera attraverso mille spifferi e feritoie; il vecchio monaco si sedette su un basso sgabello impagliato, dentro lo spropositato camino che in un tempo ormai lontano era stato il cuore pulsante della brulicante vita al Priorato-Vecchio. Ma l'antico monastero era abitato ormai soltanto da lui e da Daniele, monaco anch'egli e come lui in età piuttosto matura.

Sul volto di Traballa le fiamme disegnavano ombre instabili e guizzanti, come in un'incoerente danza di mimi che lavorassero le trame della sua preoccupazione; rinfrancato dal calore si decise finalmente a guardare la forma di pane che aveva preparato e posto di fronte al fuoco.

Pervaso dal calore vivo, il pane, modellato a forma di omuncolo, parve come animarsi nella cottura. Lo sguardo di Traballa si fece attento. Il piccolo uomo di pasta fu scosso all'inizio da moti incoerenti, come se la temperatura lo pungolasse dolorosamente. Quindi si pose di scatto a sedere. Il monaco sapeva di avere pochi attimi per la sua divinazione: in breve tempo il calore delle fiamme avrebbe cominciato a cuocere l'omino di pane, rendendolo puro e semplice pane, buono solo per essere mangiato. Lo osservò mettersi a quattro zampe e muoversi faticosamente lungo la tavola di legno sulla quale Traballa lo aveva adagiato. Sui quattro angoli della tavola erano posti altrettanti piccoli bicchieri di legno: vino, acqua, aceto e miele. Tra il centro della tavola e i quattro bicchieri erano segnate delle tacche a distanze regolari.

L'omuncolo prese ad andare, sempre a quattro zampe, verso il piccolo contenitore colmo d'acqua; arrivò fino alla seconda delle sette tacche, quindi inaspettatamente si voltò e tornò indietro fino al centro della tavola. Lì di colpo si arrestò, irrigidito dalla crosta che andava cocendosi attorno al suo corpo di pane.

Il monaco corrugò la fronte. Spesso aveva visto l'omino mutare la sua direzione da un elemento ad un altro, e questo di solito stava a significare che gli eventi per i quali egli aveva interrogato il pane erano di lettura ambigua. A volte ad esempio l'omuncolo procedeva per un tratto verso l'aceto e poi deviava decisamente verso il vino nero, e ciò voleva dire in generale che da un decorso infausto gli eventi precipitavano recisamente verso un epilogo fatale. Altre volte l'omino di pane arrivava magari alla settima tacca del vino e poi tornava indietro di alcune tacche, e questo suggeriva un pericolo mortale da cui però poi ci si salvava, e così via. Ma mai si era visto il pane tornare indietro fino al centro della tavola divinatoria, come ad annullare quanto appena mostrato.

"Che io abbia sbagliato qualcosa nella composizione dell'impasto?.. Eppure c'era di sicuro tutto e nelle debite proporzioni..."

L'acqua, ripassò mentalmente, significava senza dubbio di sorta un riferimento alla vita, e quando tale riferimento subiva temperamenti -poiché magari non tutto sarebbe finito proprio per il verso giusto- ecco che il tragitto dell'omino in direzione dell'acqua era più breve, oppure si manifestava una piega verso il vino o l'aceto. E così era anche per gli altri tre simboli. Di sicuro però Traballa non si era mai trovato di fronte ad un annullamento completo del tragitto dell'omino di pane.

"...quello che ho appena visto non significa ‘vita', anche se c'è di mezzo l'acqua..."

Un nodo lo prese alla gola, mentre la sagoma del pupazzo di pasta se ne stava immobile e beffarda.

"...può dunque significare morte?... Il simbolo proprio della morte è pur sempre il vino nero... Se avesse voluto indicarmi un pericolo di prossimità alla morte, l'omino non avrebbe forse prediletto il vino, per manifestarlo?...".

Il monaco era assai perplesso. Si grattò la punta del naso; la legna crepitò nel fuoco, facendo danzare l'ombra pietrificata dell'uomo di pane, esageratamente grande contro la parete opposta della fredda sala. Lo raccolse e lo gettò nel fuoco.

Una vocina piccola piccola si fece a quel punto sentire da un angolo buio della stanza.

"Se Daniele potesse vederti... che spreco di farina..."

Traballa si volse di scatto, e lo riconobbe. Non gli avevano mai dato un nome, ma di sicuro non sarebbe stato un buon nome. Ad Arco-di-monte c'era un ponderoso volume attribuito a Basilio di Cesarea, che i monaci conservavano assieme al suo scritto sullo Spirito Santo. In quel libro sui demoni erano ben elencati i maggiori tipi infernali, che sostanzialmente il vescovo cappadoce suddivideva in sine corpore e cum carne, a seconda che fossero incorporei, e dunque necessitassero di incarnarsi in esseri terreni per agire nel mondo concreto, oppure fossero dotati di apparato fisico, più o meno determinato o plasmabile.

Quello che svolazzando silenzioso si portò nella luce del camino, col suo tipico volo incerto e anchilosato, apparteneva di certo al secondo tipo, e questo tipo risultava poi suddiviso in tanti genera, a seconda della degenerazione vegetale o animale da cui traeva origine.

Siccome quel particolare individuo non aveva un nome suo proprio, noi vorremmo riferirci ad esso con il nome del suo genus, che Basilio definiva ex-nuce, sennonché i monaci del Priorato-Vecchio lo chiamavano familiarmente Quarto-di-diavolo.

Infatti era un demone alto poco più di tre dita, e Traballa tirò subito un bel sospiro di sollievo; a quel tempo non ci si stupiva poi molto per la miriade di creature sovrannaturali che ancora saltavano fuori da tutte le parti; e la miriade di diavoli minori spesso si confondeva con creature del tutto naturali che ancora oggi vediamo ovunque. Per esempio non era certo facile distinguere certi demoni ex-gramine da comuni insetti che infestavano le colture.

"Mi raccomando, piccolo demonio... acqua in bocca."

"Non sei certo nella condizione di dettare condizioni, monaco..."

Traballa lo guardò storto. Sapeva del resto che Quarto-di-diavolo, pur essendo a tutti gli effetti un demone, non portava quasi mai a compimento le sue intenzioni maligne, limitandosi a creare fastidio ed irritazione.

Traballa ogni volta malediceva il giorno in cui aveva portato al priorato quel sacco di noci marce. Nella perenne indigenza del monastero, aveva sperato di poterne trovare comunque alcune buone, spulciando bene sul fondo. Mentre rovistava, una noce putrida era caduta a terra ed il guscio si era disfatto da solo, per l'urto. Ne era uscito bestemmiando un diavoletto tutto sporco e rattrappito; Quarto-di-diavolo, appunto. Da quel giorno quell'esserucolo partorito dagli inferi si era insediato al priorato. Viveva negli interstizi dei vecchi muri, e si nutriva degli avanzi della cucina. Minacciava sempre di andarsene in giro a far danno agli uomini, ma la pigrizia e il calore della casa dei monaci ogni volta gli consigliavano di tornare sui suoi passi. Per lo più si crogiolava nell'ozio.

"Ebbene, Daniele storcerà il naso di fronte ai miei sprechi di farina, ma questo responso non è affatto soddisfacente.. e anzi alimenta la mia inquietudine. Lo ripeterò. Non posso farne a meno..."

Quarto-di-diavolo lo guardò sprezzante.

"Quel ridicolo ometto di pane non ti servirà a niente... se vuoi leggere il futuro devi cospargere di olio le unghie di un fanciullo... e recitando le parole giuste che ti dirò io, egli vi leggerà il futuro come in uno specchio... "

"Orrore! Tu vuoi farmi evocare i demoni più potenti, tuoi signori!"

Il mezzo diavolo -anzi metà di mezzo...- ridacchiava.

"Perché? I tuoi riti sono forse innocenti?..."

Di fronte alla maliziosa insinuazione Traballa rimase interdetto.

"Beh, però quella magia delle unghie lo sanno tutti che rende ciechi!..."

Per il momento non gli era venuta in mente un'obiezione migliore, ma era in effetti diceria comune che tali pratiche togliessero l'uso della vista.

Si guardò attorno furtivo, non badando più a Quarto-di-diavolo, che del resto già non badava più a lui, intento com'era a rosicchiare una pera avvizzita; sospese il respiro e si assicurò che Daniele non fosse a portata d'udito. Quindi affondò con decisione la mano nel sacco della farina.


CAPITOLO II (Il cappone)

Se con gli occhi d'una poiana o di un gheppio aveste potuto sorvolare quelle terre, in quel tempo così lontano, non avreste visto che boschi, e ancora boschi, e rade coltivazioni, e sperduti insediamenti umani, inerpicati sulle colline; e pianure deserte, paludose, incolte, lasciate al ciclo delle stagioni. Avreste notato a malapena delle strade, e mal tenute. Un mondo spopolato, invaso dalla natura imperante.

Avreste visto povere colture, di farro, miglio e panico, e non più il dorato frumento ad ondeggiare nel vento. Questo strappavano alla terra i rustici, e solo intorno a Torre Gentile c'erano alcuni orti curati, che davano fave e piselli; ceci e anche cipolle.

Pochi vigneti e pochissimi uliveti che non fossero inselvatichiti, e per condire a volte si centellinava un po' di lardo; mentre i vasti boschi davano foglie e ghiande per le bestie, e castagne, e legno per riscaldare o per fare qualsiasi cosa, come un cucchiaio per mangiare, o un attrezzo per i campi.

Scarse greggi di pecore punteggiavano i pascoli impervi sopra i borghi, e soprattutto c'erano tanti maiali. C'erano anche polli e lepri, e qualche coniglio, ma non c'era da farci troppo affidamento, per i rustici. Nei boschi poi si rintanavano tante bestie che sarebbe stato assai proficuo mangiare, ma la selvaggina era dei signori, così come i boschi stessi.

Solo boschi, niente frutteti, perché la frutta si conservava male, e allora meglio raccogliere noci e castagne, oppure nocciole.

Giù ad Arco-di-Monte i monaci poi allevavano le carpe, nelle plaghe paludose a sud di Torre Gentile, e c'era stato un monaco famoso di quel monastero che aveva scritto un trattato sulle varietà di quei pesci...

Se ancora, volando come quella poiana che dicevamo, aveste scorto un villaggio, raramente avreste visto sassi; assai spesso piuttosto si tiravano su case di legno o anche di fango mescolato con la paglia, e là dentro di sovente svernavano insieme uomini e bestie, in compagnia di pulci e pidocchi, e ci si ammalava spesso e si moriva tanto.

Villaggi e borghi più o meno fortificati, di poche decine di anime. Qualche volta neanche villaggi, ma sperduti casali con una o due famiglie. La poiana non li avrebbe neanche notati. Nel villaggio ci stava spesso un signore, e allora ecco che questi tirava su delle mura belle spesse e il villaggio diventava un borgo, oppure il villaggio si addossava alle mura del castro, o dell'abbazia.

A volte un villaggio era abitato solo da rustici di rango servile alle dirette dipendenze di un signore, tutti lavoranti la parte dominicale delle sue terre, che egli vi risiedesse o meno.

Altre volte un gruppetto di case nella campagna poteva essere dimora di poche famiglie, nominalmente libere, tutte legate da contratto ad un signore, ed in virtù di ciò impegnate nella parte di possedimenti che egli concedeva dietro pagamento di un canone. Così era appunto per i coloni che stavano nel borgo attorno al Priorato-Vecchio.

In entrambi i casi a queste famiglie, fossero di servi dominici o massari, si aggiungevano rari coltivatori che disponevano attorno al villaggio di porzioni di terra in proprio.

Più spesso però le cose erano un po' più confuse. Nel villaggio di solito non c'era solo il signore coi suoi servi che gli mandavano avanti la casa (nel caso egli risiedesse nel villaggio) e i campi del dominicum -cioè i possedimenti che amministrava direttamente-, ma c'erano contemporaneamente anche tutti quei contadini che tenevano dei pezzi della sua terra a livello, o altro contratto: la parte massaricia, come si usava dire, dei possedimenti signorili.

Spesso poi nel villaggio e nei campi intorno si affiancavano, anche in questo caso, i piccoli possessori con frazioni di terra propria, che non dovevano al signore canoni o giornate di lavoro, però soggiacevano anche loro alla sua giurisdizione, coercizione e prelievo di corrispettivi per i diritti d'uso più vari. E nel villaggio a volte stavano anche contadini che dipendevano economicamente a loro volta da un altro signore che stava in un altro villaggio più lontano, però obbedivano a questo signore più vicino in quanto a poteri pubblici.

Alcune volte accadeva che un villaggio fosse abitato solo da piccoli possessori in proprio, come era il caso delle Terre-buone, a oriente di Torre Gentile, dove nei pochi villaggi era però ben salda l'odiosa giurisdizione del vescovo...

La nostra poiana ed il nostro gheppio, nel loro volo solitario, non avrebbero certo osservato tante distinzioni; del resto quelle case e le attività degli uomini erano poca cosa rispetto alla gran distesa dei monti e dei boschi, delle colline coperte di macchia...

E certamente non avrebbero notato neanche quel vecchio borgo disabitato, con una grande corte, sul fianco di una collina boscosa non troppo distante da Torre Gentile, nelle terre sottoposte alla signoria del vescovo. Tutto oramai era in rovina, semi-diroccato e sommerso dalla vegetazione cresciuta in lunghi decenni di abbandono. Spiccava, in quella desolazione di ruderi affioranti, un antico torrione, ancora in piedi sebbene anche esso soffocato da rampicanti ed arbusti.

Finché la terra era appartenuta all'abbazia di Arco-di-Monte, in quell'insediamento a metà fra un gran casolare e un piccolo borgo erano vissute anche otto o nove famiglie, tutte di livellari che tenevano quei mansi per conto, appunto, di S.Benedetto d'Arco-di-Monte.

Ora tutto era abbandono. In estate gli interstizi dei vecchi muri erano invasi da malerbe che ricadevano copiose in rigogliosi ciuffi, mentre a terra fioriva un intrico d'arbusti.

In inverno, come adesso in effetti era quasi, solo gli alberi inscheletriti e le secche sterpaglie coperte di neve facevano da cornice ai ruderi desolati.

Stroncaferro si svegliò solamente quando i raggi del sole, toccandogli il viso dal tetto sconnesso, si fecero abbastanza caldi. Raggomitolato nel suo giaciglio di paglia, lentamente prese a distendere le membra intorpidite. Quindi aprì gli occhi, piano piano, e quando furono in grado di vedere distintamente, si rese conto che era oramai giorno fatto.

Il fuoco era spento. Senza muoversi dal giaciglio, allungò la mano verso la bisaccia che giaceva a terra accanto a lui, e ne estrasse una mela rinsecchita. La addentò senza troppa convinzione, restando pigramente adagiato, e intanto pensava a come mettere a frutto le ore di quel giorno.

Stroncaferro era un ladro. Ed era assai ferrato nella sua arte, a dispetto dell'età giovanissima, e a dispetto del fatto che in giro non ci fosse poi molto da rubare.

Dopo il primo morso, gettò la mela verso il lato opposto della stanza, con traiettoria sicura.

La mela rotolò per un tratto e si arrestò contro il muro.

I topi non avrebbero tardato ad arrivare, anzi forse erano già in attesa; essi erano i padroni del Torrione, da molto prima che egli vi facesse a sua volta la propria comparsa, e quando Stroncaferro non elargiva qualche avanzo quelli uscivano fuori di notte a rosicchiargli i piedi. Forse stavano lì da sempre, chissà, e si sentivano liberi di spadroneggiare.

C'erano anche tanti topi, sì, in quel tempo lontano, anche se non lo avevamo ancora detto, e si diceva di misteriose ed antiche attività sotterranee che li impegnavano da millenni, ma non è molto chiaro in cosa potessero consistere. Grande diffidenza nutrivano gli uomini per quegli animali perniciosi che gli scavavano gallerie sotto le colture, che infestavano i granai... Alcune leggende sostenevano che i topi avessero delle città in miniatura, fatte su misura per loro, nel sottosuolo; ma probabilmente nessuno poté verificarlo mai.

Alcuni dicevano che i topi fossero graditi al demonio. Stroncaferro ricordava ancora di come era rabbrividito una volta, imbattendosi di notte in un grosso topo bianco, crocifisso ad un crocicchio da chissà quale adoratore di diavoli: la povera bestia pareva in tutto e per tutto un piccolo Cristo sofferente... piccoli animali misteriosi, non racconteremo certo del loro mondo parallelo, così poco conosciuto. Diremo però forse fra non molto del patto che tacitamente legava Traballa, il vecchio monaco, alla loro comunità...

Stroncaferro osservò per un attimo i roditori affollatisi disordinatamente attorno al rimasuglio di frutto.

"Piano, disgraziati..."

Quindi ridacchiando si alzò di scatto ed andò ad affacciarsi allo squarcio nel muro che dava a strapiombo sulla vallata. Fu subito investito dal freddo pungente e si ritrasse, ma pur riluttante si disse che dopo tutto era l'ora di mettersi al lavoro.

Sgattaiolò giù dalla scaluccia di corda che scendeva dalla finestrella posta sull'altro lato della stanza e atterrò nella corte sottostante, dove Odorante, il suo stupido cavallo, biascicava pigramente del fieno vecchio.

"Bella vita , eh!?...Ma il pane va guadagnato, sanguisuga!", e assestatagli una bonaria manata sul muso lo distolse dalla già magra colazione. Odorante si limitò a mettersi in posizione, attendendo che il ragazzo gli montasse in groppa.

Dopo pochi attimi già sbucavano fuori dalla selva ammantata di bianco, che proteggeva dalla vista, per chi passasse nella stradicciola sottostante, il vecchio moncone di torre. Emersero giù dalla scarpata sul sentiero di campagna, a mala pena tracciato, che ogni primavera quasi scompariva fra gli alti ciuffi odorosi d'ogni sorta d'erba, fra i pollini svolazzanti nel sole alto.

Adesso era quasi inverno, ma Stroncaferro assorbiva il debole calore del sole con tutta l'accattivante arroganza dei suoi tredici anni, andando incontro ad un altro giorno di disinvolta nullafacenza.

Sapeva bene che quel giorno a Torre Gentile c'era mercato, e certo sarebbe stata un'occasione preziosa per sottrarre non visto, confuso nella calca, qualche borsello rigonfio o semplicemente, nella più magra delle ipotesi, mettere insieme una variegata scorta di provviste sottraendo qualcosa dai banchi di cibarie, carichi d'ogni tipo di leccornia proveniente dagli orti e dai magazzini di tutta la provincia, tanta roba che in quei tempi magri era difficile vedere tutta insieme.

Amava assai le fiere, per quel crogiuolo di vita che si riversava nelle piazze in quelle occasioni, spremuto fuori dagli angoli di quelle plaghe sconfortate. Venditori, mendicanti, saltimbanchi, strimpellatori di ogni risma, ceffi dalle truci espressioni, soldatacci, reduci questuanti e banditi, quasi indistinguibili fra loro, e poi ancora predicatori, monaci spiritati e bestie di ogni specie, tutte in coro a produrre una cacofonia infernale insieme agli schiamazzi dei rustici e dei villani. Un'orgia di baccano che rompeva per pochi giorni la desolazione di quelle terre.

Però Stroncaferro lo sapeva bene di non godere a Torre Gentile di un buon nome. Qualche mese prima aveva compiuto un passo falso e se lo ricordava bene...

...Gotoberto, capitano della guarnigione del castello di Massa-Scura, se ne stava seduto alla locanda del Corvo-Sciancato, e non portava nessuna insegna che potesse distinguerlo nel suo ruolo e rango. Beveva tranquillo fra gli altri avventori la sua coppa di vino speziato, quando avvertì un movimento appena percepibile sotto il proprio mantello. Di scatto si mosse e afferrò un esile braccio che puntava alla sua borsa. Lo strinse forte e scaraventò il ladruncolo che ci stava attaccato giù nella polvere del pergolato.

Subito si fece il vuoto attorno a loro. Chi ben conosceva i tremendi scatti d'ira del capitano fece in modo di allontanarsi, poiché in quei tempi era assai facile restar coinvolti in spiacevoli episodi con i quali niente si aveva a che fare.

Stroncaferro rimediò subito un tremendo ceffone che lo rincoglionì completamente e per poco non lo ammazzò. Ma il capitano era in vena, quel giorno, e si limitò ad affibbiargli un calcione nello stomaco, che lo fece rotolare fin sulla strada, dove la folla cozzante semplicemente lo ignorò, schivandolo come un escremento qualsiasi depositato sulla via. Forse una donnaccia rise da una finestra, e un cane gli leccò un orecchio, ma per il resto non ricevette significativi atti di pietà...

...Ricordando questi fatti assai sgradevoli, Stroncaferro decise di tenere per quel giorno una condotta più cauta, mantenendosi ben lontano da Torre Gentile.

Nelle ultime settimane aveva preso del resto l'abitudine di far visita alle religiose che stavano poco fuori dal borgo del Priorato-Vecchio di Colle-Alto: il monastero delle Monache-Morte, che si chiamava così perché per tempo immemorabile era stato abbandonato, prima di essere rifondato solo in anni più recenti. Solitamente Stroncaferro vi si recava nottetempo, e col favore del buio si avviava verso gli stabbi posti fuori dalle mura, lungo il primo tornante della strada che si riconnetteva alla via per Colle-Alto.

"Un gioco da bambini..."

Nelle ultime notti aveva già privato le brave monache della compagnia di un paio di conigli panciuti, in barba al vecchio cane da guardia che perlopiù sonnecchiava. Sbadigliando diede una manata sul collo di Odorante per farlo piegare verso la casa delle monache.

"Di giorno si rischia, caro il mio Odorante, ma la mancanza di difficoltà mi annoia... agiremo proprio mentre le brave monache sono affaccendate nelle loro attività diurne..."

Odorante annuì al suo spocchioso padroncino.

Giunti dunque in breve tempo al monastero, lo aggirarono salendo dal lato opposto alla stradella che vi giungeva dalla via principale.

Stroncaferro scese dalla groppa di Odorante.

"Resta qui, capito testone? Non scendere sulla strada e rimani fra questi cespugli, sennò ti vedono, capito?"

Quindi salì agile il ripido fianco della collinetta del monastero, cercando di appiattirsi il più possibile nel sottobosco sgombro di neve. Quando fu sotto le mura le aggirò sulla sinistra, fino a giungere in vista dello spiazzo antistante l'edificio, dove avrebbe potuto vedere, sempre rimanendo nascosto, le attività mattutine che ivi solitamente fervevano. In quel momento soltanto un carro stracolmo di legna ben ordinata faceva il suo ingresso nel monastero e due contadini erano intenti a spalare la neve, per tenere pulito e sgombro lo spazio davanti alla casa delle religiose. Costeggiò il piazzale e scese per il declivio che lo avrebbe portato agli stabbi da sopra, senza scender sulla strada.

Quando si affacciò sull'aia di fronte ai ricoveri degli animali, vide una grossa monaca di spalle, che era affaccendata alle gabbie dei conigli. Già tutta l'erba era stata distribuita equamente fra le bestiole dalle lunghe orecchie, e la corpulenta monaca stava radunando lo sterco ripulito dalle gabbie su di un pezzo di tela. Stroncaferro scrutò velocemente l'aia e vide che i pollai erano tutti aperti, ma non v'erano pennuti in vista.

"Accidenti a me!..."

Stizzito si diede un pugno sul capo.

"...sono tutti sparsi per i campi a becchettare, era meglio se venivo di notte... non rischiavo neanche d'essere scoperto..."

Ma mentre così rimuginava ecco che individuò un grasso e pingue cappone, che pigramente se ne stava assorto in un angolo, crogiolandosi nel tenue tepore che l'ultimo sole d'autunno forniva. Stroncaferro elencò mentalmente tutti i modi che conosceva per cucinarlo, e tornò ad osservare i movimenti della monaca. Ella stava raccogliendo i quattro angoli del telo e, caricatosi in spalla quell' ingombro, si diresse su per il viottolo che portava dagli stabbi alla curva che poi immetteva sullo spiazzo davanti al monastero. Sul lato opposto, Stroncaferro attese che ella fosse scomparsa alla vista, quindi cautamente si portò allo scoperto, sull'aia, muovendo passi circospetti in direzione del cappone. Quello, ottusamente, nulla percepiva del pericolo incombente e anzi pareva quasi accogliere con simpatia quell' inconsueta visita.

"Vieni qua, bel cappone... vieni qua che c'ho appunto uno spazio fatto a forma di cappone, nello stomaco..."

Sussurrava piano e in modo continuo, come per incantare la vana bestiola. Quando fu ad un passo da essa, lentamente allungò le mani e si preparò allo scatto fulmineo col quale avrebbe ghermito il goffo volatile.

"Sei mio... lo sai vero?..."

La mano saettò; Stroncaferro avvertì le morbide piume del collo sotto il palmo, sollevò con forza il pesante pennuto e...

Sbam!

Fu un tutt'uno col manrovescio che lo prese in pieno viso. Il ragazzo percorse un tratto nell'aria, e il tempo gli si fermò; sbatté una culata sonora e rotolò in una nuvola di neve farinosa, mentre, con la faccia a livello del suolo, stordito, poté vedere il fesso cappone tonfare a terra e, ripresosi dal suo stupore di pennuto, trotterellare via di corsa.

Dolorante alzò lo sguardo e percorse in tutta la sua lunghezza la figura della monaca che poco prima stava accudendo i conigli. Era enorme, dai tratti squadrati, non avrebbe sfigurato nella guardia di un conte.

"Eccola la volpe che visita le nostre bestie di notte!"

Aveva uno sguardo beffardo, e Stroncaferro non capiva come avesse fatto ad accorgersi di lui e a prenderlo alle spalle. Lo smacco gli bruciava più della guancia offesa.

"Briccone che non sei altro! Poteva passare per i conigli, ma davvero il nostro Gioacchino no! Che ci siamo affezionate ormai, e mi sa che neanche lo mangiamo, a Natale..."

Stroncaferro se ne stava ancora sdraiato a terra inebetito, e riusciva solo a pensare che questo Gioacchino, chiunque fosse, era molto fortunato ad essere in buoni rapporti con la manesca religiosa.

Quindi si sentì afferrare per un braccio e rimettere in piedi. La sua aria spersa dovette in qualche modo far breccia nel cuore della monaca, poiché quando osò rialzare gli occhi su di lei vide che il duro cipiglio di poco prima era leggermente virato verso un'espressione di trattenuta compassione, che contrastava mirabilmente con l'apparato fisico e i modi risoluti di lei.

"Ebbene, non hai niente da dire in tua discolpa?"

Stroncaferro capì che la colpa era evidente, e che da un equilibrio di parole ben misurate sarebbe dipeso il suo futuro immediato.

"Io... monaca buona e gentile, io avevo tanta fame..."

Spese gli occhioni più sgranati e languidi di cui disponeva. Sperava tanto che, come furbescamente intuiva, la monaca avesse animo assai più morbido del suo aspetto. Furono attimi di gelo. Poi la monaca inarcò un sopracciglio, come chi percepisca l'altrui poca buonafede, ma ciò nonostante non possa impedirsi un impeto d'umana pietà.

"Puoi chiamarmi Ulrica... E se hai fame mangerai."

E con uno scapaccione gli fece intendere di doversi dirigere verso l'entrata del monastero.


CAPITOLO III (Un uomo nella neve)

La notte era freddissima, ed un alto manto di neve copriva tutte le cose.

Il vento, gelido, spazzava il fianco della collina innevata, mentre i radi alberi, appesantiti dalle coltri bianchissime, ad ogni refolo più violento lasciavano cadere larghe falde di neve con tonfi sordi, appena percepibili tra i sinistri ululati della tormenta. In quelle desolanti lontananze, c'era solamente una sagoma, visibile appena, distante; forse un uomo. Procedeva nella neve lentamente, su un sentiero immaginario lungo il margine del bosco, ai piedi della collina.

Pesantemente coperto, arrancava davanti ad una bruna cavalcatura, stordita dal freddo, col manto punteggiato di cristalli gelati.

Pochi giorni mancavano al Natale di Nostro Signore, e pochissimi al solstizio. Ma la letizia che alberga nei cuori dei cristiani in quella notte santa sarebbe apparsa un remoto e inconsistente miraggio per chiunque avesse avuto la ventura di scorgere quella lenta sagoma avanzare nella neve, alta fino al ginocchio. Ogni tanto la marcia si arrestava, l'uomo alzava la testa, come in ascolto di qualcosa, o come a distendere brevemente la schiena, tesa nello sforzo del cammino.

Discendendo gli ultimi contrafforti dell'Appennino, lasciava alle sue spalle la Sabina per entrare nella terra degli antichi re umbri. Ma queste erano cose di cui nessuno aveva più memoria.

Era il decimo secolo dell'era cristiana.

"Sei un bravo cavallo... Lo so che capisci se ti parlo... Non è forse così?"

L'uomo parlava al destriero ricercandone la compagnia, mentre ambedue spingevano i loro lenti passi nella neve, producendo un debole suono, attutito e perso nel vento. Un suono così flebile da destare solo di poco l'intorpidita veglia di qualche volatile notturno, che dal buio limitare del bosco occhieggiava al biancore della collina. L'uomo trovava conforto nel ritmo del cammino, nel vuoto glaciale della notte. Il vento montava sempre di più, scuotendo le chiome gravi. Il mantello a tratti diveniva una vela ingovernabile, e costava fatica sempre maggiore serrarlo ancora attorno al corpo.

"Dobbiamo riparare nel bosco. Lo so che non vorresti... Ma tutto sommato non c'è motivo di avere paura..."

Il cavallo crollò sommessamente il capo, come a fornire il proprio assenso. Il cavaliere sorrise, avvertendo dietro di sé il movimento accondiscendente dell'animale; e nell'atto di sorridere si accorse del sottile velo di ghiaccio che faceva del suo volto come una specie di maschera.

Il viso si fece dunque serio, e il cavaliere piegò decisamente i suoi passi verso i primi alberi della selva.

Subito il silenzio. O qualcosa di molto simile al silenzio. Come una bolla di quiete dal cui interno si potesse avvertire l'impeto irragionevole che si agitava fuori. Il passo diventava più cauto, per via del terreno a sua volta più irregolare sotto la neve. La fitta selva attutiva di molto l'aspro impatto del vento, ma al tempo stesso era per il cavaliere assai difficile sperare di poter continuare la marcia.

"Dobbiamo fermarci... Ma non possiamo fermarci qui..."

Si guardò intorno. Alla sua destra il terreno accennava una depressione, e più avanti, dove lo sguardo a stento arrivava, si intuiva come l'inizio di una scarpata. Tirando le briglie appena, si portò fin là, giungendo a vedere, nel velato chiarore lunare, un incavo, proprio fra le poderose radici di una quercia, abbarbicata sull'orlo di un ripido declivio.

"Stanotte non avremo miglior rifugio di questo, Geremia..."

Cavaliere e destriero trovarono riparo insieme nell'anfratto naturale, vicini nel reciproco calore. L'uomo lasciò andare il corpo in quella nicchia di tepore, e anche la sua mente trovò una qualche forma di sollievo, dietro la barriera degli occhi chiusi.

Ma subito si riscosse, e parve come ricordarsi di qualcosa. La sua mano, impacciata dal pesante guanto, frugò tra le pieghe spesse delle vesti, fino a trovare un piccolo sacchetto di pelle, stretto da un laccio. Con un velo di reverente trepidazione, pur nel gesto già infinite volte consumato, allentò il laccio di cuoio, e rovesciò lentamente il contenuto del sacchetto nel palmo della mano.

Subito, nella notte impenetrabile, si accese una scintilla di luce azzurra, che pareva provenire in qualche modo proprio dal palmo della mano del cavaliere. Poi, dopo quel picco intenso, la luce sembrò lentamente affievolirsi, fino ad acquietarsi in un brillio trattenuto e gentile, come di una lucciola che pulsasse la sua piccola stilla di luce attraverso le acque scure di un lago invernale. Gli occhi dell'uomo, incantati dalla luce , erano come persi sulla scia di immagini lontane, che forse vedeva proprio là, nelle pieghe del guanto; o che forse rievocava con fatica e dolore, a giudicare dal liquido tremolio delle sue pupille.



Commenti

pubblicato il 30/06/2009 23.24.01
anais, ha scritto: proprio bello!..

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